Foucault, potere e verità: tra costruzione sociale e vincoli empirici

Introduzione: la tesi radicale di Foucault

Secondo il filosofo francese Michel Foucault, è il potere (non meglio definito) che definisce cosa sia vero e cosa no. Chi vince la lotta per il potere decide quale versione diventa “la verità”. In questa prospettiva, potere e conoscenza sono inseparabili: non esiste potere senza conoscenza, né conoscenza senza rapporti di potere.

Questa tesi ha implicazioni profonde. Secondo Foucault, nella realtà sociale, politica o morale, le affermazioni non sono mai semplicemente vere o false, perché i fatti possono essere interpretati in modi diversi e il linguaggio che usiamo influisce sul loro significato.

Il linguaggio produce effetti reali

Foucault sostiene che il linguaggio stesso produce effetti reali: se le persone credono a una certa descrizione e agiscono di conseguenza, quella descrizione diventa “vera” nei suoi effetti, indipendentemente dalla “verità oggettiva” dei fatti.

Per esempio, gli stessi comportamenti possono essere descritti come “malattia mentale” o come “possessione demoniaca”, e queste descrizioni portano a trattamenti completamente diversi: psicofarmaci e psicoterapia nel primo caso, esorcismi nel secondo. Il linguaggio usato determina pratiche concrete, istituzioni, interventi.

Perciò, Foucault sostiene che la conoscenza nasce dal confronto tra discorsi diversi, ciascuno legato a rapporti di potere. La verità, in questo senso, non dipende dai fatti in sé, ma da quale discorso e da quale gruppo di potere riesce a imporsi.

La domanda cruciale

Se Foucault ha ragione, quali conseguenze ne derivano per le scienze sociali? Se la “verità” è solo l’effetto di rapporti di potere, se ogni affermazione è intrinsecamente legata a interessi politici, ha ancora senso parlare di sociologia o storia come discipline scientifiche? O dobbiamo concludere che “una teoria vale l’altra”, e che la differenza tra ricerca rigorosa e propaganda è solo questione di chi detiene il potere?

Questo articolo sostiene che esiste una terza via tra il positivismo ingenuo (che crede in una verità pura e neutrale) e il relativismo radicale (che dissolve ogni distinzione tra vero e falso). Possiamo riconoscere che le categorie sono costruite e che il potere influenza il sapere, senza per questo rinunciare a criteri di validità empirica.


Cosa dice davvero Foucault: chiarire i termini

Prima di criticare o difendere Foucault, è necessario chiarire cosa intende per “discorso” e “potere-sapere”.

Per Foucault, i discorsi non sono semplici parole o narrazioni, ma complessi sistemi di pratiche che includono istituzioni, procedure, tecniche e regole di validazione. Il “discorso medico” non è solo un modo di parlare del corpo: comprende ospedali, protocolli diagnostici, anatomie, sperimentazioni, pubblicazioni peer-reviewed.

Tre punti essenziali, spesso fraintesi:

1. Foucault non nega l’esistenza della realtà materiale.

Mostra che ciò che consideriamo “reale” è mediato da categorie storicamente determinate. La malattia mentale esiste come sofferenza concreta, ma cosa sia la follia (possessione demoniaca, squilibrio umorale, patologia neurologica) varia storicamente. I corpi esistono, ma come li classifichiamo (sani/malati, normali/devianti, fertili/sterili) dipende da sistemi di sapere storicamente contingenti.

2. Foucault non sostiene che “tutti i discorsi si equivalgono”.

Analizza i meccanismi attraverso cui certi discorsi acquisiscono autorità scientifica, ma non afferma che uno studio epidemiologico valga quanto una fake news. Studia le condizioni storiche che rendono un sapere accettabile come scientifico: quali istituzioni lo producono? quali procedure di validazione usa? quali esclusioni opera?

3. La genealogia non è nichilismo.

Mostrare che una categoria è storicamente costruita non significa invalidarla. Significa comprenderla meglio, riconoscerne limiti e possibilità, aprire spazio per trasformazioni. Dire che “la sessualità è un’invenzione del XIX secolo” non nega che le persone facciano sesso, ma mostra che il modo in cui classifichiamo desideri, identità e pratiche sessuali è storicamente specifico.


La distinzione cruciale: costruzione categoriale vs vincoli empirici

Il punto fondamentale è questo: una cosa è dire che la lettura della realtà è influenzata dalle convinzioni e dall’ideologia dello studioso, cosa diversa è affermare che i fatti non sono importanti e che una teoria vale l’altra.

Questo è il cuore della questione. Possiamo accettare la tesi foucaultiana sulla costruzione sociale delle categorie senza scivolare nel relativismo che dissolve ogni distinzione tra scienza e propaganda.

La tesi corretta: mediazione categoriale inevitabile

Ogni osservazione della realtà sociale passa attraverso categorie:

  • Lo studioso che analizza la criminalità nel 2024 deve usare le categorie penali vigenti (stalking, femminicidio, revenge porn)
  • Queste categorie riflettono un certo senso comune, certi rapporti di potere, certe sensibilità storiche
  • L’introduzione dello stalking nel 2009 non ha creato il comportamento persecutorio, ma lo ha reso visibile come unità statistica autonoma

Implicazione metodologica legittima:

Lo studioso consapevole sa che:

  • Le sue categorie sono storicamente situate
  • Le statistiche riflettono non solo comportamenti, ma anche pratiche di classificazione e sorveglianza
  • Confrontare dati del 2024 con dati del 1980 richiede cautela interpretativa (le categorie sono cambiate)

Questo non è relativismo: è semplicemente riflessività metodologica.

Il salto illegittimo: dal costruttivismo al relativismo radicale

Il relativismo radicale afferma:

  • Se le categorie sono costruite, allora i fatti non esistono indipendentemente dalle nostre descrizioni
  • Se ogni teoria usa categorie diverse, allora non c’è modo di stabilire quale teoria è migliore
  • Quindi: una teoria vale l’altra, tutto è discorso, non esiste verità

Perché questo è un errore logico:

Confonde due livelli completamente diversi:

  1. Livello delle categorie interpretative (costruite, storiche, mutevoli)
  2. Livello dei vincoli empirici (resistenza del reale, fatti che falsificano teorie)

Esempio concreto: lo stalking in Italia

Esaminiamo un caso concreto che mostra come categorie costruite e fatti empirici interagiscono.

Livello 1 – Categorie (costruite socialmente):

  • Prima del 2009 in Italia non esisteva la categoria penale “stalking”
  • I comportamenti persecutori venivano frammentati: molestie (art. 660 c.p.), minacce (art. 612 c.p.), o rimanevano impuniti
  • L’introduzione dell’art. 612-bis costruisce una nuova unità di osservazione

Conseguenza: le statistiche del 2010 mostrano migliaia di casi di “stalking” che nel 2008 non esistevano come categoria statistica.

Un relativista potrebbe dire: “Ecco la prova che la ‘realtà dello stalking’ è solo un effetto di discorso. Prima del 2009 lo stalking non esisteva, dopo il 2009 sì. Tutto dipende dal linguaggio.”

Livello 2 – Fatti (resistenza empirica):

Ma possiamo porre una domanda empirica falsificabile: L’introduzione della categoria ha modificato la frequenza dei comportamenti persecutori?

Possibili ipotesi:

Ipotesi A: Il comportamento persecutorio è rimasto stabile, è solo aumentata la visibilità statistica.

Ipotesi B: La criminalizzazione ha avuto effetto deterrente, riducendo i comportamenti.

Ipotesi C: La maggiore consapevolezza ha aumentato le denunce, ma anche i comportamenti (effetto imitazione).

Come decidere tra queste ipotesi?

NON con considerazioni filosofiche sul “costruttivismo sociale”, MA con:

  1. Studi retrospettivi: interviste a vittime prima/dopo il 2009 (hanno subito comportamenti simili? li hanno denunciati?)
  2. Comparazioni internazionali: paesi che hanno introdotto la legge prima (es. UK, 1997) mostrano trend simili?
  3. Analisi di serie storiche: altri indicatori (richieste di aiuto ai centri antiviolenza, ordini restrittivi civili) mostrano discontinuità nel 2009?
  4. Studi longitudinali: seguire coorti nel tempo per vedere se l’incidenza cambia

Risultato: i dati empirici possono falsificare alcune ipotesi e supportarne altre.

Supponiamo che le evidenze mostrino:

  • Richieste di aiuto ai centri antiviolenza erano già in aumento prima del 2009
  • Nei paesi che hanno introdotto leggi simili, le denunce aumentano drasticamente il primo anno, poi si stabilizzano
  • Survey retrospettive mostrano che vittime pre-2009 subivano comportamenti identici ma non li denunciavano

Conclusione empiricamente fondata: L’ipotesi A (aumento di visibilità, non di comportamenti) è la più supportata dalle evidenze.

Questo non è “un discorso che vale l’altro”: abbiamo usato criteri metodologici condivisi per valutare ipotesi alternative.


Esempi italiani: mutamenti legislativi e discontinuità statistiche

Per comprendere meglio come le categorie legali influenzino le statistiche (senza per questo rendere i fatti irrilevanti), esaminiamo alcuni casi italiani.

Reati aboliti o depenalizzati

1. Delitto d’onore (art. 587 c.p.) – abolito nel 1981

  • Prevedeva pena ridotta per chi uccideva moglie, figlia o sorella per “salvare l’onore”
  • Prima del 1981: omicidi classificati come “delitto d’onore” (pena lieve)
  • Dopo il 1981: gli stessi fatti diventano omicidi volontari (pena piena)
  • Effetto statistico: scomparsa di una categoria, ma non del fenomeno (femminicidi continuano, con classificazione diversa)

2. Adulterio femminile (art. 559 c.p.) – abolito nel 1969

  • Solo l’adulterio della moglie era reato (non quello del marito, salvo concubinato)
  • Abolizione: scomparsa totale dalle statistiche penali
  • Il comportamento continua a esistere, ma non è più oggetto di rilevazione giudiziaria

3. Clandestinità come reato (art. 10-bis TU immigrazione) – introdotto 2008, abolito 2014

  • 2008-2014: l’ingresso/permanenza irregolare era reato penale
  • Statistiche penali mostravano enorme aumento “criminalità immigrati”
  • Dal 2014: depenalizzato, diventa illecito amministrativo
  • Effetto: crollo improvviso delle statistiche su “criminalità straniera”

Reati introdotti o ridefiniti

4. Stalking (art. 612-bis c.p.) – introdotto nel 2009

  • Prima: comportamenti persecutori frammentati in reati diversi o impuniti
  • Dopo: nuova categoria rende visibile un fenomeno prima disperso statisticamente
  • Effetto: “aumento” improvviso nelle statistiche, ma il comportamento preesisteva

5. Revenge porn (art. 612-ter c.p.) – introdotto nel 2019

  • Diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite
  • Prima: diffamazione o violazione privacy (pene lievi, scarsa rilevazione)
  • Dopo: categoria autonoma con rilevazione statistica specifica

6. Violenza sessuale (riforma 1996)

  • Prima: reato contro la “moralità pubblica e il buon costume”
  • Dopo: reato contro “la libertà personale”
  • Cambio di categoria giuridica riflette cambio di senso comune
  • Include anche violenza domestica prima non rilevata

Cosa mostrano questi esempi

1. Discontinuità statistiche artificiali:

  • L’introduzione dello stalking nel 2009 crea un “picco” che non riflette aumento del fenomeno
  • L’abolizione della clandestinità come reato nel 2014 crea un “crollo” artificiale

2. Invisibilità selettiva:

  • Prima del 1996 la violenza sessuale domestica era largamente invisibile
  • Prima del 2009 lo stalking era frammentato statisticamente

3. Problemi di comparazione storica:

  • È impossibile confrontare “criminalità sessuale” pre e post 1996 perché le categorie sono diverse
  • Le serie storiche si interrompono, richiedono ricostruzioni interpretative

4. Il senso comune guida le categorie:

  • L’abolizione del delitto d’onore riflette il rifiuto dell’idea che l’onore giustifichi l’omicidio
  • L’introduzione del revenge porn riflette consapevolezza di nuove forme di violenza digitale

Implicazione per chi studia la criminalità oggi

Un sociologo che analizzasse acriticamente le statistiche italiane vedrebbe:

  • “Esplosione” dello stalking dal 2009 (ma è artefatto classificatorio)
  • “Crollo” dei reati degli stranieri nel 2014 (idem)
  • “Aumento” dei maltrattamenti familiari (in realtà: aumento denunce + sensibilità)

Senza consapevolezza genealogica, interpreterebbe male tutti questi trend.

Ma questo significa che i dati sono inutili? Assolutamente no. Significa che vanno interpretati con sofisticazione metodologica.


Perché i fatti contano: la resistenza del reale

Anche riconoscendo che le categorie sono costruite, i fatti empirici mantengono potere di falsificazione.

Esempio 1 – Previsioni falsificabili sullo stalking

Teoria X (deterrenza): “L’introduzione del reato di stalking ridurrà i comportamenti persecutori del 30% in 5 anni”

Teoria Y (visibilità): “L’introduzione aumenterà le denunce del 200% ma i comportamenti rimarranno stabili”

Dopo 5 anni, raccogliamo dati:

  • Denunce aumentate del 180%
  • Studi vittimologici: incidenza comportamenti stabile
  • Centri antiviolenza: richieste di aiuto stabili (pre-esistevano al reato)

Conclusione: La Teoria Y è supportata, la Teoria X è falsificata.

Questo non è “un discorso che vale l’altro”: una teoria ha retto al controllo empirico, l’altra no.

Esempio 2 – Il caso dei suicidi (Durkheim)

Durkheim studia i tassi di suicidio in Europa e trova correlazioni stabili:

  • Paesi protestanti: tassi più alti
  • Paesi cattolici: tassi più bassi
  • Periodi di crisi economica: aumenti sistematici

Obiezione costruttivista ingenua: “Ma la categoria ‘suicidio’ è costruita! In culture diverse, lo stesso atto può essere classificato come incidente, sacrificio, martirio. Quindi i dati di Durkheim non significano nulla.”

Risposta corretta: È vero che la categoria è costruita, MA:

  1. Durkheim confronta società con sistemi classificatori simili (Europa occidentale, XIX secolo)
  2. Le correlazioni persistono anche controllando per definizioni diverse (se includiamo/escludiamo casi ambigui, il pattern regge)
  3. La teoria produce previsioni verificabili: “Se aumenta l’integrazione sociale, i suicidi diminuiranno” → verificabile empiricamente in nuovi contesti
  4. Alternative teoriche possono essere testate: teoria psichiatrica (suicidio = malattia mentale individuale) vs teoria sociologica (suicidio = effetto di anomia) → quale spiega meglio i pattern cross-nazionali?

Conclusione: anche se la categoria “suicidio” è storicamente costruita, esistono regolarità empiriche che una teoria deve spiegare. Non tutte le teorie lo fanno ugualmente bene.

Esempio 3 – Teoria negazionista vs teoria storiografica

Caso: Studio dell’Olocausto

Teoria storiografica mainstream:

  • Basata su: documenti d’archivio nazisti, testimonianze di sopravvissuti e perpetratori, fotografie, strutture fisiche dei campi, registri di deportazione, analisi demografiche, intercettazioni alleate
  • Coerenza: documenti convergenti da fonti indipendenti
  • Falsificabilità: se emergessero prove che i campi non esistevano, la teoria crollerebbe

Teoria negazionista:

  • Ignora documenti contrari
  • Interpreta selettivamente le fonti (prende testimonianze isolate, ignora la massa)
  • Non spiega le convergenze tra fonti indipendenti (come mai documenti nazisti, testimoni ebrei, testimoni tedeschi, fotografie aeree alleate convergono?)
  • Non è falsificabile (qualsiasi prova contraria viene dismissione come “parte del complotto”)

Un relativista radicale direbbe: “Entrambe sono narrazioni storicamente situate, costruiscono la categoria ‘genocidio’ diversamente, riflettono rapporti di potere (vincitori vs vinti), quindi sono epistemologicamente equivalenti”

La risposta corretta: Le categorie sono costruite (il concetto stesso di “genocidio” è stato coniato nel 1944), MA:

  • I documenti d’archivio esistono materialmente e sono verificabili
  • Le convergenze tra fonti indipendenti non sono spiegabili come casualità o complotto
  • La teoria negazionista viola criteri metodologici fondamentali: ignora evidenze, usa doppi standard, non spiega anomalie
  • I fatti resistono: non puoi far sparire milioni di documenti, testimonianze concordanti, strutture fisiche verificabili

Non stiamo invocando una “verità assoluta”, ma semplicemente applicando criteri metodologici che distinguono ricerca seria da propaganda: completezza documentaria, coerenza interna, capacità esplicativa, onestà intellettuale.


Criteri per distinguere “teoria migliore” da “teoria peggiore”

Anche accettando che le categorie sono costruite e che il potere influenza il sapere, possiamo comunque valutare le teorie usando criteri intersoggettivamente condivisi.

Criterio 1 – Coerenza interna:

  • Una teoria che si contraddice è peggiore di una coerente
  • Esempio: se affermi “tutti i migranti sono criminali” ma poi ammetti eccezioni sistematiche, la tua teoria è incoerente

Criterio 2 – Capacità esplicativa:

  • Teoria A spiega 3 fenomeni osservati
  • Teoria B spiega gli stessi 3 + altri 5
  • Teoria B è migliore (a parità di altre condizioni)

Criterio 3 – Falsificabilità (Popper):

  • Teoria A produce previsioni testabili (“se X, allora Y”)
  • Teoria B è compatibile con qualsiasi risultato (“qualsiasi cosa accada, la mia teoria lo spiega”)
  • Teoria A è scientificamente superiore

Criterio 4 – Parsimonia (Rasoio di Occam):

  • Teoria A richiede 10 assunzioni ad hoc
  • Teoria B spiega gli stessi fatti con 2 assunzioni
  • Teoria B è preferibile

Criterio 5 – Resistenza alla falsificazione:

  • Teoria A è stata testata 100 volte in contesti diversi, mai falsificata
  • Teoria B è stata falsificata 3 volte su 5 test
  • Teoria A è più robusta

Criterio 6 – Convergenza di evidenze indipendenti:

  • Se fonti diverse e indipendenti convergono sulla stessa conclusione, questa è più credibile
  • Se solo una fonte isolata supporta una tesi, questa è più debole

Questi criteri non sono “puri” o “assoluti”, e Foucault avrebbe ragione a dire che anche loro hanno una storia. Ma sono intersoggettivamente condivisi dalla comunità scientifica e funzionano per produrre conoscenza cumulativa.

Dire che i criteri hanno una storia non li invalida, così come dire che il metro è una convenzione storica non impedisce di misurare accuratamente le distanze.


La sintesi: costruzione sociale + vincoli empirici

Tesi equilibrata:

  1. Le categorie sono costruite (stalking, suicidio, genocidio sono concetti storicamente determinati che riflettono valori, rapporti di potere, sensibilità culturali)
  2. Ma i fatti esistono indipendentemente dalle categorie (comportamenti persecutori, morti volontarie, uccisioni di massa esistevano prima delle nostre parole per nominarli)
  3. Le teorie sono valutabili sulla base di criteri metodologici: coerenza, capacità esplicativa, falsificabilità, convergenza di evidenze
  4. Non tutte le teorie sono equivalenti: alcune spiegano meglio, alcune sono falsificate dai dati, alcune violano standard metodologici

Analogia utile: le mappe geografiche

Le mappe sono costruzioni (scelgono scala, proiezione, simboli, cosa includere/escludere). Non esiste “la mappa vera” in senso assoluto. Ma non tutte le mappe sono ugualmente buone:

  • Una mappa che inverte Nord e Sud è oggettivamente peggiore per navigare
  • Una mappa che omette montagne esistenti è falsificata dai fatti (chi la usa si schianta)
  • Una mappa può essere valutata sulla base della sua utilità pratica e accuratezza

Analogamente:

  • Le teorie sociologiche sono costruzioni (usano categorie, assunzioni, metodi)
  • Non esiste “la teoria vera assoluta”
  • Ma non tutte le teorie sono ugualmente buone
  • I fatti empirici resistono e falsificano teorie incompatibili
  • Le teorie possono essere valutate per coerenza, potere esplicativo, utilità pratica

Conseguenze pratiche per la ricerca sociale

Lo studioso riflessivo integra consapevolezza genealogica e rigore empirico:

  1. Riconosce che le sue categorie sono costruite e riflettono rapporti di potere
  2. Ma continua a raccogliere dati sistematicamente e testare ipotesi
  3. Interpreta le discontinuità statistiche considerando cambiamenti normativi e di sensibilità
  4. Confronta teorie alternative sulla base di evidenze empiriche
  5. Conclude che alcune spiegazioni sono migliori di altre, pur rimanendo aperto alla revisione

Esempio applicato: studio sull’aumento delle denunce di stalking 2009-2024

  • Livello genealogico: “La categoria ‘stalking’ è stata introdotta nel 2009, riflettendo nuova sensibilità verso violenze relazionali e pressione dei movimenti femministi. Prima, questi comportamenti erano invisibili o frammentati”
  • Livello empirico: “Raccogliamo dati multipli: denunce penali, richieste di aiuto ai centri antiviolenza, survey vittimologiche, comparazioni con paesi che hanno introdotto leggi simili in periodi diversi”
  • Livello teorico: “Testiamo ipotesi alternative:
    • H1: Deterrenza (la legge riduce i comportamenti)
    • H2: Visibilità (la legge non cambia i comportamenti ma aumenta le denunce)
    • H3: Aumento reale (i comportamenti aumentano per altri fattori sociali)”
  • Analisi dei dati: “Le evidenze mostrano:
    • Picco di denunce nel 2009-2010, poi stabilizzazione
    • Survey retrospettive: vittime pre-2009 riportano incidenza simile
    • Centri antiviolenza: richieste già in aumento prima del 2009
    • Pattern simile in UK (legge 1997) e altri paesi”
  • Conclusione: “I dati supportano H2 (maggiore visibilità) più di H1 o H3. La legge non ha creato il fenomeno né lo ha ridotto significativamente, ma lo ha reso statisticamente visibile e culturalmente riconoscibile”

Questo è scienza sociale robusta: integra consapevolezza genealogica (la categoria è costruita, riflette rapporti di potere) e rigore empirico (ma possiamo comunque testare ipotesi e valutare teorie).


Conclusione: oltre la falsa alternativa

La tesi radicale di Foucault – che il potere decide cosa conta come verità – contiene un nucleo di verità importante: i saperi non sono mai puri, le categorie riflettono rapporti di forza, il linguaggio produce effetti reali. Le scienze sociali hanno molto da guadagnare da questa consapevolezza critica.

Ma esiste una differenza cruciale tra due affermazioni:

Affermazione 1 (legittima): “Le categorie attraverso cui leggiamo la realtà sono storicamente costruite e riflettono rapporti di potere. Dobbiamo esserne consapevoli quando facciamo ricerca.”

Affermazione 2 (illegittima): “Poiché le categorie sono costruite, i fatti non contano e una teoria vale l’altra. La distinzione tra scienza e propaganda è solo questione di chi ha il potere.”

Foucault stesso, nei suoi lavori concreti, pratica l’affermazione 1, non la 2. I suoi libri sono pieni di ricerca d’archivio meticolosa, analisi documentaria rigorosa, confronti storici sistematici. Non sostiene che “tutto è relativo”, ma che dobbiamo interrogare le condizioni storiche di possibilità dei nostri saperi.

La sintesi che proponiamo è questa:

Le scienze sociali possono e devono integrare:

  • Riflessività genealogica: consapevolezza che le categorie sono costruite, che il potere influenza il sapere, che i mutamenti legislativi modificano la visibilità dei fenomeni
  • Rigore empirico: raccolta sistematica di dati, confronto di teorie alternative, applicazione di criteri di validità, riconoscimento della resistenza dei fatti

Non dobbiamo scegliere tra positivismo ingenuo (che nega la costruzione sociale) e relativismo radicale (che dissolve ogni distinzione tra vero e falso). Esiste una terza via: riconoscere la mediazione categoriale senza rinunciare alla valutazione razionale delle teorie.

Quando studiamo la criminalità, i fenomeni sociali, inevitabilmente “ci sporchiamo le mani” usando categorie storicamente situate. Ma questo non ci impedisce di:

  • Testare ipotesi empiricamente
  • Smascherare incoerenze e doppi standard
  • Distinguere teorie più robuste da teorie falsificate
  • Riconoscere quando i fatti resistono alle nostre narrazioni

L’eredità di Foucault è preziosa se la usiamo come strumento di vigilanza critica, non come scusa per il relativismo. Le categorie sono costruite, sì. Ma i fatti esistono. Le teorie sono valutabili. Alcune spiegazioni sono migliori di altre.

Solo mantenendo insieme queste due prospettive – costruzione sociale e vincoli empirici – le scienze sociali possono svolgere il loro ruolo pubblico: produrre sapere critico, rigoroso e consapevole dei propri limiti, capace di orientare l’azione collettiva senza pretendere un’impossibile neutralità, ma anche senza dissolversi in pura retorica.

La lezione finale non è: “tutto è potere, quindi la verità non esiste”. La lezione è: “comprendi come si costruisce ciò che chiami vero, per poterlo criticare, migliorare, trasformare – sempre confrontandoti con la resistenza ostinata dei fatti”.

Vedi anche:

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