
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha pubblicato nel 2024 l’Handbook for Career Development, un manuale rivolto ai paesi a basso e medio reddito che propone un framework per lo sviluppo della carriera.
Il documento contiene elementi di indubbio interesse. Riconosce che, in molti contesti, le carriere non si sviluppano prevalentemente attraverso imprese formalizzate, selezioni trasparenti e percorsi professionali lineari. Famiglia, comunità, genere, territorio, reti sociali, accesso al capitale ed economia informale condizionano concretamente le opportunità disponibili.
Il manuale supera quindi l’idea, tipica di molti modelli elaborati nei paesi più ricchi, secondo cui la carriera dipenderebbe principalmente dalle scelte e dalle competenze del singolo individuo.
Il problema nasce, però, quando il framework passa dalla descrizione delle condizioni sociali alla definizione delle competenze che ogni persona dovrebbe possedere.
Competenze professionali e virtù civiche
Il framework comprende sedici “capabilities”, articolate in quattro aree: contesto e cultura, strutture e opportunità, potere e strategia, capacità e riflessione.
Accanto a competenze chiaramente pertinenti all’orientamento — come analizzare il mercato del lavoro, pianificare una transizione, gestire un bilancio, costruire reti professionali e ricercare informazioni — compaiono elementi di natura diversa:
- solidarietà e aiuto reciproco;
- coscienza critica;
- capacità di “sfidare le strutture”;
- azione collettiva;
- consapevolezza ambientale;
- contrasto alle disuguaglianze di genere ed etniche.
Si tratta di valori e orientamenti etico-politici che possono essere condivisibili, ma che non hanno lo stesso statuto delle competenze di gestione della carriera.
Saper interpretare un annuncio di lavoro o utilizzare informazioni sul mercato del lavoro può aiutare direttamente una persona a trovare un’occupazione. Essere solidali, ambientalmente responsabili o impegnati nella trasformazione delle strutture sociali descrive invece il tipo di cittadino che si ritiene desiderabile.
Presentare entrambi i gruppi sotto la stessa etichetta di “career skills” produce quindi un errore di categoria.
Il caso della “critical consciousness”
Un esempio significativo è l’inserimento della critical consciousness tra le competenze necessarie per lo sviluppo della carriera.
L’espressione è fortemente associata alla tradizione di Paulo Freire e alla pedagogia critica: indica la capacità di comprendere i rapporti di potere e di agire per trasformare le strutture sociali considerate ingiuste.
È un concetto politico e pedagogico legittimo, ma non è una tecnica di orientamento. Inserirlo accanto alla pianificazione professionale, alla conoscenza del mercato del lavoro o alla gestione finanziaria non ne neutralizza il contenuto politico. Al contrario, rischia di presentare una specifica visione della società come una competenza tecnica universalmente necessaria.
Le “competenze universali” che universali non sono
Il problema emerge anche nel riferimento alle basic skills for green jobs, che comprendono consapevolezza ambientale, riduzione dei rifiuti ed efficienza energetica e idrica.
Queste competenze possono certamente essere importanti in determinati settori, per esempio agricoltura, energia, edilizia o manifattura. La loro rilevanza non è però automaticamente universale.
Per definirle competenze fondamentali per tutti i lavoratori servirebbe dimostrare, settore per settore, che incidono effettivamente sull’occupabilità e sullo sviluppo professionale. Nel manuale questa dimostrazione non viene fornita.
La sostenibilità ambientale è anche un valore. Il fatto che sia oggi ampiamente condiviso non la trasforma automaticamente in una competenza di career management.
Un manuale di orientamento o un catalogo di virtù?
Considerato nel suo insieme, il framework non descrive soltanto la persona capace di gestire la propria carriera. Delinea anche un modello di cittadino ideale: riflessivo, solidale, egualitario, ambientalmente consapevole, critico verso le gerarchie e disponibile all’azione collettiva.
È un ritratto morale coerente e, per molti, anche apprezzabile. Ma resta un ritratto morale.
Da questo punto di vista, il manuale presenta una somiglianza strutturale con i vecchi testi di educazione morale: sotto forma di guida pratica, prescrive un modo complessivo di essere e di comportarsi.
Le virtù promosse sono cambiate. Non più obbedienza e deferenza, ma solidarietà, coscienza critica e trasformazione sociale. Il meccanismo, tuttavia, è simile: una particolare concezione della buona persona viene incorporata in uno strumento che si presenta come tecnico.
Il problema dell’economia informale
Il manuale ha il merito di considerare l’economia informale come un luogo reale e duraturo di sviluppo professionale, non soltanto come una fase transitoria verso l’occupazione formalizzata.
Manca però una definizione chiara di che cosa debba essere considerato “informale”.
Non vengono precisati adeguatamente i confini tra:
- lavoro non registrato;
- attività non regolamentata;
- autoimpiego;
- impresa familiare;
- lavoro irregolare;
- attività illegale.
Una definizione più esplicita si trova soltanto nel documento di ricerca che accompagna il manuale, dove l’informalità viene collegata a forme di lavoro o autoimpiego sottoposte a una regolazione statale limitata o inesistente.
Per un manuale destinato anche a insegnanti, operatori e professionisti non specialisti, lasciare indefinita una categoria così centrale costituisce una debolezza significativa.
Orientamento e trasformazione sociale sono attività diverse
L’orientamento deve certamente aiutare le persone a comprendere i vincoli che incontrano: povertà familiare, discriminazioni, ruoli di genere, mancanza di reti sociali, scarsità di opportunità formative o caratteristiche del territorio.
Deve inoltre aiutarle a sviluppare strategie per affrontare o superare tali ostacoli.
Ma esiste una differenza tra:
- aiutare una persona a comprendere le strutture sociali e a perseguire i propri obiettivi;
- insegnarle che, per essere competente nella gestione della propria carriera, deve adottare una determinata posizione politica e impegnarsi a trasformare quelle strutture.
Il primo compito appartiene pienamente all’orientamento. Il secondo appartiene all’educazione civica, alla formazione politica e alla riflessione etica.
Una questione di autorità sovranazionale
Il problema assume anche una dimensione istituzionale.
La missione dell’ILO è ampia, ma resta centrata sul mondo del lavoro. Le convenzioni e le raccomandazioni dell’organizzazione derivano la propria autorità da processi deliberativi tripartiti che coinvolgono governi, organizzazioni dei lavoratori e rappresentanti dei datori di lavoro. Le convenzioni acquistano inoltre efficacia negli ordinamenti nazionali attraverso la ratifica.
Un manuale tecnico non attraversa lo stesso processo.
Tuttavia, il marchio ILO può conferire alle sue indicazioni pedagogiche un’autorità superiore alla loro effettiva base empirica e deliberativa. Concetti accademici e politici contestabili possono così circolare come standard professionali universali.
Il problema non è che l’ILO abbia valori o persegua una missione normativa. Il problema nasce quando principi elaborati nel campo del lavoro vengono estesi alla formazione civica e politica delle persone e presentati come contenuti tecnici dell’orientamento.
Una possibile alternativa
Un framework più chiaro dovrebbe distinguere tre ambiti:
- Competenze di gestione della carriera, come pianificazione, ricerca delle informazioni, costruzione di reti, gestione delle transizioni e capacità decisionale.
- Comprensione del contesto, comprendente mercato del lavoro, istituzioni, cultura, disuguaglianze, rapporti di potere e caratteristiche dell’economia formale e informale.
- Risorse personali e relazionali, come autoefficacia, resilienza, riflessività e capacità di cooperazione, quando sostengono concretamente l’autonomia professionale della persona.
Solidarietà, sostenibilità, azione collettiva e trasformazione sociale non dovrebbero costituire un quarto livello del framework. Sono temi importanti, ma appartengono all’educazione civica, etica e politica, dove possono essere presentati apertamente come valori e discussi insieme a posizioni alternative.
Conclusione
Il framework ILO offre un contributo importante quando riconosce che le carriere nei paesi a basso e medio reddito sono condizionate da famiglia, comunità, genere, territorio ed economia informale.
Diventa invece problematico quando trasforma una specifica visione del buon cittadino in un insieme di competenze necessarie per avere successo nella carriera.
L’orientamento professionale dovrebbe aiutare le persone a costruire la carriera che desiderano, comprendendo realisticamente opportunità e vincoli. Dovrebbe invece distinguere questo compito dalle concezioni politiche ed etiche, necessariamente contestabili, su ciò che la società dovrebbe fare per rendere più eque le opportunità di tutti.
Leggi una versione più ampia o una versione in inglese
Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Realizzato da Leonardo Evangelista col supporto dell’IA. Leonardo Evangelista si occupa di orientamento dal 1993 e di formazione dal 2004. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.
