Una integrazione al modello del trauma di Van der Kolk

Una integrazione costruttivista della prospettiva di Van der Kolk

Il libro Il corpo accusa il colpo di Bessel van der Kolk ha avuto un ruolo fondamentale nel modificare il modo in cui psicologi, psichiatri e terapeuti comprendono il trauma. Uno dei suoi grandi meriti è avere mostrato che il trauma non è semplicemente un ricordo doloroso, né soltanto una narrazione distorta del passato. Il trauma è anche, e forse soprattutto, una traccia corporea: modifica il funzionamento del sistema nervoso, compromette la regolazione emotiva, mantiene l’organismo in uno stato di allarme e può riattivarsi a distanza di anni attraverso segnali apparentemente marginali.

Questa prospettiva ha restituito centralità al corpo. Ha permesso di comprendere perché alcune persone non riescano semplicemente a “parlare” del trauma, perché il passato ritorni come sensazione fisica, perché il corpo reagisca come se il pericolo fosse ancora presente anche quando la mente razionale sa che l’evento è ormai concluso.

Proprio per questo il libro è illuminante. Tuttavia, proprio perché è così convincente nel descrivere ciò che accade dopo che un’esperienza è diventata traumatica, lascia relativamente in ombra una domanda precedente:

come fa un’esperienza a diventare traumatica?

Detto in altro modo: Van der Kolk descrive in grande dettaglio ciò che accade quando il corpo ha già “accusato il colpo”. Ma tematizza meno il processo attraverso cui un determinato episodio viene interpretato, categorizzato e integrato nella mente come “trauma”.

È questo il limite che intendo discutere. Non si tratta di negare la prospettiva neurobiologica, né di contrapporle una spiegazione puramente culturale o narrativa. Si tratta piuttosto di integrarla. Il punto critico è che, nel libro, sembra spesso rimanere implicita l’idea che alcuni eventi siano traumatici in quanto tali, cioè che portino già dentro di sé un significato psicologico relativamente stabile. Da una prospettiva costruttivista, invece, questa assunzione deve essere problematizzata.

Un evento non coincide automaticamente con il suo significato psicologico. Fra ciò che è accaduto e il modo in cui quell’evento viene vissuto, ricordato e incorporato nella biografia della persona esiste un processo di attribuzione di significato. Questo processo può essere immediato, ma può anche svilupparsi nel tempo, modificarsi, riattivarsi e riorganizzare retrospettivamente il passato.

La domanda centrale diventa allora non solo che cosa il trauma fa al corpo, ma

 come un evento arriva a essere riconosciuto dalla mente e dal corpo come traumatico.

L’evento non basta: il trauma implica un’interpretazione

In psicologia è generalmente accettato che gli eventi non producano effetti psichici in modo meccanico e uniforme. Un licenziamento può essere vissuto da una persona come una catastrofe identitaria e da un’altra come una transizione dolorosa ma generativa. La fine di una relazione può essere interpretata come fallimento personale, liberazione, lutto, occasione di cambiamento o conferma di vecchie paure. Il dolore non dipende soltanto dal fatto in sé, ma dalla posizione che quel fatto occupa nella storia soggettiva della persona.

Quando però si parla di trauma, soprattutto di trauma sessuale o relazionale, questa cautela interpretativa tende talvolta a ridursi. Alcune categorie di eventi vengono trattate come se producessero necessariamente un certo esito psicologico. Naturalmente esistono esperienze caratterizzate da violenza estrema, minaccia di morte, tortura, guerra, sopraffazione fisica o terrore immediato. In questi casi è ragionevole pensare che la risposta corporea e la percezione soggettiva del pericolo convergano rapidamente. La minaccia è diretta, esplicita, difficilmente equivocabile.

Ma non tutte le esperienze a potenziale traumatico hanno questa struttura.

Esiste una vasta area di episodi più ambigui: relazioni asimmetriche prive di violenza fisica esplicita, contatti corporei vissuti al momento come neutri o persino piacevoli, esperienze sessuali o relazionali comprese solo molti anni dopo in una cornice nuova, situazioni nelle quali la persona non si è sentita immediatamente minacciata, ma successivamente rilegge l’accaduto come abuso, manipolazione o tradimento.

In questi casi non è sufficiente dire: “è accaduto questo, dunque è trauma”. Occorre chiedersi attraverso quale processo quell’evento abbia acquisito un significato traumatico.

Il punto critico rispetto a Van der Kolk è precisamente questo: il libro mostra  che il trauma si iscrive nel corpo, ma dedica meno attenzione al passaggio attraverso cui un episodio viene riconosciuto, nominato e categorizzato come traumatico. Il corpo accusa il colpo, ma resta da chiarire chi, o che cosa, definisce retrospettivamente quell’evento come “colpo”.

La zona grigia delle esperienze ambigue

Questa distinzione diventa particolarmente importante nelle situazioni ambigue, soprattutto in ambito sessuale e relazionale.

Si possono immaginare, ad esempio, rapporti segnati da forti differenze di età, ruolo o potere, ma privi di minacce esplicite. Oppure esperienze corporee vissute al momento con confusione, curiosità o piacere, e solo più tardi reinterpretate come violazione. Oppure ancora episodi che rimangono per anni nella memoria senza sintomi evidenti e che, a seguito di letture, relazioni, terapia, cambiamenti culturali o nuove esperienze di vita, vengono riconsiderati in modo radicalmente diverso.

In questi casi il trauma non è già interamente contenuto nell’atto originario. Non perché l’atto sia irrilevante, ma perché il suo significato psicologico non è fissato una volta per tutte nell’istante in cui accade. L’evento storico resta lo stesso; ciò che può cambiare è la sua collocazione nella biografia della persona.

Un episodio che in adolescenza era stato vissuto come una relazione complicata, a trent’anni può essere riletto come manipolazione. Un contatto corporeo archiviato come confuso può essere reinterpretato come violazione. Un’esperienza che non aveva generato sofferenza cosciente può diventare, dopo una nuova attribuzione di significato, il nucleo di una rilettura dolorosa di sé.

Questo non significa che il trauma sia inventato. Significa che il trauma è anche il risultato di una relazione fra evento, memoria, cultura, linguaggio, identità e corpo.

È qui che una prospettiva costruttivista può integrare la prospettiva neurobiologica: non chiedendosi soltanto che cosa accade nel corpo dopo il trauma, ma come un’esperienza venga progressivamente costruita come traumatica.

Il secondo limite: come il ricordo viene categorizzato come trauma

Il primo limite riguarda dunque la mancata esplicitazione del ruolo dell’interpretazione. Il secondo limite riguarda un passaggio ancora più specifico: come il ricordo di un episodio venga categorizzato nella mente come trauma.

Van der Kolk descrive molto bene che cosa succede quando una memoria traumatica si riattiva: il corpo risponde, l’organismo si prepara al pericolo, il passato ritorna sotto forma di sensazioni, immagini, stati emotivi e risposte somatiche. Tuttavia, nel caso delle esperienze ambigue o inizialmente non vissute come traumatiche, occorre interrogarsi su un passaggio precedente: attraverso quale processo una memoria viene riclassificata come minaccia, violazione, abuso o tradimento?

Questo passaggio può essere descritto attraverso il concetto di appraisal, cioè valutazione. Con questo termine si intende il processo attraverso cui il sistema mente-corpo attribuisce a uno stimolo, a un ricordo o a una rappresentazione mentale un valore: sicurezza o pericolo, controllo o impotenza, dignità o umiliazione, esperienza neutra o violazione.

L’appraisal non è necessariamente un giudizio cosciente. Non sempre la persona formula chiaramente il pensiero: “questo è stato un trauma”. Talvolta la valutazione avviene in modo rapido, implicito, prima ancora che venga tradotta in parole. Un ricordo può essere riattivato e valutato come minaccioso prima che la persona sappia spiegare perché si sente agitata, nauseata, in colpa o spaventata.

Questo è il livello intermedio che collega significato e corpo.

Quando una persona ripensa a un evento del passato e ne cambia l’interpretazione – per esempio passando da “era una relazione affettiva” a “era una manipolazione” – non produce soltanto una nuova opinione. Riorganizza una memoria. Quella memoria viene collegata a nuove categorie: abuso, potere, consenso, violazione, tradimento, vergogna. Di conseguenza può cambiare anche il modo in cui il sistema nervoso la valuta.

Il ricordo non agisce sul corpo perché “è vero” in senso astratto. Agisce perché viene trattato dal sistema mente-corpo come rilevante per la sicurezza, il valore personale o l’integrità dell’identità.

In termini schematici, il processo può essere rappresentato così:

Evento storico

Interpretazione iniziale

Nuove categorie culturali, relazionali o terapeutiche

Riscrittura autobiografica

Appraisal di minaccia, vergogna, tradimento o perdita di controllo

Attivazione dei circuiti di salienza e difesa

Risposta corporea ed emotiva

Questa sequenza chiarisce la novità della prospettiva proposta rispetto a Van der Kolk. Il modello neurobiologico descrive con grande efficacia ciò che accade quando il sistema nervoso ha già registrato una minaccia. Una prospettiva costruttivista si chiede invece come, quando e attraverso quali mediazioni un ricordo arrivi a essere registrato come minaccia.

L’interruttore dell’allarme biologico non è semplicemente l’evento. È l’evento in quanto interpretato.

Dal significato al corpo

Una possibile obiezione è che, così facendo, si riporti tutto al piano delle idee, come se il trauma fosse soltanto una costruzione mentale. Ma non è così. Il significato non resta confinato nella sfera astratta del pensiero. Quando un ricordo viene valutato come minaccioso, può modulare realmente le risposte corporee.

Un’idea, un’immagine mentale o un ricordo non sono entità immateriali separate dal corpo. Sono configurazioni di attività neurale che coinvolgono memoria autobiografica, linguaggio, emozione, immagini, sensazioni corporee e aspettative. Quando queste configurazioni vengono valutate come minacciose o lesive, possono attivare circuiti di salienza e difesa che coinvolgono, tra le altre strutture, amigdala, ippocampo, corteccia prefrontale, insula, ipotalamo e sistema nervoso autonomo.

L’amigdala non va intesa come un semplice “centro della paura”, ma come una componente di circuiti più ampi che segnalano rilevanza emotiva e preparano l’organismo alla risposta. L’ipotalamo e il sistema nervoso autonomo contribuiscono poi alla mobilitazione corporea. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene partecipa alla risposta ormonale dello stress, inclusa la produzione di cortisolo.

Non si tratta di un rapporto lineare del tipo: “pensiero negativo uguale ormone dello stress”. Si tratta piuttosto di una modulazione probabilistica: alcuni significati aumentano la probabilità che un ricordo, una situazione o una rappresentazione vengano trattati dal corpo come minacciosi.

Il sistema nervoso non reagisce soltanto ai pericoli presenti nel mondo esterno. Può reagire anche a una minaccia ricordata, immaginata o reinterpretata. Naturalmente una minaccia reale e una minaccia rappresentata non sono identiche; tuttavia entrambe possono produrre risposte corporee effettive.

Questo spiega perché una reinterpretazione del passato possa avere effetti corporei nel presente. La persona non sta soltanto cambiando idea. Sta modificando il valore attribuito a una memoria. Se quella memoria viene ricategorizzata come violazione o tradimento, il corpo può cominciare a reagire ad essa in modo diverso.

Il significato, dunque, non è alternativo al corpo. È uno dei modi attraverso cui il corpo viene modulato.

Questo punto permette anche di precisare il rapporto con Van der Kolk. Il limite del libro non è ignorare il ponte fra mente e corpo: al contrario, quel ponte è al centro della sua opera. Il limite è piuttosto che Van der Kolk descrive soprattutto ciò che accade dopo che una memoria è già stata codificata come traumatica. Rimane meno sviluppata la questione della genesi di quella codifica: come un ricordo venga trasformato, nel tempo, in un oggetto mentale e corporeo dotato di significato traumatico.

L’architettura della riscrittura autobiografica

Se il trauma implica interpretazione e se il ricordo deve essere categorizzato come minaccia, occorre allora chiedersi come avvenga concretamente questa riscrittura.

Il processo non è un atto isolato. Si sviluppa nel tempo attraverso relazioni, linguaggio, cultura e riflessione personale.

In una prima fase c’è l’evento storico e la sua interpretazione iniziale. La persona vive l’episodio e gli attribuisce un primo significato, che nei casi ambigui può essere confuso, provvisorio o scarsamente elaborato. Può trattarsi di qualcosa archiviato come “strano”, “imbarazzante”, “piacevole ma non chiaro”, “una relazione complicata”, “una cosa successa e basta”.

Successivamente interviene il confronto relazionale. Quando l’episodio viene raccontato ad amici, partner, familiari o terapeuti, le reazioni ricevute iniziano a modificare il modo in cui esso viene percepito. La minimizzazione, l’allarme, il riconoscimento, l’indignazione o la richiesta di denuncia non sono semplici commenti: sono interventi sul significato.

Poi entra in gioco l’ambiente culturale. Ogni epoca fornisce categorie diverse per interpretare il corpo, il consenso, il potere, la sessualità e la vulnerabilità. Oggi una parte importante di questo lavoro interpretativo avviene online, in articoli, video, gruppi di discussione e forum. La domanda ricorrente “Was it rape?” su alcuni forum di Reddit (un social americano) dedicati a molestie sessuali è particolarmente significativa: indica che molte persone non stanno solo chiedendo supporto per un trauma già definito, ma cercano una categoria con cui leggere retrospettivamente un’esperienza.

L’eventuale ingresso in terapia o il confronto con il sistema giuridico può poi offrire una validazione ulteriore. Le categorie cliniche e legali possono aiutare a nominare ciò che prima era confuso. Ma possono anche irrigidire una narrazione se vengono applicate in modo automatico, senza ascoltare il vissuto specifico della persona.

Infine avviene la riscrittura autobiografica. L’evento viene reinserito nella storia personale con un significato nuovo. Non cambia ciò che è accaduto; cambia ciò che quell’evento rappresenta nella biografia. Questo cambiamento può produrre sollievo, chiarezza e riconoscimento. Può però anche generare sofferenza nuova, vergogna, confusione, senso di perdita o una ridefinizione dolorosa dell’identità.

È qui che il trauma può emergere retrospettivamente: non perché il passato cambi, ma perché cambia il significato del passato nel presente.

La costruzione del significato non è semplice costruzionismo sociale

Questa prospettiva potrebbe essere fraintesa come una forma di costruzionismo sociale radicale, secondo cui la società “decide” che cosa è trauma e l’individuo interiorizza passivamente l’etichetta. Ma non è questa la tesi.

La società non produce da sola il trauma. Propone categorie, parole, cornici interpretative, narrazioni disponibili. L’individuo però non è una superficie passiva. Elabora, negozia, accoglie, respinge, trasforma. Il significato traumatico nasce dall’incontro tra un vissuto personale, una memoria, un corpo, una storia relazionale e le categorie culturali disponibili.

La cultura mette a disposizione il copione, ma la riscrittura della biografia resta un processo psicologico profondo.

In alcuni casi una nuova categoria permette alla persona di nominare finalmente un disagio rimasto senza voce. In altri casi, invece, una categoria troppo rigida può produrre una vittimizzazione secondaria, imponendo una narrazione di vittima dove la persona stava ancora cercando un significato più sfumato.

Il problema, quindi, non è usare o non usare parole come abuso, violenza, stupro, manipolazione. Il problema è trasformarle in etichette automatiche, applicate indipendentemente dal vissuto soggettivo e dalla complessità dell’esperienza.

Il fatto e il significato

La distinzione fondamentale può essere formulata così:

il fatto appartiene alla realtà storica; il suo significato appartiene ai processi simbolici, relazionali e corporei attraverso cui la persona costruisce la propria esperienza.

Un’azione avviene in un momento preciso. Ma il suo significato non si esaurisce in quel momento. Può cambiare nel tempo. Può essere riletto alla luce di nuove esperienze, nuove conoscenze, nuove relazioni, nuove categorie culturali.

Questa distinzione è essenziale perché evita due errori opposti.

Il primo errore è pensare che l’evento determini automaticamente il trauma.

Il secondo errore è pensare che, siccome il significato è costruito, allora il trauma sia irreale o inventato.

Entrambe le posizioni sono insufficienti.

Il trauma non è semplicemente l’evento, ma non è nemmeno una pura narrazione. È il risultato complesso dell’incontro tra evento, significato, memoria, corpo e identità.

La trappola dell’identità

Quando un fatto del passato viene riscritto come trauma, può modificare profondamente l’immagine di sé. Qui emerge un ulteriore problema: alcune esperienze, soprattutto sessuali o relazionali, tendono più di altre a trasformarsi in identità.

Una persona può dire: “ho vissuto un abuso”. Ma può anche arrivare a dire: “sono una vittima”, “sono un sopravvissuto”, “la mia vita è definita da ciò che mi è accaduto”.

Questa trasformazione può essere necessaria. Per molte persone riconoscersi come vittime o sopravvissute permette di uscire dalla confusione, dalla colpa e dall’invisibilità. Rende dicibile ciò che prima non lo era. Permette di chiedere aiuto e di riconoscere un danno reale.

Ma c’è anche un rischio: che una categoria nata per liberare diventi una prigione identitaria. L’intera biografia può finire per ruotare attorno all’evento. Il trauma diventa non solo qualcosa che è accaduto, ma il centro della definizione di sé

La terapia dovrebbe allora evitare due estremi: da un lato negare o minimizzare il danno; dall’altro confermare troppo rapidamente una narrazione chiusa e totalizzante. Il compito del professionista non è imporre un significato, ma accompagnare la persona nell’esplorazione del significato che quell’esperienza ha assunto per lei, aiutandola a riconoscere il dolore senza ridurre tutta la sua identità a quel dolore.

Conclusione

Il contributo di Van der Kolk rimane fondamentale: ha descritto in modo convincente che il trauma non è soltanto nella mente, ma anche nel corpo. Ha spiegato perché il passato possa restare vivo nei circuiti dell’allarme, nella memoria implicita, nella postura, nel respiro, nella regolazione emotiva.

Ma proprio questa prospettiva può essere integrata con una domanda ulteriore: come fa un evento a diventare trauma?

Questa domanda riguarda due passaggi che nel libro restano meno esplicitati.

Il primo è interpretativo: un episodio non diventa traumatico soltanto perché è accaduto, ma perché viene interpretato e integrato nella biografia come minaccia, violazione, tradimento o perdita di controllo.

Il secondo è psicobiologico: un ricordo non produce risposte corporee semplicemente in quanto ricordo, ma perché viene categorizzato dal sistema mente-corpo come rilevante e minaccioso attraverso processi di appraisal.

Per questi motivi, la descrizione di Van der Kolk va integrata.

 

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Realizzato da Leonardo Evangelista  col supporto dell’IA. Leonardo Evangelista si occupa di orientamento dal 1993 e di formazione dal 2004.  Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.