Come funzionano i ‘concorsi su misura’ nelle università

Come funzionano i ‘concorsi su misura’ nelle università

aula universitaria

Un articolo pubblicato oggi su Il Corriere della Sera spiega in che modo le commissioni vi valutazione riescono ad aggirare le procedure e ad  assumere candidati che sono già stati scelti. Ad esempio (cito dall’articolo):

‘Nel 2015 l’Università di Roma 3 bandisce un concorso di II fascia (professore associato) nel settore di filosofia morale. La cosiddetta legge Gelmini sul reclutamento permette di specificare il profilo del docente esclusivamente tramite uno o più settori disciplinari. Se vuoi assumere un traduttore, non puoi cioè specificare «deve aver tradotto Guerra e pace» ma soltanto la lingua richiesta. Filosofia morale, dicevo. All’articolo 1 del bando, però, spunta il «particolare riguardo» alla cittadinanza, al confine, allo spazio e perfino al potere della filosofia francese, tedesca e italiana contemporanea (sic). L’università è un microcosmo e i settori disciplinari sono dei quartieri in cui più o meno si conoscono tutti o è facile risalire ai residenti. Tra gli abilitati, ce n’è uno che ha pubblicato libri come Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida e Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica. Suonano familiari? L’autore è il predestinato. Il concorso è stato cucito su di lui. Alcune settimane più tardi, trionferà sugli altri sventurati che hanno fatto domanda.’

 

L’autrice dell’articolo suggerisce, vista la situazione, di permettere la chiamata diretta abolendo i concorsi (semplice ‘perdita di tempo e soldi’) e creare meccanismi punitivi per università che reclutano personale inadeguato.

Una soluzione è abolire il valore legale del titolo di studio, il fatto cioè che una laurea presa alla Bocconi valga a fini legali quanto una laurea presa  in una università agli ultimi posti per qualità dell’insegnamento. E ugualmente, subordinare la gran parte dei finanziamenti pubblici a ogni università alla qualità della didattica e della produzione scientifica.

Leggi l’articolo su Il Corriere della Sera.

Ridicolo: corsi universitari in inglese incostituzionali

La Corte Costituzionale italiana ha stabilito che i corsi universitari solo in inglese sono incostituzionali. Qui la sentenza.

La sentenza è un grande sostegno alla diffusione del sapere italiano all’estero  e promuove l’impiegabilità degli studenti italiani; promuove anche l’economia italiana. Ovviamente scherzo. Con corsi solo in italiano o soprattutto in italiano la percentuale di studenti stranieri che verranno a studiare nelle università italiane rimarrà all’attuale 2% degli studenti o addirittura diminuirà. Inoltre gli studenti italiani perdono un’occasione importante per migliorare il proprio inglese frequentando un corso universitario tutto in inglese. La diffusione all’estero del sapere prodotto in Italia sarà mortificata. E’ una misura miope e protezionista.

Tanto per fare un paragone, In Germania i corsi di laurea in inglese sono più di 1.200, ai quali vanno aggiunti circa 300 corsi di dottorato. Perfino in Francia, nonostante la proverbiale ritrosia nei confronti dell’inglese, ci sono 450 percorsi di laurea la cui didattica è esclusivamente in tale lingua. Dunque tedesco e francese meritano meno tutela dell’italiano? Tedeschi e francesi tengono alla loro lingua meno di noi? O più semplicemente sono meno provinciali? Vedi la situazione in Europa.

L’Accademia della Crusca, sul proprio sito, commenta dicendo che:

“Scrive la Corte che la lingua italiana, nella sua ufficialità, e quindi primazia, è vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 della Costituzione. La progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare tale funzione della lingua italiana, ma tali fenomeni non devono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, ma diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé.
La Corte prosegue affermando che la “centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana si coglie particolarmente nella scuola e nelle università”. L’obiettivo dell’internazionalizzazione – questo il parere della Corte – “deve essere soddisfatto […] senza pregiudicare i principî costituzionali del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà d’insegnamento”.

Sabino Cassese, in una intervista su Il Foglio, commenta che:

Quali sono i vantaggi dell’utilizzo dell’attuale utilizzo dell’inglese come lingua franca?

Un enorme progresso della scienza, grazie a contatti consentiti e facilitati dall’uso di un mezzo comune. Questo vale non solo per la fisica o la trigonometria o la biologia o la medicina, che sono la stessa cosa ovunque nel mondo, ma anche per altre discipline, considerate, a causa dello statalismo e del nazionalismo, come necessariamente legate a ciascuna nazione. Penso al diritto, la cui cultura sta riscoprendo princìpi universali e rivalutando il giusnaturalismo. Ricordiamoci che universalità del diritto e universalità della lingua vanno di pari passo.

Insomma, dobbiamo rinunciare alla nostra lingua?

Attenzione a non cadere nella trappola degli “avvocati dell’italiano”, che vedono nella decisione del Politecnico la scelta di “bandire la lingua italiana”. Vale ancora quel che scrisse il grande storico del cristianesimo Ernest Renan: una nazione è una lingua, è un’anima, è una storia comune. Ma gli ultimi secoli ci hanno anche insegnato che esistono minoranze linguistiche da tutelare all’interno delle nazioni (pensi all’art. 6 della Costituzione italiana), che vi sono non italofoni che vanno tutelati nel processo (mi riferisco all’art. 111 della Costituzione), che non vanno fatti trattamenti diseguali sulla base della lingua (lo dice l’art. 3 della nostra Costituzione), che esistono stati multinazionali e con più lingue (pensi soltanto all’Impero austriaco), che le lingue europee, pur essendo diverse, hanno elementi comuni, che costituiscono lingue transglottiche di superstrato, che convivono con le lingue locali e le influenzano. Insomma, che vale per la lingua quel che vale per la nostro viver civile: siamo nello stesso tempo romani, italiani ed europei. Nessuna di queste qualifiche esclude le altre. Gli italiani che frequenteranno corsi (biennali e triennali) impartiti interamente in inglese non saranno meno italiani, ma avranno avuto anche l’opportunità di far parte di una comunità più ampia, di incontrare svedesi, russi, francesi, tedeschi, e di studiare, comunicare e lavorare con loro.ì

Passiamo all’aspetto pratico. Lei ha spiegato perché questa è una classica battaglia di retroguardia. Perché è contrario?

Invertiamo i rapporti. Immagini un giovane italiano che voglia andare in Olanda a studiare, o in Finlandia. Ci andrà se vi sono facoltà dove l’insegnamento è impartito in inglese, come in effetti accade. Ma se gli si chiede di seguire anche un 20 o 30 per cento di corsi in olandese, perché mai quel giovane italiano dovrebbe andare in Olanda o in Finlandia?

(…)

Insomma, trova la sentenza criticabile?

La sentenza si presta a numerose critiche. Una storica: ne deriva, infatti, che era più autonoma l’università di Napoli sotto i Borboni, quella di Pisa sotto i Granduchi di Toscana e quella di Parigi sotto i re di Francia, del Politecnico di Milano oggi, secondo il “dictum” della Corte costituzionale. Lì, infatti, tutti gli insegnamenti potevano farsi in latino, che non era certo la lingua comune di quegli stati, qui si possono fare in inglese, ma “con juicio”, in piccole dosi. Altra singolarità di questa sentenza: il Parlamento italiano, con la legge del 2010 impugnata dinanzi alla Corte costituzionale, ha lasciato più autonomia alle Università di quanta la Corte consideri accettabile. Quest’ultima, che dovrebbe essere la garante di quella Costituzione che assicura autonomia agli atenei, ha messo – nel modo ambiguo che ho detto – le braghe all’Università.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. Collocato sul sito il 9 febbraio 2018. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Leggi Informativa privacy, cookie policy e copyright.

 

«Usare l’alternanza scuola-lavoro per prepararsi all’Università. E in classe si può stare un anno in meno»

Segnalo alcuni passi dell’intervista rilasciata oggi dal presidente della Crui Gaetano Manfredi a Il Corriere della Sera:

Dopo un anno di trattativa e con una decina di ritardo rispetto agli altri Paesi europei sono state istituite le lauree professionalizzanti, percorsi triennali molto pratici e tecnici che servono per avviare a professioni specifiche. Ma l’anno prossimo ci saranno 600 posti, una goccia nel mare.

«Ma gli Atenei si stanno tutti muovendo per questi nuovi percorsi, spero che riusciremo ad allentare i vincoli sul numero di studenti. So bene che in Paesi come la Germania, dove le lauree professionalizzanti hanno aiutato a formare i tecnici e gli esperti che hanno contribuito maggiormente dagli anni duemila allo sviluppo tecnologico del Paese, costituiscono il 40 per cento del totale delle lauree. Spero che già nel 2020 anche da noi si possa parlare di decine di migliaia di studenti. La riforma è stata fatta a costo zero, certo ci vorranno investimenti e risorse che potranno essere pensate anche in forma di compartecipazione con i privati».

«I primi segnali di ripresa economica e le misure per la no tax area hanno contribuito quest’anno a far salire per la seconda volta di fila il numero degli immatricolati. Avremo più del cinque per cento di aumento delle immatricolazioni. Ma il numero di borse di studio è estremamente basso: bisognerebbe arrivare ad aiutare almeno uno studente su cinque, come avviene negli altri Paesi europei, altrimenti creiamo barriere occulte al diritto allo studio».

L’anno prossimo riprende la sperimentazione dei licei di quattro anni. Visti dall’Università sono una buona scelta?

«Credo che un accorciamento complessivo degli anni di studio sia giusto ma penso che sarebbe meglio farlo rivisitando i cicli, non tagliando l’ultimo anno delle superiori. Il tempo è importante per la vita ma un anno in più di scuola non è determinante per la formazione».

L’anomalia italiana: la laurea dà meno lavoro dell’istruzione tecnica

 

Pochi laureati ma troppi nella macro area di lettere, scienze politiche, sociologia, comunicazione. Il record negativo del diploma liceale: per trovare lavoro vale meno della terza media. L’exploit delle ragazze nelle scienze e nella matematica (sono il 60% dei laureati). Ma a ingegneria e informatica restano delle mosche bianche

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All’università  con Ferrari e Lamborghini – Repubblica.it

Fra pochi giorni scadono le iscrizioni alla Motorvehicle University of Emilia-Romagna (MUNER), viaggio nella fabbrica dei migliori talenti motoristici del pianeta Fotodi VINCENZO BORGOMEO19 luglio 2017Ultimi giorni – c’è tempo fino al 28 luglio – per iscriversi ai famosi corsi della Motorvehicle University of Emilia-Romagna (MUNER), l’associazione voluta dalla Regione che vede protagoniste le università di Modena e Reggio Emilia, Bologna, Ferrara e Parma e i miti italiani, ovviamente della zona: Ferrari, Lamborghini ma anche Dallara, Ducati, Haas F1 Team, HPE Coxa, Magneti Marelli, Maserati e Toro Rosso.

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Materiali gratuiti da scaricare, ultime aggiunte

Materiali gratuiti da scaricare, ultime aggiunte

Nella sezione Materiali gratuiti da scaricare ho aggiunto:

ECTS Guida per l’utente. Il Sistema europeo per l’accumulazione ed il trasferimento dei crediti (ECTS) è stato usato  per trasferire i crediti universitari e per accumularli. L’ECTS agevola la progettazione, la descrizione e l’erogazione dei corsi di studio, consente di integrare diversi tipi di apprendimento e facilita la mobilità degli studenti semplificando il processo di riconoscimento dei titoli e dei periodi di studio. Questa Guida per l’utente realizzata con il supporto della Commissione Europea tramite il Progetto CHEER presenta le linee guida per l’adozione dell’ECTS, con i relativi documenti di supporto.

la Guida è scaricabile da questo link https://www.orientamento.it/indice/materiali-gratuiti-da-scaricare-orientamento-educazione-sessuale-e-psicologia/

La crescita zero dei laureati: il primo salario per chi esce dall’università è a 1000 euroLa crescita zero dei laureati: il primo salario per chi esce dall’università è a 1000 euro

Per la prima volta dal 1945 il numero dei laureati disponibili per le imprese sta smettendo di crescere. E chi si laurea scappa: l’Istat stima che negli ultimi anni aveva una laurea circa una persona ogni quattro fra quelle hanno lasciato l’Italia per lavorare altrove

Continua a leggere http://www.corriere.it/scuola/universita/16_settembre_10/crescita-zero-laureati-primo-salario-chi-esce-dall-universita-1000-euro-023d40f4-7795-11e6-a5b1-4fe0f4da1c53.shtml

Una semplice proposta per ridurre la disoccupazione dei laureati e il costo dell’università

Una semplice proposta per ridurre la disoccupazione dei laureati e il costo dell’università

E’ noto che le tasse universitarie coprono solo una parte dei costi totali dell’università. La parte restante viene finanziata dallo Stato e in ultima analisi la pagano i cittadini (quelli che non evadono le tasse) attraverso la tassazione ordinaria.

Per anni nella mia attività di orientamento ho incontrato neolaureati in discipline in cui le possibilità di occupazione erano minime.

Propongo un sistema molto semplice per ridurre la disoccupazione dei laureati e il costo delle università:

sovvenzionare solo i corsi di laurea per cui si prevede ci sarà richiesta di mercato, e solo per un numero di laureati pari o leggermente superiore all’occupazione stimata futura.

Chi vuole iscriversi ai corsi di laurea per cui non c’è richiesta di mercato o chi si iscrive in soprannumero rispetto al limite stimato deve pagare il costo pieno del corso di laurea.

Dover pagare il costo pieno (varie migliaia di euro) sarebbe una potente misura di orientamento, con benefici per gli studenti, per le loro famiglie e per il sistema Italia in generale.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

Università utili, le obiezioni e il darwinismo sociale 

Segnalo questo articolo apparso su Il Fatto Quotidiano, scritto da Stefano Feltri

Visto il vivace dibattito che si è aperto dopo alcuni post (‘Il conto salato degli studi umanistici’, ‘Università, studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri’, ‘Università, gli studi belli ma inutili e l’ascensore sociale bloccato’) su come vada scelta l’università, ho chiesto a Ilaria Maselli del centro studi Ceps di spiegare in un articolo il tanto criticato studio che ho citato in un mio precedente scritto. Lo trovate oggi in edicola, sul Fatto Quotidiano, ma non ve lo posto qua perché a noi lo stipendio lo pagano le vendite del giornale di carta.

Di questi temi si può – e di deve – discutere a lungo, ringrazio quindi tutti quelli che stanno intervenendo, qui e su altri siti, sia quelli che muovono critiche intelligenti sia i tanti che scrivono rabbiosi commenti sconclusionati.

Vorrei riassumere la questione e valutare alcune obiezioni.

Obiezioni filosofiche: non si può scegliere l’università soltanto in base alle prospettive di lavoro, contano anche le aspirazioni, le vocazioni, l’uomo non può essere ridotto a lavoratore.

Sorgente: Università utili, le obiezioni e il darwinismo sociale – Il Fatto Quotidiano