Come si fa a fare goal / a trovare lavoro?

IN BREVE: Giocare a calcio e cercare lavoro hanno un importante punto in comune: in entrambe le attività la gran parte delle azioni non porta risultati. Eppure per ottenere risultati è necessario persistere. Una squadra che rinuncia ad attaccare molto difficilmente farà goal. E ugualmente un disoccupato che rinuncia a una ricerca sistematica difficilmente troverà lavoro.

IN DETTAGLIO: La gran parte delle azioni di una partita non va a goal, però se i giocatori non cercassero per tutta la partita di fare goal, i goal non arriverebbero. Perciò ogni squadra, se vuole vincere, cerca di fare molte azioni sperando che almeno una arrivi al goal. Qualche volta i goal arrivano nei primi minuti di gioco, ma anche purtroppo nella seconda metà del secondo tempo o addirittura allo scadere del 90 esimo. Le squadre che continuano ad attaccare hanno più probabilità di vittoria.

I goal arrivano anche a causa di eventi fortuiti (ad esempio un rimbalzo inaspettato o una distrazione del portiere o di un difensore) tuttavia ci sono anche delle attività specifiche che aiutano a fare goal e che ogni squadra si impegna a fare.

Aumentano ad esempio le probabilità di fare goal:

  1. Portare e tenere il più possibile la palla nella metà campo avversaria
  2. Portare un numero sufficiente di giocatori nella metà campo avversaria
  3. Far sì che i propri giocatori siano in superiorità numerica nella metà campo avversaria
  4. Disporre alcuni dei propri giocatori in buona posizione di tiro
  5. Far arrivare la palla ai propri giocatori che sono davanti alla porta avversaria
  6. Evitare di far finire i propri giocatori in fuorigioco
  7. Fare molti tiri in porta
  8. Fare tiri in porta sul lato o angolo più distante dal portiere

 

In media in ogni partita ogni squadra fra circa 200 azioni, di queste, solo 1 o 2 arrivano a goal.

La ricerca di lavoro ha molti aspetti simili al calcio. Innanzitutto, la gran parte delle azioni di ricerca di lavoro non dà risultati, colleziona solo dei no oppure addirittura nessuna risposta.

Anche trovare lavoro dipende da eventi fortuiti, tuttavia, anche nella ricerca di lavoro ci sono vari modi di aiutare la fortuna. Provo ad elencare i principali:

  1. Cercare un lavoro adeguato alle proprie caratteristiche. Questo corrisponde, nel calcio, ad assegnare a ogni giocatore ruoli di gioco coerenti con la sua conformazione fisica
  2. Migliorare costantemente le proprie capacità frequentando corsi di formazione (lingue, informatica, cose più specifiche legate al lavoro cercato) o facendo tirocini. Questo corrisponde, nel calcio, ad allenarsi per avere una buona forma fisica
  3. Monitorare le offerte di lavoro veicolate dagli intermediari (centro impiego e agenzie per il lavoro)
  4. Contattare molti datori di lavoro facendo autocandidature
  5. Segnalare la propria disponibilità alle agenzie per il lavoro
  6. Mettere a punto un profilo Facebook e LinkedIn adeguato
  7. Mettere a punto un CV adeguato
  8. Fare simulazioni di colloqui di selezione.

 

Monitorare le offerte di lavoro, contattare molti datori di lavoro con autocandidature, segnalare la propria disponibilità alle agenzie per il lavoro, migliorare le proprie capacità, sono tutte azioni che vanno fatte continuativamente. Una squadra che va in attacco 3 o 4 volte all’inizio della partita e poi si ferma molto difficilmente arriverà a fare goal. E ugualmente un disoccupato che inizia con un buon numero di contatti ma poi lascia perdere troverà lavoro con difficoltà. Quanti contatti è necessario fare per trovare un lavoro? Il numero dipende ovviamente dall’impiegabilità della persona e dalla qualità degli strumenti e delle azioni di ricerca. Ai nostri disoccupati comunque suggerisco di dire numeri molto alti, perché stabilire un obiettivo numerico e tenerlo alto aumenta la motivazione (se dico un numero basso, ad esempio che è necessario fare 50 contatti, quando poi  il disoccupato arriva a 50 senza aver trovato lavoro si  demotiva). Perciò dico che mediamente per trovare lavoro è necessario rispondere ad almeno 500 inserzioni o fare almeno 3.000 autocandidature. La grande maggioranza, se il lavoro cercato è coerente con le loro caratteristiche e fanno una ricerca di lavoro efficace per fortuna trova lavoro con numeri molto minori.

 

I temi della ricerca di lavoro efficace e del supporto alla motivazione delle persona in cerca i lavoro sono affrontati nei miei corsi:

 

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I numeri della selezione del personale

Come funziona in concreto la selezione del personale in un’impresa? Quanti Cv e candidati vengono esaminati ogni anno? Sono dati non facili da ottenere.

Alcune indicazioni ci vengono da Il Sole 24 ore di oggi, che descrive le attività di VEM Sistemi, un’azienda di Forlì con 250 dipendenti che opera in area informatica.

Nel 2018 VEM ha analizzato 2.500 curricula, fatto 350 colloqui individuali, partecipato a 30 incontri con Università, scuole, agenzie formative. Tutto questo per assumere 50 persone.

Questi dati ci dicono che per assumere 1 persona gli addetti alla selezione del personale di VEM hanno mediamente esaminato 50 curricula e fatto colloqui con 7 candidati.

 

Le modalità di selezione del personale, in particolare il colloquio di selezione, è uno dei temi dei miei corsi in aula e a distanza rivolti a operatori politiche attive / orientatori / career coach. Trovi un elenco a questa pagina.

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Due categorie da privilegiare nel passaparola

Circa il 40% delle assunzioni avviene tramite passaparola. È facile capire perché. Noi stessi se ci serve un gommista, un idraulico o una baby-sitter invece che mettere un annuncio su internet chiediamo prima ai nostri amici se conoscono qualcuno da segnalarci. Assumere un dipendente o un collaboratore è un’incognita, gli imprenditori cercano di minimizzare il rischio. Per questo motivo è molto utile far usare ai nostri disoccupati il passaparola in maniera intensiva.

Nel passaparola, non tutti i contatti sono sullo stesso piano, in particolare ci sono due categorie da privilegiare:

  1. persone che conoscono molti imprenditori, quali ad esempio imprenditori, commercialisti, impiegati di banca, etc, e in subordine
  2. persone che conoscono molta gente, quali ad esempio negozianti, il nostro medico, gestori di bar e ristoranti, insegnanti, membri di associazioni varie, dipendenti pubblici, il nostro parroco, etc.

 

Il passaparola funziona meglio se il ricordo di noi rimane a lungo; per questo motivo nel momento in cui facciamo passaparola è utile consegnare un nostro biglietto da visita.

 

Il passaparola è trattato nei mie due corsi:

 

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La stressful interview e’ utile / etica?

Grazie alle attività di orientamento, i disoccupati sono diventati più bravi nei processi di selezione.

La stressful interview (fare domande incalzanti e personali, manifestare un atteggiamento ostile o strafottente verso il candidato, la diffusione dei social media ha reso più facile raccogliere informazioni personali da usare nella stressful interview) mostra le capacità del candidato di affrontare situazioni di stress. Ma questo trattamento è etico?

Inoltre, solo una minoranza delle posizioni lavorative richiede di lavorare in situazioni estremamente stressanti.

Ultimo punto: a volte le domande nelle stressfull interview possono avere sfumature sessiste o razziste. Che figura ci fa l’azienda o il selezionatore?

Alcuni dei miei disoccupati mi hanno raccontato di aver rifiutato una successiva offerta di lavoro perché non interessati a lavorare in un contesto simile. Dunque, la stressufull interview è utile? Su questo lascio la parola ai miei colleghi selezionatori.

 

Come preparare i disoccupati al colloquio di selezione è uno dei temi dei mie due corsi:

 

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Ricerca di lavoro: perché monitorare il numero di contatti è indispensabile

Ieri ho pubblicato un post su LinkedIn dove chiedevo ai miei colleghi quali erano le loro evidenze rispetto al numero dei tentativi di ricerca necessari prima di trovare lavoro. Chiedevo di suddividere questo dato in risposta a inserzioni, autocandidature e passaparola.

Ovviamente il numero dipende dalla coerenza del lavoro cercato col profilo personale e dalla qualità degli strumenti e modalità di ricerca utilizzati (inviare CV scritti bene, presentarsi bene, far bene i colloqui, etc.) ma ho immaginato che in disoccupati seguiti da orientatori questi aspetti fossero già a posto. Il numero di tentativi di ricerca dipende poi dal livello di impiegabilità personale e dalla rete personale: a un disoccupato con un’ottima impiegabilità e un’ottima rete per trovare lavoro può bastare un solo contatto di passaparola o una sola risposta a inserzioni. Un’ulteriore variabile è la zona d’Italia dove si cerca lavoro; in molte zone del nord Italia c’è una richiesta costante di figure qualificate. Dunque, non mi aspettavo un dato unico, ma un range: da x contatti per persone con buona impiegabilità a y contatti per persona con impiegabilità medio bassa. Mi aspettavo però una marea di numeri. In realtà quasi nessuno dei colleghi che mi ha risposto ha fornito numeri. A questo punto la mia impressione è che siano molto pochi gli orientatori / operatori politiche attive / coach di carriera che invitano i propri utenti a tenere nota del numero dei contatti e che tengono nota loro stessi dell’andamento dei loro contatti. Tu che mi leggi come ti regoli?

 

A parità delle altre condizioni che ho indicato sopra, il numero dei contatti è fondamentale. Poiché come sappiamo i datori di lavoro, per la loro ricerca, utilizzano i canali più diversi, è compito di chi cerca lavoro attivarsi contattandone il più possibile. Se cerco lavoro da un commercialista e nella zona in cui sono disponibile a spostarmi ce ne sono 30, l’unico modo per essere sicuro di trovare l’unico che in questo momento sta cercando un dipendente è contattarli tutti e 30. Il numero dei contatti è fondamentale perché se il nostro disoccupato fa 30 contatti al giorno (ad esempio invia 30 e-mail) per far sapere a tutti che sta cercando lavoro ci metterà 1 giorno. Se invece fa 5 contatti al mese (la media dei disoccupati che partecipano ai miei corsi) allora per far sapere a tutti che sta cercando lavoro ci vorranno 6 mesi.

 

Le variabili da tenere sotto controllo quando assistiamo una persona impegnata nella ricerca di lavoro sono tre:

  • Il numero assoluto dei contatti
  • La percentuale di saturazione dell’universo dei possibili datori di lavoro. Se contatto tutti e 30 i commercialisti la % di saturazione sarà 100, se ne contatto solo 3 sarà del 10%
  • L’andamento del numero assoluto dei contatti nel tempo.

È importante contattare anche con datori di lavoro che nell’immediato non stanno cercando un dipendente: se dovesse improvvisamente liberarsi un posto nella sua azienda, ho i requisiti richiesti e lui si ricorda di me è probabile che mi chiami per un colloquio.

L’importanza del numero dei contatti, le modalità per monitorare la ricerca di lavoro dei nostri utenti, le tecniche per motivarli alla ricerca sono trattati nei miei due corsi:

 

 

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Il tasso di successo delle agenzie per il lavoro è pari a quello dei centri per l’impiego?

I centri per l’impiego trovano lavoro mediamente al 5-10% degli iscritti. Ma a quanti iscritti trovano lavoro le agenzie per il lavoro?

Nel suo romanzo (immagino autobiografico) Tra mezz’ora per un’ora Cassio Seizeri (immagino uno pseudonimo) relativamente al tasso di persone occupate scrive (posizione 2987 della versione kindle):

Perché erano questi più o meno i numeri: per circa 150 iscritti a settimana, che fanno 600 in un mese e almeno 5.000 in un anno, senza calcolare quelli che inviavano i curriculum via email o via fax (e qui arrivano in scioltezza a 10.000 l’anno) riuscivamo a orbitare al massimo intorno ai 100 lavoratori interinali di media sparpagliati fra le varie aziende clienti (una trentina). Insomma un ottimistico 3 percento del totale con conseguente novantasette  che ti considera uno s****** incapace ladro perché “Mi sono iscritto 2 anni fa e non mi avete mai chiamato, ma è possibile?” Non solo il possibile, ma è molto probabile, soprattutto se negli ultimi 5 anni hai fatto il bagnino, l’animatore, il portiere di notte, l’educatore, il riparatore di violini, il domatore di leoni al circo. “ma io sono disposto a fare qualsiasi cosa!”. Certo, ne sono sicuro, ma purtroppo le aziende non cercano chi è disposto a fare qualsiasi cosa ma chi sa fare “quella cosa”. La disponibilità delle persone a imparare un nuovo mestiere non incontra la disponibilità delle aziende a insegnarlo, quel mestiere.

Dunque se la testimonianza è veritiera, la filiale dove lavorava Cassio Seizeri aveva un tasso di successo (cioè di persone impiegate) pari a quello medio dei centri per l’Impiego.

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Gesù e il biglietto della lotteria

Un disoccupato inizia ad andare in chiesa tutte le mattine e rivolto all’altare col Crocifisso prega Gesù di fargli vincere la lotteria. ‘Gesù, Ti prego, Tu che sei tanto buono e che tutto puoi, fammi vincere la lotteria’ ‘Gesù, ho bisogno di vincere la lotteria perché non ho i soldi per tirare avanti. Tu, nella tua infinità bontà, volgi il Tuo sguardo verso di me e dammi il Tuo aiuto’ e così via.

Va avanti così per giorni, finché una mattina, nella chiesa vuota, sente una voce profonda venire dalla direzione dell’altare: ‘MA COME FACCIO A FARTI VINCERE LA LOTTERIA SE NON COMPRI IL BIGLIETTO?’

Nella tua ricerca di lavoro, a cosa corrisponde comprare il biglietto della lotteria?

La storia può essere utilizzata durante la consulenza con persone in cerca di lavoro particolarmente sfiduciate e/o che non hanno idea di quali azioni favoriscono il reperimento di un lavoro.

 

Vedi tutti i corsi e incontri informativi previsti per il primo semestre 2019:

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Ma perché i selezionatori non danno un feedback ai candidati non idonei?

Chi lavora nel settore il perché lo capisce bene, ma è utile spiegarlo alle persone in cerca di lavoro, convinte che molti selezionatori siano ‘cattive persone’.

In una discussione su LinkedIn Roberta, una consulente di orientamento fa un esempio:

Ammettiamo un selezionatore che fa 100 assunzioni in un anno (media molto scarsa di una filiale di agenzia per il lavoro).  Supponiamo che per ogni posizione si candidino in 50 (e sono stata bassa!) – 49 non idonei * 100 posizioni= 4.900. Se dedichiamo solo 15 minuti ciascuno per dare un feedback = 1225 ore di lavoro, più del 50% delle ore annue di un recruiter e circa 30.000 euro di costo per l’azienda all’anno.  La consulente conclude che dare feedback non è economicamente sostenibile.

Un selezionatore interviene nel dibattito:

I numeri di cui parla Roberta, sono reali, anzi si è tenuta anche bassa. Io ora sono nella sala di attesa di un cliente, e sa che sta succedendo nella mia casella email che non vedo da un’ora?… Sono arrivati 25 CV. Pensi a quanti ne arriveranno durante il fine settimana. E lunedì mattina sono in Formazione, lunedì pomeriggio ho 8 colloqui fissati, l’ultimo alle 19. Come faccio a dare il feedback a tutti?

E un altro:

Una mia collega che lavorava in Rinascente ha raccontato che per la ricerca di 1 Receptionist avevano ricevuto 2.100 candidature….. Vi immaginate chiamare 2.099 persone personalizzando il feedback?

Chiude la discussione un’altra selezionatrice:

Secondo me un feedback è doveroso (anzi, dovrebbe essere obbligatorio!) per tutti coloro che entrano nel processo di selezione, cioè fanno almeno un colloquio. Ritengo invece inattuabile e privo di senso un sistema di feedback personalizzati per tutti coloro che inviano una candidatura, sia perché tale feedback sarebbe, nella migliore delle ipotesi, incredibilmente superficiale, sia perché, almeno per la mia esperienza diretta, in media i 2/3 delle candidature ricevute sono prive dei requisiti (anche obbligatori) indicati negli annunci oppure del tutto non centrate.

Dunque, hai capito? Nessuno ce l’ha con te, e i selezionatori non sono cattivi come pensi.

 

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L’esperienza della disoccupazione

Estratti da una conversazione con un disoccupato durante un colloquio di orientamento:

Dopo che ho perso il lavoro, mentre ne cercavo un altro, mi sono iscritto a una palestra, ma fuori del mio paese, così non incontravo nessuno. Cercavo il più possibile far passare il tempo. Facevo quasi un’ora di treno verso la città capoluogo, poi 50 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria fino alla palestra, e passavo lì gran parte della giornata. Poi altri 50 minuti a piedi per tornare alla stazione e di nuovo un’ora di treno per tornare a casa. A volte  mi è capitato di scendere alla stazione del mio paese e di prendere  il primo treno e tornare alla città capoluogo. Sai, quando la gente ti vede in treno pensano che stai andando da qualche parte, così ti pensano impegnato. Sono andato avanti così per sei mesi, poi mi sono messo a fare quei lavori fregatura, vendevo contratti elettrici, ma le cose che dicevamo per convincere a passare con noi erano false. Poi l’aiuto agente immobiliare.

La disoccupazione ti dà un dolore tale che dopo puoi sopportare anche la perdita di un figlio. Quando sei disoccupato perdi l’identità. Quando ti chiedono che lavoro fai ti senti nessuno. Anche sulla carta d’identità c’è indicata la tua professione.

…………………………

Un’altra che ho avuto in aula non ha avuto il coraggio di dire che era stata licenziata e per mesi ha continuato a uscire la mattina dicendo in famiglia che andava al lavoro.

 

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Continua la scarsità di manodopera nel Nord Italia

Un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera segnala la scarsità di manodopera segnalata da un’azienda di Oderzo, in provincia di Treviso.

Secondo l’articolo,

Bepi Covre, proprietario a Oderzo, nella grassa provincia trevisana, di un’azienda metalmeccanica che fa componenti per l’arredamento e di un’altra che fa tavole e sedie (soprattutto per Mondo Convenienza, «roba buona perché alla prima “carega” che si rompe, nel nostro settore, hai chiuso»), dice di avere cercato a lungo personale da assumere. «Ne abbiamo 250, ce ne servivano quaranta. Non sono poche, quaranta assunzioni a tempo indeterminato. Con un stipendio di partenza intorno ai 1.300 o addirittura 1.500 euro. Niente da fare. Alla fine, dopo il “decreto dignità” di Di Maio ne ho presi una decina qui della zona e una trentina di varia provenienza. Rumeni, moldavi, indiani, bosniaci, africani… Residenti in Italia, magari nati in Italia, scolarizzati in Italia. Gente che non fa problemi a spostarsi e andar a lavorare dove c’è il lavoro. Gli diamo anche una mano a trovar casa…».

Covre, il titolare, segnala di non aver trovato disoccupati meridionali disponibili a spostarsi:

Ma, dispiace dirlo, non troviamo giovani meridionali disposti a venir su. Non solo io, anche tanti colleghi. C’è un mio amico, importante fornitore di Ikea, oltre 1.200 dipendenti, che ha incaricato le agenzie interinali di fare scouting al Sud per cercare lavoratori disposti a trasferirsi in provincia di Pordenone. Non per lavori in miniera… Soprattutto periti, tecnici, operai specializzati… Niente da fare. Pensi che siamo arrivati a “prenotare” ragazzi che vanno ancora a scuola…».

L’unico ‘meridionale’ viene da Norcia, in provincia di Terni.

Covre, visto che i disoccupati meridionali non sono disponibili a spostarsi, è anche perplesso sull’applicazione del reddito di cittadinanza.

Leggi l’articolo su Il Corriere della Sera.

 

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