Operatori politiche attive come medici senza farmaci

I medici di per sé non curano, sono i farmaci che curano. I medici visitano il paziente e fanno una diagnosi. Poi prescrivono dei farmaci. Se i farmaci non fossero disponibili, l’efficacia del loro lavoro sarebbe quasi nulla (nota 1).

Per gli addetti alle politiche attive vale un discorso simile. Gli addetti alle politiche attive fanno un’analisi dell’occupabilità del disoccupato e delle sue aspirazioni, e su questa base, quando l’occupabilità è troppo bassa per aspirare a un lavoro (come, ad esempio, per la maggioranza dei beneficiari del reddito di cittadinanza), suggeriscono la necessità di aumentarla seguendo dei corsi di formazione, svolgendo dei tirocini o attraverso percorsi di apprendimento in autonomia. In sintesi, per l’operatore delle politiche attive formazione e tirocini corrispondono ai farmaci del medico.

Il problema che abbiamo in Italia è che la formazione è scollegata dall’orientamento. Molto spesso operatore e disoccupato individuano la necessità di svolgere una formazione in un determinato campo, ma corsi gratuiti non sono immediatamente disponibili (nota 2), né è possibile attivare immediatamente tirocini. Così l’operatore si limita a consigliare il disoccupato di cercarsi direttamente corsi gratuiti (o a pagamento) o tirocini. È scontato che in queste condizioni l’efficacia del lavoro dell’operatore, per quei disoccupati che hanno necessità di migliorare la propria impiegabilità, sia quasi nulla.

Per migliorare l’efficacia complessiva del sistema delle politiche attive, è necessario che gli operatori delle politiche attive possano far attivare immediatamente i corsi (o i percorsi formativi, ad esempio con un tutor in azienda) di cui i loro utenti hanno necessità.  Sui temi o per le figure maggiormente richieste dal mercato dovrebbero essere disponibili corsi con avvio quindicinale o mensile. Per temi e figure meno richieste, per cui è difficile mettere assieme un gruppo classe, dovrebbe essere possibile attivare percorsi di apprendimento individuale, svolti in buona parte in azienda. Le aziende disponibili ad accogliere persone che stanno seguendo percorsi di apprendimento o che addirittura li organizzino direttamente dovrebbero ricevere un contributo.

Una soluzione da esplorare per rendere più efficace la formazione professionale è incardinarla dalle agenzie formative (soggetti con rapporti limitati o nulli con la realtà produttiva) alle imprese. Dovrebbero cioè essere le imprese (o almeno alcune di esse) a accreditarsi come agenzie formative e occuparsi della formazione.

Nota 1: In questo esempio semplifico tralasciando le cure basate sui cambiamenti dello stile di vita e ammettendo che per ogni malattia siano disponibili farmaci efficaci.

Nota 2: Quando ancora lavoravo nei centri per l’impiego, mi accadeva di indirizzare alcuni dei miei utenti verso corsi di formazione gratuiti che occasionalmente erano disponibili, e poi, poiché i posti erano limitati, venivano scartati alla prova di selezione.

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Politiche per il lavoro che disincentivano il lavoro

Venerdì scorso parlavo con una signora che conosco, è anziana e purtroppo disabile (passa le giornate sulla sedia a rotelle), vive con la badante. Le ho chiesto come andava, mi ha raccontato fra le altre cose che questo mese la sua badante è in ferie. Ha cercato di assumerne un’altra, regolarmente, per un mese, ma non ha trovato nessuno. ‘Tutte vogliono essere assunte al nero. Credo abbiano un’indennità e se accettano un lavoro regolare lo perdono. Così sono stata costretta a far venire mia figlia da Milano.’

Le politiche (attive e passive) per il lavoro dovrebbero creare un ecosistema che spinga le persone a lavorare e lavorare in regola. Chiaramente al momento questo sistema non funziona.

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Si fa presto a dire politiche attive

In questo periodo tutta la stampa evidenzia la necessità di potenziare le politiche attive del lavoro, senza però entrare nel merito.

Affermare che le politiche attive vadano potenziate è altrettanto generico che dire che per guarire è necessario curarsi. In realtà gli esiti della cura dipendono dagli specifici farmici utilizzati e dalle loro modalità di somministrazione. Se mal congegnata la cura può addirittura rivelarsi inefficace o iatrogena.

Lo stesso può accadere alle politiche attive del lavoro: se mal congegnate possono aumentare la disoccupazione incentivando la non ricerca di lavoro e il rifiuto dei lavori offerti.

Per politiche attive si intendono tutte quelle misure introdotte da soggetti pubblici volte a promuovere l’occupazione. Rientrano ad esempio fra le politiche attive le attività formazione, orientamento, gli incentivi all’assunzione, siti e software che facilitano l’incontro fra domanda e offerta.

E’ possibile orientarsi fa le diverse misure tenendo a mente tre parametri: soggetto bersaglio / approccio / beneficio

Soggetto bersaglio

Le misure di politica attiva possono essere indirizzate a disoccupati / imprese. Un altro campo di intervento è quello delle infrastrutture per l’incontro domanda e offerta. Un esempio del primo caso è corso di formazione gratuito rivolto a disoccupati organizzato da agenzie formative sulla base di un bando pubblico, senza contatti con imprese. Un esempio del secondo caso è uno sgravio fiscale rivolto alle imprese che assumono disoccupati che hanno seguito un corso di formazione. Un esempio del terzo caso può essere un portale che linca tutti i corsi gratuiti rivolti a disoccupati organizzati in una determinata regione.

Beneficio monetario o non monetario

Le politiche attive possono portare ai soggetti bersaglio un beneficio di tipo monetario o non monetario. Un esempio di beneficio monetario è classicamente uno sgravio contributivo all’assunzione rivolto alle imprese, o un’indennità rivolta ai disoccupati condizionata alla partecipazione a un corso di formazione. Benefici di tipo non monetario possono essere un miglioramento della propria preparazione (grazie alla partecipazione a un corso di formazione) o della propria capacità di cercare lavoro (grazie alla partecipazione ad attività di orientamento)

Approccio punitivo o premiale

L’approccio delle misure di politica attiva può essere punitivo o premiale. Un esempio di una misura punitiva è la cessazione dell’erogazione del reddito di cittadinanza a chi non accetta un’offerta di lavoro, oppure, lato imprese, l’obbligo di assumere una certa percentuale di persone con disabilità certificata. Un esempio di misura premiale può invece essere una temporanea riduzione della tassazione dei redditi di lavoro per il disoccupato che trova lavoro (in questo modo fra l’altro lavorare al nero diventerebbe meno conveniente) o un premio in denaro (nella forma di una riduzione degli sgravi contributivi) per le imprese che assumono persone con disabilità certificata. All’interno dell’approccio premiale possiamo considerare anche quelle misure che riducono il peso degli adempimenti per le imprese, ad esempio per le assunzioni: una misura di questo tipo è stata l’introduzione delle assunzioni tramite voucher.

L’efficacia reale delle diverse misure

Una considerazione riguardo al tipo di beneficio e al tipo di approccio è che le diverse misure devono essere in strutturate in modo che siano effettivamente operative. Un provvedimento per togliere un beneficio economico (ad esempio il reddito di cittadinanza) strutturato in modo che di fatto sia impossibile proporre offerte di lavoro al disoccupato, o la cui applicazione concreta è posticipata sine die è, in concreto, un provvedimento che non esiste. Lo stesso può valere anche per la concessione di benefici.

Le misure di politica attiva maggiormente efficaci

Quali sono le misure di politica attiva più efficaci? E’ difficile dirlo, perché dipende ad esempio dal tipo di categoria di disoccupati di cui vogliamo favorire l’assunzione, dal tipo di contratto di lavoro che vogliamo incrementare, o dal malfunzionamento del mercato del lavoro che vogliamo ridurre.

In generale possiamo dire che le misure migliori sono quelle basate su un approccio premiale lato imprese. Tutti cercano di evitare o bluffare quando sono soggetti a obblighi che non portano un beneficio diretto. E’ inoltre necessario creare un ecosistema dove tutti gli attori (disoccupati, imprese, servizi pubblici e privati per il lavoro) siano spinti ad adottare comportamenti che, generando un beneficio diretto per ciascuno di essi, portino al risultato complessivo desiderato dal decisore politico (ad esempio aumento e/o durata dell’occupazione).

 

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