L’orientamento spiegato semplice semplice (1)

Cos’è l’orientamento formativo?

Ho un bambino di 5 anni e, adesso che è inverno, porta giacche a vento e giubbotti con la cerniera. Ancora non ha la manualità di un adulto, così a mettere assieme i due lati della cerniera e poi a tirarla su fa fatica. A volte abbiamo fretta, e ho la tentazione di tiragliela su io.

Allora: se gliela tiro su io faccio l’equivalente di una consulenza orientativa, gli rendo cioè un servizio personalizzato (tiro su io la sua cerniera). Nell’orientamento questa impostazione potrebbe corrispondere a fare io il curriculum di un utente, chiedendogli i dati necessari. Se invece gli  faccio vedere come si fa, lo invito a tirarla su da solo, e intervengo solo quando non gli riesce (gli insegno cioè a cavarsela da solo, finché gliela tiro su io non impara) anche se tutto questo mi richiede più tempo, allora faccio l’equivalente di un orientamento formativo. Nell’orientamento questa impostazione potrebbe corrispondere a spiegare a un utente come si fa un CV, fargli vedere degli esempi, invitare a farlo da solo intervenendo solo quando fa qualche errore.

Pillole di saggezza per orientatori: atteggiamenti o comportamenti?

L’enfasi sugli atteggiamenti o sui comportamenti nelle nostre interazioni con gli utenti

Nel discutere casi orientativi o i comportamenti dei nostri utenti possiamo concentrarci sugli atteggiamenti o sui comportamenti. Così coi nostri utenti possiamo evidenziare che una ipotetica Franca o una partecipante al corso di orientamento sulle tecniche attive di ricerca di lavoro ha trovato  lavoro perché ‘E’ motivata’, ‘Ha un elevato senso di autoefficacia’, ‘Ha voglia di fare’ etc. (enfasi sugli atteggiamenti). Oppure possiamo dire che Franca ha trovato lavoro perché ‘Ha fatto molti contatti’, ‘Ha fatto bene il colloquio di selezione’ ‘Ha seguito un corso di formazione e così ha aumentato il proprio valore sul mercato’ (enfasi sui comportamenti).

Coi nostri colleghi è legittimo descrivere i nostri utenti anche in termini di motivazione, ma con gli utenti stessi l’enfasi sugli atteggiamenti può essere controproducente. Se il conduttore di un gruppo o un consulente in un colloquio si concentra sugli atteggiamenti di Franca (‘E’ motivata’, ‘Ha un alto senso di autoefficacia’) le persone che  sono in aula o a colloquio e hanno atteggiamenti di altro tipo (scarsa autoefficacia e scarsa motivazione) vedranno il comportamento di Franca come lontanissimo da loro (‘Fa così perché si sente motivata, beata lei, ma io non mi sento come lei, perciò non seguirò il suo comportamento’).

Gli atteggiamenti non si modificano prescrivendoli (‘Devi messere più motivato’, ‘Devi essere più ottimista’, etc.), ma concentrandosi sui comportamenti. ‘Come puoi vedere, Franca ha trovato lavoro perché ha fatto molti contatti e grazie alla formazione era più qualificata degli altri, dunque se vuoi trovare lavoro puoi fare come lei’. L’aumento della motivazione e del senso di autoefficacia si hanno in questo caso perché i nostri utenti si rendono conto che esistono strategie alla loro portata che permettono di modificare la propria condizione di disoccupati.

In sintesi, i nostri utenti si motivano perché si convincono dell’efficacia di determinati comportamenti, e non perché qualcuno gli parla dell’importanza di essere motivati (o di avere un locus of control interno, o un approccio ottimista alla vita).

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright