Volevo solo vendere la pizza. Com’è difficile fare impresa in Italia

Volevo solo vendere la pizza. Com’è difficile fare impresa in Italia

Dal 2007 si sono persi in Italia quasi 2 milioni di posti di lavoro. Per far ripartire l’occupazione è necessario anche che fare impresa diventi più semplice e (con riferimento al costo reale -cosa diversa dagli stipendi- degli assunti a tempo pieno e indeterminato) più economico.  Il libro di Luigi Furini (prima edizione 2007) Volevo solo vendere la pizza è un esempio delle difficoltà che possono incontrare gli aspiranti imprenditori in Italia.  E’ divertente da leggere (ma amaro nel contenuto), ve lo consiglio.

Riporto un estratto dell’introduzione di Marco Travaglio al libro in questione.

 Questo libro (…) È la storia di un ex giovane maoista, ex sindacalista, che fa il giornalista e un certo punto decide di investire un gruzzolo di risparmi mettendo su una micro pizzeria da asporto nella sua città, Pavia. (…) Dunque Gigi affitta a Pavia un locale di 30 m quadri a € 1200 al mese, e si mette al lavoro. Si iscrive alla Camera di Commercio, acquista il forno, i macchinari e gli arredi, rinnova gli impianti perché siano a norma, si dota di tutto l’armamentario per la sicurezza, passa ore e ore fra commercialisti, avvocati, consulenti, Asl, uffici pubblici. Non vede l’ora di sfornare la prima pizza ma quell’ora sembra non arrivare mai. Passano i giorni, il piccolo imprenditore Gigi si ritrova risucchiato in un tunnel degli orrori senza fine (…). Obblighi, autorizzazioni, carte, bolli, spese, certificati, ispezioni, permessi, multe, leggi, regolamenti, cavilli, manuali, corsi di formazione e soprattutto sigle. Tante sigle, perlopiù incomprensibili. C’è per esempio il corso HACCP (Hazard Analisys and Critical Points), che ricorda vagamente il socialismo reale, invece insegna a distinguere le mozzarelle dai detersivi e a numerare le trappole per topi. Ed è solo il primo di una lunga serie, perché prima ancora che Gigi apra il suo negozietto c’è già qualche decina di persone che vive alle sue spalle. Cioè campa su una serie di prescrizioni che “se non ottemperi, rischi di prendere la multa”. Dunque, terrorizzato, ottemperi. Il medico che deve valutare i rischi per i futuri lavoratori si porta via € 1000 per un sopralluogo di 10 minuti e una relazione prestampata. E altre migliaia di euro per tenere corsi su corsi, uno più tragicomico dell’altro. Le lezioni di RSPP (prevenzione e protezione) svelano agli attoniti studenti come si appoggia una scala al muro, come si spostano le sedie e soprattutto che cosa si intende per “luoghi bagnati”: la normativa considera tali “anche gli spazi aperti dopo le precipitazioni atmosferiche fino a ritorno dello stato asciutto”. Al corso antincendio si sconsiglia di “usare materiale infiammabile per spengere le fiamme” e si apprende che “il legno brucia più facilmente quando è secco”; quando è umido, invece, “con più difficoltà”. Roba forte. Mai come le lezioni di primo soccorso, che insegnano un sistema tutto speciale per fronteggiare “gli eventi avversi”. Quale? “Chiamare il 118 da qualunque telefono fisso o cellulare, senza comporre il prefisso”, avendo cura di “specificare città, paesi o frazione, via e numero civico del luogo della chiamata”, altrimenti l’ambulanza non sa dove andare e non arriva. La prima pizza non si è ancora vista, il piccolo imprenditore Gigi ha già speso € 100.000. Poi finalmente, superato l’ultimo scoglio dell’insegna luminosa (altra battaglia campale), la pizzeria Tango apre i battenti e fa subito ottimi affari. Se non fosse per i cosiddetti “lavoratori”, si capisce. La prima commessa si ammala dopo 10 giorni: mai più vista. La sostituta, una studentessa, non vuol saperne di un contratto per motivi fiscali suoi. Poi c’è la Guardia di finanza, che sulle quisquilie non perde un colpo. Un giorno la commessa regala una fetta di pizza a una bambina: multa di € 516 per “mancata emissione del documento fiscale dell’importo di euro uno”. La scena si ripete quando una cliente fugge lasciando lo scontrino sul bancone e viene pizzicata senza, all’uscita, dalle occhiutissime Fiamme gialle. La pizzaiola intanto resta incinta e si mette subito in malattia per “gravidanza a rischio”. Poi però apre una pizzeria proprio davanti alla Tango e comincia beffardamente a lavorarci dall’alba a notte fonda, col suo bel pancione in primo piano. Prende due stipendi, uno dei quali rubato, ma l’Inps non fa una piega, l’ispettorato del lavoro men che meno, il sindacato la protegge. E Gigi paga. Tenta di licenziarla ma non c’è verso. (…). I “compagni” del sindacato lo trattano come un “padrone” e coprono la malata immaginaria che viola il contratto, fa concorrenza sleale al suo datore di lavoro e ha pure il coraggio di denunciarlo per averla licenziata. Gigi la rimpiazza col signor Giovanni, ma gliene andasse bene una: lavora un mese, per il resto è sempre in malattia, viene pagato per sette mesi, più 13ª, 14ª, ferie non godute liquidazione, ma non gli basta ancora: con l’ausilio dell’ennesimo “patronato dei lavoratori”, denuncia Gigi per “inadempienze contrattuali”. (…)  Alla fine Gigi chiude bottega, per disperazione.

 Il libro è del 2007, e dal allora può darsi che gli adempimenti burocratici siano stati un po’ semplificati. I ‘diritti’ dei lavoratori in malattia credo invece siano rimasti sempre gli stessi, vedi il recente articolo Lavoro, Cgia: 30% casi malattia segnalati il lunedì. (cioè gran parte delle persone si ammala il giovedì sera, così il venerdì fa festa).

……………

Si ammala la badante e il vecchietto, che magari per pagarla si sta mangiando la pensione e i risparmi di una vita, deve pagarle i giorni di malattia. E in più ogni anno matura 1 mese di ferie dove spende il doppio, perché per sostituire la badante in ferie deve pagarne un’altra. C’è questa idea in Italia che chi è datore di lavoro (anche se è un vecchietto invalido) debba pagare sempre, tanto i soldi ce li ha. Non  ci lamentiamo così se la gran parte degli italiani si tiene alla larga dal fare impresa, o ricorre al lavoro nero. Il rapporto di lavoro della badante è modellato sul lavoro di fabbrica: denuncia di assunzione all’INPS, busta paga, malattia e ferie pagate, versamento contributi all’INPS con F24…. Così il pensionato deve anche pagarsi un commercialista. ASSURDO. I voucher lavoro  che potevano essere una soluzione, sono stati introdotti solo per lavoro occasionale, il Sindacato ne chiede comunque l’abolizione.

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Le questioni dietro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Le questioni dietro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Nel 2008 i Paesi industrializzati, fra cui l’Italia, sono entrati in una fase economica recessiva (vedi il mio articolo La Grande Crisi Economica 2008-2013). Ma negli ultimi anni molti Paesi hanno ripreso a crescere, mentre l’Italia continua a essere in una fase di stagnazione. Questo articolo tratta degli effetti sull’attività economica dell’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, cosiddetto Statuto dei lavoratori, e più in generale delle limitazioni al licenziamento. L’ art. 18 come è noto si applica ai licenziamenti individuali nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole). Una tutela dal licenziamento individuale, anche se di minore efficacia, è previsto dalla legge anche per gli occupati in unità produttive sotto i 15 dipendenti.

Inizio con un esempio: la funzione economica di un negozio di generi alimentari è vendere al dettaglio. Immaginiamo adesso che a causa di una crisi economica una parte dei clienti non sia più in grado di acquistare generi alimentari. E’ un problema rilevante? Certo, che lo è, che ci siano persone che non hanno di che nutrirsi è un problema serissimo. Ma il diritto, anche costituzionalmente tutelato, di nutrirsi a sufficienza non può essere ‘scaricato’ sul negoziante, imponendogli di vendere sottocosto, a credito o addirittura di regalare il cibo agli indigenti (la vendita sottocosto è stata imposta ai commercianti venezuelani, vedi i risultati). La povertà è un problema di cui deve farsi carico la collettività, tramite l’intervento dello Stato.

L’attuale dibattito sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori riguarda una situazione simile. Lo scopo delle imprese è produrre beni e servizi ottenendo un profitto (se non c’è profitto l’impresa fallisce o chiude). Poiché il ciclo economico e la domanda di beni e servizi sono soggetti a alti e bassi, e le imprese sono soggette alla concorrenza, capita che durante la propria attività l’impresa si trovi ad avere dipendenti strutturalmente in eccesso. Il licenziamento e la disoccupazione sono problemi rilevanti? Certo che lo sono, ma la loro soluzione non può essere scaricata sulle imprese imponendo loro di tenersi personale di cui non hanno bisogno. E’ lo Stato che deve assicurare a tutti i cittadini (con o senza lavoro) un reddito sufficiente a coprire le necessità vitali, in modo che il licenziamento e la disoccupazione non siano più vissuti come una disgrazia. Scaricare questo onere sulle imprese limitando la possibilità di licenziamento ha molti effetti negativi: aumenta i fallimenti, causa il nanismo del nostro settore produttivo (moltissime imprese rimangono volutamente sotto 15 dipendenti), riduce nel medio e lungo periodo l’occupazione e lo sviluppo economico.

Il divieto (o la difficoltà, vedi nota 1) di licenziamento riduce inoltre la qualità delle risorse umane impiegate nel ciclo produttivo. Gli imprenditori sono costretti a tenersi personale  che non lavora bene, e questo di nuovo va a scapito della salute delle imprese, del miglioramento continuo dei loro prodotti e servizi (cioè della loro competitività, di cui il personale è una determinante) e dello sviluppo di una società basata sul merito. Tutti hanno diritto di lavorare? Certo, ma, di nuovo, questo diritto non può essere scaricato sulle spalle delle imprese imponendo loro di tenersi personale inadeguato.

Questi semplici fatti ci permettono di capire meglio le questioni dietro l’articolo 18.

Per superare le rigidità dell’articolo 18 (e non mettere definitivamente in ginocchio le imprese) negli ultimi 30 anni nel nostro Paese il legislatore ha autorizzato forme contrattuali estremamente flessibili, a cui l’articolo 18 non si applica (principalmente co.co.pro e lavoro interinale;  inoltre è stato semplificato il lavoro dipendente a termine), cosicché al momento sono tutelati dall’articolo 18 circa 8 milioni di lavoratori (quelli che lavorano a tempo indeterminato in unità produttive con oltre 15 dipendenti), cioè il 57%  dei lavoratori dipendenti che sono oltre 14 milioni (fonte: La Repubblica cartacea del 21-9-2014, pag.7).

Il grosso problema è che, assieme alle nuove forme di lavoro flessibili il legislatore non ha attivato una indennità di disoccupazione  soddisfacente, sui motivi vedi il mio articolo La desertificazione del mercato del lavoro italiano. In questo modo si è creato un mercato del lavoro diviso in due: da una parte i lavoratori dipendenti, con una serie di tutele riguardo a trattamento pensionistico, malattia e maternità, ferie, infortuni, indennità di licenziamento, cassa integrazione, licenziamento individuale, e, per quelli a cui si applica l’art.18, forte limitazione delle possibilità di licenziamento individuale e indennità di mobilità.  Dall’altra parte abbiamo oltre 2 milioni di dannati, in gran parte dai 20 ai 40 anni, che lavorano con contratti co.co.pro, interinali, occasionali, senza o con poche tutele,  oltre 5 milioni di partite IVA (professioni non riconosciute, professionisti e autonomi) senza o con poche tutele in caso di cessazione dell’attività, 3 milioni di disoccupati senza o poche tutele.

E’ tempo che la tutela dei livelli di reddito dei cittadini passi da un sistema basato sul divieto di licenziamento (che copre solo una frazione del totale lavoratori e danneggia le imprese) a un sistema migliore basato sulla concessione a tutti coloro che sono senza lavoro di una indennità di disoccupazione dignitosa e di politiche attive del lavoro efficaci, come in molti altri Paesi europei.

Ed è ugualmente necessario (ma spiegare questo richiede un altro articolo)  che il costo del personale occupato e il peso fiscale sulle imprese siano ridotti aumentando l’imposizione sulle persone fisiche (quelle più ricche) e sulle rendite finanziarie.

Nota 1. Uno dei modi per dissuadere un comportamento è collegarlo alla possibilità, anche aleatoria, di sanzioni pesantissime. Spiego meglio: in Italia è possibile fare ricorso contro le multe stradali. Se la legge prevedesse che in caso di ricorso non accettato fosse confiscata l’autovettura del ricorrente, nessuno farebbe più ricorsi. Per l’articolo 18 c’è una situazione di questo tipo. La decisione sulla liceità del licenziamento, in caso di ricorso del licenziato (i licenziati fanno sempre ricorso, perché il loro avvocato è pagato in tutto o in parte dal Sindacato, perciò la spesa è minima) spetta al giudice. Se il giudice dà ragione al licenziato questi riceve una indennità da 12 a 24 mensilità (con un costo per l’impresa da 30 a 60.000 €), più le mensilità per i mesi in cui il dipendente è stato a casa in attesa del pronunciamento del giudice. Se consideriamo che in Italia la giustizia è lenta (una ricerca di Confartigianato del 2010 citata in questo documento afferma che in Italia il tempo medio di risoluzione di un processo per licenziamento è pari a 696 giorni, contro i 19 dell’Olanda e gli 80 della Spagna)  l’impresa, in caso l’ultimo giudice decida che il licenziamento era illegittimo, può trovarsi a pagare oltre 100.000 Euro. In alcuni casi poi il giudice può anche obbligare l’impresa a riassumere il dipendente. E’ ovvio che, con un rischio di questo tipo, l’articolo 18 fa parecchia paura. Nel pubblico impiego i costi di reintegro sono addebitati non all’Amministrazione, ma direttamente al dirigente che ha deciso il licenziamento, e così anche in casi  di abusi eclatanti da parte dei dipendenti sono pochissimi i dirigenti che si prendono la responsabilità; il risultato è che in pratica i dipendenti pubblici non vengono mai licenziati. Vedi a riguardo l’articolo di Pietro Ichino.
Un altro modo per dissuadere un comportamento è renderlo legittimo solo se sono soddisfatti una serie di requisiti formali numerosi e contorti: così il licenziamento è nullo se non viene comunicato per iscritto, se non viene formalmente attivato un procedimento disciplinare nei modi previsti dalla legge e dai contratti di categoria, se  l’elenco delle norme disciplinari, delle infrazioni in relazione alle quali le norme disciplinari possono essere applicate e delle procedure di contestazione non sono state appese nella bacheca aziendale, se prima del licenziamento il datore di lavoro non ha contestato l’addebito al lavoratore e non ne ha prima ascoltato la difesa, se la contestazione del datore di lavoro non è tempestiva e specifica, etc. Insomma, comunicare un licenziamento è cosa da avvocati, da qui numerosi errori da parte dei datori di lavoro, con conseguenti reintegrazioni dei dipendenti.
Questo contesto rende possibile i casi di cui leggiamo periodicamente sui giornali: il dipendente che viene trovato a fare sport o in vacanza durante la malattia, l’assenteista cronico, quello che ruba, quello che palesemente non lavora, l’incapace, il maestro che picchia i bambini, il medico della ASL o l’infermiere che abusano delle pazienti, e così via, tutti che evitano il licenziamento o vengono fortunosamente licenziati solo dopo procedure durate anni.

Nota 2: I diritti. Quando i diritti assicurano a un certo numero di persone una condizione assai migliore rispetto a tutti gli altri, che ne sono esclusi, allora non abbiamo più diritti, ma privilegi.

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Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista (www.leonardoevangelista.it). Collocato su internet il 21 settembre 2014. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

Pensioni e politiche attive del lavoro: due doverose modifiche alla Costituzione

Pensioni e politiche attive del lavoro: due doverose modifiche alla Costituzione

Questo articolo riporta due disposizioni a nostro avviso doverose per ristabilire l’eguaglianza fra tutti i cittadini italiani (occupati e disoccupati, giovani e anziani) e ridurre il deficit pensionistico. Vanno inserite nella Costituzione perché si tratta di due disposizioni alla base della convivenza civile e del patto generazionale in Italia. Vedi il nostro articolo Contro i giovani. La discriminazione dei giovani in Italia.

Art.1. A tutti i cittadini sono assicurati una tutela e una integrazione del reddito dignitosa in caso di disoccupazione. La tutela e l’ammontare dell’integrazione del reddito sono le stesse per tutti i cittadini, indipendentemente dal tipo di rapporto di lavoro precedente. Il trattamento di disoccupazione può essere integrato attraverso forme di assicurazione individuale.

  • Che significa: viene assicurato un sostegno del reddito uniforme a tutti i cittadini, mentre al momento alcune categorie di lavoratori ce l’hanno ed altre no. Sono vietati trattamenti di favore per i dipendenti di particolari imprese come ad esempio quelli periodicamente attivati a favore dei dipendenti Fiat o Alitalia; se devono esistere una cassa integrazione o un trattamento di mobilità, questi devono esistere per tutti, non solo per i lavoratori dipendenti o per i dipendenti di grandi imprese. I singoli cittadini possono aumentare l’importo del proprio trattamento di disoccupazione stipulando assicurazioni private.

Art.2. Il sistema di calcolo delle pensioni è lo stesso per tutti i cittadini ed è il sistema contributivo. Fatte salve le differenze dovute a caratteristiche socio-anagrafiche, a contributi dello stesso ammontare corrispondo pensioni di anzianità dello stesso ammontare. Le pensioni attualmente corrisposte in base al sistema retributivo vengono ricalcolate col sistema contributivo. I prepensionamenti sono vietati.

  • Che significa: esistono in Italia alcuni milioni di fortunati che, a spese di tutti gli altri, incassano dallo Stato assai più di quanto hanno versato in contributi. Questo articolo abolisce questo privilegio. Questo articolo elimina inoltre la possibilità che vadano in pensione a spese della collettività persone che non hanno maturato i requisiti minimi validi per tutti gli altri. ‘Ma allora i diritti acquisiti?’ I diritti acquisiti vengono dopo il diritto all’eguaglianza fra i cittadini.

Volendo, è possibile immaginare altre norme che, con legge ordinaria, riducono alcune delle maggiori storture del nostro sistema economico e politico.

Norme relative al trattamento fiscale dei redditi

Art.1. Tutti i redditi, inclusi quelli finanziari e fondiari, sono sottoposti allo stesso prelievo fiscale. Nel calcolo del prelievo fiscale si considerano anche i contributi previdenziali e le assicurazioni obbligatorie.

  • Che significa: oggi, in Italia, il trattamento fiscale favorisce le rendite finanziarie (cioè gli utili derivanti dagli investimenti in titoli e in immobili) a scapito dei redditi da lavoro e da impresa. Il sistema attuale riduce la competitività e la mobilità sociale a favore della ricchezza ereditaria e della rendita.

Norme relative alle cariche elettive

Art.1. E’ vietata l’elezione alla stessa carica pubblica per più di due mandati, anche non consecutivi.

  • Che significa: questa proposta riduce il fenomeno dei parlamentari a vita e più in generale dei ‘politici di professione’

Norme relative al sostegno alle imprese e alle imprese pubbliche

Art.1. Sono vietati contributi pubblici a fondo perduto alle imprese.

Art.2. Le imprese pubbliche o a partecipazione pubblica maggioritaria che chiudono i bilanci in perdita per più di tre esercizi consecutivi sono poste in liquidazione.

Art.3. Gli amministratori e i membri del consiglio di amministrazione di imprese pubbliche o a maggioranza pubblica che chiudono un esercizio in perdita sono automaticamente dichiarati decaduti nonché non reincaricabili a ruoli dello stesso tipo in imprese pubbliche o a partecipazione pubblica maggioritaria per un periodo di 5 anni.

  • Che significa: in due parole, basta sperperi. Un certo numero di imprese private riceve contributi pubblici a fondo perduto la cui efficacia è assai dubbia. Molte imprese pubbliche o a capitale a maggioranza pubblica sperperano denaro pubblico o utilizzano denaro pubblico (cioè di tutti) per fornire servizi a prezzo di favore a determinate categorie di cittadini. Questa proposta impedisce situazioni di questo tipo. I cittadini in situazioni di bisogno devono ricevere sostegni al reddito, ma il costo di produzione dei servizi che utilizzano deve essere chiaro. Ogni cittadino deve avere un ‘conto del welfare’ che permette di quantificare in maniera trasparente il suo costo per la collettività.

Norme relative agli incarichi universitari

Art.1. Nelle università che ricevono finanziamenti pubblici gli incarichi di docenza universitaria sono assegnati a termine e per ciascun docente hanno la durata massima di 4 anni. Il limite dei quattro anni complessivi vale anche nel caso in cui gli incarichi siano assegnati in più soluzioni e da università diverse.

Art.2. Una volta raggiunti i quattro anni di incarico, per un periodo minimo di due anni il docente non può più ottenere incarichi da università che ricevono finanziamenti pubblici.

Art.3. Trascorsi i due anni di cui all’art.2 il docente può di nuovo ricevere incarichi da università che ricevono finanziamenti pubblici con i limiti di cui all’art.1.

Art.4. Sono in ogni caso esclusi dalla possibilità di incarico e reincarico quei docenti la cui produzione scientifica, negli ultimi 4 anni di incarico, ha ricevuto un numero di citazioni inferiori a un limite prestabilito a cadenza quadriennale dal Ministero all’Università.

  • Che significa: l’università italiana è nota per nepotismo, inamovibilità dei docenti, scarso contatto con il mondo della produzione, localismo e scarsa qualità della produzione scientifica. Questa proposta contrasta questa situazione: i due anni di assenza periodica dall’università costringono i docenti a cercare, in questo periodo, incarichi da università straniere o da imprese. L’utilizzo del fattore di impatto (impact factor) esclude dal reincarico quei docenti con una produzione scientifica esigua o di scarsa qualità.

Norme relative ai cittadini Extra-Ue

Art.1. In Italia, nessun cittadino extra-UE deve avere un trattamento economico e di welfare migliore di un qualunque cittadino italiano, eccetto nel caso in cui esistano accordi di reciprocità col Paese extra-UE che assicurino un eguale trattamento al cittadino italiano nel Paese extra-UE.

Norme relative alle prestazioni di lavoro

In fase di elaborazione.

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Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista (www.leonardoevangelista.it). Collocato su internet inizialmente nel 2006. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative al copyright.

Raccomandazioni, meritocrazia, mercato del lavoro, senso civico

Sul tema della (scarsa) meritocrazia in italia sono stati pubblicati oggi 3 articoli:

Sugli effetti sul mercato del lavoro della scarsa meritocrazia in Italia vedi il mio articolo La desertificazione del mercato del lavoro in Italia Sugli effetti della scarsa meritocrazia sul senso civico vedi il mio articolo Come migliorare il senso civico in Italia

Leonardo Evangelista