LinkedIn è un posto tossico

LINKEDIN E’ UN POSTO TOSSICO.

Questa è la considerazione che mi è venuta in mente leggendo un paio di giorni fa due diversi post indignati di due diversi influencer dell’indignazione dedicati alle affermazioni della stilista Elisabetta Franchi. Ognuno dei due post aveva un migliaio di like, decine di condivisioni, e centinaia di commenti indignati. L’indignazione era rivolta anche verso quei pochi che proponevano un’analisi un po’ più articolata delle cause delle difficoltà che le donne incontrano nel mondo del lavoro.

Uno schema già visto. Basta usare un fatto di cronaca per scagliarsi in modo grossolano ma aggressivo contro un’ingiustizia reale o percepita: chi sfrutta i bambini nel Congo / i recruiter che non rispondono alle candidature / che fanno domande inappropriate / che non inviano un feedback sul colloqui / etc., i datori di lavoro che discriminano le donne, gli anta, non trovano dipendenti / non valorizzano i dipendenti / pagano al nero / pagano poco / non concedono il lavoro a distanza / etc. Oppure raccontare storie edificanti: lui è Selim Abdul: a 4 mesi è rimasto orfano, a 7 anni l’ha morso un serpente, a 14 anni camminava 20 km al giorno per andare a scuola, …… adesso dirige una multinazionale. Oppure: Marta era incinta, disabile e con 3 bambini di cui doveva occuparsi direttamente, ma io le ho fatto un colloquio e l’ho assunta lo stesso. Poi (se chi pubblica ha un minimo di etica) in fondo al post troviamo una nota che ci fa capire che chi ha pubblicato la storia (e si è preso centinaia di like da lettori frettolosi o ingenui) l’ha ripresa da un altro post, spesso di profili non italiani.

Quando andiamo a vedere i profili degli specialisti dell’indignazione e delle buone cause, vediamo che pubblicano tutti post di questo tipo, e che hanno migliaia di collegamenti e follower. E, spesso, che vendono qualcosa (libri, corsi, consulenze a distanza, etc). La politica dell’indignazione e delle buone cause è uno strumento per incrementare le vendite. Scommetto che se non vendessero qualcosa i vari influencer non posterebbero così spesso e non posterebbero sempre indignati.

Indignazione e glorificazione su LinkedIn sono fine a se stessi: nessuno dei migliaia di indignati farà poi una singola donazione a favore dei bambini come Selim, o assumerà davvero una disabile incinta (la stragrande maggioranza dei commenti indignati per Elisabetta Franchi è stata pubblicata da liberi professionisti e dipendenti, non da imprenditori). I post dei followers su LinkedIn sono solo emotivi e identitari.

Ogni volta mi sorprendo nel vedere come questo meccanismo funzioni anche in un social a cui partecipano persone adulte e in genere di buon livello culturale. Ma poi mi dico che tutti noi abbiamo sentimenti, e gli specialisti di marketing sanno come usarli per le vendite.

Queste strategie, però, rendono LinkedIn un posto tossico, un’arena piena di odio e indignazione e in cui sconosciuti si accapigliano con altri sconosciuti in battaglie virtuali di pochi secondi (quelli necessari per leggere velocemente un paio di commenti e per ribattere astiosamente a quelli che non condividiamo).

Dunque, come usare LinkedIn? Non pubblico post emotivi e non commento post emotivi. Per promuovere i miei corsi uso strategie diverse. E quando non so come passare il tempo non vado su LinkedIn.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. Leggi Informativa privacy, cookie policy e copyright.

ECM per psicologi su tutti i miei corsi in presenza

Da oggi, se sei psicologo, puoi ottenere crediti ECM su tutti i miei corsi in presenza.

Il Presidente del Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi ha inviato oggi la seguente comunicazione:

Novità: riconosciuta l’autoformazione specifica per la professione psicologica

Gentile collega,
nei giorni scorsi abbiamo avviato la piattaforma nazionale del CNOP per la formazione continua che in pochi giorni ha registrato l’accesso di diverse migliaia di iscritti. Come illustrato nella newsletter del 25 marzo i corsi disponibili consentono l’acquisizione di circa 60 crediti, ai quali si aggiunge il “Dossier Formativo di Gruppo CNOP” che permette il riconoscimento di un bonus di ulteriori 30 crediti.

Accanto a queste iniziative il CNOP ha portato avanti presso la Commissione Nazionale per la Formazione Continua (CNFC) la richiesta di riconoscimento di altre tipologie di autoformazione, oltre a quelle già previste dal Manuale del Professionista Sanitario.

Nella seduta del 24 marzo la CFNC ha preso atto delle richieste avanzate dal CNOP e che trovate sotto elencate:

  • Partecipazione a seminari, webinar e corsi non organizzati da provider ECM su tematiche inerenti la professione psicologica;
  • Partecipazione a sedute di intervisione e supervisione inter e intradisciplinari, individuali e/o di gruppo, non riconducibili a forme di supervisione già rientranti nella formazione sul campo (accreditate attraverso provider);
  • Partecipazione a sessioni di pratica individuale e di gruppo su tecniche validate (es. Esercizi di bioenergetica, pratiche di mindfulness, training autogeno, etc.);
  • Analisi personale/psicoterapia individuale e di gruppo;
  • Attività di Dottorato, Docenza in Master, Specializzazione e Corsi di Perfezionamento con CFU previsti e disciplinati dal Decreto del MURST del 3 novembre 1999 n.509; Decreto 11 dicembre 1998, n.509 e dal Decreto del MIUR del 22 ottobre 2004 n. 270 e successive modifiche ed integrazioni;
  • Docenza in corsi non accreditati ECM e seminari/Webinar su tematiche inerenti la professione psicologica;
  • Tutoring svolto in attività auto-organizzata da professionisti psicologi/psicoterapeuti e non riconducibile a forme di supervisione rientranti nella formazione sul campo (accreditate ECM).
  • Intervento al numero verde istituito dal Ministero della Salute a supporto della popolazione durante la pandemia Covid.

Per tali tipologie di autoformazione verrà riconosciuto un credito per ogni ora di impegno dichiarato dal professionista, con arrotondamento alla mezz’ora.

Abbiamo già provveduto ad informare il Co.Ge.A.P.S. affinché attivi quanto prima le procedure sul portale per l’inserimento di tali fattispecie tra quelle previste nell’autoformazione che potranno essere inserite dal professionista solo dopo che il  Co.Ge.A.P.S avrà attivato tale funzione.

Questa nuova apertura rientra tra le azioni portate avanti dal CNOP per il riconoscimento delle tipologie specifiche della professione psicologica all’interno del sistema ECM, con l’obiettivo di renderlo, oltre che un obbligo, anche un’opportunità.

Per ogni ulteriore informazione vedi le FAQ nella sezione “Formazione Continua” del sito, che saranno ulteriormente completate in base alle specifiche che fornirà il Co.Ge.A.P.S.

Con viva cordialità

David Lazzari, presidente CNOP
Alessandro Trento, Coord. Commissione Formazione Continua CNOP

Mercoledì 6 aprile ore 18-20 webinar di condivisione su tecniche espressive nell’orientamento

Le tecniche espressive utilizzano immagini, parole o frasi, canzoni, poesie, storie, oggetti, manufatti, etc. per far emergere rapidamente emozioni e pensieri, facilitandone così la condivisione e l’approfondimento.

Possono essere utilizzate sia in colloqui di consulenza di orientamento che in attività con piccoli gruppi di utenti.

Il webinar (in orario 18-20) ti darà l’occasione di condividere la tua esperienza nell’utilizzo delle tecniche espressive nell’orientamento e di ascoltare le esperienze degli altri.

Potrai discutere con altri operatori:

  • quali singole tecniche è possibile utilizzare
  • quando e come utilizzarle
  • vantaggi e svantaggi.

Trovi maggiori informazioni e puoi iscriverti da questa pagina.

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Per una storia dell’associazionismo nell’orientamento: AICO-ASSIPRO

Ho iniziato a discutere con vari colleghi della possibilità di costituire una associazione che raccogliesse tutti coloro che svolgono attività di orientamento in Italia nel 1999, dopo che a seguito della riforma dei servizi per l’impiego le attività di orientamento avevano avuto un grosso sviluppo.  Nel 2000 ho lanciato il mio sito orientamento.it.  Qui sotto come appariva la pagina iniziale del sito nel 2000.

 

Così il 16 febbraio 2001, presso l’Informagiovani di Scandicci FI, io, Simone Scardino e altri 27 operatori di orientamento di varie regioni italiane abbiamo costituito per scrittura privata registrata AICO Associazione Italiana Operatori e Consulenti di orientamento (il sito è visibile presso wayback machine).

Gli scopi dell’Associazione, come descritti dallo statuto, erano:

  • rappresentare, promuovere il riconoscimento, la valorizzazione e la qualificazione di quanti a vari livelli operano in Italia nel settore dell’orientamento
  • contribuire alla diffusione delle buone pratiche nell’orientamento
  • promuovere il diritto di tutte le persone a fruire di servizi di qualità lungo tutto l’arco della vita.

Fra le iniziative per raggiungere gli scopi dell’associazione lo statuto elencava:

  • la costituzione di un albo interno degli operatori di orientamento italiani
  • l’elaborazione di una serie di standard di competenze di quanti operano nell’orientamento
  • la certificazione delle competenze di quanti operano o intendono operare nell’orientamento
  • l’elaborazione di un codice etico
  • la realizzazione di ricerche, convegni, seminari e corsi di aggiornamento.

Il 9 febbraio 2002 abbiamo fatto una seconda assemblea a Empoli nell’auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze e sono venuti operatori da tutta Italia; con alcuni di loro i rapporti sono proseguiti per anni, ad esempio Fabrizio Rota, Laura Spampinato e Tiziana Angiulli. Ricordo che Fabrizio Rota propose di discutere se l’orientamento avesse un futuro.

Nel triennio 2001-2003 l’adesione era gratuita e l’Associazione ha raggiunto oltre 200 soci. L’Associazione ha segnalato la propria esistenza al CNEL e si è associata a IAEVG International Association for Vocational and Educational Guidance, la maggiore organizzazione internazionale del settore.

Nel 2003 (?) Bruna Nava, una nostra associata, è venuta a trovarmi a Empoli assieme a Antonio Colombo, che a Castellanza VA gestiva un’associazione che realizzava una guida ai master e poi un corso di formazione per orientatori e che avevo scoperto mentre realizzavo aiuto.net.

 

Colombo voleva fare una nuova società assieme (diceva che AICO non andava bene perché l’avevamo fondata senza andare dal notaio), io avrei dovuto fare il Presidente della nuova associazione. Colombo aveva grandi progetti, in particolare se ricordo bene voleva promuovere un suo corso di formazione in cui a inizio 2004 mi ha poi chiamato a fare delle docenze. Io sono sempre stato contrario ad associazioni professionali che vendono corsi, secondo lo schema ‘Puoi iscriverti all’associazione se prima partecipi ai corsi organizzati dall’associazione’. Se il fine principale dell’associazione è rappresentare gli operatori (questa per me era la cosa più importante) non importa dove gli operatori si formano.

Comunque, ho parlato della sua proposta coi membri del consiglio direttivo AICO, e con Giulio Iannis (?) e Fabrizio Rota siamo anche andati a Castellanza a parlare della cosa. La proposta di Colombo ha messo in moto un processo proseguito in una assemblea dei soci (in parte in presenza, in parte a distanza)  tenuta a Siena il 19 giugno 2004 (presente anche Colombo) in cui è stato deciso di cambiare il nome in ASSIPRO Associazione Italiana Professionisti dell’Orientamento, escludendo chi non svolgeva attività di orientamento (in AICO era possibile iscriversi anche senza esperienza), di  iniziare a far pagare una quota di iscrizione, di spostare la sede a Siena presso Pluriversum, la società di Iannis, che  avrebbe fornito, a pagamento, un servizio di segreteria, e l’avvio di un sistema attraverso cui AICO avrebbe accreditato, dietro compenso, corsi di formazione per operatori come quelli di Colombo e altri (fra cui quelli di Iannis e quelli che nel frattempo avevo iniziato a tenere anche io). La creazione della nuova associazione richiesta da Colombo è stata rinviata, e alla fine nel 2007 Colombo si è creato la propria associazione ASITOR.

Il requisito per l’iscrizione a ASSIPRO consisteva in un numero minimo di ore di esperienza in attività di orientamento (e non nella partecipazione a determinati corsi o nel possesso di un determinato titolo di studio) ed era molto moderno, considerando la futura raccomandazione europea (poi recepita anche in Italia) volte a promuovere la certificazione delle competenze acquisite in contesti non formali e informali.

Nel frattempo era iniziata l’attività di ASSIPRO; solo 55 dei circa 240 soci di AICO si sono iscritti  ad ASSIPRO nel 2005. Gestendo AICO mi ero reso conto che coinvolgere altre persone nello svolgimento di compiti (e più in generale mandare avanti un’associazione) richiede un impegno costante e significativo che io, già pieno di cose da fare e poi anche per inclinazione personale non riuscivo ad assicurare; così mi ritrovavo a fare tutto io; la fornitura di un servizio di segreteria così era cosa buona. Vedi le attività svolte nel 2005. Vedi il nuovo sito.

Avevo a disposizione, alcune ore a settimana, una collaboratrice di Pluriversum a cui delegavo delle cose da fare, ma l’esperienza non è stata positiva, così abbiamo spostato la sede dell’associazione a Firenze, presso lo studio di Filippo Strati e Marta Franci.

Esisteva un’altra associazione, SIO Società Italiana per l’Orientamento, fondata da Salvatore Soresi e Laura Nota, due docenti dell’Università di Padova. Conoscevo Soresi perché mi aveva invitato a Padova a fare docenza in un suo corso di formazione. L’associazione raccoglieva gli ex corsisti di Soresi (questo era il requisito per l’iscrizione), ma nel 2006 hanno modificato i criteri, aprendo l’iscrizione anche a esterni. Ci siamo trovati a un convegno e allora ho proposto di fondere ASSIPRO in SIO. Rimaneva un punto di differenza: per essere inquadrati come soci ordinari SIO richiedeva la laurea, mentre ASSIPRO no. Io e i membri del consiglio direttivo Bruna Nava e Maria Bellipanni siamo andati a Padova a discutere la questione con consiglio direttivo SIO, e lì ci hanno assicurato che nel valutare l’inserimento dei soci ASSIPRO in SIO come soci ordinari avrebbero ignorato se avessero la laurea o no. Conservo ancora la lettera di intenti inviata via email dopo l’incontro al Presidente Soresi coi termini dell’accordo e la sua mail di risposta positiva.

Così a dicembre 2006 abbiamo tenuto un’assemblea a distanza dove io ho proposto di sciogliere ASSIPRO e di confluire in SIO. La mozione è passata, anche se per 1 solo voto. A quel punto ho versato a SIO le quote di iscrizione dei nostri iscritti passati a SIO per il 2007, girato a SIO i residui di cassa (se ricordo bene circa 300 €), inviato a SIO l’elenco dei soci e i loro CV e ho chiuso fiscalmente l’associazione.

Dopo un mesetto è venuto fuori che nessuno dei soci ASSIPRO senza laurea era stato inquadrato come socio ordinario in SIO. A questo punto c’è stata una rottura. Nel 2008 pochissimi degli ex soci ASSIPRO hanno rinnovato l’iscrizione ed è finita così.

Nel 2008 Maria Bellipanni e credo qualche altro socio della vecchia ASSIPRO hanno iniziato a spingere per ricostituire l’associazione. Io ho detto che se loro volevano andare avanti ero disponibile a sostenere l’iniziativa, ma non avrei assunto nessuna carica sociale. L’associazione chiamata NUOVA ASSIPRO è stata così ricostituita da Fabrizio Rota, che ha assunto anche il ruolo di presidente, e altri, con sede legale a Genova. Io mi sono iscritto versando in anticipo le quote di iscrizione di alcuni anni in modo da contribuire al fondo di cassa dell’associazione.

Nel 2010 mi è stato approvato il progetto europeo IMPROVE che prevedeva di sviluppare un sistema per la certificazione delle competenze degli operatori di orientamento, una vecchia idea già di AICO. La cosa ha avuto un’accelerazione quando nel 2011 Anna Grimaldi di ISFOL ha convocato noi di ASSIPRO, Antonio Colombo di ASITOR, e Federico Batini che a sua volta aveva un’associazione di formatori e orientatori per una indagine sul settore. Lì è nata l’idea di costituire un coordinamento fra associazioni e di lavorare assieme per un sistema di certificazione delle competenze, e abbiamo iniziato a tenere incontri periodici presso ISFOL, grazie al supporto di Grimaldi. io e Batini in quel periodo abbiamo lavorato intensamente al progetto, vedi il documento che abbiamo messo a punto Per un Registro Nazionale degli Operatori di Orientamento Italiani

In più, nell’ambito del progetto IMPROVE ho messo a punto e poi iniziato a testare il sistema di certificazione, basato su colloqui di analisi della prestazione condotti a distanza. Abbiamo sperimentato la metodologia credo con circa 60 operatori.

La cosa ha avuto una battuta di arresto quando un giorno a Roma presso ISFOL si teneva anche il coordinamento dei responsabili dell’orientamento delle varie regioni italiane; la Grimaldi ha proposto un incontro con le nostre associazioni, ma loro hanno detto di no con la motivazione che non volevano favorire nessuna associazione privata. In effetti i soggetti pubblici competenti per l’orientamento sono sempre stati autoreferenziali e ci hanno sempre ignorato.

A questo punto Batini ha passato la mano a un suo collega, e poi qualche mese dopo ho passato la mano anche io perché non mi sono trovato col sostituto di Batini e mi sono progressivamente allontanato dalle attività. Il gruppo di lavoro presso ISFOL è finito lì; io ho terminato il progetto IMPROVE con buoni risultati, ASITOR ha adottato un sistema di certificazione blandamente ispirato a quello di IMPROVE, di NUOVA ASSIPRO non ho più avuto notizie, credo che qualche anno dopo sia stata chiusa.

Nota bene: questa storia si basa sui miei ricordi, per cui alcuni punti potrebbero essere mal ricordati.

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Presentazione piattaforma di apprendimento TeachCMS per operatori di orientamento

Il progetto europeo Teach CMS ha messo a punto una piattaforma di apprendimento rivolta a operatori di orientamento che sarà presentata in un webinar il 16 marzo.

PROGRAMMA

  • 14.30 – Il Progetto Europeo: Tech CMS
    Eleonora Caponi, ASEV Capofila progetto
  • 14.40 – Presentazione della piattaforma di apprendimento ed orientamento TechCMS
    Marco Sabbatini, Consulenza Formativa e Orientativa – IAL Marche srl Impresa Sociale
  • 15.00 – Presentazione dei Webinar per orientatori ed utenti
    Marco Sabbatini, Consulenza Formativa e Orientativa – IAL Marche srl Impresa Sociale
  • 15.15 – Spazio domande

    E’ possibile partecipare iscrivendosi da questa pagina.

Origini, significato e modalità di utilizzo del cosiddetto diagramma IKIGAI

Origini e significato del diagramma IKIGAI

Durante il webinar dedicato al metodo IKIGAI (pronunzia ikigai) che ha tenuto tre giorni fa, Francesca Scelsi ci ha raccontato che alcune delle informazioni relative a questo termine sono ipotetiche, non verificate e perciò potenzialmente scorrette.

In questo articolo approfondisco quanto detto da Francesca sulla base di una ricerca su internet che mi ha portato all’articolo Ikigai Is Not a Venn Diagram di Nicholas Kemp a cui ti rimando per approfondimenti.

Secondo Kemp,

Fuori dal Giappone c’è un grosso fraintendimento relativo al concetto di IKIGAI: milioni di persone credono erroneamente che IKIGAI sia il risultato delle dimensioni riprodotte in un diagramma costituito da quattro cerchi e che IKIGAI sia ‘il segreto giapponese per una vita lunga e felice’.

Il diagramma dei quattro cerchi diffuso da migliaia di coach, influencer e HR è stata in realtà creato da una persona che non è giapponese e che aveva conosciuto l’IKIGAI solo attraverso un video.

Secondo Kemp l’IKIGAI non è:

  • Una immagine con quattro cerchi
  • Un concetto che è nato dalla città giapponese di Okinawa
  • Il segreto giapponese per una vita lunga e felice.

Kemp racconta che in giapponese il termine significa il valore che una persona trova nel vivere quotidiano, e che la parola è usata nel linguaggio quotidiano senza farne la base di una filosofia di vita. Secondo Kemp i giapponesi non conoscono il diagramma dei quattro cerchi e non ritengono che la felicità derivi dalle quattro dimensioni indicate nel diagramma:

  • Ciò che ti piace
  • Ciò di cui il mondo ha bisogno
  • Quello che sei bravo a fare
  • Quello per cui puoi essere pagato.

La felicità, secondo il concetto giapponese di IKIGAI (come illustrato da Kemp) non è necessariamente collegato al lavoro, ma può originarsi dalla semplice accettazione di sé e dai piccoli piaceri della vita (incontrare degli amici, leggere, passeggiare, riflettere, mangiare qualcosa che ci piace, etc.).

Kemp racconta che il diagramma coi quattro cerchi è stato in realtà sviluppato dall’astrologo Andrés Zuzunaga che nel 2012 l’ha pubblicato nel suo libro Qué Harías Si No Tuvieras Miedo (Cosa faresti se non avessi paura?).

Zuzunaga ha raccontato a Kemp che il diagramma gli è stato ispirato dalla sua attività di astrologo, e non dal Giappone.

Qui sotto il diagramma originale in lingua spagnola. Il problema, dice Kemp, è che Zuzunaga non aveva dato un nome al diagramma, e questo ha limitato la sua diffusione.

Nel 2014, l’influencer Mark Winn, riprende il digramma di Zuzunaga, lo traduce in inglese e lo diffonde in un post collocandolo all’interno della filosofia dell’IKIGAI di cui aveva sentito parlare in un video di Dan Buettner, dedicato a come vivere fino a 100 anni e oltre.  Ecco il diagramma di Winn, col termine IKIGAI inserito al centro. Vedi il post di Winn. Leggi il racconto di Winn. Vedi un video di Winn che racconta la vicenda.

Spiegazione del diagramma a quattro cerchi

Da un punto di vista operativo, che cosa possiamo dire del diagramma?

Ognuno dei quattro cerchi è un criterio per raggruppare le caratteristiche personali.

  • Il cerchio in alto (a cui assegno il numero 1, poi proseguo la numerazione in senso antiorario) richiama le attività che ci piace fare.
  • Il cerchio n.2 (quello a sinistra) richiama le attività che siamo in grado di svolgere bene.

Mettendo assieme i cerchi 1 e 2 otteniamo le attività che ci appassionano. Non tutte le attività che ci appassionano possono assicurare immediatamente un reddito.

  • Il cerchio 3 (quello in basso) richiama le attività che sul mercato del lavoro possono essere pagate, che, cioè possono diventare un lavoro.

Mettendo assieme i cerchi 2 e 3 otteniamo le attività che possono costituire una professione. Non tutte le attività che siamo in grado di svolgere ci assicurano però gioia durante il loro svolgimento.

Il cerchio 4 (quello a destra) richiama le attività ‘di cui il mondo ha bisogno’. Questa frase sottintende un approccio etico secondo cui tutte le professioni dovrebbero in qualche modo ‘migliorare il mondo’. Questa è l’unica interpretazione possibile. Se dovessimo intendere la frase semplicemente come attività di cui il mondo ha necessità (e che per questo è disposto a pagare), senza un fine etico, il cerchio 4 sarebbe un doppione del cerchio 3.

La gran parte delle attività non rende il mondo un posto migliore. Ad esempio, non rendono il mondo un posto migliore attività come addetto a una stazione di rifornimento carburante, un contabile, un corriere Amazon, un operaio che produce macchine utensili e centinaia di altre professioni. È vero che nel racconto I tre spaccapietre (Bruno Ferrero, Tutte storie) uno dei tre descrive il suo lavoro dicendo che sta costruendo una cattedrale, ma di solito gli spaccapietre (al giorno d’oggi manovali e muratori) lavorano per costruire anonimi condomini e villette di periferia, dunque senza nessuna utilità sociale.

Questo è il motivo per cui si è diffusa anche una versione senza il quarto cerchio che preferisco e che vedremo in seguito.

Il diagramma a quattro cerchi sottintende che piacere di svolgere una professione e senso di realizzazione siano due cose diverse e che il senso di realizzazione sia possibile solo se la professione svolta migliora il mondo, condannando così al senso di vuoto la gran parte delle persone che lavorano, cosa a mio avviso inaccettabile e contrario all’esperienza prevalente.

Personalmente credo che il senso di realizzazione sia dato dalla coerenza del lavoro col proprio valore professionale. I valori professionali sono il fattore motivante sul lavoro. Si indicano utilizzando dei verbi, ad esempio esprimere la propria creatività, rendersi utili, stare a contatto col pubblico, avere molto tempo libero, etc. In alcune persone il valore professionale prevalente può avere a che fare col cambiare il mondo, ma in molti altri casi il valore professionale prevalente può essere di tutt’altro tipo, ad esempio lavorare in autonomia, avere molto tempo libero, guadagnare molti soldi, stare a contatto con la natura. Trovo che presentare ai propri utenti un diagramma a quattro cerchi li costringa a dichiarare valori di natura obbligatoriamente ‘altruistici’ che non necessariamente sentono propri.

Tornando all’esame delle combinazioni possibili nel diagramma a quattro cerchi, l’intersezione fra i cerchi 3 e 4 produce quella che nel diagramma in inglese è descritto come una ‘vocation’, termine che significa ‘mestiere’ o ‘vocazione’ ma il cui significato in questo contesto mi sfugge, dal momento che le professioni che si trovano all’intersezione fra questi due cerchi non piacciono alla persona né la persona è in grado di svolgerle. E ugualmente mi sfugge in questo contesto il senso del termine ‘mission’ (‘missione’) dal momento che le professioni all’intersezione fra i quadranti 4 e 1 non sono richieste dal mercato né la persona le sa svolgere.

La versione a quattro cerchi con la descrizione delle aree di intersezione di tre cerchi

Esiste anche una versione a quattro cerchi dove viene dato un nome anche alle aree date dall’intersezione di quattro cerchi:

(vedi fonte)

L’area superiore (l’area A, assegno alle aree delle lettere in senso antiorario) è quella delle professioni che assicurano piacere, riuscita e senso di realizzazione, ma senza ritorni economici (il cerchio che manca è il numero 3, professioni per cui si è pagati).

L’area B (quella a sinistra) è quella delle professioni che assicurano piacere, riuscita e ritorno economico, ma con un senso di vuoto.

L’area C (quella in basso) è quella delle professioni che assicurano riuscita, ritorno economico e senso di realizzazione, ma non piacere. Questo mi sembra che abbia poco senso. Inoltre credo che ‘feeling of emptiness’ sia sbagliato, avrebbe dovuto essere no satisfaction. Fullness e emptiness sono legati al cerchio 4, che in questo caso è compreso nell’area C, dunque dovrebbe essere fullness e non il suo contrario.

L’area D (a destra) è quella delle professioni che assicurano piacere, senso di realizzazione e ritorno economico, ma che la persona non è capace di svolgere. Anche questo mi sembra che abbia poco senso.

La versione a 3 cerchi

La versione a tre cerchi, che preferisco per i motivi spiegati sopra, è la seguente:

Quello che nel diagramma a 3 cerchi viene considerato il lavoro dei sogni (dream job), nella versione del diagramma a quattro cerchi sarebbe l’area B, quella delle professioni che assicurano piacere, riuscita e ritorno economico, ma con un senso di vuoto.

Quando utilizzare il diagramma del lavoro dei miei sogni

Una denominazione più corretta di quello che finora ho chiamato diagramma IKIGAI potrebbe essere diagramma di Winn per la versione a 4 cerchi e diagramma del lavoro dei miei sogni per la versione a tre cerchi.

Come utilizzarli?

Il diagramma (meglio quello composto di soli 3 cerchi) può essere utile con tutti quegli utenti che sono insoddisfatti del loro lavoro attuale o del proprio percorso di carriera e hanno perciò necessità di approfondire cosa li motiva sul lavoro e quali lavori potrebbero farli sentire motivati.

Da un punto di vista più tecnico, ci sentiamo motivati quando:

  1. in un contesto lavorativo accogliente
  2. siamo in grado di svolgere bene determinati compiti
  3. che rispondono al nostro valore professionale prevalente.

Il lavoro dei miei sogni è quello che oltre a rispondere alle tre condizioni appena elencate è anche D. richiesto dal mercato.

Quando svolgiamo consulenza con persone disoccupate il punto A è sconosciuto (la persona non sta lavorando e non sappiamo in che tipo di contesto andrà a lavorare) e ci concentriamo sui punti B, C e D.

In che modo utilizzare il diagramma del lavoro dei miei sogni

Uso del diagramma per riassumere e identificare una professione obiettivo

Posso utilizzare il diagramma del lavoro dei miei sogni all’interno di un percorso lungo di consulenza di carriera, ad esempio un bilancio di competenze, come modo per riassumere a colpo d’occhio le cose più importanti che sono emerse:

  • Inserirò nel cerchio del Mi piace valori professioni, attività che mi piace svolgere e lavori desiderati (cioè interessi professionali), indipendentemente dal fatto che li sappia effettivamente svolgere.
  • Inserirò nel cerchio del Mi riesce conoscenze e capacità tecniche e capacità trasferibili (soft skills).
  • Inserirò nel cerchio Attività per cui posso essere pagato tutte le professioni qualificate che riuscirei a svolgere sufficientemente bene e quelle che potrei svolgere perché non richiedono una preparazione specifica, indipendentemente dal fatto che mi piaccia svolgerle.

A questo punto chiederò al mio cliente di identificare la professione che effettivamente vorrebbe svolgere (la professione dei suoi sogni).

Uso del diagramma per identificare rapidamente nuove professioni obiettivo

Posso usare il diagramma nella fase iniziale di una consulenza per produrre rapidamente nuove idee. In questo caso, come ci ha spiegato Francesca Scelsi, inviterò il mio cliente a iniziare a lavorare dal cerchio del Mi piace, chiedendogli di scrivere nel cerchio tutte le attività (sia lavorative che non lavorative) che gli piace svolgere durante la giornata o in generale, e poi, per ciascuna delle attività elencate, qual è il motivo per cui gli piace e come, come potrebbe portare quella felicità all’interno del lavoro attuale o da quali lavori quella felicità potrebbe essere provocata.

Uso del diagramma per approfondire la situazione personale

Un’altra possibilità, sempre descritta da Francesca Scelsi, è, all’inizio della consulenza, presentare lo schema a tre cerchi e chiedere al cliente in quale cerchio si vede più debole e perché, e poi passare alla descrizione della situazione nei cerchi restanti.

 

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Giovedì 24 febbraio ore 18-20 incontro di condivisione su IKIGAI

IKIGAI è una tecnica di origine giapponese che può essere utilizzata per la consulenza di carriera.

Giovedì 24 febbraio  ore 18-20 via webinar ho organizzato un incontro webinar per condividere esperienze nell’utilizzo di IKIGAI.

L’incontro è facilitato da Francesca Scelsi, consulente di carriera, professional counselor e formatrice, promotrice di Azione IKIGAI.

L’incontro è gratuito per gli operatori che hanno seguito uno dei miei corsi; altri operatori possono partecipare a pagamento.

Vedi questa pagina per maggiori informazioni.

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Perché abolire il liceo classico

Questo articolo riprende un articolo dell’economista Michele Boldrin, disponibile a questo link. Vedi anche un pezzo di una sua intervista

Il liceo classico è la scuola a cui si iscrive un’alta percentuale di studenti che all’esame di terza media hanno ottenuto punteggi alti. L’insegnamento è in genere di ottima qualità sia per gli alti livelli iniziali degli studenti, sia perché gran parte degli insegnanti sono orgogliosi di insegnare in una scuola d’élite, e perciò nei cinque anni di studi molti studenti sviluppano ottime capacità di scrittura e di ragionamento. Al liceo classico si iscrivono in genere studenti appartenenti a famiglie di status sociale medio alto, che poi andranno in buona parte a costituire le future classi dirigenti italiane.

Qual è allora il problema col liceo classico, e il motivo per cui dovrebbe essere abolito? Leggiamo Boldrin:

(…) al classico si insegna non tanto greco e latino ma, soprattutto, un modello del mondo che è quello prescientifico, premoderno. (…) Si insegna un modello del mondo in cui, anzitutto, conta lo status ricevuto e conta la retorica nell’arena pubblica, conta il saper argomentare la propria posizione e non contano i fatti bruti. Un modello del mondo in cui l’efficienza ed il cambiamento devono sempre cedere il posto alla tradizione ed in cui la logica (che, mi dispiace, è matematica) è secondaria all’opinione e, appunto, all’argomentare. Un mondo nel quale – giustificatamente al tempo, ossia tra i 700 ed i 2000 anni orsono – si riteneva di aver inteso “tutto” quello che v’era da intendere e di poter sedere tranquillamente in cima all’universo in possesso di una “saggezza” tanto antica quanto, molto spesso, cinica e disincantata. Un mondo nel quale il cambiamento continuo che l’innovazione determina entra solo di sfuggita nel corso di studi perché, alla fine, se si studiano e leggono continuamente cose di un mondo che per secoli è stato uguale a se stesso, al centro del quale c’era l’Europa nell’ombelico della quale (si fa per dire) ci stava l’Italia, si finisce (in media, sia chiaro) per pensare che non solo era cosi, è GIUSTO che sia così in secula seculorum. Amen.

(…) Morale: l’allievo/a medio/a acquisisce una visione del mondo ed una cultura che sono esattamente quelle del figlio delle elite borghesi italiane di 90-50 anni fa! E questo, (…) ti segna, per sempre. È “colpa” del classico? È “colpa” del greco e del latino? L’umanesimo non conta una cippa? Boldrin odia filosofi, poeti, romanzieri, artisti, filosofi greci e rinascimentali? No. Anzi, mi piacciono assai e li consumo a iosa. Ma sono un lusso, un grande, stupendo lusso, come il Parsifal a Vienna la sera del Giovedì Santo o la lettura ad alta voce delle poesie di Zanzotto o l’Edipo Re al Teatro Romano di Mérida. Stupendi beni di consumo per le élite che se li possono permettere e che, per permetterseli, dedicano anzitutto il loro tempo a fare medicine, software, robot, opzioni e via elencando gli orrendumi costosi che questa globalizzazione (…) ci ha imposto invece di godersi il mandolino e le bellezze del Foro… Fa fastidio dover ammettere che Cicerone e Vasari sono un lusso mentre l’informatica, la contabilità, le nozioni base di ingegneria meccanica ed elettrica sono OGGI una necessità?

(…) È toccato anche a me ammettere questa “triste” verità nel corso del tempo ed approfitto per dare credito a chi lo merita: la persona che più me l’ha fatto, testardamente, capire è D.K. Levine il quale, consapevole di quel che sapeva, ha negato dal giorno uno la superiorità della mia cultura “classica” sulla sua, tutta “UCLA-MIT plus Asimov”.

Detto altrimenti: le scuole di élite ci vogliono, eccome. Non serve la scuola uguale per tutti e non è nemmeno possibile. Ma la scuola d’élite forma le élite e le élite – dovendo guidare il paese nel mondo di ora e non dell’altrieri – è bene conoscano il mondo odierno (e le lingue che vi si parlano, ah le lingue straniere…), le regole che lo governano, le scienze e le tecniche che lo reggono. E, soprattutto, ne acquisiscano la logica, il modello, la visione. Che non è quella dello status ereditato, che non è quella del lei non sa chi sono io, che non è quella dell’elegante locuzione, che non è quella del tanto tutte le opinioni sono uguali e vale quella che meglio si argomenta, che non sono quelle del grande passato dietro alle spalle ma del grande futuro che ti costruisci, che sono quelle della responsabilità individuale e del chi sbaglia paga, che sono quelle dell’innovazione, della competizione, della mobilità sociale e culturale in un mondo globale ed eterogeneo…..

In un incontro presso l’Università La Sapienza, nel 2014, l’allora presidente di Google Eric Schmidt ha rimarcato che gli studenti italiani non conoscono l’informatica, e suggerito di inserire l’insegnamento dell’informatica in tutte le scuole. Il Ministro Franceschini ha risposto che ogni paese ha la sua specificità, e che gli studenti italiani, negli USA, potranno insegnare storia medievale.

Davvero? Allora proviamo un attimo a confrontare l’utilità della storia medievale e dell’informatica (e più in generale della cultura classica e della cultura scientifica) al fine di (scrivo le prime cose che mi vengono in mente):

  • migliorare le nostre condizioni di vita, ad esempio sviluppando nuovi vaccini e farmaci contro virus come il Covid o malattie come l’Alzheimer, oppure migliorando coltivazione e conservazione dei prodotti alimentari in modo da ridurre la percentuale delle persone che nel mondo sono ancora soggette a carestie, oppure ancora sviluppando nuove modalità di produzione dell’energia che riducano l’utilizzo di combustibili fossili e il risultante inquinamento
  • migliorare la nostra sicurezza tramite lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma e nuove tecniche di intelligence contro il terrorismo o l’espansionismo di paesi come la Cina, e nuove modalità di protezione dei nostri pc e delle nostre reti di comunicazione
  • migliorare le modalità di insegnamento (tecniche didattiche e modalità di erogazione) che ci permettano di aumentare i livelli di istruzione di quanti abitano in paesi poveri o di quelli che nella nostra società abbandonano gli studi.

E alla luce di queste considerazioni, chiediamoci anche quali saranno le possibilità di impiego di esperti in storia medievale e di esperti informatici e i benefici per i paesi che li formano.

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Il Presidente di Google: I giovani italiani non conoscono l’informatica

Il past president di Google Eric Schmidt ha dichiarato che  “I giovani italiani non conoscono l’informatica“.

Schmidt, che non molto tempo fa ha detto di voler investire molto sull’Italia, denuncia un preoccupante ritardo nell’educazione dei nostri giovani. “Il sistema educativo italiano non forma persone adatte al nuovo mondo. – ha detto il manager di Google – L’Italia ha una disoccupazione giovanile al 40%, che dimostra un fallimento delle politiche.

Un modo per affrontare questo problema è far recepire le abilità a livello digitale, incoraggiare i giovani in questo senso”. Schmidt quindi spera in un “cambiamento del sistema di istruzione italiano” verso un modello più simile a quello statunitense, dove “in tutte le scuole si insegna informatica”.

Risibile la risposta del Ministro Franceschini: “I giovani italiani, negli USA, insegneranno storia medievale“.

Leggi un resoconto dell’incontro.

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