Una semplice proposta per ridurre la disoccupazione dei laureati e il costo dell’università

E’ noto che le tasse universitarie coprono solo una parte dei costi totali dell’università. La parte restante viene finanziata dallo Stato e in ultima analisi la pagano i cittadini (quelli che non evadono le tasse) attraverso la tassazione ordinaria.

Per anni nella mia attività di orientamento ho incontrato neolaureati in discipline in cui le possibilità di occupazione erano minime.

Propongo un sistema molto semplice per ridurre la disoccupazione dei laureati e il costo delle università:

sovvenzionare solo i corsi di laurea per cui si prevede ci sarà richiesta di mercato, e solo per un numero di laureati pari o leggermente superiore all’occupazione stimata futura.

Chi vuole iscriversi ai corsi di laurea per cui non c’è richiesta di mercato o chi si iscrive in soprannumero rispetto al limite stimato deve pagare il costo pieno del corso di laurea.

Dover pagare il costo pieno (varie migliaia di euro) sarebbe una potente misura di orientamento, con benefici per gli studenti, per le loro famiglie e per il sistema Italia in generale.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

Maturità, al Sud è record di 100 e lode ma studenti meridionali ultimi in prove Invalsi.  – Il Fatto Quotidiano

Non è solo una questione di 100 e lode, ma di un sistema che spacca l’Italia ancora una volta. È polemica sui risultati scolastici degli studenti italiani diffusi dal ministero dell’Istruzione, secondo cui gli allievi delle regioni in coda alle classifiche Ocse e Invalsi per preparazione (molte delle quali al Sud), sono invece ai primi […] Domenico De Masi: “È evidente che la classifica dei voti delle regioni non rispecchia la realtà, altrimenti il Sud eccellerebbe in tutto e così non è: il primo divario per le regioni meridionali è quello tra i voti alla maturità e quelli che dà la vita e tutte le classifiche sulla qualità della vita fotografano una realtà favorevole per le aree del Settentrione

Continua a leggere: Maturità, al Sud è record di 100 e lode ma studenti meridionali ultimi in prove Invalsi. Zaia: ‘Ragazzi del Nord penalizzati’ – Il Fatto Quotidiano

Scuola: liceo in 4 anni, ok dal Miur Nuova sperimentazione dal 2017

Il ministro Stefania Giannini firmerà nelle prossime settimane il decreto che estenderà i «licei brevi» ad altre 60 prime classi. Dopo aver bloccato l’estensione della sperimentazione per tre anni, Giannini ha cambiato orientamento e dall’anno scolastico 2017/2018 consentirà di allargare la sperimentazione. Altre sessanta scuole saranno coinvolte, oltre alle 11 che già seguono il percorso abbreviato. Il progetto era stato bloccato nel 2014.

Farebbe la felicità dei ragazzi e, secondo una parte consistente di pedagogisti ed esperti, anche il loro bene. Sarebbe una boccata d’ossigeno per le casse dello Stato: risparmio stimato, tre miliardi. Piace ai professori universitari e agli imprenditori. Contrari «senza se e senza ma» i sindacati degli insegnanti. i sindacati fanno muro sulla riduzione di un anno, temendo il taglio degli insegnanti.

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Alle radici del terrorismo islamico: chi diffonde l’ideologia dell’odio

La realizzazione di attacchi terroristici come quelli di Parigi (2015), Dacca e Nizza (2016), Mumbai (2008), oppure gli attentati contro i Musulmani sciti o gli aderenti alla corrente islamica dei Sufi dipende da una serie di condizioni:

  1. l’elaborazione di una ideologia di odio verso i Musulmani moderati o che seguono determinati rami dell’Islam e verso i non Musulmani
  2. la diffusione di questa di ideologia
  3. la presenza di persone disponibili a compire gli attacchi
  4. il reperimento di strumenti atti a uccidere.

Questo breve articolo tratta di come intervenire sui primi due punti.

1. L’elaborazione di una ideologia di odio verso i Musulmani moderati, i Musulmani di determinati rami dell’Islam e i non Musulmani

L’ideologia a cui si richiamano i terroristi islamici è l’interpretazione wahhabita dell’Islam, sviluppata da  Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (1703 – 1792) nella penisola arabica. Il Wahhabitismo supporta una pratica dell’Islam basata sull’interpretazione letterale, astorica, anti modernista, anti intellettualista del Corano e l’applicazione integrale della legge islamica (Sharia) a tutti gli aspetti sociali. La Sharia è ricavata dalle indicazioni di comportamento contenute nel Corano (testo messo a punto da Maometto per istruire i suoi seguaci) e dalla Sunna (una raccolta di aneddoti e detti di Maometto).

Le indicazioni di Maometto (vissuto oltre 1.000 anni fa) sono molto lontane dall’attuale modo di vita occidentale, ad esempio la Sharia prevede la supremazia dell’uomo sulla donna, il taglio della mano e del piede ai rapinatori, la lapidazione delle adultere, la flagellazione, etc..  Un Musulmano può accettare il modo di vita occidentale solo ignorando o relativizzando tutte o alcune  indicazioni di Maometto. Il sistema di vita e i valori occidentali sono ugualmente incompatibili con almeno una parte delle indicazioni contenute nella Bibbia, ma in Occidente già da alcune centinaia di anni si sono diffusi la secolarizzazione, la libertà religiosa, la separazione fra stato e chiese, e una interpretazione della Bibbia basata sul relativismo.

Il Wahhabitismo ritiene apostati e nemici dell’Islam coloro che seguono tutte le altre interpretazioni dell’Islam (quali ad esempio la corrente sciita e il Sufismo) e disprezza il modo di vita occidentale. I fondamentalisti accusano l’Occidente di essere diventato ateo e/o neo pagano, permettendo un gran numero di turpitudini: libertà sessuale, aborto, omosessualità, coppie di fatto… Il Wahhabitismo è stato preso a riferimento da una serie di movimenti islamisti (Salafiti, Al- Qaeda, i Talebani, il Daesh, etc.) nell’ambito del radicalismo islamico (un sinonimo è   estremismo islamico, in Occidente anche fondamentalismo islamico), che praticano l’Islam in modo aggressivo e intollerante.

Il Wahhabitismo è l’ideologia dominante in Arabia Saudita e Qatar, e nel golfo arabico conta circa 5 milioni di seguaci, contro 28 milioni di Sunniti e 89 milioni di Sciiti. Le somiglianze fra l’ideologia dell’ Arabia Saudita e l’ideologia del Daesh sono tali che qualche commentatore si è riferito all’Arabia Saudita come a un ISIS che ha avuto successo.

I movimenti radicali islamici promuovono:

  • l’applicazione integrale della Sharia, il che comporta il rifiuto dei principali diritti umani diffusi in Occidente (parità fra uomo e donna, democrazia, libertà di espressione, libertà religiosa, separazione fra stato e chiese, etc.)
  • la diffusione della propria ideologia anche con l’utilizzo della violenza indiscriminata, sia contro islamici moderati che non islamici
  • la sostituzione dei regimi arabi moderati con regimi fondamentalisti
  • la supremazia dell’Islam sull’Occidente.

Ognuno di noi tende a vivere nel presente, lasciando in secondo piano anche fatti molto eclatanti e ignorando tendenze storiche di fondo. Se ci riferiamo al terrorismo di ispirazione islamica, una ricerca sistematica individua però una impressionante lista di 106 attacchi in Paesi occidentali dal 2009 al luglio 2016 (dei quali 45 solo nel 2015-2016: vedi Islamic terror attacks on the West.

Se consideriamo il mondo nel suo insieme il numero è assai più elevato. In concreto, i fondamentalisti islamici e gli Stati Islamici che li supportano (vedi il prossimo paragrafo) da tempo hanno dichiarato guerra (guerra: una azione coordinata e continuata nel tempo volta a ottenere vantaggi o predominanza di natura politica attraverso uccisioni e distruzione delle infrastrutture del nemico) contro i Paesi Occidentali e i Musulmani non Wahhabiti. E’ una guerra vigliacca, rivolta innanzitutto contro cittadini inermi.

2. La diffusione dell’ideologia dell’odio

2A. La diffusione dell’ideologia dell’odio da parte dei Paesi della penisola arabica

Il Wahhabismo è diffuso principalmente dall’Arabia Saudita e da altri Paesi della penisola araba (Quatar, Kuwait). Si stima che dal 1982 al 2005 l’Arabia Saudita abbia speso oltre 75 miliardi di dollari. In particolare sono stati creati 200 collegi islamici, 210 centri islamici, 500 moschee e 2.000 scuole. Negli anni ’80 in tutte le ambasciate saudite è stato inserito personale specializzato nella diffusione della propaganda religiosa. Inoltre il governo saudita finanzia una serie di organizzazioni internazionali che diffondono il Wahhabismo, fra cui la Muslim World League, la World Assembly of Muslim Youth, la International Islamic Relief Organization, la Popular Committee for Assisting the Palestinian Muhahedeen.

Il ruolo dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi della Penisola araba nel finanziamento del terrorismo islamico è ben conosciuto dagli Stati Occidentali e dagli addetti ai lavori (vedi tutte le fonti in doc1, e poi doc2, doc3, doc4, doc5), anche se gli Stati Uniti (gli altri Paesi Occidentali loro alleati) hanno finora deciso, almeno pubblicamente, di ignorare questo dato di fatto, probabilmente in funzione anti iraniana.

Io credo che questa politica vada rivista. E’ necessario:

  1. che il Wahhabitismo sia ufficialmente riconosciuto come l’ideologia alla base del terrorismo islamico e che a livello internazionale sia impedito di operare alle organizzazioni che propagandano il Wahhabitismo
  2. che i Paesi finanziatori vengano apertamente accusati e messi ai margini della comunità internazionale, anche all’interno dell’ONU. Dovrebbero inoltre essere messi in difficoltà, ad esempio non vendendogli più armi e appoggiando gruppi organizzati che li combattono, come i ribelli Huthi nello Yemen
  3. che i Paesi Occidentali (ma anche quelli Musulmani non fondamentalisti: Tunisia, Marocco, Pakistan, Indonesia, Malesia, Bangladesh, etc.) promulghino una legislazione che preveda la confisca delle proprietà di individui e organizzazioni che promuovono il Wahhabitismo e/o finanziano il terrorismo islamico, e che alle istituzioni finanziarie che trasferiscono fondi agli estremisti islamici sia impedito di operare in Occidente
  4. che i Paesi Occidentali e quelli Musulmani non fondamentalisti controllino cosa viene predicato nelle loro moschee, favorendo lo sviluppo di Islam nazionali e moderati, attraverso la formazione di Imam ‘nazionali’, la predicazione nella lingua locale, l’accordo con le associazioni che rappresentano i credenti islamici di ogni Paese
  5. che i Paesi Occidentali controllino maggiormente il flusso dell’immigrazione musulmana, respingendo ad esempio chi non conosce la lingua nazionale, chi col suo abbigliamento e comportamenti mostri l’adesione all’Islam più tradizionale o non riesce o non vuole integrarsi, e evitando che si creino sacche di povertà fra gli immigrati
  6. che i Paesi Occidentali avviino una migliore politica di relazione e favoriscano lo sviluppo economico e democratico dei Paesi Musulmani più vicini, ad esempio quelli mediterranei.

2B. La diffusione dell’ideologia dell’odio da parte di internet e dei media

Internet viene utilizzato dalle organizzazioni terroriste per diffondere in maniera estremamente capillare, rapida ed economica contenuti propagandistici (inclusi video delle proprie azioni: attacchi, esecuzioni) e per comunicare con i propri membri (vedi il contenuto di una azione legale promossa dai familiari di una vittima delle stragi di Parigi contro Twitter, Facebook e Google, accusati di aver supportato ISIS, doc1 e doc2). Senza internet l’efficacia della propaganda fondamentalista sarebbe enormemente ridotta, e il fenomeno dei ‘lupi solitari’ non esisterebbe. Internet si è sviluppato in un periodo in cui, dopo la fine dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, sembrava che i Paesi Occidentali si fossero incamminati verso un contesto internazionale caratterizzato da Peace and Love. L’architettura aperta e decentralizzata di internet, su cui una serie di grandi società americane ha costruito il proprio modello di business, va cambiata. In particolare il modello di business delle principali piattaforme esistenti (Twitter, Facebook, YouTube, Istagram) è attirare più utenti possibili mostrando loro pubblicità mentre utilizzano i propri servizi. Il controllo della legittimità dei contenuti (che ha un costo) è inesistente o affidato agli utenti stessi, ad esempio su YouTube sono gli utenti stessi che segnalano le violazioni del copyright o i contenuti violenti; come è facilmente  comprensibile, si tratta di un sistema estremamente inefficace. Questa modalità è opportunamente avallata da una legge americana del 1996, che prevede che le piattaforme non siano responsabili dei contenuti caricati dagli utenti. Recentemente queste piattaforme hanno avviato un minimo, poco efficace controllo sui contenuti violenti. Ridicolo anche l’atteggiamento dei motori di ricerca: in caso di ricerche di termini collegati al terrorismo islamico Bing (il motore di ricerca di Miscrosoft) e  Google, mostreranno, assieme ai risultati cercati dall’aspirante terrorista, anche link a siti di organizzazioni che fanno campagna contro terrorismo. Bing rimuoverà i link a contenuti relativi al terrorismo solo se la rimozione è richiesta espressamente sulla base di una normativa di legge. Google, Bing, Facebook, YouTube non sono miei amici perché contribuiscono a diffondere il fondamentalismo islamico.

Giornali e televisioni occidentali contribuiscono ulteriormente alla diffusione delle imprese terroristiche e dei proclami dando loro estrema risonanza, aumentando così la loro forza d’urto.

E’ necessario:

  1. escludere da internet i provider che permettono il caricamento sui propri server di contenuti legati al terrorismo islamico
  2. impedire la diffusione di software e app che permettono trasmissioni criptate
  3. bloccare le piattaforme (Facebook, Twitter, etc.) e i motori di ricerca incapaci di impedire la diffusione di contenuti legati al terrorismo islamico
  4. produrre linee guida e provvedimenti di legge che impediscano ai media occidentali di contribuire alla diffusione delle imprese terroristiche, vedi ad esempio quelle adottate da Le Monde.

3. La presenza di persone disponibili a compire gli attacchi

Su questo punto vedi l’articolo La rivolta generazionale che alimenta il terrorismo, di Ilvo Diamanti.

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Quale ecosistema per i servizi per l’impiego

Un ecosistema è un ambiente in cui un insieme di soggetti interagiscono fra loro. L’ecosistema che ci interessa è quello dei servizi per il lavoro, costituito da disoccupati e imprese, dai soggetti che erogano servizi per il lavoro e dai decisori pubblici che si occupano del settore. La sfida per i decisori pubblici è promuovere, attraverso una normativa adeguata, un ecosistema ‘servizi per il lavoro’ che assicuri, a parità di altre condizioni, un tasso di occupazione più elevato con una spesa pubblica contenuta.

 

Pensioni in Italia: Un enorme trasferimento di soldi dai più poveri, soprattutto i giovani millennial sotto i 35 anni, ai più ricchi

 

Secondo un articolo su L’Espresso, dal 2001 le pensioni sono stata la voce che è aumentata di più, andando a occupare una parte sempre maggiore della spesa pubblica. Un enorme trasferimento di soldi dai più poveri, soprattutto i giovani millennial.

L’articolo spiega anche che, contrariamente a quello che sostengono alcuni sindacati, facilitare il pensionamento dei lavoratori anziani non porterà benefici ai giovani. Aumenterà solo la diseguaglianza a favore dei più anziani.

Continua a leggere su L’Espresso: Pensioni, sempre più grande il divario tra ricchi e poveri. E una generazione è perduta

Il bilancio di competenze dei docenti neo assunti

La legge 13 luglio 2015 n. 107   “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti” prevede un periodo di prova, regolamentato dal D.M. n. 850 del 27/10/2015, al cui inizio tutti i docenti neo assunti devono svolgere un proprio bilancio di competenze.

In particolare l’art. 5 del decreto stabilisce che:

  1. Ai fini della personalizzazione delle attività di formazione, anche  alla  luce  delle  prime  attività didattiche svolte, il docente neo-assunto traccia un primo bilancio di competenze, in forma di autovalutazione  strutturata, con la collaborazione  del  docente  tutor
  2. Il bilancio di competenze, predisposto entro il secondo  mese  dalla  presa  di  servizio,  consente di compiere una analisi critica delle competenze possedute, di delineare i punti da potenziare e di elaborare un progetto di formazione in servizio coerente con la diagnosi compiuta.
  3. Il dirigente scolastico e il docente neo-assunto, sulla base del bilancio delle  competenze, sentito il docente tutor e tenuto conto dei bisogni della scuola, stabiliscono, con un apposito patto per lo sviluppo professionale, gli obiettivi di sviluppo delle competenze di natura culturale, disciplinare, didattico-metodologica e relazionale, da raggiungere attraverso  le attività formative di cui ali’articolo 6 e la partecipazione ad attività formative attivate dall’istituzione scolastica o da reti di scuole, nonché l’utilizzo eventuale  delle  risorse  della Carta di cui all’articolo  1, comma  121, della  Legge.
  4. Al termine del periodo di formazione  e prova, il  docente  neo-assunto, con  la supervisione del docente tutor, traccia un nuovo bilancio di competenze per registrare i progressi di professionalità, l ‘impatto delle azioni formative realizzate,  gli  sviluppi  ulteriori  da ipotizzare.

La normativa prevede che il bilancio vada svolto online sul sito di INDIRE, ma al momento in cui scrivo la pagina non è ancora disponibile. La pagina dove sarà inserito è questa.

Tuttavia è disponibile una bozza che può essere scaricata da questo link bozza-BDC-docenti- neo-assunti.

Il bilancio è basato sull’autoanalisi, è strutturato per attività principali, ed è centrato su 3 aree:

  1. INSEGNAMENTO (DIDATTICA)
  2. PARTECIPAZIONE alla vita SCOLASTICA (ORGANIZZAZIONE)
  3. FORMAZIONE CONTINUA (PROFESSIONALITA’).

Si tratta chiaramente di un bilancio per l’aggiornamento professionale, in cui sono esaminate le principali aree di attività della professione dell’insegnante (o almeno quelle che il Ministero ritiene più significative) e per ciascuna le principali attività svolte.

Ottima iniziativa.

Il bilancio di competenze per l’orientamento è invece focalizzato sulle caratteristiche personali, e non sulle modalità di svolgimento dei compiti principali di una professione. Perché? Perché nel bilancio per l’aggiornamento professionale c’è già una professione di riferimento, e l’obiettivo è migliorare e attività che la persona già svolge o andrà a svolgere a breve. Nel bilancio per l’orientamento si cerca invece di identificare un obiettivo professionale ottimale, e a questo scopo ci si concentra sulle aspirazioni personali e le caratteristiche personali maggiormente sviluppate. La differenza risulta molto chiaramente confrontando il modello di bilancio del Ministero con la relazione di bilancio contenuta in questo sito.

[Se vuoi fare il tuo bilancio di competenze vai a questa pagina. Se vuoi imparare a svolgere bilanci di competenze puoi seguire uno o più dei miei corsi:

Vedi il Catalogo di tutti i miei corsi.]

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