Rewind. La strada che avrei dovuto prendere

Montalto di Castro, manifestazione contro la centrale nucleare, 7 maggio 1978

È mercoledì 13 luglio 1977 e sono stato a Montevarchi a vedere i risultati dell’esame di maturità. Ho i capelli lunghi, i pantaloni cadenti, la camicia l’ho comprata a un mercatino dell’usato. Sono un ‘compagno’.

Nell’anno scolastico che è terminato ci sono state tante assemblee, a marzo c’è stata la rivolta di Bologna dopo che un poliziotto ha ammazzato Francesco Lorusso, a maggio in una manifestazione a Roma è morta Giorgiana Masi. Le Brigate Rosse e gli Autonomi si stanno dando molto da fare, ma non mi riguardano, io sono contro la lotta armata e l’uso delle armi. I rapporti con mio padre (carabiniere, 30 anni di servizio) sono comunque molto tesi. A casa abbiamo discussioni continue.

Il mio percorso è comune a quello di tanti altri giovani della mia età. Siamo arrivati alla politica per un desiderio estremizzato di giustizia sociale e eguaglianza dovuto alla nostra educazione cattolica, e per il desiderio di vivere in una società più aperta e tollerante verso i nostri atteggiamenti e aspirazioni. In più, sono molto attratto dal mondo delle idee, dalle utopie.

 

Tre giorni dopo, il 16 luglio, partirò per Follonica col Biondo e Succhino per stare qualche giorno al mare ospiti della roulotte dello zio del Biondo, che invece, arrivati lì senza preavviso, non vorrà tenerci. Così io e Succhino torneremo a casa la notte stessa, dormiremo in un garage per non presentarci a casa a notte fonda e poi a pranzo il giorno dopo avrò un litigio gigante con mio padre perché disapprova le mie frequentazioni, scapperò per le scale per evitare di essere picchiato, cercherò rifugio da alcuni amici in campeggio sul Pratomagno. A seguire verrà tutto il resto: la ricerca di un lavoro qualsiasi per poter andare via da casa, il congedo di mio padre pressato dai colleghi, l’iscrizione a scienze politiche (e dopo a economia) ‘per poter essere di aiuto nella lotta della classe operaia’, il tentativo di emigrare in Germania. E poi, dopo il fallimento della trasferta in Germania, l’inversione a U: il rientro in famiglia, il coinvolgimento intensivo per 9 anni nell’aziendina di maglieria aperta da mia madre con mia zia, nuove idee politiche, la laurea in economia solo nel 1987, 3 anni fuori corso. In quei 9 anni ho imparato tante cose sulla gestione aziendale, ma ho anche sprecato tanto tempo. E più in generale, negli anni a cavallo del diploma di maturità ho sviluppato molte incertezze e conflitti con chi mi stava vicino.

 

Ma tutto questo non posso saperlo. Sono le 3 di pomeriggio del 13 luglio 1977 e, tornato a S. Giovanni, sono seduto al baretto di viale Diaz. Mentre sono lì ho un momento di intensa consapevolezza. Mi viene in mente che i contrasti con mio padre hanno passato il segno, che il Movimento a cui appartengo non ha futuro, schiacciato fra i ‘compagni’ che sparano e quelli che hanno iniziato a usare l’eroina, che per trovare coetanei con la mia apertura mentale non c’è bisogno (come poi scoprirò all’università) di chiudersi in un ghetto. Mi rendo conto che devo cambiare aria, e che l’università è una via d’uscita, ma devo decidere a quale corso di laurea iscrivermi. Devo pensarci bene, altrimenti superati i 50 anni sentirò la mia intelligenza sottoutilizzata e sarò insoddisfatto per mancanza di prestigio e ritorni economici.

 

Studiare economia mi interessa a prescindere, ma non sono bravo coi numeri, e questo mi taglia fuori anche da gran parte delle carriere scientifiche, da ingegneria e dall’informatica. In realtà negli anni 1985-1986 lavorerò bene nella ricerca sul campo su settori economici, non tutta l’economia è formalizzata in equazioni; tuttavia, consapevole di questo mio limite non spingerò per lavorare come commercialista e revisore aziendale. La possibilità di lavorare in studi di settore come ricercatore sfumerà purtroppo con la scomparsa di Raffaele Gaeta e con l’interruzione della collaborazione con Mix Consulting Group. Alcuni dei miei compagni di liceo andranno a medicina, ma io non voglio trovarmi responsabile della vita di altre persone.

Riesco molto bene ad analizzare e elaborare, anche in maniera originale, informazioni, testi e concetti non numerici, e poi a scrivere e argomentare. Questo potrebbe essere utile per studiare storia, filosofia o letteratura, ma dedicare la mia vita a ricostruire il passato e le idee o a racconti e poesie mi sembra futile. Piuttosto potrei essere molto bravo in ambito giuridico, anche se il diritto in prima battuta mi sembra arido. E poi studiare e lavorare con il diritto vorrebbe dire rinunciare a dotarmi di strumenti per lavorare su me stesso.  Con il diritto però potrei arrivare ad essere molto bravo, avere ottimi ritorni economici, e, chissà, ruoli di prestigio. Ancora non lo so, ma l’estero, l’incontro con modi di vita e persone diverse da me mi attira molto. Potrei specializzarmi in diritto delle Comunità Europee, che è un campo destinato a una grande espansione e passare molto tempo all’estero, o addirittura stabilirmi a Bruxelles. Potrei lavorare come avvocato specializzato in diritto internazionale o come dipendente della Commissione europea o di altre organizzazioni internazionali, e/o dedicarmi all’insegnamento universitario. Oppure specializzarmi in diritto amministrativo, ma è meno divertente. In subordine contribuire all’allargamento dei diritti civili in Italia cooperando con qualche associazione o movimento, ma è una strada un po’ più nebulosa e soprattutto povera.

 

In generale tendo a privilegiare il pensiero astratto rispetto alle relazioni, ho spesso la testa fra le nuvole, perché seguo il mio dialogo interiore. Così nella vita quotidiana, quando non sono volutamente concentrato su chi mi sta vicino, le mie abilità sociali sono un po’ sotto la media. Per questo, come scoprirò a mie spese intorno ai 30 anni, sono inadatto a lavorare in contesti organizzati, in ruoli dove è necessario un costante lavoro di squadra e una attenzione costante alle relazioni, e gli avanzamenti, come accade in molte grandi imprese, non sono legati solo alle capacità tecniche.

La mia dimensione ottimale è quella di uno specialista che lavora in autonomia, anche se interagisce con altre persone. Potrei essere un bravo consulente o ricercatore. Il tipo di rapporto di lavoro più adatto a me è libero professionista (e infatti lavorerò a partita IVA dai 35 anni in poi) o anche lavori dipendenti ma con un ampio grado di autonomia.

In contesti operativi sono bravo a osservare, a categorizzare e estrarre principi dalla pratica, a costruire teorie sulla base di quello che vedo accadere. So individuare le cose che non vanno, migliorare le procedure, spiegarle ad altri. Quando sono concentrato, ho molta attenzione e rispetto per gli altri, comunico bene, so farmi ascoltare, so come facilitare l’apprendimento.

Penso che potrei lavorare bene come insegnante, meglio se nella formazione degli adulti, che però ancora non esiste; scienze della formazione sarà avviata solo nel 1993. Quando nel 1992 ci arriverò per caso, scoprirò che scuola mi appassiona, e per due anni sarò un buon insegnante di media superiore, ma fallirò l’abilitazione. Lavorerò invece dal 1995, per almeno 20 anni, nella formazione degli adulti, prima con disoccupati e poi con operatori, con gran divertimento ma senza ritorni economici eclatanti. Nel 1977 il settore della formazione professionale è ancora piccolo ma è destinato a un grande sviluppo, però l’unico modo per avere un buon reddito è mettere in piedi una agenzia formativa (ne dirigerò una per pochi anni, prima di uscirne per dissidi coi soci) o diventare docente universitario.

 

Penso anche che potrei formarmi e lavorare come psicologo. Anche questo settore è destinato a un grande sviluppo, paradossalmente uno dei settori principali sarà la formazione di altri psicologi con le scuole di specializzazione in psicoterapia, cosa in cui potrei cimentarmi con successo, vista la mia predisposizione per l’insegnamento. Ma la psicoanalisi, che a fine degli anni ’70 è ancora l’approccio dominante, non mi piace, e questo mi tiene lontano da psicologia. Se fossi meglio informato potrei iscrivermi al corso di laurea e seguire altri approcci, ad esempio quello centrato sul cliente o il cognitivo – comportamentale, ma purtroppo non li conosco. Potrei anche focalizzarmi su un settore specifico, ad esempio la consulenza in ambito sessuologico, vicina ai miei interessi.

In alternativa potrei specializzarmi in psicologia del lavoro e lavorare nella gestione del personale, ma anche questa la conosco poco e negli interventi complessi in azienda c’è tutto un aspetto relazionale col committente e i suoi subordinati che mi rimane ostico. L’orientamento è un settore in cui lavorerò con ottimi risultati e divertimento per oltre 20 anni, ma in questo momento non ne so niente ed è un settore che comincerà ad espandersi solo alla fine degli anni ’90.

Psicologia poi è solo a Padova o a Roma, e nel 1978 e 1979 sarà impossibile seguire le lezioni a causa delle agitazioni studentesche, così, mettendo tutto assieme, lascio perdere.

 

Così ho deciso, farò giurisprudenza a Firenze.  Fra un’ora, appena apre il barbiere, vado a tagliarmi i capelli, stasera parlerò della mia decisione con mio padre e mia madre e chiederò il loro supporto economico. Domattina andrò a Firenze, a sentire come si fa ad iscriversi all’Università e a comprarmi qualche vestito decente.

Non andrò al mare col Biondo, non esaspererò più i contrasti con mio padre. Per specializzarmi in diritto comunitario devo imparare le lingue. Meglio passare un mese in Inghilterra e uno in Francia facendo volontariato (questo sì che mi piacerà, continuerò a farlo fino quasi a 50 anni); devo telefonare alle ambasciate chiedendo se possono darmi gli indirizzi di organizzazioni di volontariato. E poi a ottobre via con le lezioni di diritto.

 

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Nota bene: questa è solo una delle storie (e dei miei futuri) possibili. I percorsi professionali non sono mai rigidamente determinati, la strada si scopre camminando. Vedi il mio articolo Verso Oriente. Cosa significa seguire un obiettivo professionale.

Avrei potuto far fruttare molto bene le mie capacità di astrazione e di analisi anche con la laurea in economia e commercio (che poi effettivamente ho preso), facendo un dottorato (meglio se all’estero)  e/o continuando a collaborare anche dopo la laurea con Raffaele Gaeta, il professore con cui mi ero laureato. Non ho seguito questa strada per A. la necessità di collaborare all’aziendina di famiglia: questo ha allungato i tempi della mia laurea; dopo la laurea era troppo tardi  per un ulteriore periodo di studi all’estero, volevo guadagnare dei soldi per tornare a vivere fuori dalla casa dei miei genitori e B. la necessità di abitare in toscana perché la mia ragazza di allora (poi mia moglie) non si voleva spostare: questo mi ha portato a lasciare Milano abbandonando la collaborazione con Gaeta, e successivamente a lasciare la banca (dove ero stato assunto dopo la laurea con la prospettiva di fare il funzionario di filiale, ruolo che ho scoperto non mi piaceva) invece di chiedere uno spostamento all’ufficio studi che era a Milano o accettare il trasferimento all’estero che mi era stato proposto e che pure mi attirava molto.

Dunque oltre a ‘la strada che avrei dovuto prendere’ di cui parlo in questo racconto ci sono altre scelte che non ho fatto ma che mi avrebbero portato in direzioni ugualmente valide. E anche la strada che ho poi effettivamente seguito mi ha dato qualche buona soddisfazione, e ancora non è terminata.

 

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista.  Leggi Informativa privacy, cookie policy e copyright.