Quale ecosistema per i servizi per l’impiego (e per i servizi di istruzione)

Quale ecosistema per i servizi per l’impiego (e per i servizi di istruzione)

Questo articolo descrive una possibile strutturazione dei servizi per l’impiego (e dei servizi di istruzione).

Un ecosistema è un ambiente in cui un insieme di soggetti interagiscono fra loro. L’ecosistema che ci interessa è quello dei servizi per il lavoro, costituito da disoccupati e imprese, dai soggetti che erogano servizi per il lavoro e dai decisori pubblici che si occupano del settore. La sfida per i decisori pubblici è promuovere, attraverso una normativa adeguata, un ecosistema ‘servizi per il lavoro’ che assicuri, a parità di altre condizioni, un tasso di occupazione più elevato con una spesa pubblica contenuta.

In genere gli ecosistemi basati sulla competizione di mercato, opportunamente regolata, sono da preferire rispetto a sistemi non concorrenziali, perché assicurano una migliore allocazione delle risorse.

Molti anni fa in Italia i corsi di formazione gratuiti per disoccupati (quelli finanziati col Fondo sociale europeo) venivano organizzati presso strutture pubbliche, i centri di formazione professionale (CFP). Possiamo chiamare questa modalità organizzativa sistema 1: servizi di interesse pubblico erogati solo da operatori pubblici.

Poi la Commissione europea ha chiesto agli stati membri di liberalizzare il settore, e così le regioni hanno privatizzato i CFP e iniziato a mettere a bando l’organizzazione dei corsi, che veniva  assegnata ad agenzie formative private. Così le agenzie formative vincitrici dei bandi organizzavano corsi gratuiti rivolti a disoccupati. Sistema 2: servizi  di interesse pubblico erogati da una rosa ristretta di operatori privati che agiscono su appalto di soggetti pubblici.

Adesso in molte regioni italiane è stato fatto un passo ulteriore: ogni disoccupato ha una ‘dote’ cioè una somma che può spendere pagandosi l’iscrizione a corsi a pagamento che le agenzie formative private organizzano già per proprio conto. Una parte del costo del corso viene riconosciuta solo se successivamente il corsista trova un lavoro coerente col tema del corso. Sistema 3: le risorse pubbliche vengono utilizzate per pagare l’acquisto di servizi privati offerti da operatori privati.  Il sistema 3 è migliore dei precedenti perché la gamma dei corsi offerti è più ampia, i corsi offerti rispondono maggiormente alle richieste del sistema produttivo, la qualità dei corsi è maggiore.

Nei servizi di orientamento si è verificato un processo simile. Inizialmente i servizi di orientamento erano erogati direttamente dai centri per l’impiego. Poi in molte regioni i disoccupati sono stati forniti di una ‘dote’ per acquistare consulenza di orientamento presso organizzazioni private  accreditate (sistema 3). Un elemento importante è che nei servizi di orientamento una parte della dote viene concessa solo se il disoccupato preso in carico dall’organizzazione privata riesce a ottenere un lavoro.

Questa modalità ha favorito in tutta Italia lo svolgimento di attività di orientamento da parte di agenzie per il lavoro, che già sono sul mercato per incrociare domanda e offerta di lavoro e la creazione di organizzazioni o reti di organizzazioni che adesso offrono in maniera integrata orientamento, formazione, incrocio domanda e offerta, somministrazione di lavoro interinale.

Questa modalità assicura risultati migliori (cioè, a parità di altre condizioni, un tasso di occupazione più elevato) perché un elemento fondamentale per il successo delle attività di orientamento è appunto l’integrazione coi servizi di incrocio domanda e offerta e somministrazione lavoro e un marketing  efficace verso le imprese dei disoccupati presi in carico. Inoltre un sistema di questo tipo assicura un miglioramento di efficacia generale del sistema: le organizzazioni incapaci di pubblicizzare i propri servizi e di ‘collocare’ disoccupati e quelle i cui costi sono eccessivi rispetto alla mole dei ricavi sono costrette a chiudere.

A questo punto posso spiegare quale secondo me potrebbe essere una articolazione ottimale dei servizi per il lavoro.

  1. A. Tutti i disoccupati destinatari di politiche attive per il lavoro hanno una dote da spendere in servizi di orientamento e ricollocazione lavorativa (adesso il sistema dote è attivo solo in alcune regioni). B. L’importo della dote è differenziato sulla base dell’impiegabilità della persona. C. Una parte della dote è condizionata all’ottenimento di un lavoro. D. Una parte della dote viene riconosciuta anche alle imprese che assumono.
  2. I compiti di natura amministrativa adesso in carico ai centri per l’impiego vengono ulteriormente semplificati e svolti tramite portali su internet e/o assegnati in via esclusiva ad altri soggetti (ad esempio INPS e/o anagrafi dei comuni) oppure assegnati anche alle agenzie per il lavoro private.
  3. I servizi di orientamento pubblici (i centri per l’impiego) vengono finanziati, al pari dei soggetti privati, solo con le doti che raccolgono erogando servizi ai disoccupati (l’importo della dote può prevedere anche lo svolgimento di alcune attività di natura amministrativa) . In questo modo i centri per l’impiego i cui costi sono maggiori dei ricavi (cioè che hanno troppo personale rispetto all’efficacia della propria attività) vengono chiusi.

Un sistema di questo tipo porterebbe benefici anche nel settore dell’istruzione. Proviamo a metterci nei panni di quei genitori i cui figli frequentano scuole pubbliche ‘sgarrupate’ (continue assemblee sindacali, scioperi, personale poco preparato, risultati del test PISA sotto la media).

Al momento se voglio mandare mio figlio a una scuola privata devo pagare la retta della scuola privata e in più continuare a pagare, con le tasse, anche il servizio offerto dalla scuola pubblica che pure non utilizzo perché di bassa qualità. Un sistema migliore è assegnare a tutti i genitori con figli in età scolare una ‘dote’ che possano spendere liberamente in scuole pubbliche o private. Con questo sistema le scuole pubbliche i cui costi di personale sono superiori ai ricavi (cioè quelle scuole pubbliche che i genitori non scelgono perché non assicurano una educazione di buon livello, trattano male gli alunni o perché hanno troppo personale rispetto agli alunni che riescono ad attrarre) vengono chiuse.

PS1: Il punto di partenza di molta parte del dibattito sui servizi per l’impiego è: ‘Come salvare i centri per l’impiego?’ e ‘Che cosa gli facciamo fare?’ Io credo che questo non sia un punto di partenza valido, perché la sua preoccupazione primaria è salvaguardare l’esistenza dei centri e l’occupazione dei loro operatori. Il punto di partenza del dibattito dovrebbe invece essere ‘In che modo rendere i servizi per l’impiego più efficienti ed efficaci?’  I centri per l’impiego pubblici devono continuare a esistere solo se hanno costi e efficacia pari alle agenzie per il lavoro private.

PS2: Possibili obiezioni, fra le tante: ‘Ma in Val Sperduta non ci sono agenzie private che erogano servizi per l’impiego, come facciamo a chiudere il centro per l’impiego esistente? ‘ Oppure: ‘Mio zio non sa usare internet, come fa a registrarsi come disoccupato su un portale?’ etc. etc. Rispondo che questo articolo parla di principi generali. Una volta riconosciuta la validità di un principio generale le soluzioni ai singoli problemi operativi conseguenti si trovano.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

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Buongiorno Leonardo,

sono assolutamente d’accordo con te quando dici che tutti i ragionamenti relativi alla riorganizzazione in atto dei servizi per l’impiego  partono dall’interrogativo “Come salvaguardare i CpI”. Nessuno sembra essere interessato ad una valutazione dell’efficacia di questi servizi. Eppure sarebbe interessante farlo perché emergerebbero molte sorprese dal momento che abbiamo dati scoraggianti al Sud e imprevedibili picchi di efficienza in alcuni CpI del Nord (Parma e Vercelli) e in genere in tutto il Friuli che ha dati di inserimento lavorativo particolarmente significativi. E so di trascurare molte realtà. Cosa funziona in quei centri? Non lo sapremo mai perché non c’è la voglia di conoscere le buone pratiche. E’un vecchio vizio del nostro paese da cui dobbiamo evolverci se ci interessa sviluppare i nostri servizi.

Circa la proposta che fai la condivido in senso generale. Però penso sia importante entrare nel merito dei particolari, anche perché abbiamo ormai alcune esperienze di utilizzo dei voucher che vale la pena esaminare attentamente per capire cosa funziona e cosa no. Se per esempio si prende in considerazione il modello lombardo che si avvicina molto alla tua idea (importo di un voucher differenziato sulle diverse esigenze dell’utente, premio all’ente che colloca le persone) sembra garantire buoni risultati in termini occupazionali, ma penso che poi questi dati visti da vicino presentino molte opacità che è utile tenere presente. Se infatti ci si accorge che

  • gli enti accreditati (che possono utilizzare i voucher) accettano utenti che hanno già un’azienda interessata all’assunzione
  • oppure accettano utenti facilmente “ricollocabili”
  • o emerge che tendono a scoraggiare o più semplicemente ad “abbandonare” gli utenti con caratteristiche più difficili (over 45, bassa scolarità, bassa professionalità, disoccupati di lunga durata)

è immediatamente chiaro che il sistema presenta delle criticità forti cui è necessario porre rimedio. Perché in sostanza l’esito di questo approccio è simile a quello di molti CpI che prendevano in carico tutti gli utenti anche quelli con situazioni più difficili senza però trovare soluzioni efficaci e lasciandoli “nel fondo del data base” senza opportunità di lavoro.

E quindi è necessario trovare una soluzione anche se formalmente i numeri del “sistema lombardo” relativi agli utenti che trovano un’occupazione sono elevati. E’ il caso di chiedersi se gli utenti che presi in carico trovano un’occupazione non avrebbero trovato comunque lavoro autonomamente senza impegnare le risorse della dote.

A questa domanda si accompagna poi una riflessione relativa all’azione di presa in carico da parte delle società interinali (società di intermediazione) che  intercettano una quota significativa del valore della “dote unica lavoro”il modo con cui si chiama il voucher in Lombardia. E’ utile chiedersi se la possibilità da parte di queste società di ottenere un’ulteriore remunerazione da parte dell’azienda cliente non obblighi ad un’ulteriore riflessione. Perché pagare due volte l’azione di scouting? Inoltre è necessario tenere presente che questo impegno di risorse è rivolto soprattutto verso utenti che avrebbe avuto molte autonomie nella ricerca del lavoro.

Rimane infine aperto il tema del rapporto tra orientamento e inserimento lavorativo. Siamo d’accordo che l’efficacia dell’orientamento aumenta se il servizio è integrato con servizi che promuovono l’inserimento lavorativo. Ma allora è più funzionale un percorso che tiene insieme i due servizi riconoscendo ad entrambi pari dignità. Mentre quello che avviene attualmente è un approccio adempitivo nei confronti dell’orientamento (lo si fa perché è remunerato nei voucher) ma il servizio determinante è quello di scouting e matching fra domanda e offerta, perché è quello che genera la redditività per l’agenzia che eroga i servizi. Ancora una volta non abbiamo risolto il problema, avremo persone ricollocate nel mercato del lavoro che non hanno acquisito un’autonomia progettuale e quindi potrebbero ritrovarsi in futuro in situazioni analoghe. Non è quindi evidentemente una soluzione efficace.

Forse si potrebbe pensare ad un approccio nuovo in cui la Regione non entra nel merito prevedendo per ogni fase un determinato numero di servizi ed il relativo valore, lasciandoli gestire indistintamente ad enti che provengono dalla formazione professionale o dal sistema degli interinali. Potrebbe aver più senso definire le caratteristiche del processo di presa in carico dell’utenza prevedendo che per ogni fase del processo se ne facciano carico agenzie con caratteristiche diverse:

  • accoglienza e valutazione della situazione e dei bisogno è utile che venga gestita da chi ha gli strumenti per approfondire la conoscenza dell’utente e non da operatori che si stancano perché l’utente non risponde nel merito e non considerano che possa essere disorientato
  • orientamento allo stesso modo dovrebbe essere gestito da chi ha gli strumenti professionali per supportare l’utente ad elaborare un proprio progetto professionale.

Ognuna di queste fasi dovrebbe avere un valore economico minimo non remunerato in relazione allo sbocco occupazionale. L’integrazione con lo scouting aziendale e l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, pagata a parte, potrebbe essere garantita dall’obbligo di integrazione fra le diverse agenzie che gestiscono le diverse fasi di presa in carico. Il finanziamento generale potrebbe avere quindi una quota minima di garanzia delle spese e poi una quota legata all’esito occupazionale

Penso che le riflessioni siano tante perché il tema è decisamente complesso. Quello che mi sembra sia assolutamente necessario garantire è un approccio attento, rigoroso e orientato alla valutazione delle esperienze, evitando approcci ideologici come si è visto spesso accadere troppe volte nel dibattito sulla riorganizzazione dei servizi per il lavoro.

Sergio Bevilacqua (partner di SLO Sviluppo Lavoro Organizzazione), 20 Giugno 2016

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