Ma perché il welfare italiano finora non ha tutelato i giovani e i precari?

Ma perché il welfare italiano finora non ha tutelato i giovani e i precari?

Ce lo spiega questo illuminante articolo di Tommaso Nannicini. In estrema sintesi, negli ultimi 20 anni la politica economica è stata decisa dalla maggior parte dei Governi col metodo della concertazione, cioè in accordo con sindacati e associazioni di categoria. In questo modo sono stati ignorate le necessità di gruppi sociali non organizzati, quali i giovani e i precari, a vantaggio dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e dei pensionati. Ecco l’articolo, ripreso dal blog di pietro Ichino:

LA RIFORMA DEL LAVORO, PUR NON CONCORDATA CON IL SINDACATO, APRE AL SINDACATO ALCUNI TERRENI NUOVI DI INIZIATIVA, A COMINCIARE DA QUELLO DELL’ASSISTENZA AI LAVORATORI NEL MERCATO, CHE COSTITUISCONO ALTRETTANTE SFIDE DA NON LASCIAR CADEREArticolo di Tommaso Nannicini, consigliere del Presidente del Consiglio in materia di politica del lavoro, sul mensile Mondoperaio, aprile 2015Il Jobs Act targato Renzi-Poletti, secondo molti osservatori, contiene una forte dose di sfida al sindacato. Può darsi che ci sia del vero in tale lettura, anche perché è impensabile che una riforma «di sistema» del mercato del lavoro non generi una spinta a mettere in discussione ruoli e posizioni consolidate all’interno del mondo sindacale. Ma ogni sfida, si sa, nasconde delle opportunità. Tutto sta nel valutarle e nel reagire in maniera virtuosa. Banalizzando un po’, le sfide ai sindacati (e agli altri interessi organizzati) sono due: una di metodo e una di merito.La prima è appunto di metodo: basta con gli estenuanti riti della concertazione e dei veti incrociati delle parti sociali. La politica deve saper ascoltare ma anche decidere, assumendo in pieno la responsabilità delle proprie scelte di fronte al paese. Intendiamoci: la concertazione ha dato ottima prova di sé in molti frangenti della nostra storia: per esempio quando, durante il travagliato tramonto dalla prima Repubblica, le parti sociali sono state chiamate a un’assunzione di responsabilità in tema di stabilizzazione finanziaria e politica dei redditi. Nondimeno, nel corso di quella transizione infinita del nostro sistema politico-istituzionale che è stata ribattezzata seconda Repubblica, la concertazione, da strumento per la condivisione delle scelte, ha finito per trasformarsi in un tabù ideologico e in un fattore di stallo. Negli ultimi due decenni, la politica non si è mai interrogata laicamente sui benefici e sui limiti della concertazione, elevata da alcuni – soprattutto a sinistra – a surrogato del processo decisionale democratico in seguito alla crisi dei partiti tradizionali. Come mi è capitato di sostenere proprio su Mondoperaio nel dicembre 1999, il punto cruciale non è dividersi tra fautori e detrattori della concertazione, ma capire rispetto a quali materie o in quale contesto politico-istituzionale essa può rivelarsi più efficace di altri processi decisionali, e rispetto a cosa o dove avviene il contrario. Questo dilemma è stato ignorato troppo a lungo. Il nuovo corso del Pd si è limitato a dire che il Re era nudo. E che si doveva cambiare verso proprio a partire dal metodo con cui politica e interessi organizzati si confrontano tra di loro in merito alle politiche pubbliche.Il metodo della concertazione soffre in due forme diverse di quel fenomeno che gli economisti definiscono free-riding, in virtù del quale attori razionali non contribuiscono volontariamente a un’attività dei cui benefici godranno comunque. Esiste un free-riding tra gruppi (per cui ogni gruppo cerca di scaricare sugli altri i costi delle scelte pubbliche), e un free-riding all’interno dei gruppi (per cui quei gruppi che non hanno i necessari incentivi selettivi per auto-organizzarsi, come i disoccupati o le giovani generazioni, sono sotto-rappresentati ai tavoli della concertazione). Per eterogenesi dei fini la scossa renziana potrebbe riattivare il confronto con le parti sociali su basi nuove. Di conseguenza, la concertazione appare più adatta ad affrontare problemi che investono da vicino le categorie con potere negoziale (come la politica dei redditi), piuttosto che materie di carattere generale come la riforma del welfare. Solo nel primo caso, infatti, siamo di fronte a un processo decisionale che internalizza i costi delle scelte. L’Italia della seconda Repubblica conferma questo schema: la concertazione ha funzionato bene nella lotta all’inflazione, ma ha ostacolato una riforma del welfare che tenesse conto degli interessi delle generazioni future e degli esclusi dal nostro sistema di protezione sociale. Non solo. La concertazione funziona meglio quando la politica sa assumersi la responsabilità di decidere. Il caso dell’Olanda negli anni ‘90 è paradigmatico. I governi olandesi di quel periodo hanno attuato incisive riforme del welfare salvaguardando il confronto con le parti sociali proprio perché, quando si è rivelato necessario, hanno saputo mostrare quella che i politologi definiscono «ombra della gerarchia»: hanno fatto capire agli altri attori della concertazione che il governo aveva una forte volontà politica e sarebbe intervenuto in ogni caso. Ciò è servito a contenere il conflitto distributivo e a limitare gli egoismi corporativi. Senza l’ombra della gerarchia, la riforma del welfare olandese sarebbe rimasta in ostaggio degli interessi organizzati, che avevano a lungo usato il loro status semipubblico e il sostegno degli aderenti come arma di interdizione nelle negoziazioni. Per dirla con Jelle Visser e Anton Hemerijck, «una politica di concertazione funzionante può, para

Sorgente: Pietro Ichino |  IL JOBS ACT E I SINDACATI

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