L’importanza della presa in carico nei servizi di orientamento

Alcuni mesi fa ho visitato uno sportello di orientamento inglese, e il consulente di orientamento con cui abbiamo parlato ci ha presentato la sua attività spiegandoci che aveva in carico un certo numero di persone. Ma se chiedessimo ‘Quante persone hai in carico?’ a un consulente italiano probabilmente non otterremmo nessuna risposta, anzi, nella maggioranza dei casi rischiamo di creare nel nostro interlocutore un leggero spaesamento. Questo perché finora l’attività di (consulenza di) orientamento è stata vista (e agita) in Italia come attività di supporto rivolta solo ai momenti decisionali. Una volta operata una scelta sta al cliente metterla in atto.

Questo approccio (molto ‘americano’: l’eroe solitario che senza paura affronta il mondo ostile ) va bene però solo per i nostri clienti migliori (persone con media/elevata autostima e/o buona impiegabilità) ma c’è tutta una fascia di clienti che non è in grado di cavarsela da sola. Ci riferiamo a persone che hanno una posizione ‘debole’ sul mercato per motivi socio anagrafici (donne assenti da anni dal mercato del lavoro, disoccupati adulti di lungo periodo, giovani in obbligo formativo fuori dal canale scolastico, persone con leggere inabilità, etc.) che spesso hanno anche bassi livelli di autostima e dunque scarsa attivazione nella ricerca o nello sviluppo di progetti professionali. Questa fascia fra l’altro è percentualmente aumentata, perché l’erogazione dei servizi di orientamento all’interno dei Centri per l’impiego e l’obbligo per i servizi di offrire periodicamente un colloquio, un corso o un’occasione di lavoro a tutti gli immediatamente disponibili al lavoro ci mette adesso a contatto con persone che in precedenza, proprio per bassi livelli di istruzione, non conoscevano i nostri servizi.

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