Nel campo della formazione degli adulti, è sempre più diffusa l’idea che educare significhi non solo trasmettere conoscenze, ma anche trasformare le persone, ristrutturando le loro credenze, i valori, e la visione del mondo. Questo approccio si ispira alla teoria dell’apprendimento trasformativo di Jack Mezirow. Ma quando è praticato da formatori animati da intenti ideologici, rischia di diventare un percorso di persuasione e conformismo, più che uno spazio di consapevolezza e libertà.
Quando il formatore vuole “cambiare il mondo”
Molti educatori si presentano come attivisti o agenti di cambiamento. Il loro obiettivo non è solo didattico, ma dichiaratamente politico o morale: formare cittadini più critici, più giusti, più consapevoli. In sé, questo intento è legittimo. Il problema nasce quando, per raggiungere questo obiettivo, il formatore si sente autorizzato a modificare le convinzioni profonde dei partecipanti, anche forzandone la riflessione attraverso esperienze emotive intense o pressioni implicite.
Spesso questi formatori agiscono mossi da un atteggiamento paternalistico: credono di sapere cosa è “meglio” per i discenti, e quindi si sentono autorizzati a guidarne la trasformazione. Presuppongono che la propria visione del mondo sia superiore — più evoluta, etica, consapevole — e che chi non la condivide sia in qualche modo “arretrato” o inconsapevole.
Lo squilibrio di potere e di sapere nella relazione educativa
Questa dinamica si inserisce in una relazione educativa già asimmetrica, caratterizzata da un evidente squilibrio di potere e di sapere. Il formatore ha il controllo della struttura, degli strumenti e spesso dei criteri di valutazione. Questo gli consente di guidare sottilmente — o meno sottilmente — i processi di pensiero dei discenti. Se a questo si aggiunge un progetto valoriale o ideologico, il rischio di manipolazione inconsapevole diventa elevato.
Il partecipante, pur adulto, si trova spesso in una posizione subordinata: è lì per imparare, è valutato, è parte di un gruppo. La sua capacità di dissentire o di difendere le proprie posizioni può essere limitata, soprattutto se l’ambiente è dominato da un clima ideologico fortemente coeso, che scoraggia la diversità di pensiero.
Il consenso informato nella formazione valoriale
Uno degli aspetti più problematici è l’assenza di consenso informato. Quando la formazione ha contenuti valoriali — cioè mira esplicitamente a cambiare i riferimenti etici, politici o culturali dei partecipanti — dovrebbe essere esplicitato fin dall’inizio quali sono gli obiettivi e quali valori si intende promuovere.
Nella pratica, invece, ciò raramente accade. I formatori non dichiarano il proprio orientamento ideologico, né mettono i discenti nella condizione di scegliere consapevolmente se partecipare o meno a un’esperienza trasformativa in senso valoriale. Questo silenzio rende la formazione ambigua: da un lato si dichiara come spazio neutro e critico, dall’altro agisce come strumento di influenza e persuasione.
Mezirow e i rischi della manipolazione
Jack Mezirow, il principale teorico dell’apprendimento trasformativo, era ben consapevole di questi rischi. La sua teoria distingue tra trasformazione autentica — che nasce dalla riflessione autonoma del soggetto — e trasformazione indotta, che può diventare una forma di controllo. Mezirow ha sottolineato come l’uso di dilemmi disorientanti e esperienze critiche debba essere sempre accompagnato da spazi di riflessione autenticamente dialogica, in cui il partecipante possa decidere se cambiare o meno.
In assenza di questa libertà, l’esperienza non è più educativa, ma manipolatoria: il formatore diventa regista del cambiamento altrui, non facilitatore di processi di consapevolezza.
Conformismo e “groupthink” nei contesti educativi
Come discusso in altri approfondimenti (vedi questo articolo), quando la formazione si svolge in contesti omogenei dal punto di vista ideologico, si rischia di attivare meccanismi di groupthink, ossia di pensiero conformista di gruppo. In queste situazioni il dissenso non è ben accolto, e il partecipante si adatta — spesso inconsciamente — alla visione dominante per non sentirsi escluso o stigmatizzato.
Invece di favorire l’autonomia di pensiero, la formazione così concepita produce consenso interno e omogeneità ideologica, anche attraverso la pressione sociale del gruppo.
Quali condizioni per una formazione davvero trasformativa?
Perché l’apprendimento trasformativo sia uno spazio di crescita e non di persuasione, servono alcune condizioni fondamentali:
Esplicitazione dei valori: i formatori devono dichiarare i propri riferimenti etici e culturali, e chiarire se intendono proporre una visione del mondo specifica.
Consenso informato: i partecipanti devono sapere in anticipo se la formazione avrà una componente valoriale, e devono essere liberi di aderire o no.
Neutralità nella conduzione: il facilitatore deve vigilare sul proprio ruolo, evitando di dirigere il processo riflessivo verso un esito prestabilito.
Asimmetria consapevole: lo squilibrio tra formatore e partecipante va gestito con attenzione, evitando derive paternalistiche.
Valorizzazione del dissenso: ogni visione diversa deve essere accolta come legittima, e non come un ostacolo al “cambiamento desiderato”.
Una rubrica per valutare il rischio di manipolazione nella formazione
| # | Criterio | Descrizione | Domande guida | Livello di rischio |
|---|---|---|---|---|
| 1 | Trasparenza valoriale | La formazione dichiara esplicitamente la propria visione del mondo e i valori di riferimento. | – I valori impliciti sono stati esplicitati?- I partecipanti sono consapevoli del quadro ideologico proposto? | Alto se i valori sono forti ma non dichiarati |
| 2 | Finalità educativa vs. finalità ideologica | L’obiettivo principale è lo sviluppo dell’autonomia critica, non l’adesione a una visione politica o culturale. | – L’obiettivo è educativo o ideologico?- C’è una spinta verso un’unica visione? | Alto se la formazione mira all’adesione |
| 3 | Pluralismo delle posizioni | Vengono presentate diverse prospettive su temi sensibili o controversi. | – Sono offerte alternative interpretative?- Il dissenso è legittimato? | Medio se c’è un pluralismo solo apparente |
| 4 | Libertà del discente | Il partecipante può dissentire, non partecipare a certe attività, o uscire dal percorso. | – Le scelte autonome sono rispettate?- Si può esprimere disaccordo senza conseguenze? | Basso se la libertà è garantita |
| 5 | Omologazione finale | I partecipanti escono con convinzioni simili o identiche a quelle del formatore. | – Il gruppo mostra uniformità ideologica?- Le opinioni individuali sono rimaste differenziate? | Alto se c’è omogeneità finale |
| 6 | Uso di esperienze disorientanti | Le attività emotivamente intense sono accompagnate da spazi di rielaborazione autonoma. | – Le esperienze hanno una lettura obbligata?- C’è supporto per la riflessione critica? | Medio-alto se il significato è imposto |
| 7 | Consenso informato | I partecipanti conoscono in anticipo contenuti, metodi e possibili effetti del percorso. | – È stato spiegato chiaramente cosa accadrà?- C’è stata adesione libera e consapevole? | Alto se manca trasparenza iniziale |
| 8 | Criteri valutativi del formatore | Il formatore misura il successo della formazione in base alla convergenza ideologica con i partecipanti. | – L’adesione al punto di vista del formatore è considerata un buon esito?- Sono valutate anche l’autonomia e la diversità di pensiero? | Molto alto se la conformità è il metro di giudizio |
Conclusione
La formazione trasformativa può rappresentare un’opportunità potente di crescita personale e emancipazione. Ma solo se è libera, trasparente e fondata sull’autodeterminazione. Quando è orientata a promuovere un’ideologia, o condotta da formatori convinti di dover “redimere” i partecipanti, essa può facilmente trasformarsi in uno strumento di influenza occulta.
È responsabilità etica di ogni educatore interrogarsi sul proprio ruolo, sulle proprie intenzioni e sul modo in cui esercita il potere nella relazione formativa. Solo così sarà possibile offrire percorsi trasformativi che rispettano la dignità, l’autonomia e la complessità di ogni persona.
Un esempio eclatante, in Italia, di educatore manipolatore (a fin di bene, ovviamente, tutti gli educatori manipolatori operano a fin di bene) è Don Milani.
Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore Leonardo Evangelista. Leonardo Evangelista si occupa di orientamento dal 1993 e di formazione dal 2004. Riproduzione riservata. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.
