Le questioni dietro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Le questioni dietro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Nel 2008 i Paesi industrializzati, fra cui l’Italia, sono entrati in una fase economica recessiva (vedi il mio articolo La Grande Crisi Economica 2008-2013). Ma negli ultimi anni molti Paesi hanno ripreso a crescere, mentre l’Italia continua a essere in una fase di stagnazione. Questo articolo tratta degli effetti sull’attività economica dell’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, cosiddetto Statuto dei lavoratori, e più in generale delle limitazioni al licenziamento. L’ art. 18 come è noto si applica ai licenziamenti individuali nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole). Una tutela dal licenziamento individuale, anche se di minore efficacia, è previsto dalla legge anche per gli occupati in unità produttive sotto i 15 dipendenti.

Inizio con un esempio: la funzione economica di un negozio di generi alimentari è vendere al dettaglio. Immaginiamo adesso che a causa di una crisi economica una parte dei clienti non sia più in grado di acquistare generi alimentari. E’ un problema rilevante? Certo, che lo è, che ci siano persone che non hanno di che nutrirsi è un problema serissimo. Ma il diritto, anche costituzionalmente tutelato, di nutrirsi a sufficienza non può essere ‘scaricato’ sul negoziante, imponendogli di vendere sottocosto, a credito o addirittura di regalare il cibo agli indigenti (la vendita sottocosto è stata imposta ai commercianti venezuelani, vedi i risultati). La povertà è un problema di cui deve farsi carico la collettività, tramite l’intervento dello Stato.

L’attuale dibattito sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori riguarda una situazione simile. Lo scopo delle imprese è produrre beni e servizi ottenendo un profitto (se non c’è profitto l’impresa fallisce o chiude). Poiché il ciclo economico e la domanda di beni e servizi sono soggetti a alti e bassi, e le imprese sono soggette alla concorrenza, capita che durante la propria attività l’impresa si trovi ad avere dipendenti strutturalmente in eccesso. Il licenziamento e la disoccupazione sono problemi rilevanti? Certo che lo sono, ma la loro soluzione non può essere scaricata sulle imprese imponendo loro di tenersi personale di cui non hanno bisogno. E’ lo Stato che deve assicurare a tutti i cittadini (con o senza lavoro) un reddito sufficiente a coprire le necessità vitali, in modo che il licenziamento e la disoccupazione non siano più vissuti come una disgrazia. Scaricare questo onere sulle imprese limitando la possibilità di licenziamento ha molti effetti negativi: aumenta i fallimenti, causa il nanismo del nostro settore produttivo (moltissime imprese rimangono volutamente sotto 15 dipendenti), riduce nel medio e lungo periodo l’occupazione e lo sviluppo economico.

Il divieto (o la difficoltà, vedi nota 1) di licenziamento riduce inoltre la qualità delle risorse umane impiegate nel ciclo produttivo. Gli imprenditori sono costretti a tenersi personale  che non lavora bene, e questo di nuovo va a scapito della salute delle imprese, del miglioramento continuo dei loro prodotti e servizi (cioè della loro competitività, di cui il personale è una determinante) e dello sviluppo di una società basata sul merito. Tutti hanno diritto di lavorare? Certo, ma, di nuovo, questo diritto non può essere scaricato sulle spalle delle imprese imponendo loro di tenersi personale inadeguato.

Questi semplici fatti ci permettono di capire meglio le questioni dietro l’articolo 18.

Per superare le rigidità dell’articolo 18 (e non mettere definitivamente in ginocchio le imprese) negli ultimi 30 anni nel nostro Paese il legislatore ha autorizzato forme contrattuali estremamente flessibili, a cui l’articolo 18 non si applica (principalmente co.co.pro e lavoro interinale;  inoltre è stato semplificato il lavoro dipendente a termine), cosicché al momento sono tutelati dall’articolo 18 circa 8 milioni di lavoratori (quelli che lavorano a tempo indeterminato in unità produttive con oltre 15 dipendenti), cioè il 57%  dei lavoratori dipendenti che sono oltre 14 milioni (fonte: La Repubblica cartacea del 21-9-2014, pag.7).

Il grosso problema è che, assieme alle nuove forme di lavoro flessibili il legislatore non ha attivato una indennità di disoccupazione  soddisfacente, sui motivi vedi il mio articolo La desertificazione del mercato del lavoro italiano. In questo modo si è creato un mercato del lavoro diviso in due: da una parte i lavoratori dipendenti, con una serie di tutele riguardo a trattamento pensionistico, malattia e maternità, ferie, infortuni, indennità di licenziamento, cassa integrazione, licenziamento individuale, e, per quelli a cui si applica l’art.18, forte limitazione delle possibilità di licenziamento individuale e indennità di mobilità.  Dall’altra parte abbiamo oltre 2 milioni di dannati, in gran parte dai 20 ai 40 anni, che lavorano con contratti co.co.pro, interinali, occasionali, senza o con poche tutele,  oltre 5 milioni di partite IVA (professioni non riconosciute, professionisti e autonomi) senza o con poche tutele in caso di cessazione dell’attività, 3 milioni di disoccupati senza o poche tutele.

E’ tempo che la tutela dei livelli di reddito dei cittadini passi da un sistema basato sul divieto di licenziamento (che copre solo una frazione del totale lavoratori e danneggia le imprese) a un sistema migliore basato sulla concessione a tutti coloro che sono senza lavoro di una indennità di disoccupazione dignitosa e di politiche attive del lavoro efficaci, come in molti altri Paesi europei.

Ed è ugualmente necessario (ma spiegare questo richiede un altro articolo)  che il costo del personale occupato e il peso fiscale sulle imprese siano ridotti aumentando l’imposizione sulle persone fisiche (quelle più ricche) e sulle rendite finanziarie.

Nota 1. Uno dei modi per dissuadere un comportamento è collegarlo alla possibilità, anche aleatoria, di sanzioni pesantissime. Spiego meglio: in Italia è possibile fare ricorso contro le multe stradali. Se la legge prevedesse che in caso di ricorso non accettato fosse confiscata l’autovettura del ricorrente, nessuno farebbe più ricorsi. Per l’articolo 18 c’è una situazione di questo tipo. La decisione sulla liceità del licenziamento, in caso di ricorso del licenziato (i licenziati fanno sempre ricorso, perché il loro avvocato è pagato in tutto o in parte dal Sindacato, perciò la spesa è minima) spetta al giudice. Se il giudice dà ragione al licenziato questi riceve una indennità da 12 a 24 mensilità (con un costo per l’impresa da 30 a 60.000 €), più le mensilità per i mesi in cui il dipendente è stato a casa in attesa del pronunciamento del giudice. Se consideriamo che in Italia la giustizia è lenta (una ricerca di Confartigianato del 2010 citata in questo documento afferma che in Italia il tempo medio di risoluzione di un processo per licenziamento è pari a 696 giorni, contro i 19 dell’Olanda e gli 80 della Spagna)  l’impresa, in caso l’ultimo giudice decida che il licenziamento era illegittimo, può trovarsi a pagare oltre 100.000 Euro. In alcuni casi poi il giudice può anche obbligare l’impresa a riassumere il dipendente. E’ ovvio che, con un rischio di questo tipo, l’articolo 18 fa parecchia paura. Nel pubblico impiego i costi di reintegro sono addebitati non all’Amministrazione, ma direttamente al dirigente che ha deciso il licenziamento, e così anche in casi  di abusi eclatanti da parte dei dipendenti sono pochissimi i dirigenti che si prendono la responsabilità; il risultato è che in pratica i dipendenti pubblici non vengono mai licenziati. Vedi a riguardo l’articolo di Pietro Ichino.
Un altro modo per dissuadere un comportamento è renderlo legittimo solo se sono soddisfatti una serie di requisiti formali numerosi e contorti: così il licenziamento è nullo se non viene comunicato per iscritto, se non viene formalmente attivato un procedimento disciplinare nei modi previsti dalla legge e dai contratti di categoria, se  l’elenco delle norme disciplinari, delle infrazioni in relazione alle quali le norme disciplinari possono essere applicate e delle procedure di contestazione non sono state appese nella bacheca aziendale, se prima del licenziamento il datore di lavoro non ha contestato l’addebito al lavoratore e non ne ha prima ascoltato la difesa, se la contestazione del datore di lavoro non è tempestiva e specifica, etc. Insomma, comunicare un licenziamento è cosa da avvocati, da qui numerosi errori da parte dei datori di lavoro, con conseguenti reintegrazioni dei dipendenti.
Questo contesto rende possibile i casi di cui leggiamo periodicamente sui giornali: il dipendente che viene trovato a fare sport o in vacanza durante la malattia, l’assenteista cronico, quello che ruba, quello che palesemente non lavora, l’incapace, il maestro che picchia i bambini, il medico della ASL o l’infermiere che abusano delle pazienti, e così via, tutti che evitano il licenziamento o vengono fortunosamente licenziati solo dopo procedure durate anni.

Nota 2: I diritti. Quando i diritti assicurano a un certo numero di persone una condizione assai migliore rispetto a tutti gli altri, che ne sono esclusi, allora non abbiamo più diritti, ma privilegi.

Valuta questo articolo 1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (1 votes, average: 5,00 out of 5)

Loading...

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista (www.leonardoevangelista.it). Collocato su internet il 21 settembre 2014. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

Scrivici cosa ne pensi