La terapia narrativa di White e Epston

Le caratteristiche principali della terapia narrativa di White e Epston

Michael Withe e David Epston sono due terapeuti di lingua inglese che hanno messo a punto una forma di terapia narrativa inizialmente utilizzata soprattutto nella terapia familiare. Questo articolo è scritto sulla base del loro libro Narrative Means to Therapeutic Ends (Strumenti Narrativi per Fini Terapeutici) pubblicato nel 1990.

Secondo White e Epston i comportamenti problematici a livello familiare dipendono dal significato che i membri della famiglia attribuiscono a determinati eventi (p.3 -d’ora in poi i numeri si riferiscono alle pagine del libro indicato sopra). Inoltre, le risposte che membri della famiglia cercano di dare al problema contribuiscono a mantenerlo.

Secondo i due terapeuti, le persone costruiscono i significati relativi agli eventi che li coinvolgono attraverso il loro racconto degli eventi stessi. Persone diverse coinvolte nella stessa situazione possono attribuire alla stessa situazione significati diversi, e perciò raccontarla con accenti diversi (3-4). Il processo sarebbe analogo alla lettura di un testo: persone diverse possono attribuire significati diversi allo stesso testo (9).

Le persone vanno in terapia quando le storie che raccontano di sé o che altri raccontano di loro contraddicono la propria esperienza (14-15). L’obiettivo della terapia sarebbe così aiutare le persone a identificare o generare storie alternative più adatte a loro o comunque più ‘aperte’ (15).

Le persone, per costruire storie coerenti, omettono una serie di eventi non coerenti col senso della storia che stanno raccontando (12), questi eventi omessi sono chiamati ‘eccezioni’ (unique outcomes) (15). Le eccezioni sono le volte in cui il problema non si è presentato (16).

Un aspetto qualificante della teoria è che le storie che utilizziamo per raccontare la nostra esperienza sono riprese da un repertorio che è socialmente determinato, che è cioè influenzato dall’ideologia dominante (28). I racconti iniziali del problema di solito includono un senso di fallimento a raggiungere determinati obiettivi o a rispettare determinate norme che sono imposte dal potere dominante (30). Gli autori citano estensivamente Michel Foucault (19-27). La terapia diventerebbe così anche un mezzo di ribellione all’ideologia dominante (31-32).

White e Epston attribuiscono grande importanza alla parola scritta. Una parte delle loro interazioni con i clienti avviene per iscritto, ad esempio con l’invio o lo scambio di messaggi fra una seduta e l’altra, o col rilascio di ‘certificati’ (a rimarcare ad esempio il superamento del problema o l’adozione di determinati comportamenti virtuosi). Questo perché ritengono che la parola scritta nella nostra società viene ritenuta più autorevole (34), permette l’emergere di conoscenze antagoniste a quelle ufficiali (35), facilita la produzione di storie (37).

Le strategie terapeutiche della psicoterapia narrativa di White e Epston

La terapia di White e Epston è basata su tre manovre principali:

  1. Esternalizzare il problema. Il problema viene esternalizzato assegnandogli un nome e reificandolo. Ad esempio con un bambino che soffriva di encopresi (si faceva la cacca addosso) il problema è stato esternalizzato trasformandolo in un immaginario personaggio chiamato Sneaky Poo (Cacca Subdola) e avviando interazioni con la famiglia del tipo: Come puoi fare a difenderti da Sneaky Poo? In che modo Sneaky Poo ti rovina la giornata? Che cosa vuole Sneaky Poo da te?
  2. Individuare gli effetti che il problema ha sulla vita e le relazioni delle persone coinvolte. Questo viene ottenuto chiedendo alle persone coinvolte in che modo il problema ha impattato e impatta sulle loro vite e relazioni (16 e 42)
  3. Chiedere alle persone coinvolte in che modo i propri comportamenti e quelli delle altre persone contribuiscono a mantenere il problema (16 e 45)

Durante le tre fasi vengono individuate un certo numero di eccezioni. Il terapeuta le utilizza invitando il cliente a costruire nuove storie e a presentare una nuova immagine di sé. Ad esempio il terapeuta può chiedere:

  • Come hai fatto in quella occasione a resistere al problema? (17)
  • Che cosa ci dice questo successo riguardo a te? (17)
  • Che differenza fa questa informazione sui possibili accadimenti futuri? (17)
  • In che modo aver scoperto queste eccezioni può modificare l’atteggiamento verso te stesso? (41)
  • In che modo aver scoperto queste eccezioni può modificare la tua relazione con ….. (41)
  • Quando ti rifiuti di cooperare col problema adottando questo comportamento, stai favorendo o limitando il problema? (41)
  • Alla luce delle eccezioni individuate, quali comportamenti ti converrebbe adottare? (47)
  • I primi successi ottenuti dal trattamento cosa ci dicono riguardo alle vostre caratteristiche e alle caratteristiche della vostra relazione? (48)

Il processo risulta potenziato se il cliente racconta le nuove storie a altre persone significative esterne (17). Il processo viene potenziato anche dal rilascio al cliente da parte del terapeuta di una serie di attestazioni (alcune in tono serio, altre in tono scherzoso) (17).

Un approfondimento dell’esternalizzazione del problema

Secondo White e Epston:

‘Externalizing’ is an approach to therapy that encourages persons to objectify and, at times, to personify the problems that they experience as oppressive. In this process, the problem becomes a separate entity and thus external to the person or relationship that was ascribed as the problem. Those problems that are considered to be inherent, as well as those relatively fixed quality that are attributed to the persons and to relationships, are rendered less fixed and less restricting (38).

Senza esternalizzazione il problema rimane interno alla persona o alla relazione, e l’incapacità a risolverlo conferma, nei membri della famiglia, la presenza di caratteristiche negative a livello personale o relazionale. L’esternalizzazione invece rende possibile l’emergenza di eccezioni in cui la famiglia non ha il problema o se la cava bene (39).

L’esternalizzazione ha seguenti vantaggi (39-40):

  • Diminuisce il conflitto improduttivo fra le persone, Incluso su chi è responsabile del problema
  • Riduce il senso di fallimento provocato dal mantenimento del problema nonostante i tentativi di risolverlo
  • Promuove la cooperazione fra tutte le persone coinvolte nel problema che sono unite nel tentativo di risolverlo
  • Permette nuove possibilità di comportamento e la riduzione dell’influenza del problema sulle vite e le relazioni
  • Permette un approccio più scanzonato ed efficace al problema
  • Offre la possibilità di un dialogo invece che di un monologo rispetto al problema.

Di un bambino (Luca) che si fa la cacca addosso posso dire:

  1. Luca è encopresico. In questo caso inglobo il problema nella sua identità.
  2. Il problema di Luca è che si fa la cacca addosso. In questo caso definisco il problema in un modo che gli provoca vergogna
  3. Cacca Subdola rende la vita difficile a Luca nascondendosi nei suoi pantaloni. In questo caso manca qualunque stigma ed è più verosimile che Luca si attivi  per risolvere il problema. Ad esempio posso chiedere a Luca: ‘In che modo possiamo fregare Cacca Subdola?’

In che modo scegliere le metafore? (vedi Freeman J., Epston D., Lobovits D. (1997) Playful Approaches To Serious Problems, p.58-67). Il primo tentativo va fatto chiedendo alla famiglia o al bambino: ‘Se tu dovessi dare un nome al problema di cui stiamo parlando, che nome gli daresti?’  Altrimenti è il terapeuta che la propone, verificando però che vada bene. Alcuni problemi possono essere personificati in personaggi singoli (come nel caso di Cacca Dispettosa), altri in coppie di personaggi. In altri casi i problemi possono essere indicati con metafore riferite ai rapporti fra persone, ad esempio ‘Il Muro’ nel caso di una cattiva relazione fra madre e figlia. Altre volte ancora ogni membro della famiglia può scegliere una propria metafora, legata al ruolo che ciascuno gioca nel problema. Nel caso di problemi gravi (ad esempio Anoressia grave) è opportuno di usare termini aggressivi (‘combattere’, ‘prenderlo a calci’, ‘picchiarlo’) per riferirsi alle strategie relative al problema; nel caso di problemi meno gravi è opportuno usare termini più pacifici, ad esempio ‘dargli le spalle’, ‘fregarlo’, ‘sconfiggerlo’). Nei casi in cui il paziente non riesce a esternalizzare il problema allora è utile riconoscerlo come una parte distinta della persona e chiedere ad esempio ‘In che modo puoi adattare questa parte con quello che vorresti?’.

La terapia narrativa di White e Epston e il Rasoio di Occam

L’analisi delle tentate soluzioni e la ricerca di eccezioni sono adottate da varie terapie brevi strategiche, ad esempio quelle di Giorgio Nardone; il repertorio di manovre terapeutiche di White e Epston sembra però assai più limitato (ci sono solo 3 manovre fondamentali: analisi tentate soluzioni, ricerca di eccezioni e esternalizzazione). Questo non vuol dire che non possa essere efficace.

L’aspetto che mi preme maggiormente evidenziare è un altro. A ben vedere, le componenti della terapia narrativa di White e Epson sono fondamentalmente due:

  • Aumentare il senso di autoefficacia: l’esternalizzazione riduce la responsabilità personale, e dunque l’impotenza. L’individuazione e l’enfasi sulle eccezioni mostra come il cliente abbia una qualche possibilità di intervento sul problema. L’esposizione delle soluzioni ad altri significativi, l’ottenimento di certificati di riuscita contribuiscono ugualmente a rafforzare il senso di autoefficacia.
  • Problem solving per trovare soluzioni al problema: l’analisi delle tentate soluzioni e la ricerca di eccezioni contribuiscono a individuare nuovi comportamenti che possono ridurre o risolvere il problema.

Il rasoio è uno strumento affilato che taglia di netto. Occam è stato un filosofo inglese del ‘300. Il Rasoio di Occam è un principio metodologico alla base del pensiero scientifico moderno. Il Rasoio di Occam ci dice che, nella spiegazione di un problema o nell’adozione di una tecnica sono da preferire le spiegazioni o le soluzioni più semplici, tagliando di netto quello che è superfluo. Esistono altre descrizioni di questo principio, ad esempio che è inutile fare con più ciò che si può fare con meno, non si devono moltiplicare gli elementi più del necessario.

Applicando questo principio alla terapia narrativa di White e Epson, possiamo dire che la terapia narrativa di White e Epson altro non è che una serie di (poche) tecniche volte a migliorare il senso di autoefficacia dei propri clienti. Le loro manovre terapeutiche (e i risultati ottenuti) sono già spiegati da una teoria più intuitiva e semplice da spiegare, quella dell’autoefficacia di Albert Bandura. I riferimenti alle complesse teorie della narrazione, che vanno avanti per pagine e pagine e rendono difficile la lettura del libro, potrebbero tranquillamente essere omessi.

Una teoria è buona se è così semplice da poter essere compresa agevolmente tornando a casa in  treno dopo una giornata di lavoro. Questa non lo è.

Molti terapeuti tendono a differenziare e attribuire un proprio marchio di fabbrica alle modalità terapeutiche che usano, per motivi commerciali, di status o di ignoranza di altre teorie già esistenti. Questo atteggiamento non aiuta la comprensione di quello che fanno in concreto.

 

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Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Leggi Informativa privacy, cookie policy e copyright.

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