Cosa fai quando fai psicoanalisi? Una introduzione alle tecniche terapeutiche psicoanalitiche

Cosa fai quando fai psicoanalisi?  Una introduzione alle tecniche terapeutiche psicoanalitiche

(bozza in fase di elaborazione)

Questo articolo intende spiegare, utilizzando meno termini tecnici possibile, quali sono le tecniche delle terapie psicoanalitiche e come si sono evolute.

In questo articolo, eccetto che quando spiegato diversamente, coi termini ‘psicoterapia’ e ‘terapia’ intendo qualunque metodo di aiuto interpersonale o di cura del disagio psichico sviluppato sulla base di teorie scientifiche della psiche e basato primariamente sulla parola e sul rapporto interpersonale. Utilizzo inoltre come sinonimi i termini ‘psicoanalisi’, ‘analisi’, ‘trattamento psicoanalitico’. Seguendo queste definizioni, la psicoanalisi è una delle varie psicoterapie esistenti. In questo articolo inoltre utilizzo i termini ‘terapeuta’, ‘psicoanalista’ e ‘analista’ come sinonimi.

1. Evoluzione delle modalità terapeutiche

Questa periodizzazione riprende quella di Alexander 1946.

A. Primo periodo: la ipnosi catartica. All’inizio della sua attività di terapeuta Freud ritiene che alla base dei problemi psicologici dei suoi pazienti (all’epoca i pazienti di Freud erano soprattutto donne della buona società viennese che soffrivano di disturbi all’epoca chiamati ‘isteria’ caratterizzati da convulsioni, paralisi degli arti, cecità momentanea, perdita di coscienza e della capacità di parlare, nota 1) vi siano esperienze traumatiche infantili in genere a sfondo sessuale (abusi o tentati abusi sessuali) ‘rimosse’ cioè dimenticate perché troppo dolorose. Freud ritiene che portando alla luce tali esperienze i problemi psicologici scompaiano. Questo processo di svelamento non è automatico, perché i pazienti manifestano una resistenza a ricordare. Prima del 1895 per portare alla luce tali ricordi Freud utilizza l’ipnosi (nota 2) ‘Al paziente ipnotizzato venivano fatte domande allo scopo di smascherare l’origine dei suoi sintomi e di permettergli di scaricare i suoi sentimenti rimossi. Questa scarica emozionale era considerata di grande valore terapeutico e il metodo fu quindi chiamato ‘catartico’’ (Alexander 1946). Freud però si rende conto che la scarica di emozioni rimosse in ipnosi dà un sollievo solo temporaneo. Comincia così a pensare che per avere risultati stabili sia necessario che le esperienze e emozioni represse vengano portate alla memoria cosciente della persona.

B. Secondo periodo: la suggestione in stato di veglia. Dal 1895 a circa il 1899 Freud prova a richiamare le memorie rimosse attraverso la suggestione in stato di veglia. ‘Freud imponeva le sue mani sulla fronte del paziente e lo assicurava che se tentava avrebbe ricordato il passato.’ (Alexander 1946) Anche questo metodo dà scarsi risultati. In questo periodo inoltre Freud abbandona l’idea che i problemi psicologici siano dovuti all’aver effettivamente subito abusi sessuali, ma ritiene che anche semplici fantasie infantili a sfondo sessuale – spesso provocate dall’aver assistito o aver sentito parlare di atti sessuali- possano portare gli stessi risultati (Migone 2002).

C. Terzo periodo: le libere associazioni. Dal 1899 Freud sviluppa una nuova tecnica basata sulle libere associazioni. Al paziente veniva richiesto di dire qualunque cosa (anche dolorosa o imbarazzante) gli venisse in mente durante la seduta, senza esercitare alcuna selezione. Una attenzione particolare era dedicata ai sogni. Secondo Freud questo metodo permetteva a ricordi e sentimenti rimossi di venire in superficie in modo indiretto, aggirando la resistenza. ‘Il principale interesse di Freud in quel periodo rimaneva incentrato sulla ricostruzione del passato patogeno. Egli sperava e si aspettava che, mentre il paziente nelle sue interviste quotidiane dava espressione al suo incontrollato treno di pensieri, gradualmente avrebbe – quasi a dispetto di se stesso – ricordato gli eventi del passato che lo avevano fatto ammalare.’ (…) Quando sostituì l’ipnosi con le associazioni libere, Freud dava ancora una importanza terapeutica alla scarica emotiva. (..) Le associazioni libere differivano dall’ipnosi catartica in quanto i ricordi e la scarica emotiva del paziente avevano luogo in piccole quantità in un lungo periodo, piuttosto che nella più drammatica seduta ipnotica.’ (Alexander 1946). Il compito del terapeuta è analizzare i contenuti emersi, trovare un filo logico, connettere i ricordi e le associazioni alla storia del paziente. Da questo punto in poi il terapeuta si autodefinisce ‘psicoanalista’ (analizza il materiale ‘portate fuori’ dai pazienti tramite le associazioni e i sogni) e la tecnica prende il nome di psicoanalisi. L’interpretazione viene fatta con modalità rigide, oracolari. ‘Nel periodo iniziale della psicoanalisi l’interpretazione tendeva a presentarsi come un compito relativamente lineare. Essa era considerata il disvelamento di rappresentazioni rimosse, quasi sempre relativa a una gamma limitata e universale di tematiche sessuali e viscerali. Soprattutto nei primi decenni, alcuni cammini intrapsichici apparvero tipici, ma l’entusiasmo della loro scoperta indusse a generalizzazioni non prive di aspetti dogmatici. (…) Poiché la tematica del denaro, ad esempio, rinviava all’idea del trattenere e del dare; e poiché l’esperienza prototipica del trattenere e del dare si fondava sull’apprendimento del controllo sfinterico durante la fase anale, allora il denaro sembrava rinviare automaticamente alle feci, di cui diveniva un simbolo. In questo caso un legame possibile era divenuto un legame necessario. Così come nel sogno la tematica inconscia del defecare produceva immagini di denaro, parallelamente nelle ‘libere associazioni’ del paziente e nelle interpretazioni dell’analista lo stesso cammino veniva percorso a ritroso, e il denaro ritornava alla sua matrice fecale.’ Jervis 1989:106.

D. Quarto periodo: il transfert. A partire dal 1899 Freud si rende conto che i pazienti tendono a sviluppare un legame affettivo (cioè dei sentimenti intensi di amore e/o odio) verso il terapeuta. Freud chiama ‘transfert’ questo processo, perché ritiene che i pazienti tendono a ricreare col terapeuta, anche se in forma attenuata, gli stessi sentimenti e conflitti che avevano avuto nell’infanzia verso qualche figura di autorità (Alexander 1946). In questo modo il paziente distorce i comportamenti e gli atteggiamenti mostrati dal terapeuta verso di lui (Migone -1992- parla di‘distorsione della realtà alla luce del passato’). ‘Da un lato, il sorgere del transfert consente all’analista di acquisire materiale per l’analisi; dall’altro lato, però, i sentimenti del transfert stesso rischiano di ostacolare la riuscita dell’analisi stessa, per cui è compito dell’analista accorgersi tempestivamente dell’insorgenza del transfert e facilitarne la rielaborazione, dopo averlo opportunamente utilizzato a fine terapeutico’ (Wikipedia, voce Psicoanalisi). L’analisi del transfert fornisce al paziente l’occasione per diventare cosciente delle proprie distorsioni percettive e per questa via riportare alla mente e esaminare il rapporto infantile con una persona significativa alla base di tali distorsioni. Dal 1912 l’analisi del transfert (condotta utilizzando i materiali prodotti dalle libere associazioni, sogni, lapsus, atti mancati) diventa uno degli elementi centrali del processo terapeutico (Greenson ed. it. 1974).

E. Quinto periodo. Il rafforzamento dell’Io. Nel 1922 Freud pubblica L’Io e l’Es. In questa opera la patologia psichica viene spiegata come il risultato dell’incapacità dell’Io (cioè della nostra personalità cosciente) di far fronte da una parte alle richieste istintuali interne e dall’altra alle richieste della realtà esterna rappresentate dalle norme sociali. L’Io conduce questa lotta contro gli istinti e il mondo esterno sviluppando dei meccanismi di difesa, come ad esempio la rimozione (cioè la dimenticanza selettiva a cui abbiamo accennato al punto A). In Freud l’obiettivo della terapia passa così progressivamente dallo svelare il rimosso all’analisi e al rafforzamento della personalità (Migone 1992). In pazienti insicuri, con problemi di ‘insufficiente solidità dell’Io’ (Jervis 1989:74). ‘Il mondo esterno, con le sue provocazioni, viene avvertito da questi soggetti come una fonte di ferite dolorose, che colpiscono un mondo interiore cosciente troppo fragile; così, parallelamente, il territorio più oscuro dell’inconscio è sentito da molti di questi pazienti come caotico e popolato di nuclei oscuri da tenere sotto controllo. Di conseguenza, in questi casi, i meccanismi difensivi quotidiani (ad esempio le rimozioni, le proiezioni, i processi discissione e negazione) possono venir percepiti alla stregua di un argine indispensabile: in altre parole, la barriera delle difese si trova a tutelare la privatezza della coscienza sia verso un mondo esterno vissuto come aggressivamente frustrante, sia verso un mondo dell’inconscio vissuto come pieno di fantasie angosciose. ‘ (…) In questi casi, ‘l’intervento classicamente interpretante e demistificante dell’analista può venir recepito come una penetrazione intrusiva all’interno dei segreti del proprio privatissimo –e fragile- mondo interiore, quindi come una violenza, come una minaccia esistenziale. Il disvelamento interpretativo è allora patito come una ferita dolorosa, e vissuto come una falla nell’argine dell’Io. Inoltre, se invitato dall’analista ad abbandonare le sue difese più in autentiche, l’analizzando può avere qui il sentimento immediato e paralizzante di non potere in realtà farne a meno, cioè di non essere affatto un grado di costruirne altre. In questi casi sembra dunque ragionevole, anziché puntare direttamente al lavoro interpretativo, procedere primariamente a un lavoro di rafforzamento del sentimento di autoaccettazione e di identità del soggetto, e quindi del sui Io, attraverso la creazione di un legame terapeutico affettivamente solido, non autoritario, rassicurante, umano. (Jervis 1989:74-75). Le condizioni deficitarie dell’Io del paziente costringono a una modificazione della tecnica; ‘queste modificazioni possono includere vari tipi di interventi diversi dall’interpretazione, quali ad esempio la rassicurazione, il consiglio, il ritorno alla posizione vis-à-vis, la prescrizione di un comportamento (come il suggerire l’esposizione a un oggetto fobico), lo stabilire di autorità la data del termine della analisi per mobilizzare eventuali resistenze (…), e così via (Migone 1992). A partire dallo scritto di Freud, questa modalità di intervento viene teorizzata e messa a punto in dettaglio da Anna Freud (L’Io e i meccanismi di difesa, 1936) e Hartmann (Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento, 1937) col nome di Psicologia dell’Io e incontra dopo la scomparsa di Freud una fortuna crescente, dovuta, secondo Jervis (1989) al fatto che la gran parte dei pazienti oggi in terapia non hanno problemi psicologici dovuti a rimozione, ma un Io deficitario. ‘La Psicologia dell’Io (…) ci ha insegnato a concepire il comportamento difensivo del paziente non solo come qualcosa da eliminare con l’interpretazione (il che tra l’altro potrebbe avere anche un sapore moralistico), ma come l’unico modo che lui ha per funzionare, in certi casi per esempio per permettersi di venire in terapia: quindi qualcosa da valorizzare.’ (Migone 2004). Riferendosi all’evoluzione qui delineata, Migone (2001), con un’enfasi sicuramente non condivisa da molti psicoanalisti, afferma che fino agli anni ’30 ‘ (…) si credeva che l’analisi fosse solo interpretare il rimosso. Questa tecnica ora non viene neanche più considerata psicoanalisi, ma semplicemente un errore tecnico.’

2. Le componenti dei trattamenti psicoanalitici

A questo punto siamo arrivati a individuare i possibili ingredienti dei trattamenti psicoanalitici:

  • 1. ricostruzione delle esperienze infantili dimenticate (rimosse) e analisi e svelamento di come tali esperienze abbiano provocato i disturbi attuali, condotti attraverso l’esame del materiale emerso dalle libere associazioni, sogni, lapsus, sbadataggini, smarrimento di oggetti
  • 2. analisi e svelamento al paziente delle sue distorsioni percettive relative al rapporto che si crea col terapeuta, cercando di trovare similitudini con precedenti rapporti con figure significative dell’infanzia e più in generale individuare le modalità tipiche personali di rapportarsi con gli altri
  • 3. analisi e svelamento al paziente dei suoi meccanismi di difesa, vale a dire dei suoi errori percettivi riguardo a sé, agli altri, al mondo in generale dovuti al tentativo di proteggersi da idee e consapevolezze dolorose.

3. Il dibattito sull’importanza delle diverse componenti nei trattamenti psicoanalitici

Nel Movimento Psicoanalitico si è discusso molto dell’importanza delle diverse componenti. Ad esempio nella Conferenza di Marienbad (1936) buona parte degli partecipanti enfatizzarono l’importanza della relazione come principale fattore curativo dell’analisi, relazione che veniva facilitata dall’analista lavorando in modo privilegiato sul transfert (Migone 1989). Nella Conferenza di Edimburgo (1961) al contrario, ‘Nonostante il coraggioso invito di Gitelson (1962) a continuare nella direzione indicata da Strachey (…) e a considerare l’attaccamento come una esperienza ristrutturante e integrante in se stessa, quasi tutti gli altri oratori reagirono con freddezza. A parte Nacht (…) che sottolineò l’importanza della “presenza” e della “umanità” dell’analista come fonte di identificazioni, tutti gli altri (Segal, Kuiper, Garma, e Heimann) fecero riferimento all’interpretazione cognitiva, e alla sua correttezza, come principale fattore curativo della psicoanalisi.’ (Migone 1989).

Nell’impostazione più ortodossa il terapeuta, per non influenzare l’emergere dei contenuti rimossi e la corretta strutturazione del del transfert, è estremamente freddo col paziente. In particolare il terapeuta durante la seduta non guarda il paziente (il paziente è steso su un lettino), parla pochissimo, evita di fare domande, evita di incoraggiarlo e dargli suggerimenti o indicazioni di comportamento, parla solo per fornire interpretazioni, basa le interpretazioni su un repertorio limitato (complesso di Edipo, angoscia di castrazione, invidia del pene, trauma relativo alla scena primaria, omosessualità latente, etc. così Peterfreund 1983 citato in Jervis 1989:144), strutturato per attribuzioni simboliche fisse (ad esempio tutti gli oggetti a punta rimandano al pene, tutti quelli concavi alla vagina) e legge le eventuali obiezioni alle sue interpretazioni come resistenze, evitando così di prendere in considerazione il loro contenuto esplicito (con esiti a volte paradossali, Jervis 1989:144 cita il caso di un terapeuta che insiste con la sua interpretazione, palesemente inadeguata, per circa 200 sedute, fino a che il paziente non si arrende).

Questo approccio si è diffuso, nel dopoguerra, soprattutto negli Stati Uniti. Secondo Friedman (1978, citato in Migone 1989), una possibile spiegazione a questo fatto è che ‘nel 1961 il panorama dello sviluppo delle psicoterapie era ben diverso da quello di 20-30 anni prima: ora la psicoanalisi non dominava più incontrastata il mercato della psicoterapia, e il suo monopolio era stato rotto dall’assedio di un vasto movimento di tecniche psicoterapiche diverse, molte delle quali più economiche, più brevi, e quindi più appetibili della psicoanalisi. Probabilmente vari esponenti della istituzione psicoanalitica si sentivano minacciati e avevano il bisogno di differenziare ed evidenziare al massimo la specificità del metodo psicoanalitico, ed era chiaro che allora, dato lo sviluppo della teoria della tecnica, solo l’interpretazione si prestava a servire come “concetto forte” atto a questo scopo. Le componenti identificatorie ed affettive, presenti in quasi tutte le psicoterapie, rischiavano di rientrare nei cosiddetti fattori terapeutici aspecifici, sminuendo l’originalità della psicoanalisi.

Secondo Migone (1989) un altro motivo di questa evoluzione è dovuta al fatto che negli Stati Uniti fino al 1989 la pratica psicoanalitica è stata riservata ai medici (nota 3), che l’hanno sviluppata in senso medico: ‘L’interpretazione infatti, in quanto appunto fattore specifico, evocava l’immagine di un intervento concreto, “visibile” (simile per esempio a una terapia antibiotica o qualcosa del genere) che eliminava la malattia.’. In questo modello la ‘rigorosa ricerca scientifica per il fattore terapeutico par excellence individuato nell’interpretazione, (ha portato) a una tendenziale abolizione di tutti gli altri fattori terapeutici, già valorizzati da Freud, quali appunto l’attaccamento affettivo con l’analista. (Migone 1989).

‘Oggi, passati altri circa 25 anni dalla Conferenza di Edimburgo, pare vi sia una linea di tendenza inversa: il concetto di “verità dell’interpretazione” ha perso il ruolo centrale che gli era stato assegnato da Garma e dalla maggioranza degli analisti alla Conferenza di Edimburgo, e molti autori sono alla ricerca di un nuovo “concetto forte” della psicoanalisi, riscoprendo altri aspetti della tecnica, come il contenitore, il rapporto emotivo, l’empatia, la relazione felice, ecc.’ (Migone 1989).

4. Ulteriori sviluppi e approcci in ambito psicoanalitico

‘In ambito psicoanalitico’ indica qui sviluppi e approcci elaborati da autori che si dicono psicoanalisti e che in genere si sono formati presso organizzazioni appartenenti alla rete psicoanalitica.

L’esperienza emozionale correttiva di Franz Alexander (1891-1964). Anche se risale al 1946, la teorizzazione di Alexander appare oggi estremamente moderna. Secondo Alexander, che riprende e sviluppa le posizioni di Ferenczi & Rank (1924), la sofferenza psicologica non è dovuta all’esistenza di ricordi rimossi, ma all’incapacità a far fronte ai problemi reali di vita del momento. L’effetto benefico della terapia non è così dovuto all’emergere di ricordi e all’interpretazione, ma al fatto che il paziente sperimenta in terapia una ‘esperienza emozionale correttiva’, dove sviluppa nuove abilità sociali in precedenza represse a causa delle proprie esperienze infantili con i genitori. La terapia è ‘un metodico training dell’Io’. (Alexander 1946). ‘Per esempio, supponiamo che le precoci manifestazioni di aggressività di un paziente siano state intimidite da un padre che richiedeva completa sottomissione dal figlio. Come risultato (seguendo il principio della “diffusione” o della generalizzazione delle reazioni emotive) il paziente è diventato inibito in tutte le situazioni in cui ha di fronte una figura di autorità. Rimettendo in atto le reazioni emotive passate verso il padre, rendiamo il paziente capace di sviluppare la capacità di differenziare tra la situazione originaria infantile e quella attuale. Allora si renderà conto che non è più così indifeso e che può permettersi di resistere agli atteggiamenti oppressivi degli altri. I principali poteri curativi di questo trattamento, comunque, stanno nel fatto che egli può esprimere la sua aggressività verso il terapeuta senza essere punito, e può essere assertivo senza essere criticato. La esperienza reale è necessaria prima che il paziente raggiunga la percezione emotiva che lui non è più un bambino di fronte ad un padre onnipotente.’ (Alexander 1946). Quando ha iniziato a utilizzare il metodo delle libere associazioni, ‘Freud non vedeva chiaramente, come avrebbe visto dopo, che il reale problema terapeutico non era semplicemente far ricordare al paziente un trauma e scaricare quelle emozioni ad esso collegate, ma piuttosto produrre certi cambiamenti permanenti nell’Io che lo avrebbero reso capace di ricordare eventi dolorosi e far fronte a quelle costellazioni emotive che precedentemente erano state intollerabili.’ (…) ‘Il ricordo di memorie infantili rimosse avviene, di regola, solo dopo che lo stesso tipo di costellazione emotiva è stata sperimentata e padroneggiata nella situazione transferale. (…) Il ricordo dell’esperienza traumatica originaria può essere considerato un indicatore di progresso. Il fatto che il paziente possa ora ricordare qualcosa che prima non poteva, mostra semplicemente che la capacità del suo Io di far fronte a certi tipi di costellazioni emotive intollerabili è aumentata durante il trattamento.’ (Alexander 1946).

L’eclissi del passato biografico

Oggigiorno molti psicoanalisti ‘tendono a retrodatare –rispetto al primitivo modello freudiano- il periodo di origine dei problemi psicologici (…). Mentre Freud faceva riferimento di preferenza alle vicende affettive aventi inizio nel terzo anno di vita, oggi si tende a dare una importanza crescente ai primi due anni. In questo contesto è aumentata l’attenzione al rapporto diadico (madre-bambino) a scapito di quello triadico dell’Edipo (che coinvolge anche il padre, nostra nota), ed è emersa l’importanza delle carenze affettive precoci e delle insufficienti nell’intesa madre-lattante. Proporzionalmente, è risultata ridimensionata la tematica conflittuale più tradizionale. In particolare si è fatta marginale l’ipotesi freudiana prototipica, secondo la quale il disturbo ha sostanzialmente origine da un problema di rimozione nei confronti di singoli ricordi o di fantasie sessuali a carattere –in senso lato- traumatico. I principali contributi in questa direzione sono venuti in un primo tempo da Ferenczi, e poi soprattutto da una serie di importanti teorizzazioni di Balint, e quasi contemporaneamente –ma secondo linee teoriche del tutto particolari- da Melanie Klein. In anni a noi più prossimi, lo sviluppo moderno delle teorie di Bowlby sul rapporto di attaccamento, e nella stessa linea, le ricerche –ricchissime di risultati- sulla comunicazione madre-neonato, hanno fornito e stanno fornendo dati sempre più numerosi e validi nella stessa direzione.’ (Jervis 1989:149). In vari autori l’interpretazione psicoanalitica si riduce così all’interpretazione del transfert qui e ora, vale a dire della relazione che si crea con l’analista senza la ricerca di un precedente legame sviluppato nell’infanzia; così ad esempio in Strachey (1934), Gill (1982) (riprendendo la posizione di Alexander), Spence (1982) (Jervis 1989:154-155).

L’eclissi dell’interpretazione

Un’altra linea di sviluppo nega la possibilità di un significato ‘oggettivo’ (e così interpretabile) dei contenuti che emergono con le libere associazioni, in completa opposizione col determinismo e causalismo di Freud (Jervis 1989:157). L’interpretazione sarebbe ‘un processo di indagine aperta, euristica, legata all’incontro, all’empatia’ (Jervis 1989:157). Il processo psicoanalitico consisterebbe così ‘semplicemente’ in un processo narrativo di attribuzione di significato alle proprie esperienze di vita (così, con accenti diversi, in George Klein, Holt, Gill, Schafer, Jervis 1989:159).

Valuta questo articolo 1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (4 votes, average: 3,75 out of 5)

Loading...

Note

1. Per quanto possa sembrare curioso alcune patologie di natura psicologica si diffondono per imitazione. Oggigiorno l’isteria non ha più visibilità pubblica e non esiste più come ‘malattia’: nel 1980 è stata cancellata dal DSM, l’elenco dei disturbi psicologici messo a punto dall’American Psychiatric Association (APA) (Wikipedia, voce Isteria).

2. L’ipnosi è uno stato in cui la coscienza e il controllo di sé sono indeboliti. Può essere autoindotto oppure indotto da una persona esterna. L’induzione avviene in genere in seguito alla focalizzazione volontaria o guidata dell’attenzione su un suono, un oggetto in movimento, una o più percezioni corporee.

3. Nonostante Freud si fosse sempre pronunciato favorevole all’ammissione al training psicoanalitico di figure professionali di vario tipo, e così anche di psicologi, per molti anni gli psicologi sono stati esclusi o fortemente discriminati. Negli Stati uniti in particolare negli anni ‘70 e ’80 il training psicoanalitico presso organizzazioni aderenti all’International Psychoanalytic Association (IPA), la principale associazione internazionale del settore era riservato solo a medici. Gli psicologi furono ammessi –per un minimo del 38% delle nuove iscrizioni- solo dopo il 1989, a seguito di una causa intentata all’IPA e ad altre organizzazioni psicoanalitiche americane da quattro psicologi per limitazione illegale della concorrenza (Migone 1990). All’inizio del 1900, quando Freud ha creato la psicoanalisi, la psicologia era poco sviluppata e la figura dello psicologo non esisteva, perciò il medico sembrava la figura più indicata per lavorare nel campo psicologico, anche per l’impostazione biologista di Freud (Jervis 1989:20). Successivamente la psicologia si è sviluppata in direzioni diverse da quelle psicoanalitiche e ha messo a punto approcci terapeutici diversi da quelli psicoanalitici. Non sorprende così che per molti anni le associazioni psicoanalitiche hanno visto gli psicologi come dei concorrenti, portatori peraltro di un sapere alternativo a quello psicoanalitico e non fossero interessate a inserirli nel training psicoanalitico. Il punto è che almeno dagli anni ‘70 la formazione in campo psicologico dello psicologo, in quanto figura specializzata, è divenuta molto più approfondita di quella del medico, che ‘apprende sinteticamente le basi della psicologia solo nel corso della successiva specializzazione in psichiatria.’ (Migone 1990). Nonostante questo ‘fino a poco tempo fa (negli Stati Uniti) un medico veniva preferito a uno psicologo anche se non aveva fatto la specialità in psichiatria (negli Stati Uniti vi sono addirittura casi di medici che dividono il loro tempo tra la pratica della dermatologia e della psicoanalisi!)’ (Migone 1990).

Bibliografia

Alexander F. (1946). La esperienza emozionale correttiva, estratti riportati sul sito Psychomedia a cura di Paolo Migone, reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/alexan-1.htm

Greenson R. R. (ed. it. 1974). Tecnica e pratica psicoanalitica. Milano: Feltrinelli

Isteria, voce su Wikipedia reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://it.wikipedia.org/wiki/Isteria

Jervis G. (1989). La psicoanalisi come esercizio critico. Milano: Garzanti

Migone P. (1989). La teoria psicoanalitica dei fattori curativi. Il Ruolo Terapeutico, 1989, 52: 40-45. Reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt52-89.htm

Migone P. (1990). Storia del processo degli psicologi americani contro gli psicoanalisti. Il Ruolo Terapeutico, 1990, 53: 27-30 (prima parte), e 1990, 54: 19-24 (seconda parte). Reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt53-54.htm

Migone P. (1992). Esiste ancora una differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica? Il Ruolo Terapeutico, 1992, 59: 4-14. Reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt59pip.htm

Migone P. (2001). La differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica è solo una questione politica. Il Ruolo Terapeutico, 2001, 86: 17-20. Reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt86pp01.htm

Migone P. (2002). Storia dello scandalo Masson. Il Ruolo Terapeutico, 2002, 89: 58-69 (I parte), 90: 47-58 (II parte), e 91: 67-77 (III parte) reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt2002.htm

Migone P. (2004). La psicoanalisi, la legge, il pubblico. Reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://www.psychomedia.it/pm/indther/psan/migone.htm

Psicoanalisi, voce su Wikipedia reperito il 2 gennaio 2010 all’indirizzo http://it.wikipedia.org/wiki/Psicoanalisi

Collocato sul sito il 3 gennaio 2010, Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

Scrivici cosa ne pensi