Contro i giovani. La discriminazione dei giovani in Italia

Contro i giovani. La discriminazione dei giovani in Italia

Questo articolo fa parte di una serie che ha lo scopo di descrivere l’attuale situazione economica e sociale dell’Italia. Una conoscenza precisa ed aggiornata del ‘contesto’ è un elemento importante per svolgere bene attività di orientamento.

Questo articolo è basato sui seguenti saggi:
(1) Boeri T., Galasso V. (2007) Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni. Mondadori
(2) Livi Bacci M., De Santis G. (2007) ‘Le prerogative perdute dei giovani’ su Il Mulino 3/2007, pp.472-481
(3) Cavalli A. (2007) ‘Giovani non protagonisti’ su Il Mulino 3/2007, pp.464-471.

Secondo Livi Bacci e De Santis l’Italia è un Paese che penalizza i giovani (definiti qui come persone in età 18-30 anni), e in questo modo riduce le proprie possibilità di sviluppo. I giovani europei, rispetto agli italiani, completano prima gli studi, escono prima da casa dei loro genitori, entrano più precocemente nel mercato del lavoro, formano famiglia in anticipo, iniziano prima a scalare le gerarchie professionali e hanno maggiore influenza nelle decisioni collettive. (2:472).

Due dei principali problemi che i giovani incontrano in Italia sono:

  • 1. la difficoltà di trovare un lavoro o una serie di lavori che assicurino un reddito stabile e significativo e
  • 2. la mancanza di un sostegno adeguato del reddito da parte dello Stato in caso di figli piccoli, disoccupazione o di povertà e l’esiguità, per gli attuali giovani, delle pensioni future.

La disoccupazione e il lavoro precario dei giovani in Italia

Riguardo al punto 1:

  • Anche se negli ultimi anni è migliorato (1:56), il tasso di occupazione dei giovani italiani è del 26% contro il 40% del resto d’Europa (2:474).
  • Poiché in Italia è molto difficile licenziare persone assunte a tempo indeterminato la gran parte delle imprese private preferisce ormai da anni assumere con contratti a termine o di collaborazione. In questo modo solo un terzo delle assunzioni di persone sotto i 40 anni è a tempo indeterminato (1:56-58). In Italia ‘consentiamo ai lavoratori con più esperienza, ma meno capitale umano, di proteggere il loro territorio, i loro diritti acquisiti, dalla concorrenza di giovani e donne che sono mediamente più istruiti di loro e che potrebbero meglio adattarsi alle nuove tecnologie produttive’ (1:63-64).
  • In molti settori l’inserimento lavorativo dei giovani è reso assai difficoltoso da favoritismi e raccomandazioni o da ostacoli alla concorrenza. In Italia i tassi di concorrenza all’interno di libere professioni tutelate da albi e ordini, quali ad esempio ingegneri, architetti, avvocati, notai sono fra i più bassi in Europa (1:74-75). Nell’impiego pubblico e nelle università molte assunzioni sono condizionate da cooptazione e nepotismo. ‘Nei concorsi universitari italiani sono ancora frequenti i casi di commissioni che, prese nel loro complesso, hanno meno pubblicazioni del candidato poi bocciato a favore del candidato locale. Nel 2003-2004, in sedici concorsi a professore ordinario di economia è accaduto ben otto volte!’ (1:77). All’università di Bari cinque famiglie ‘occupano’ventitré cattedre’ (1:76). Tutto questo rende più difficile il ricambio generazionale.‘Non stupisce quindi che nell’università italiana il 30% degli ordinari e il 10% dei ricercatori abbia più di 65 anni, mentre solo 9 ordinari su 18.651 hanno meno di 35 anni (contro il 7% negli Stati Uniti – corrispondenti a 1306 del totale italiano – e il 16% nel Regno Unito – corrispondenti a 2984 del totale italiano, 1:76).
  • Il divario fra i redditi reali dei giovani e i redditi dei lavoratori più maturi è in Italia più ampio di quello esistente in Francia, Germania, Regno Unito (2:473) ed è passato dal 20% del 1989 al 35% del 2004 (retribuzioni nette medie mensili maschili, 2:474-475). Negli ultimi anni i guadagni reali di diplomati e laureati con pochi anni di lavoro sono diminuiti, sia per dinamiche legate ai contratti di lavoro, sia perché molti giovani sono occupati in attività o inquadrati in mansioni che non corrispondono al proprio grado di istruzione. In Italia il tasso di rendimento dell’istruzione universitaria (l’incremento atteso del proprio reddito a seguito del conseguimento di una laurea) è solo del 6,5%, contro il 9,1% in Germania e il 14,5% in Francia. ‘L’istruzione universitaria è poco remunerata anche perché la contrattazione salariale concede poco spazio ad aumenti salariali legati alla performance individuale o di gruppo dei lavoratori. Si contratta a livello nazionale, imponendo gli stessi minimi contrattuali a imprese che hanno raggiunto livelli di efficienza molto diversi fra loro. (…) Così finisce per contare quasi solo l’esperienza lavorativa, misurata semplicemente dal numero di anni di lavoro. Questo avvantaggia i lavoratori che hanno maggiore anzianità aziendali, anche quando sono meno produttivi e istruiti dei giovani (1: 53-54). I giovani sono penalizzati da questa struttura del salario, anche perché nel mercato del lavoro che li attende è difficile avere lunghe anzianità aziendali’ (1:54).

In sintesi i giovani di oggi rischiano di essere la prima generazione che, dopo oltre un secolo di crescita quasi ininterrotta, avranno redditi e di tenore di vita peggiori di quella dei propri padri (2:476; 3:465).

La discriminazione verso i giovani nel sostegno del reddito e nelle pensioni

Riguardo al punto 2:

  • Il sostegno offerto dallo Stato italiano in caso di disoccupazione, di povertà o di famiglie numerose è minimo, mentre la spesa sociale è sbilanciata a favore dei pensionati. La protezione contro la disoccupazione è così affidata alla famiglia (2:479). I minimi sociali in Italia vengono garantiti solo ai pensionati, spesso anche a quelli che vivono in famiglie più ricche. L’incidenza della povertà in Italia, a differenza di molti altri Paesi europei, è molto più bassa fra chi ha più di 65 anni che fra chi è più giovane (1:62).
  • Le giovani donne che vogliono dei figli incontrano molti ostacoli. Il sostegno economico offerto dallo Stato italiano alle giovani madri è limitato, è difficile trovare lavori part time, mancano asili nido (in Italia solo il 7% dei bambini sotto i 2 anni va al nido, contro il 30% di Belgio e Francia e il 65% di Svezia e Danimarca). (1:60; 1:92).
  • ‘Oggi chi lavora versa, fra contributi e tasse sui redditi, circa il 45% dei propri salari a chi è in pensione e che a suo tempo aveva trasferito ai pensionati di allora non più del 30% del proprio stipendio. Inoltre chi ha iniziato a lavorare negli ultimi 10 anni riceverà una pensione molto più bassa (dal 20 al 30% inferiore, in rapporto all’ultimo salario) di chi va oggi in pensione. Le pensioni sono inique verso i giovani, a cui viene offerto un rendimento più basso, ma sono anche fortemente inefficienti. La tassa imposta da chi è in pensione su chi lavora sta diventando così alta che i datori di lavoro la pagano sempre di meno: si creano posti di lavoro che prevedono contributi previdenziali più bassi (dai Co.co.co. ai contratti a progetto) e si pagano salari più bassi in ingresso. Il risultato è che questi nuovi entranti rischiano (…) di non riuscire a maturare una pensione che sia al di sopra dei livelli di sussistenza’ (1:78-79) (nota 1).

Il risultato complessivo è una società dove una parte significativa dei giovani vive una condizione di impotenza, di scarsa autonomia e di limitata produttività.

  • In Italia un numero elevato di giovani vive a carico dei genitori e spesso con loro, e rimanda di anni e anni la formazione di coppie autonome e la procreazione rispetto ai propri omologhi europei. In Italia il 74% dei giovani riceve un sostegno economico dai genitori contro il 61% della Francia, il 46% della Germania, il 26% del Regno Unito. In Italia la maggioranza dei maschi fra i 25 e i 34 anni (e il 30% di quelli fra i 30 e i 34 anni) vive ancora con i genitori. La percentuale di donne italiane fra i 18 e i 34 anni che vivono in coppia è la più bassa d’Europa (1:90). L’età media al parto è arrivata ai 31 anni (2:479; 1:91). In altri Paesi, soprattutto anglosassoni e scandinavi, i giovani escono dalla casa dei genitori a 18 anni per studiare o lavorare altrove. Nei Paesi scandinavi un welfare state molto orientato ai bisogni dei singoli – e dunque anche dei giovani- li aiuta a emanciparsi, mentre nel Regno Unito o negli USA l’emancipazione è frutto di un mercato del lavoro flessibile, che consente ai giovani di diventare rapidamente autosufficienti da un punto di vista economico.’ (1:90). La famiglia come ammortizzatore sociale ha dei costi. Per beneficiare del suo aiuto, bisogna rimanere nella città in cui vivono i genitori, anche quando vi sono poche opportunità di lavoro; in questi casi è giocoforza, quando disponibile, accettare il lavoro dei genitori o di un parente (1:94).
  • La pubblicazione Who is Who in Italy raccoglie i curricula delle 5.000 persone più influenti in Italia. Solo il 2,5% di esse ha meno di 35 anni, e si tratta in genere di campioni sportivi e star dello spettacolo. I dati sono ancora più bassi se consideriamo singole categorie: politici (0,9), rappresentanti del mondo economico (0,4), liberi professionisti (0,6) (1:72). Della situazione dell’Università si è già detto.

Ma questo sistema ha ripercussioni più generali sulla società. ‘Il nostro sistema di protezione sociale (…) è impostato attorno al modello familiare. Premia il capofamiglia (adulto e di sesso maschile), garantisce la sicurezza della sua occupazione, il suo reddito, la sua pensione. Spetta poi a lui distribuire ed elargire i benefici all’interno della famiglia. Il welfare italiano rafforza il senso di appartenenza alla famiglia in contrapposizione all’appartenenza alla comunità. (…) L’individuo trova (così) riparo dai rischi di mercato soprattutto fra le mura domestiche, non nel suo essere cittadino di un paese che garantisce protezione contro la libertà sulla base di regole condivise, uguali per tutti. (..) Attorno alla famiglia nascono (così) altre forme consociative (…). La famiglia e il modello familiare acquistano peso anche nelle imprese, nelle professioni, nell’università. Questo genera società chiuse: si investe solo nella famiglia o nel gruppo di interesse di cui si fa parte, ci si aiuta solo fra compagni di ventura, di lavoro, solo all’interno delle corporazioni e si tende a perpetuare lo status quo. C’è poca mobilità sociale.’ (1: 104-105). Familismo e consociativismo generano iniquità e inefficienze. ‘Come in una giungla: i figli dei più forti sono i più protetti e diventano a loro volta i più forti. E’ un modello perdente in economia, perché non sa selezionare. Con la gestione delle risorse e il controllo delle decisioni saldamente nelle mani dei padri, interessati solo ai propri figli, si investe poco e male nel futuro. Piuttosto che nella qualità dell’istruzione, ogni genitore si preoccupa che il proprio figlio sia promosso, che si laurei e che trovi un posto di lavoro.’ (1:106-107) Una famiglia meno forte e meno esclusiva lascia (invece) più spazio al senso civico. Questo significa più fiducia negli ‘altri’, con cui avvengono più interazioni non mediate dalla famiglia, maggiore volontà di investire in istituzioni comuni e nella protezione dei singoli cittadini e della collettività.’ (1:105).

Entrambi gli articoli 1 e 2 riportano informazioni sul sistema dell’istruzione italiano.

In Italia solo il 33% della popolazione ha un’istruzione secondaria superiore, contro il 41% della Francia, 55% della Germania e 57 % del Regno Unito (1:48). La qualità dell’istruzione italiana è bassa; i nostri 15enni hanno punteggi sistematicamente più bassi nei test PISA (servono a valutare la capacità di utilizzare le competenze scientifiche e matematiche acquisite a scuola e la comprensione dei testi). Le scuole del Sud Italia hanno punteggi sistematicamente più bassi del 20-30% rispetto a quelle del Nord (1:49). La spesa italiana in Istruzione secondaria è tuttavia superiore a quella di molti altri Paesi europei compresi Germani e Regno Unito (1:49). Quando la scuola non funziona, la mobilità sociale è ridotta. ‘I figli di ricchi diventano ricchi. I figli dei poveri rimangono poveri.’ (1:50). ‘L’abbandono della scuola secondaria al suo destino, il rifiuto di valutare l’operato degli insegnati, la mancata riforma delle retribuzioni e della mobilità dei docenti rappresentano chiari segnali del disinteresse per le generazioni future nel nostro Paese.’ (1:51). I laureati italiani sono la metà, rispetto alla popolazione fra 25 e 64 anni, che negli altri Paesi OCSE (1:51).

Livi Bacci e De Santis evidenziano invece le cause della lentezza dei percorsi formativi dei giovani italiani: la lunghezza dei percorsi di studio (le vecchie lauree quadriennali sono state di fatto sostituite da lauree quinquennali 3+2, con un numero di esami cresciuto più che proporzionalmente); le distorsioni nella scelta dei corsi di studio, troppo orientata verso le aree non scientifiche, poco richieste dal mondo del lavoro; le scarse esperienze lavorative durante gli studi; la provincializzazione e la scarsa mobilità degli studenti. (2:478-479).

Boeri e Galasso suggeriscono alcuni correttivi (1:136):

  • introdurre valutazione e merito fra i docenti della scuola e dell’università
  • ridurre la possibilità di contratti a termine e sostituire gli attuali contratti atipici con un contratto unico a tempo indeterminato che preveda un lungo periodo di prova iniziale
  • introdurre un salario minimo orario per gli occupati e un reddito minimo garantito per tutti i senza lavoro
  • sostenere la maternità con più asili pubblici, crediti d’imposta e congedi di paternità retribuiti
  • favorire la competizione fra i liberi professionisti, abolendo il numero chiuso dove previsto
  • riformare le pensioni.

Ma perché i giovani non si attivano contro questa situazione?

Sono possibili varie risposte.

  • Nella nostra società manca ancora la consapevolezza della discriminazione dei giovani. ‘Anche fra chi aspira a fare politica, fra chi si erge a rappresentante dei giovani, molti non vedono i trasferimenti che avvengono fra generazioni. Il 40% dei giovani organizzati nell’associazionismo giovanile pensa che le pensioni pubbliche funzionino a capitalizzazione’ e non sulla base di un trasferimento da chi lavora a chi è in pensione (1:99-100). ‘Inoltre i rappresentanti dei giovani pensano che questo trasferimento sia più piccolo di quanto sia in realtà’ e ignorano la dimensione del debito pubblico italiano (1:100). L’ignoranza è tale che ‘Ogni proposta di riforma dell’istruzione incontra forme (ancorché sporadiche) di mobilitazione degli studenti che talvolta sembrano voler difendere lo status quo e accade pure che qualche volta i giovani scendano in piazza per difender le pensioni dei loro nonni e dei loro padri, ignari di arrecare danno a se stessi’ (3:466).
  • Non ci sono proteste perché le riforme a favore dei figli possono intaccare il salario o la pensione dei genitori, con i quali i figli convivono (1:99).
  • Oppure ancora (e/o) molti giovani si sentono troppo impotenti per attivarsi.

Note
1 I sistemi pensionistici obbligatori possono essere organizzati in vari modi. In estrema sintesi, con il sistema contributivo (detto anche ‘a capitalizzazione’) ogni lavoratore riceve quando va in pensione una somma pari al totale dei contributi obbligatori da lui versati (compresa la quota a carico del suo datore di lavoro) rivalutati secondo opportuni indici. E’ un sistema equo perché ciascuno riceve quanto ha versato. Questo sistema in Italia viene applicato ai lavoratori più giovani e ai futuri lavoratori. Con il sistema a ripartizione l’importo della pensione viene invece stabilito a priori (ad esempio si può stabilire che la pensione deve corrispondere al 90% dell’ultimo stipendio) e i fondi per pagare le pensioni sono reperiti tramite i contributi obbligatori pagati da lavoratori in attività (compresa la quota a carico dei loro datori di lavoro) e eventualmente con le imposte sul reddito pagate da tutta la popolazione. Un sistema di questo tipo non è equo perché non vi è corrispondenza fra i contributi pagati dal lavoratore durante la propria vita lavorativa e la pensione che riceve. Questo sistema in Italia viene applicato a quanti sono già pensionati e ai lavoratori più anziani. Pensionati e lavoratori anziani ricevono e riceveranno come pensione somme assai più alte di quelle che hanno pagato durante la propria vita lavorativa. La differenza è già adesso a carico dei lavoratori più giovani e dei futuri lavoratori e della popolazione italiana in generale. Secondo Alvi (Alvi G. (2006) Una Repubblica fondata sulle rendite, Mondadori, p.37) il sistema pensionistico esistente costa attualmente a ogni lavoratore circa 1.000 euro all’anno.

Approfondimenti
Rosina A. (2006) Com’è difficile essere giovani in Italia http://www.lavoce.info/articoli/pagina2280.html

 

Collocato in rete il 24 Dicembre 2007. Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

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