Inconscio ladro! Malefatte degli psicanalisti

Inconscio ladro! Malefatte degli psicanalisti

Questo libro, scritto da Elisabetta Ambrosi e pubblicato da La Lepre Edizioni ci dà una descrizione dall’interno delle moderna pratica psicoanalitica. E’ una lettura che fornisce molti spunti di riflessione, ma anche divertente. Lo consiglio a tutti coloro che sono interessati alla prassi psicoanalitica e alle terapie psicologiche in genere. Qui di seguito alcuni estratti, pubblicati con l’autorizzazione dell’Editore. I numeri nel testo indicano le pagine del libro da cui sono riprese le citazioni.

Le regole, tutela per chi? 50 minuti. 50 minuti (a volte 45) né un secondo di più, né un secondo di meno. Tanto dura, in genere, la seduta. (…) Talvolta è quasi disumano dover interrompere un pianto, una discussione accesa, un ricordo, a causa dell’orologio. E siccome non è per nulla vero che ci si dimentica dello scorrere del tempo durante la seduta, quei tre quarti d’ora risicati mettono in moto un meccanismo ansioso di controllo preventivo, che conduce un dosaggio scientifico di tutto ciò che si ha da dire (“Nel primo quarto d’ora gli dico questo, poi gli racconto il sogno, poi sento che dice e infine magari…”), Alla faccia dell’abbandono e dell’associazione libera tanto auspicata da Freud. (…) Sarebbe almeno desiderabile che i pazienti non fossero stipati uno dopo l’altro, come polli in batteria, con pochi minuti di intervallo fra di loro. (…) Ma evidentemente, ciò non è in linea con gli obiettivi, non si capisce se clinici o economici, del terapeuta, il quale anzi arriva ad assegnare i suoi pazienti orario tipo 15 e 55″(senza mai spingersi, per fortuna, nell’universo inesplorato dei decimi di secondo). 32-33.

 Il dazio più odioso. Com’è noto l’analista può spostare a saltare le sedute a seconda dei suoi imprevisti – che generalmente sono cose serie, come malattie o convegni – mentre il paziente (che potrebbe avere impegni altrettanto seri), non può. Inoltre devono essere pagate anche le sedute che vengono saltate a causa di un viaggio, di una degenza ospedaliera o, addirittura, di un cambiamento di città. In questo senso gli esempi tragicomici si sprecano. Ho saputo di una ragazza che aveva pagato per le sedute saltate a causa del parto, così come ricordo che un mio terapeuta voleva che io continuassi a fare l’analisi anche se avevo vinto una borsa di studio che per sei mesi mi avrebbe costretta a stare gran parte della settimana in un’altra città. In pratica avrei continuato a fare la terapia “per non interrompere” psicologicamente, pagando le sedute che saltavo, cioè quasi tutte. Mi compravo la protezione magica, il cappello! (…) Un analista mi disse: “Le sedute perse durante il viaggio di nozze? Non gliele faccio pagare. È il mio regalo di matrimonio”. 35-36

Poche, tante, troppe parole. La seduta si svolgeva così: una decina di minuti erano dedicati ai miei racconti, quindi lui interveniva con un commento articolato e da lì in poi diventava un continuo palleggio, con me che correggevo le sue interpretazioni e lui che replicava nuovamente. Un match estenuante, che proseguiva, addirittura, anche dopo che lui si era alzato alla fine della seduta, per non sprecare quei pochi secondi fino alla porta. (…) In molti hanno avuto l’esperienza opposta, quella di un analista muto, chiuso in un ostinato ed esasperante silenzio. (…) Il paziente ha bisogno di ascolto. Per ascoltare veramente non servono libri, né silenzi orchestrati, né parole troppo misurate. Basta alternare, con naturalezza, simpatia e amore, parole e silenzi, spazi pieni e vuoti. Invece, le parole dolenti ma ancora piene di vita del paziente, simili ai movimenti scomposti di un pesce catturato e gettato sulla spiaggia, vengono subito imprigionate da una rete di acciaio, fatta di pregiudizi teorici, setacciate fino all’ultimo grammo semantico e infine impacchettate nel cellophane, inodore e prive di spine, tanto che il malato stenta a riconoscerle come proprie. 37-38-39.

Ragione e sentimento. Non è necessario essere degli acuti osservatori per capire che il nostro immaginario collettivo ruota sempre intorno alla stesso identico fulcro, quello del rapporto fra ragione e sentimento, i due grandi motori della vita interiore. (…) L’analista riterrà possibile questo accordo solo nel caso che sia la ragione, sia il sentimento, vengano vagliati… dalla ragione. In altre parole all’analista sembra necessario uno scrutinio razionale della vostra esistenza, un esame logico in cui a rimetterci sarà ovviamente il principio del piacere, perché proprio questo principio è quello che rischia di combinare più danni e  rompere gli equilibri (lo sfascia-matrimoni, insomma). Sarà il principio del piacere essere ammansito, stemperato, reso docile come un cagnolino che risponde a tutti gli ordini che gli impartite. Una volta trasformati in animaletto da compagnia, quel desiderio sarà diventato un’altra cosa. Provate a chiamare Fido quando siete distesi sulle lenzuola della vostra camera da letto: rimedierete qualche festa, al limite una slinguazzata sulle guance, ma di certo non un piacevole orgasmo. 49-51

 La condanna delle passioni. [Secondo il mio analista] Le emozioni violente sono di per sé, sempre comunque, pericolose, dirette verso la strada deviata del caos e dell’entropia psichica, e solo dopo un attento vaglio della ragione – al termine del quale ben poco sopravviveva – esse potevano finalmente ottenere un lasciapassare. La diffidenza verso ogni tipo di irruenza affettiva è spesso uno dei punti fondamentali della disciplina freudiana.(…) La passione è vista in ogni caso con sospetto, come la copertura rosa confetto di un conflitto cupo e minaccioso che mira alla vostra integrità. (…) Le terapie odierne escludono sempre e comunque l’opzione di lasciare i remi affinché la barca procede da sola, secondo il flusso della corrente. (…) Credo che un tempo le cose andassero diversamente. La terapia deve essere il luogo dove il paziente, un po’ furtivo, tiravo fuori da sotto la giacca il suo piacere, come un pesce maleodorante avvolto in carta di giornale, e lo buttava sul tappeto dell’analista dicendo: “Ecco, io ho questo pesce, cosa ne faccio?”. Oggi, invece, l’analista comincia a sentirne l’odore fin dalle scale e, quando il malcapitato entra, lo rimprovera così: “Ancora questo tanfo? Non ha capito che non può andarsene in giro con un pesce in tasca?”. Ma se il desiderio – pesce esiste, perché costringere chi arriva in seduta lasciarlo fuori dallo studio o a  buttarlo direttamente nel cassonetto? 53-55.

Sesso, questo sconosciuto. La psicanalisi post – freudiana ha corretto il presunto ipersessualismo freudiano, anche a causa del kleinismo di cui porta ogni genere di traccia, e ha introdotto tutta un’altra serie di categorie ritenute anch’esse decisive nello sviluppo del bambino, come le note storiche sulla relazione bambino – madre, analista – seno eccetera. Al vocabolario freudiano si è affiancato e sostituito così un dizionario psichico composto da parole come “relazioni oggettuali”, “depressione”, “dipendenza”, “affetti”, “mancanza”, “limite”, “identificazione proiettiva”; in un linguaggio ancor più ricco, certo, che ha consentito alla psicanalisi di diventare una scienza umana a tutti gli effetti, con una visione più completa e complessa della semplice “energetica” freudiana. (…) Se una giovane donna fosse entrata nello studio di Freud e gli avesse detto: “Sono qui perché la macchina non parte, mi si è rotto il computer e tra un po’ mi sfrattano”, lui l’avrebbe subito invitata a parlargli della sua vita sessuale. Ben diversa invece la reazione dell’analista contemporaneo: egli affronterà ogni problema prendendola alla lontana, esaminando, prima di arrivare al sesso, tutti rapporti affettivi del paziente ed i significati ad essi associati. Bene, si dirà. Forse sì. Ma il fatto è che nel corso di queste interminabili sedute, e a furia di metafore, al sesso, talvolta, non ci si arriva affatto. E anche se dovessero presentarsi nel paziente dei problemi di natura sessuale, spesso questi vengono letti come effetto di altri malesseri, conseguenza di rapporti emotivi difettosi o carenti. (…) Le sedute si concentrano su singole metafore dell’infanzia e ci si dimentica di chiedere, ad esempio, con quale frequenza il paziente ha rapporti sessuali con il proprio partner e quanto soddisfacenti siano questi rapporti. Così, ci sono persone che arrivano in analisi dichiarando esplicitamente propri problemi sessuali (“Dottore, non scopo più”) e dopo una decina d’anni di riflessioni su dipendenza, autonomia, senso della realtà rispetto dell’altro, stringeranno la mano all’analista, torneranno a casa, festeggeranno la fine della terapia con la moglie il marito eppoi proporranno loro… una bella partita briscola!  57 – 59.

Primo comandamento: non agire! “Dottore, sto malissimo. Che devo fare? Aiuto!”. “Nulla, non faccia nulla”.  (…) I terapeuti rifuggono da ogni sorta di manifestazione iperattiva, perché essa produce sempre effetti indesiderati sul paziente. All’azione e alla decisione, specie se si tratta di cambiamenti cruciali (matrimoni, divorzi, figli), si preferisce la riflessione, l’analisi dei sentimenti che ispirano una scelta, il vivisezionamento di tutte le possibili ed eventuali conseguenze che potrebbero derivarne. “Prenda tempo”, questo è il tipico refrain analitico, che in questo mondo frenetico non è poi un cattivo consiglio. Tuttavia, fra l’ipercinesi e la stasi tombale c’è una bella differenza. (…) Conosco donne entrate giovinette in terapia e che ne sono uscite all’età della menopausa, senza figli, “perché non ero pronta ed è stato meglio così”. Ma in fondo pronti nella vita non lo si è mai, e allora qualche volta tanto vale osare. Non troppo, almeno un po’, per non perdere troppi treni. (…) La non decisione è sempre una decisione, perché se non scegli, la vita sceglierà per te. 63 – 64.

Il culto del limite. Ciò che sperimentavo in analisi ha, ripensandoci ora, dell’incredibile. Arrivavo in seduta con il mio carico – evidente come la gobba del gobbo di Notre-Dame -di tabù e di sensi di colpa, frutto di una ventennale educazione cattolica, la più rigida che allora si potesse immaginare. I miei problemi erano talmente palesi che persino un bambino avrebbe azzeccato la diagnosi: “Mamma, guarda quella che gobba che ha!”. A volte penso che se mi fossi limitata a scrivere a una di quelle rubriche tipo “Posta del Cuore” o “Psiche lei”, o avessi fatto delle sedute per corrispondenza, avrei ricevuto delle risposte più sensate di quelle ottenute in anni e anni di lettino. Lì distesa, infatti, sentivo soprattutto parlare della mia mania di onnipotenza, la quale mi impediva sia di “vedere” l’altro-da–me, sia di percepire la realtà per come essa era davvero, accettandone i limiti, primo fra tutti la mia inevitabile finitezza. Insomma, niente di nuovo rispetto ai sermoni, che ben conoscevo, sul peccato di superbia, sul rifiuto di sottomettersi alla volontà del Signore, sull’accettazione della morte, sulla negligenza nell’accogliere l’altro che mi erano state abbondantemente – e gratuitamente – propinati in ambiente cattolico. (…) Queste dottrine di sapore cattolico sono anche il frutto di un cambiamento culturale che ha investito non solo la psicanalisi, alla politica, la società, la filosofia. (…) Eppure chi se non la psicanalisi – una disciplina che ha sempre ribadito il legame fra ordine sociale e malessere psichico – avrebbe ancora potuto spingere gli individui a spezzare coraggiosamente degli equilibri sclerotici e nevrotici, in modo da far circolare finalmente, aria fresca? Invece, da veri conservatori, in una micidiale miscela di simil cattolicesimo e astenia post-moderna, gli analisti di oggi non fanno altro che intimare ai loro pazienti, visti come potenziali banditi: “Mani in alto! Stia fermo dove!”. Per poi aggiungere: “L’ho salvata appena in tempo. Non si è accorto che stava per commettere un grave reato? Non sia sciocco, accetti la sua vita così com’è la smetta con quest’impulso a delinquere. Non si ricorda che è mortale?”. (…) Così, mentre l’analista blaterava qualcosa sulla mia insofferenza verso tutto ciò che è reale e insisteva sul fatto che le cose si sarebbero risolte se avessi accettato i confini che la vita mi imponeva, io, che in terapia c’ero entrata proprio perché quei confini mi stavano facendo scoppiare, annuivo solennemente, e poi me ne andavo, ancor più goffa di prima, con la mia gobbo ormai talmente grande che per uscire dalla porta dovevo compiere complicate acrobazie. 67 – 69.

“Tutto dipende dal lei”. Se un paziente si presenta in seduta strepitando contro il suo capo che lo tortura, l’analista – giustamente – lo acciuffa per i capelli e gli fa notare che, cambiando atteggiamento, il problema quasi sicuramente si risolverà, tanto che anche suo capo ne risulterebbe trasformato. Ma che succede se, dopo mesi e mesi di tentativi, il paziente continua a presentarsi in seduta esasperato? Non si potrebbe, almeno in questo caso, prendere in considerazione l’ipotesi che esista un problema oggettivo? Neanche per sogno. L’analista continuerà a ripetere al paziente che sì, certamente il capo ha dei tratti sadici, ma il problema resta suo e gli toccherà lavorarci su ancora parecchio. Stesso dicasi nel caso di una relazione disastrata. Se un paziente racconta i soprusi del partner e la dinamica di scontri che non ritiene di aver provocato, l’analista di oggi risponderà più o meno così: “Lei pensi a sé e vedrà che può fare molto, può cambiare la situazione se vuole”. (…) Nulla è arduo per colui che vuole, una massima che a me è sempre parsa un’autentica truffa. (…) Quando il paziente racconta i suoi guai, le sue paure, gli incubi, le ossessioni, così come i suoi fallimenti lavorativi ed affettivi, il terapeuta sensibile dovrebbe essere in grado di comprendere dove gli è possibile intervenire e dove invece si tratterebbe di una fatica al di sopra delle proprie forze, e di quelle del paziente. (…) [Secondo gli analisti] tutto, ma proprio tutto, può essere ricondotta alla realtà psichica di paziente e che sta solo a lui cambiare la sua situazione di vita e quella delle persone che lo circondano. In che modo? Naturalmente col massimo sforzo, vale a dire col massimo impegno e la massima frequenza in terapia. (…) Una bolla di onnipotenza bella e buona, gonfiata da una maniacale visione hegelo-sistematica dell’esistenza, in cui l’inconscio addestrato si riduce a una sorta di macchina da guerra della volontà. 75-77.

I neovolontaristi. Il continuo appello a un potenziale psichico in grado di cambiare la realtà che ci circonda può finire col provocare nel paziente dei seri sensi di colpa (…) Al paziente viene imputato l’insorgere del male, e al tempo stesso assegnata la responsabilità di guarire, e così si ritrova un enorme fardello sulle spalle, che si porta in giro rischiando ernie, artriti ed infarti. Questa assegnazione di responsabilità entra però in conflitto con tutto ciò che i vangeli analitici predicano sulla centralità della terapia (e dell’analista), senza la quale sarebbe impossibile raggiungere equilibrio e guarigione. Cosa succede quando i risultati tardano a venire ci si ritrova in una snervante situazione di stallo, o peggio ancora c’è un peggioramento? A questo punto la colpevolizzazione può rientrare in gioco come escamotage del terapeuta. Insomma, siccome la cura non può andare avanti fino all’eternità, cosa dice il neo freudiano di turno? Che è colpa vostra se non ce l’avete fatta. E sapete perché? Perché il vostro inconscio – che prima vi era stato presentato quasi come una benevola divinità – funziona male, gioca dei brutti scherzi e ha propositi malevoli. (…) Ciò significa che, se il paziente guarisce, è stato grazie a lui stesso ma soprattutto grazie all’analisi, e se il paziente non guarisce, allora è soprattutto, anzi del tutto, colpa sua. 79 80.

Moralismo di ritorno. Solitamente chi arriva in terapia si trova di fronte un’intelaiatura etica ben salda, al cui vaglio viene passato ogni comportamento. (…) Difficilmente gli analisti vi permetteranno o vi esorteranno su una strada (…) che non collima con il loro personalissimo sistema di valori. È’ assai raro, per dirne una, che uno psicanalista che ha passato anni a leggere tomi sul raggiungimento dell’armonia celeste fra due partner accetti l’incallita poligamia affettiva del suo paziente. 84.

Il dogma dell’infallibilità. Negli ultimi mesi della mia esperienza analitica mi trovavo spesso a contestare un po’ tutto, dalla rigidità del setting alla metodologia, dalle interpretazioni dei miei sogni fino – eresia! – a quelle serie valutazioni che mi vedevano bisognosa di un ennesimo, intenso ciclo di sedute. L’analista-muro-di-gomma rimandava indietro ogni mia contestazione per poi restituirmela in tutt’altra veste, una veste solitamente acquistata nel frequentatissimo magazzino delle resistenze. Non poteva mai trattarsi di una legittima insoddisfazione, magari dovuta a umani errori umani e mancanza del terapeuta, bensì doveva sempre essere una soggettivissima proiezione da interpretare… correttamente. (…) Dopo un po’ le mie sedute cominciarono a essere occupate da un pensiero fisso e possessivo. Volevo rivolgere alla mia analista una domanda, soltanto una: “Senta, ma secondo lei, gli analisti possono sbagliare, sì o no?”. (…) L’analista moderno spesso è convinto che ogni volta che la coscienza del paziente suggerisce qualcosa di diverso dalla linea interpretativa che è stata adottata durante la terapia, sarebbe opportuno che il paziente non deragliasse dai binari nonostante ciò che sente, perché una simile percezione non può che provenire da una resistenza, che solo il terapeuta può essere in grado di individuare. 87 – 88.

L’impossibile indipendenza. Pur riconoscendo la genuina utilità delle interdipendenze e delle dipendenze umane, la psicanalisi è sempre stato una disciplina dotata di una forte carica emancipatrice (dalla famiglia, dalle chiese di ogni sorta) e ha sempre puntato tutto sulla necessità assoluta dell’autonomia individuale. Allora è paradossale che, lavorando alacremente a tale scopo, il terapeuta moderno renda progressivamente il proprio paziente dipendente da sé. Talvolta questa condizione del paziente viene dichiarata spudoratamente, e con malcelata soddisfazione: “Fuori lei non deve avere nessuna dipendenza, ma qui lei dipende da me. Eh sì!”. Altre volte è addirittura alimentata, con vari mezzi: il richiamo costante all’impossibilità di vivere e farcela senza l’analisi, il puntualizzare sempre la necessità assoluta di un’interpretazione dell’analista su ogni sogno, avvenimento, pensiero. (…) Purtroppo è probabile che (…) il paziente [una volta terminata la terapia], cadrà bocconi, incapace di agire da solo. 91 – 92.

Convertire gli altri. Molti pazienti si sentono ripetere più e più volte che l’analisi è il loro asso nella manica, la carta vincente che permetterà loro di avere una vita felice. Di più: l’analista – lo abbiamo detto – trasmette al paziente l’idea che l’analisi sia la condizione necessaria per poter “funzionare” (un termine assai di moda). Una delle conseguenze di questa visione è che il paziente comincia a chiedersi se non sia opportuno, se non addirittura essenziale, che anche le persone che lo circondano più da vicino, il partner per esempio, vadano in terapia. Questo pensiero coerente si insinua lentamente nel paziente, e spesso è lo stesso analista (per il quale il 99% della popolazione ha bisogno dell’analisi) a suggerirlo e ad alimentarlo, più o meno direttamente. 95.

“Se mi lasci sei perduto”. Conosco persone alle quali sono state dette testuali parole: “Lasciando, lei mette a repentaglio la sua vita” e “La sua esistenza sarà infelice”. Tanto più che i sentimenti che accompagnano tali affermazioni, lungi da un’empatica preoccupazione per il paziente, oscillano fra la costernazione e la rabbia. Il futuro del paziente viene dipinto a tinte fosche, quasi che gli fosse stato diagnosticato un cancro in fase terminale o che avesse subito un lutto irreparabile. Al paziente viene insomma lanciato un vero e proprio anatema. 99.

Robotica. I terapeuti di oggi sono molto attenti all’analisi dei sogni proprio perché nel mondo onirico essi si muovono agilmente, come se fossero a casa loro. Insomma, non hanno dubbi e incertezze: assegnano etichette, spostano mobili, dettano legge sulla carta da parati. Tanto più che i sogni presentano spesso un incredibile sovrabbondanza simbolica e possono essere facilmente interpretati in un senso piuttosto che in un altro. Così i sogni possono essere usati come conferma di una teoria, fino a creare un circolo autoreferenziale che poi sarà difficilissimo da rompere. E che impedisce seriamente a chi è steso sul lettino di entrare in contatto coi suoi desideri profondi, perché ciò richiederebbe una totale libertà, flessibilità e apertura interpretativa in grado di accogliere materiale ed elementi magari così anomali da spiazzare la teoria, costringendola a farsi ricettiva, aperte dinamica, e non preventivamente schierata, frigida sentinella dell’inconscio. 106 – 107.

La furia dello scavo e il passato che non passa. Ricordo che, durante quelle interminabili sedute, c’erano dei momenti nei quali cercavo in tutti i modi di deviare il discorso dal tema della mia infanzia per poter parlare dei miei progetti futuri. D’altro canto, avevo passato una decina d’anni ad analizzare tre volte a settimana mio padre e mia madre, e davvero, pur sforzandomi in tutti i modi di ricordare altri dettagli, non avevo nient’altro né da dire né da ricordare. Nel mio caso – come molti altri casi di persone che hanno cambiato terapeuta – le cose andarono peggio quando presi la decisione di rivolgermi a un altro, perché mi toccò raccontare daccapo tutta la storia della mia famiglia, risalendo fino a bisnonni. 115.

Proiezioni. Ogni sentimento espresso nei confronti del terapeuta viene sempre letto non “in sé” ma come proiezione più o meno conscia di emozioni provate in realtà verso terzi e poi riversate sul dottore. (…) Tuttavia il transfert funziona anche in modo opposto, e ciò fa sì che molte delle cose che il paziente riferisce su terzi siano in realtà indirizzate all’analista. L’esempio più lampante di questo secondo caso è la rabbia che i pazienti genericamente provano all’approssimarsi della sospensione estiva della terapia. Il paziente magari tira un calcio alla moglie o insulta i passanti al semaforo, quando in realtà vorrebbe calciare insultare il suo analista per il forzato abbandono. (…) Questo sfruttamento sfrenato del concetto di transfert fa sì che nelle analisi moderne spesso il povero paziente non possa aprire bocca senza che l’analista legga immediatamente nelle sue parole questo meccanismo, in un’infinita psicosi – catena di Sant’Antonio. Dopo qualche tempo ciò produce nel paziente un alto livello di “stress da proiezione”, contro il quale egli progressivamente mette in atto le difese più curiose. Ricordo ad esempio che, a ridosso delle vacanze estive, se mi capitava di odiare qualcuno per una causa ben precisa (tipo il carrozziere che mi aveva fatturato un’enormità senza ricevuta), evitavo di raccontarlo, evitavo qualsiasi manifestazione di sentimenti che potessero essere interpretate come un transfert. Purtroppo era molto difficile sfuggire al trabocchetto, perché se parlavo poco il mio silenzio veniva comunque interpretato come un preventivo distacco emotivo in vista dell’imminente sospensione della terapia. Oppure, se cominciavo a ciarlare allegramente, l’analista, scuro in volto, mi rimproverava dicendo che stavo coprendo con un’allegria posticcia l’angoscia del distacco. 119 – 120.

La realtà perduta. L’uso sfacciato del transfert è solo uno di quei tanti casi in cui ciò che il paziente afferma viene analizzato non per il suo contenuto ma per ciò a cui questo allude. (…) In questo modo, però, nella giostra delle interpretazioni tutto è possibile e la realtà sfugge sempre di mano. (…) Gli analisti ribatterebbero che no, non è vero che non si arriva mai al dunque. Il famoso insight, quell’improvvisa lampadina emotiva che si accende quando si incontra un punto di svolta, lo dimostra. (…) Vero. Però l’insight -che è un po’ come l’orgasmo e si raggiunge senza parlar troppo, in un clima disteso e grazie a stimoli efficaci- dovrebbe provarlo il paziente. Invece il suo analista, a furia di interpretazioni, talvolta lo rende anorgasmico, o peggio ancora, incapace di capire se quello che sta provando è un orgasmo o no. (…) Al pericolo che il paziente non sappia riconoscere il suo insight , se ne affianca poi uno peggiore: che sia il terapeuta a decidere arbitrariamente quando ci si è arrivati. E come fa? Semplice. Confondendo una sua illuminazione con l’insight del paziente (e così l’orgasmo finisce per provarlo solo lui). Alla fine giriamo sempre intorno allo stesso problema. Molti terapeuti non riescono a prendere sul serio le parole pronunciate intenzionalmente dai loro pazienti. 123 – 124.

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