Come il programma GOL ha cambiato l’orientamento. E perché molti operatori non lo hanno messo a fuoco

 

Giugno 2026. Il programma GOL termina. Vale la pena capire cosa ha rappresentato per l’orientamento.

Introduzione

Il programma GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) terminerà, almeno nella sua configurazione attuale, a giugno 2026. Non sappiamo ancora cosa verrà dopo, né se l’architettura che ha costruito sopravviverà alla scadenza dei finanziamenti. Ma indipendentemente da come andrà, GOL ha già cambiato qualcosa di strutturale nel modo in cui l’orientamento è collocato all’interno delle politiche attive del lavoro in Italia.

La cosa paradossale è che molti degli operatori che ci hanno lavorato dentro, ogni giorno, non hanno avuto il tempo o l’occasione di mettere a fuoco questa discontinuità. Si è lavorato molto, spesso in condizioni difficili, con compensi inadeguati e tempi compressi. Ma il quadro d’insieme è rimasto sullo sfondo.

Questo articolo prova a mettere a fuoco quel quadro.

Da dove veniamo: la riforma del 2000

Per capire cosa ha cambiato GOL, bisogna partire da dove eravamo prima.

Intorno al 2000, il passaggio degli uffici di collocamento alle regioni e poi alle province ha prodotto una trasformazione profonda: i vecchi uffici amministrativi sono diventati Centri per l’Impiego, e per la prima volta una norma (il d.lgs. 181/2000) ha stabilito che tutti gli iscritti avevano diritto a ricevere servizi di orientamento.

È stata una svolta importante. Prima di quel momento, l’orientamento era un servizio episodico: qualche sportello provinciale, qualche modulo nei corsi di formazione professionale, poco altro. Dopo la riforma è diventato un servizio pubblico strutturato, almeno sulla carta.

In molte regioni l’attivazione concreta ha richiesto anni, perché i dipendenti dei vecchi uffici di collocamento avevano una formazione amministrativa, non psicologica o pedagogica. Ma la direzione era chiara: l’orientamento entrava a pieno titolo nel sistema dei servizi pubblici per il lavoro, come componente stabile dell’offerta dei CPI.

Quella fase, grosso modo dal 2000 al 2020, ha definito un modello: l’orientamento come servizio dei CPI, come consulenza individuale o di gruppo. Un servizio importante, ma normalmente collocato accanto ad altri (amministrazione, incontro domanda–offerta, attivazione tirocini), non al centro dei meccanismi di funzionamento delle politiche attive.

Cosa ha cambiato GOL

GOL non ha semplicemente “aumentato” le ore per l’orientamento. Ha modificato la funzione dell’orientamento all’interno del sistema.

Il cambiamento più rilevante è questo: con GOL, l’orientamento è diventato la porta di accesso obbligata all’intero programma. Ogni persona che entra in GOL passa attraverso un assessment iniziale, una profilazione, una definizione del percorso. Queste attività sono, di fatto, attività di orientamento. Non si può entrare nel sistema senza passarci.

Prima non era così in modo generalizzato e vincolante per l’accesso alle misure. In molte regioni l’orientamento era qualcosa che potevi fare o non fare. Con GOL non è più opzionale: è il punto di partenza.

Il secondo cambiamento riguarda il ruolo che l’orientamento svolge nel determinare il percorso dell’utente. In GOL le persone vengono assegnate a percorsi diversi: reskilling, upskilling, accompagnamento al lavoro, inclusione. La scelta del percorso dipende da una valutazione delle competenze, degli obiettivi professionali, del livello di occupabilità. Sono attività tipicamente orientative. L’orientamento, quindi, non è più solo informazione o consulenza: diventa lo strumento attraverso cui si decide quale misura di politica attiva attivare per ciascuna persona.

Il terzo cambiamento, almeno nelle intenzioni del programma, è l’integrazione tra servizi che in precedenza erano spesso separati: CPI, formazione professionale, servizi sociali, accompagnamento al lavoro. L’orientamento avrebbe dovuto essere il dispositivo che collega questi mondi. Nella realtà l’integrazione è stata realizzata in modo molto disomogeneo, e in molti territori è rimasta più una promessa che un fatto. Ma il disegno era quello.

Una cesura, non una continuità

Mettendo insieme questi elementi, si vede che GOL non è una semplice evoluzione del modello precedente. È una discontinuità nel ruolo che l’orientamento svolge all’interno del sistema.

Nella fase precedente l’orientamento era un servizio: utile, necessario, ma non necessariamente centrale rispetto ai meccanismi di funzionamento delle politiche attive. Con GOL è diventato un meccanismo di funzionamento del sistema stesso: il punto di accesso, lo strumento di allocazione dei percorsi, il dispositivo di connessione tra misure diverse.

Lo dico in modo sintetico: se la riforma dei servizi per l’impiego all’inizio degli anni Duemila ha istituzionalizzato l’orientamento come servizio pubblico, GOL ne ha ridefinito la funzione, collocandolo al centro dei percorsi di politica attiva e attribuendogli un ruolo decisivo nella definizione dei percorsi di inserimento e reinserimento lavorativo.

Perché non tutti se ne sono accorti

Ci sono almeno tre ragioni per cui questa discontinuità è rimasta poco visibile a chi ci ha lavorato dentro.

La prima è la velocità. GOL è stato avviato con tempi molto stretti e una gestione che in molti territori ha privilegiato il volume delle prestazioni rispetto alla qualità. Chi lavorava sul campo aveva spesso poco tempo per riflettere su cosa stava facendo e perché.

La seconda è la retribuzione. I compensi previsti per i liberi professionisti che hanno lavorato in GOL (intorno ai 20 euro orarie onnicomprensivi in molte regioni) hanno reso il lavoro faticoso e poco gratificante, rendendo difficile sviluppare un senso di appartenenza a un progetto più grande.

La terza è l’incertezza sul futuro. Sapere che il programma aveva una scadenza ha reso difficile investire mentalmente in una comprensione profonda di cosa rappresentava. Quando qualcosa finisce, si fa fatica a studiarlo come se fosse strutturale.

Un ruolo professionale diverso

Il cambiamento non riguarda solo la posizione dell’orientamento nel sistema. Riguarda anche il tipo di ruolo professionale che il sistema tende a richiedere agli orientatori.

Nel modello precedente, l’orientatore nei servizi pubblici era concepito soprattutto come consulente della persona. Le attività tipiche erano il colloquio di orientamento, il bilancio di competenze, la definizione del progetto professionale, il supporto alla ricerca di lavoro. Il focus era sulla riflessione, sulla consapevolezza, sulla progettazione. Il lavoro aveva spazio per essere artigianale: ogni colloquio poteva prendere la forma che la situazione richiedeva.

Con GOL questo profilo non scompare, ma si affianca a un secondo profilo: l’orientatore come gestore del percorso dell’utente. Le attività includono assessment standardizzato, profilazione, assegnazione al percorso corretto, monitoraggio delle attività svolte. L’orientamento si integra con la gestione amministrativa, il tracciamento delle prestazioni, il raggiungimento di obiettivi misurabili di politica attiva.

La conseguenza pratica è che aumentano le procedure, i sistemi informativi, gli indicatori di risultato. Questo riduce lo spazio di discrezionalità professionale che molti orientatori avevano nel modello precedente. Non perché le competenze relazionali e consulenziali siano meno importanti, ma perché il sistema richiede anche altro: replicabilità e strumenti standardizzati adatti a gestire milioni di utenti su scala nazionale.

Cambia anche la posizione dell’orientatore rispetto agli altri servizi. Nel modello precedente operava spesso in modo relativamente autonomo. Con GOL tende a diventare uno snodo: il punto in cui si riceve l’utente, si valuta la situazione, si indirizza verso formazione, agenzia per il lavoro o servizi sociali, si verifica cosa accade dopo. Un ruolo più connettivo, che richiede conoscenza del sistema oltre che della persona.

Questo cambiamento genera tensioni reali nella professione. Molti orientatori percepiscono che il loro lavoro si sta spostando dalla consulenza approfondita alla gestione di flussi di utenti, con meno tempo per ciascuno e meno spazio per il lavoro più riflessivo. Altri vedono invece un’opportunità: l’orientamento diventa più centrale nel sistema, più visibile nelle politiche pubbliche, più difficile da ignorare. Entrambe le percezioni colgono qualcosa di vero. La centralità e la standardizzazione sono due facce dello stesso cambiamento.

Cosa rimarrà, dopo il giugno 2026

Non lo sappiamo.

Se dopo la scadenza di GOL non verrà costruita un’infrastruttura stabile che ne erediti l’impostazione, la funzione sistemica dell’orientamento potrebbe ridimensionarsi, tornando a un modello più vicino a quello precedente. La cesura che GOL ha rappresentato potrebbe rivelarsi temporanea.

Vedremo.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Realizzato da Leonardo Evangelista  col supporto dell’IA. Leonardo Evangelista si occupa di orientamento dal 1993 e di formazione dal 2004.  Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.