Il Life Design Counseling di Mark Savickas

Questo articolo parla del Life Design Counseling sviluppato da Mark Savickas. Savickas è un docente universitario americano, molto noto fra gli studiosi dell’orientamento, che ha partecipato a vari convegni anche in Italia. La descrizione del Life Design Counseling riportata in questo articolo è basata sul libro di Savickas Life-Design Counseling Manual, che è possibile scaricare da questo link.

1.      La Psicologia Narrativa

Il Life Design Counseling è basato sulla Narrative Psychology (p.7-9 del Manual). La Narrative Psychology è uno strumento per l’analisi del self, che possiamo qui definire come l’immagine che il soggetto ha di sé e/o cerca di dare agli altri (nota 1). Oltre che dalle esperienze di vita, questa immagine di sé è influenzata anche da età, genere maschile o femminile, gruppo sociale di appartenenza, ruoli sociali (padre, madre, professione, etc.), ideologie. Nella psicologia narrativa l’immagine di sé viene espressa (nota 2) dai racconti che ogni individuo fa delle proprie esperienze (nota 3). Il termine racconto (o storia, o narrativa) indica una serie di eventi concatenati, reali o immaginari (nota 4). In particolare, i racconti permettono di capire il senso che la persona attribuisce alle proprie esperienze e la sua visione del mondo. Persone diverse possono attribuire significati diversi alla stessa esperienza: ad esempio qualcuno può vivere un licenziamento come un momento di liberazione, qualcun altro come una conferma della propria incapacità. La psicologia narrativa si concentra così sul senso che ogni persona attribuisce alle proprie esperienze di vita e al mondo, e su come immagine di sé e visione del mondo vengono creati e possano essere modificati attraverso il racconto di storie. Alcuni autori hanno elaborato tecniche standardizzate di analisi delle storie personali che permettono di inferire alcune caratteristiche del self quali resilienza e senso di potere personale (chiamato agency).

La psicologia narrativa postula che sia possibile differenziare la persona dal proprio sé, addirittura che alcune persone possono adottare immagini di sé e (in maniera consapevole e inconsapevole) comportamenti che non sono funzionali ai propri bisogni ‘reali’ o ‘più profondi’. La distinzione fra persona e sé sarebbe utile perché indirizza il lavoro terapeutico e educativo su attività volte alla modifica dei significati disfunzionali adottati dalle persone.

La Psicoterapia Narrativa utilizza storie (non solo quella ‘reale’ del paziente, ma anche storie immaginarie dove il paziente agisce in maniera diversa dal reale e storie di altro tipo) per far emergere e modificare emozioni e cognizioni dei pazienti. L’assunto di base è che il cambiamento della narrazione determini il cambiamento della realtà percepita dal paziente e questo porti cambiamenti dei comportamenti e per questa via il superamento del problema (nota 5).

Il mio seminario Laboratorio sulle tecniche espressive per l’orientamento e il career coaching, in aula o a distanza, fornisce un fascicolo con con varie decine di  tecniche narrative da utilizzare in attività di orientamento.

2.      La strutturazione del colloquio condotto secondo la metodologia del Life Design Counseling

Il Life-Design Counseling Manual è di difficile lettura perché utilizza molti termini specialistici della Psicologia Narrativa, in genere senza spiegarli: career construction (5, i numeri si riferiscono alle pagine del Manual), meaning-making dialogue (8), identity story (9), construct the career (9), makes sense of owns problems (9), deconstruction (10), sense-making (12), micro and macro narrative (12), make a committment to self (13), de-storyed (13), fallen out of story (14), self (19), agency (19), agentic action (75), etc.

La tecnica descritta nel Manual non è stata validata da ricerche specifiche, mancano perciò dati affidabili sulla sua efficacia (7).

Secondo Savickas, il Life-Design Counseling è adatto a clienti che non sanno  prendere una decisione professionale e/o sono in cerca di nuove idee professionali. Il Life Design Counseling non è invece adatto per consulenza su ricerca di lavoro (25).

Una tipica consulenza basata sul Life-Design Counseling è strutturata in 2 incontri.

Nel primo incontro il consulente pone le seguenti domande:

  1. Come posso esserti utile? [e dopo aver ascoltato la risposta] C’è altro? (16)
  2. Che personaggi ammiravi quando eri un bambino? Chi erano i tuoi eroi o eroine? Vorrei tu mi indicassi 3 persone, diverse da tuo padre e tua madre, che ammiravi quando avevi dai 3 ai 6 anni. Può trattarsi anche di persone reali che non conoscevi, di personaggi dei fumetti, dei cartoni animati o di novelle. Quali erano le caratteristiche personali di ciascuno? Che cosa hanno di diverso o in comune fra loro? In che cosa somigli o sei differente da ciascuno dei tre? (28)
  3. Sei abbonato o leggi regolarmente qualche rivista? Indicamene almeno tre. Dimmi di cosa parla questa rivista. Che cosa ti attira in questa rivista? Cosa trovi interessante? Perché preferisci questo ad altro? Indicami almeno tre programmi televisivi che guardi regolarmente? Indicami almeno tre siti web che visiti regolarmente. [Anche per programmi televisivi e siti internet valgono le stesse domande di approfondimento] (30-31)
  4. Qual è al momento il tuo racconto preferito, ripreso dalla TV o da un libro? Prova a raccontarmelo (33)
  5. Qual è il tuo motto preferito? [se il cliente non ha idee:] Vuoi crearne uno adesso? (34)
  6. Quali sono le tue memorie più antiche? Dovresti raccontarmi tre episodi di quando avevi da 3 a 6 anni. Se tu dovessi assegnare una emozione a ognuno dei tre episodi, di che emozioni si tratta? Qual è la parte più vivida di ogni episodio? Per cortesia, dimmi un titolo per ogni episodio [il titolo deve contenere un verbo] (35-36).

Nel secondo incontro il consulente chiede al cliente di rivedere e assemblare le risposte date nel primo incontro. Il consulente utilizza delle frasi stimolo da completare. Le indichiamo nella successione prevista da Savickas:

  1. In questo momento di transizione professionale la mia preoccupazione di fondo mi ricorda………. [il cliente deve rispondere sulla base dei risultati della domanda 5, quella dedicata alle memorie più antiche, p.39]. Poi il consulente legge al cliente in successione i titoli dei tre episodi, dal primo al terzo, e prova a identificare un tema comune, chiedendo un commento al cliente (39)
  2. Io sono …………………….., ……………………., e …….. (p.46). La risposta va cercata fra i risultati della domanda 1, quella dedicata a tre figure significative nell’infanzia (46). Il primo aggettivo usato per la prima figura e quelli più frequenti sono quelli più importanti (47)
  3. Per risolvere i miei problemi di crescita, ho trasformato ………………. In ………………. (p.49). Il cliente deve rispondere collegando i problemi che emergono dalle memorie più antiche alle possibili soluzioni offerte dalle qualità delle figure significative (49). Il consulente discute col cliente il percorso che ha portato dai propri problemi infantili alla scelta di figure modello (50)
  4. Adesso posso usare gli atteggiamenti che ho imparato dai miei eroi infantili nei miei obiettivi formativi e professionali. Sono interessato in: incontrare persone che sono ……, posti come ……., risolvere problemi che hanno a che fare con ……, e usare procedure del tipo ……. In particolare, sono interessato in ………., e in …………………. (52)
  5. Il miglior suggerimento che in questo momento ho per me è ……………………………… (63)

A questo punto il consulente mette tutte le risposte assieme ottenendo un Life Portrait (65) e lo rilegge al cliente (67). Durante la rilettura, paragrafo per paragrafo, il cliente è invitato a commentare (68). Ogni singolo paragrafo può anche essere usata come introduzione a uno scritto più dettagliato di approfondimento (66).

Poi il consulente sposta il colloquio sulle azioni da fare per raggiungere l’obiettivo professionale delineato completando la frase 9. In questo processo il consulente richiama il racconto preferito dal cliente (domanda 3 dell’incontro 1), dicendo che il racconto contiene istruzioni su come il cliente deve muoversi (70-71).

A questo punto cliente e consulente discutono se il Life Portrait risponde al problema che ha portato il cliente a richiedere la consulenza (71). Se la risposta è positiva, cliente e consulente mettono a punto un piano d’azione (72). Il cliente è invitato a raccontare il proprio Life Portrait ad altre persone per lui/lei significative (73).

In caso di difficoltà col piano d’azione, cliente e consulente possono vedersi una terza volta per modificarlo (80).

3.      Una valutazione della metodologia del Life Design Counseling

La metodologia utilizzata da Savickas è criticabile da vari punti di vista. Fondamentalmente sono opinabili buona parte delle connessioni fra i temi indagati con le domande e la vita professionale.

Secondo Savickas ogni gruppo di domande permette di identificare un diverso aspetto del cliente:

  • la domanda 1 la concezione che i clienti hanno di sé stessi
  • la domanda 2 le loro aree di interesse professionale
  • la domanda 3 le storie o gli atteggiamenti culturali che possono guidare il cliente nella propria transizione professionale
  • la domanda 4 i consigli che i clienti danno a sé stessi
  • la domanda 5 la prospettiva da cui il cliente vede il problema che l’ha portato a richiedere la consulenza

Con riferimento al primo incontro è opinabile che:

  • I personaggi ammirati in età da 3 a 6 anni (domanda 1) possano darci indicazioni sulla concezione che i clienti hanno di sé stessi
  • Che le memorie più antiche (domanda 5) indichino la prospettiva da cui il cliente vede il problema che l’ha portato in consulenza.

Sono solo leggermente più ragionevoli (ma rimangono deboli) le ipotesi che:

  • La storia preferita (domanda 3) possa guidare il cliente nella propria transizione professionale
  • Il motto preferito (domanda 4) sia il consiglio che i clienti danno a sé stessi.

Anche il secondo incontro si basa su ipotesi opinabili. In particolare è opinabile:

  • Che le memorie più antiche, e in particolare la prima, offrano una prospettiva per analizzare il momento attuale vissuto dal cliente e ci forniscano informazioni sulle sue preoccupazioni che ‘potrebbero essere trasformate in scelte professionali’ (Counselors consider wheter the perspective is also a preoccupation, one that may be turned into an occupation) (p.40). Secondo Savickas i clienti scelgono intuitivamente memorie antiche legate alla loro situazione professionale attuale (41), e che siano in grado di ispirare le loro scelte e azioni attuali (42). Il primo verbo della descrizione del primo episodio raccontato indicherebbe la modalità tipica di agire nel mondo (a persons’s most frequent way of moving in the world), mentre l’emozione che il cliente ha assegnato all’episodio corrisponderebbe all’emozione sentita molto spesso, specialmente durante transizioni professionali (42). Secondo Savickas, il problema presente nell’episodio 1 e 2 costituisce il possibile obiettivo dell’attuale fase di transizione professionale del cliente, che emerge dall’episodio 3 (42-44)
  • Che i personaggi ammirati nell’infanzia rivelino l’immagine che il cliente ha di sé al momento (46-47) e che i loro atteggiamenti indichino soluzioni che il cliente ha adottato nel proprio percorso professionale (50-51)
  • che il racconto emerso con la domanda 3 dell’incontro 1 contenga istruzioni su come il cliente deve muoversi (70-71)

In generale, solo le domande 2 e 9 (la parte che inizia da Sono interessato in: ) sono coerenti con le teorie e la pratica dell’orientamento maggiormente diffuse e accettate. Anche la domanda 10 è giustificata come strumento di empowerement (responsabilizzazione/emancipazione) del cliente.

Riguardo alle altre domande, nel settore dell’orientamento non conosco nessun altro autore che leghi sviluppo professionale con eroi infantili, memorie arcaiche o racconto preferito né Savickas prova ad argomentare questo suo approccio. Savickas si limita a citare alcuni libri e articoli in bibliografia, dunque quelle di Savickas sono ipotesi estremamente deboli, atti di fede. Alcuni dei libri e articoli citati da Savikas sono datati, nessuno di essi è focalizzato sull’orientamento o lo sviluppo dell’identità professionale:

  • Buhler C. (1935) From birth to maturity: An outline of the psychological development of the child
  • Clark A. (2002) Early recollection: Theory and practice in counseling and psychotherapy
  • Mayman M., Faris M. (1966) Early recollection as an expression of relationship partners (articolo)
  • Mosak H. H. (1958) Early recollection as a projective technique (articolo).

In quali modi allora un dispositivo che manca in buona parte di un fondamento logico può risultare soddisfacente o produrre un profilo personale e un obiettivo realistico? Alcune ipotesi:

  • una parte dei clienti può approvare le illogiche connessioni prodotte dal dispositivo (fra eroi infantili, memorie arcaiche, racconto preferito e sviluppo professionale) semplicemente perché suggestionata
  • il dispositivo può produrre obiettivi professionali validi grazie alla capacità di insight del consulente (42)
  • durante la discussione delle connessioni illogiche prodotte dal dispositivo il cliente fornisce informazioni valide sulle proprie caratteristiche e aspirazioni
  • eroi infantili, memorie arcaiche e racconto preferito vengono utilizzati come metafore, cioè spunti per fare emergere contenuti validi. Il libro di Mosak citato in bibliografia, che si riferisce all’uso delle memorie arcaiche come tecniche proiettive prospetta un approccio di questo tipo. Dunque non è vero, come sostiene Savickas, che i clienti scelgono intuitivamente memorie arcaiche legate alla loro situazione professionale attuale (41). Accade invece che alla domanda 6, Cosa c’entra questa memoria con la tua situazione attuale il cliente si sforzi di dare una risposta utile. Le memorie arcaiche (e anche eroi infantili e racconto preferito) non hanno cioè una componente di verità, ma vengono usate come metafore, cioè spunti per parlare di qualcos’altro. Un punto da evidenziare è la scarsa maneggevolezza delle memorie arcaiche come spunto per metafore sulla situazione professionale. Ad esempio una memoria del tipo: Sono sul seggiolone e sto mangiando la pappa è assai meno produttiva di metafore di un compito del tipo: Disegna qualcosa che rappresenti la tua situazione professionale attuale. Il secondo compito permette molta maggiore libertà espressiva.
  • Il cliente sa in anticipo (ha raccolto informazioni su Savickas, ha parlato con amico che ha già fatto la consulenza, etc.) che quello che dice sarà interpretato, e allora fin dall’inizio presenta al consulente materiale adatto per interpretazioni in ambito professionale. È il processo che accade a molti pazienti di terapie psicoanalitiche, i cui sogni e fantasie sono prodotti non da un inconscio finalmente libero di esprimersi, ma in funzione della comunicazione col terapeuta.

Un altro aspetto criticabile del Life Design Counseling è la mancata ricostruzione del percorso formativo e professionale del cliente. Savickas afferma di non essere interessato a una ricostruzione del percorso formativo e professionale del cliente, perciò non pone nessuna domanda a riguardo. Egli ritiene che eventuali informazioni rilevanti emergeranno durante il colloquio (17). Senza una ricostruzione puntuale del percorso formativo e professionale non è possibile valutare l’impiegabilità personale, e senza una valutazione dell’impiegabilità personale non è possibile valutare fattibilità e efficacia di obiettivo e progetto professionale. La ricostruzione del percorso formativo e professionale (con l’approfondimento dei motivi delle diverse scelte, dei cambiamenti di percorso, del livello soddisfazione e di riuscita nelle diverse esperienze, etc.) è inoltre un momento eccellente la comprensione dell’immagine che il cliente ha di sé e delle sue aspirazioni.

4.      Psicologia narrativa e Life Design Counseling

Savickas colloca la sua metodologia nell’ambito della psicologia narrativa, ma a ben vedere questa collocazione è debole. Delle 13 domande che nel suo modello il consulente pone al cliente, solo 5 (la 0, 3, 5, 6, 8) chiedono al cliente di formulare una narrazione. Le altre gli chiedono semplicemente di indicare dei personaggi (la 1), riviste e siti di interesse (2), il motto preferito (4), una serie di caratteristiche personali (7), i propri interessi (9), un suggerimento a sé stesso (10). Savickas ignora addirittura il racconto del proprio percorso biografico che è la componente principale di un gran numero di tecniche narrative.

Inoltre la modalità di lavoro di Savickas non segue quella standard della terapia narrativa. Nella terapia narrativa si chiede al cliente di formulare nuove storie positive (reali o future) che lo vedono protagonista o che definiscono il suo problema diversamente (vedi nota 5). Il Life Portrait non è una vera e propria storia, nel senso di una serie di eventi concatenati (vedi l’esempio a p. 77), ma solo una lista di attributi personali (ho paura di…, mi sento….) e di desideri per il futuro (vorrei lavorare in campo educativo…..).

Se il Life Design Counseling non applica le modalità classiche della terapia narrativa, in che modo riesce a produrre benefici?

Le componenti principali di efficacia del Life Design Counseling sono sei:

  1. l’ascolto da parte del consulente
  2. la fiducia del consulente sulle capacità di riuscita del cliente
  3. la riflessione guidata sulle proprie caratteristiche
  4. la definizione di un obiettivo di cambiamento e la pianificazione delle attività future necessarie per raggiungerle
  5. la fornitura diretta o l’invito a raccogliere informazioni su settori professionali e singole professioni
  6. il miglioramento delle capacità del cliente di auto analizzarsi e programmare attività future

A ben vedere, si tratta delle stesse componenti che portano benefici in tutti i colloqui basati sulle abilità di counseling. Dunque, per ottenere (e spiegare) i benefici del colloquio condotto secondo la metodologia del Life Design Counseling non c’è bisogno di ricorrere a una teoria aggiuntiva rispetto a quella delle abilità di counseling.

Quanto è nuova la metodologia di Savickas? Dipende dal termine di paragone. Negli Stati Uniti l’orientamento è stato a lungo caratterizzato da un approccio basato sui test e da un matching rigido fra caratteristiche personali come descritte dai test e caratteristiche per il successo nelle diverse professioni (Savickas parla di ‘vocational guidance based on scores’ (p.7)). In Italia questa impostazione è utilizzata  solo in  alcune attività di orientamento scolastico.

Vedi anche il mio articolo

Note

  1. Secondo alcuni studiosi il self è una vera e propria struttura psichica che si trova dentro la persona, secondo altri il self altro non è che il modo in cui l’individuo percepisce globalmente se stesso, vedi Jervis G. (1997:122) La conquista dell’Identità. A pag. 123 Jervis cita Neisser U. The Perceived Self (1993:4): “…un self non è una parte speciale di una persona (o di un cervello): è l’intera persona considerata da un particolare punto di vista.”. E a p. 128 Jervis scrive che: The self è intraducibile in italiano. Volendo, può venir reso nel nostro idioma a seconda degli autori e dei testi da tradurre – come “la persona”, “l’identità”, “la mia identità”, “la mia immagine di me stesso”, o in certi casi come “il mio io” (purché sia chiaro che è nel senso di “io autorappresentato”), oppure come “me stesso”, e persino a volte – ma questa traduzione è stata fonte di malintesi – semplicemente come “l’io”.
  2. in alcuni casi addirittura costruita.
  3. Il racconto delle proprie esperienze e più in generale la produzione di storie viene chiamata storytelling.
  4. Vedi la voce Narrative su Wikipdia
  5. Secci E. M. (2012:32) Le tattiche del cambiamento. Manuale di psicoterapia strategica.

 

Raccontare storie può avere obiettivi diversi. Ad esempio:

  • divertire
  • insegnare qualcosa su come funziona il mondo, un determinato ambiente, una determinata attività
  • rivivere un’esperienza
  • condividere un’esperienza

 

Il termine ‘dare senso’, molto usato negli scritti che parlano di stroytelling, significa collocare un episodio, una serie di episodi, un’informazione, un concetto all’interno della nostra visione del mondo. Significa analizzarlo e categorizzarlo. La classificazione può includere anche l’attribuzione di una etichetta valoriale. Per uscire dal generico, è però necessario avere chiaro quali sono le categorie classificatorie. Ad esempio l’espressione Il mio percorso professionale indica una concatenazione di episodi che possono essere classificati con le seguenti categorie:

  • soddisfacente / insoddisfacente
  • fortunato / sfortunato
  • piacevole / noioso

e inoltre possiamo indicare da cosa è stato determinato e in che tipo di mondo si colloca.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Leggi Informativa privacy, cookie policy e copyright.

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