Esperienze nei seminari della LUA Libera Università dell’Autobiografia

L’importanza di raccontarsi e sentirsi compresi

L’assunto da cui parto è semplice: RACCONTARSI e SENTIRSI COMPRESI sono due bisogni primari, come mangiare e bere.

Inoltre, raccontarsi è parlare di temi che per noi sono importanti, quali ad esempio, ammettiamo: malattia, invecchiamento, genitorialità, essere figli, rapporto con l’altro, con l’altro sesso, sessualità, morte. Condividere semplicemente qual è il colore preferito, la parola suscitata da una poesia (senza andare oltre) o le sensazioni provate durante una passeggiata nel bosco può essere piacevole, ma è un raccontarsi superficiale che non soddisfa i due bisogni primari.

Infine, sentirsi compresi non significa semplicemente essere ascoltati mentre si legge un breve testo prodotto durante un esercizio. Significa invece conversare delle proprie esperienze significative con altre persone che hanno affrontato situazioni simili, e rendersi conto che qualcosa di quello che hai detto ha toccato qualcuno, lo ha fatto riconoscere, lo ha spinto a rispondere. È il momento in cui la condivisione smette di essere un monologo e diventa dialogo: rispetto a te, io ho vissuto la cosa diversamente………anche io ho provato quella sensazione……..io invece non sono mai riuscito a ………quando dici questo mi fai venire in mente….., etc.. Questo tipo di scambio è per me il cuore di qualunque pratica autobiografica autentica.

È in questa aspettativa che mi sono avvicinato alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Cercavo tecniche utili per promuovere condivisione autentica, come ad esempio accadeva nei gruppi di autocoscienza degli anni ’70. Non mi interessa diventare scrittore né critico letterario. Non cerco una formazione estetica sulla scrittura autobiografica. Non cerco gratificazione culturale. Cercavo strumenti per aiutare le persone a dire qualcosa di vero della propria esperienza, strumenti che potessi usare nel mio lavoro di orientatore e in altri contesti formativi. Finora non ho trovato quello che cercavo.

Nei quattro seminari che ho frequentato (li racconto nella parte finale di questo articolo) ho trovato spesso pratiche centrate sulla scrittura, sugli stimoli simbolici, sui testi letterari, sulle immagini, sulle parole evocative, ma molto meno sulla condivisione reale delle esperienze di vita. In molti casi l’autobiografia mi è sembrata ridursi a un esercizio espressivo, letterario o introspettivo, più che un dispositivo di racconto e comprensione reciproca.

Non sono in grado di dare una valutazione complessiva della LUA, le cui iniziative conosco in modo superficiale. Voglio solo raccontare le mie esperienze e alcune riflessioni che ho elaborato.

Scrivere di sé non è necessariamente raccontarsi

Una cosa è proporre un esercizio di scrittura. Un’altra cosa è costruire una situazione in cui una persona possa raccontare qualcosa di importante di sé, attribuire significato alla propria esperienza e condividerla con altri che la ascoltano davvero.

Posso chiedere a un gruppo di scegliere una parola da una canzone. Posso proporre di disegnare un albero. Posso portare delle fotografie e chiedere di scrivere un testo a piacere ispirato all’immagine. Posso invitare le persone a camminare in silenzio nel bosco annotando le sensazioni. Tutti questi stimoli possono generare testi, immagini, riflessioni, impressioni. Ma non necessariamente producono racconto autobiografico, perché il contenuto autobiografico, in questi casi, è eventuale. Una persona può disegnare un albero e poi dire: “Ho disegnato questo albero storto perché mi sento così anch’io in questo momento della mia vita.” Ma può anche disegnare semplicemente un albero, descriverne la forma, parlare del colore che ha usato, ricordare vagamente un bosco dell’infanzia. Il legame con la propria storia personale non è strutturale nella consegna – dipende dall’iniziativa del singolo partecipante.

Diverso è il caso di una consegna esplicitamente autobiografica. Per esempio: Scegli un oggetto che possa rappresentare la relazione con tua madre. Qui lo stimolo non è generico. La persona è invitata fin dall’inizio a parlare di sé, di una relazione reale, di un aspetto della propria storia. Qualunque oggetto scelga – una pentola, una lettera, una fotografia, un paio di scarpe, un libro – sarà il punto di partenza per un racconto che la riguarda direttamente. La consegna non lascia spazio alla descrizione neutra: obbliga a un collegamento autobiografico.

Nei seminari a cui ho partecipato, la maggior parte delle attività apparteneva alla prima categoria. In un seminario dedicato al tema della cura, per esempio, è stata proposta anche una consegna esplicitamente autobiografica – costruire una linea del tempo con i momenti in cui ci si era presi cura di sé – ma si è trattato di un’eccezione nel programma complessivo, che prevedeva per il resto attività come: scegliere una parola da una canzone di Cristicchi, scegliere la fotografia di un albero e scrivere un testo a piacere, disegnare un albero, un’attività di movimento corporeo individuale. Attività che con il tema della cura avevano un legame molto lontano, e che non richiedevano di raccontare nulla di personalmente significativo.

L’importanza del debriefing

Anche una buona consegna, però, non basta da sola. Il punto decisivo è che cosa accade dopo – lo spazio che viene dato alla persona per attribuire significato a ciò che ha prodotto.

Un’attività autobiografica diventa significativa quando c’è un momento in cui la persona spiega il senso di ciò che ha fatto, collega il proprio elaborato alla propria esperienza, offre questo collegamento all’ascolto degli altri.

Per esempio, tornando alla consegna sull’oggetto che rappresenta la relazione con la madre:

  • Ho scelto una pentola perché mia madre mi ha sempre nutrito, ma io non ho mai imparato a cucinare e questo mi pesa ancora.
  • Ho scelto una lettera che non ho mai spedito, perché con mia madre c’è qualcosa che non sono mai riuscito a dirle.
  • Ho scelto una fotografia in bianco e nero perché il mio rapporto con lei è sempre stato così – senza colori, senza leggerezza.

Qui il conduttore chiede di approfondire (a voce o per iscritto) e comincia il vero lavoro autobiografico. Senza questo passaggio, l’attività resta incompleta: può essere piacevole, elegante, anche creativa, ma è povera sul piano del racconto e della comprensione reciproca.

La condivisione autentica non è leggere un testo in plenaria

Un altro equivoco riguarda la parola “condivisione”. In diversi seminari si scriveva individualmente e poi si leggeva in plenaria. A turno, ciascuno leggeva il proprio testo. Gli altri ascoltavano. Talvolta veniva chiesto: “Quali parole vi hanno colpito?” Qualcuno rispondeva, gli altri ascoltavano educatamente. Poi si passava alla persona successiva. Nessuno incontrava realmente qualcuno, perché il formato non lo permetteva. Ma in questo modo il seminario diventa un contesto di persone in solitudine che semplicemente scrivono contemporaneamente nella stessa stanza. L’eventuale comunicazione più approfondita fra alcuni dei partecipanti avviene al di fuori delle attività del seminario, durante i momenti di pausa (pasti, passeggiate serali).

La condivisione autentica è possibile solo quando, in piccolo gruppo, gli altri possono fare domande, restituire ciò che hanno compreso, raccontare a loro volta accadimenti o sensazioni dello stesso tipo.

La condivisione autentica richiede tempo. Richiede piccoli gruppi, perché alcune cose non si dicono davanti a venti persone. Richiede fiducia, che si costruisce in contesti raccolti. Richiede domande pertinenti ma non invasive. Richiede la possibilità di andare oltre la prima superficie del testo, di chiedere “cosa intendi quando dici che non sei riuscito a dirle quella cosa?”, di ricevere una risposta, di continuare.

La plenaria tende invece a produrre esposizione, non intimità. Il risultato è una sequenza di micro-esposizioni individuali in cui semplicemente ognuno dice qualcosa.

Nel seminario sulla cura, dopo la linea del tempo, le conduttrici avrebbero dovuto dividere il gruppo in piccoli sottogruppi e lasciare che ognuno raccontasse alcuni dei momenti che aveva individuato.

I temi significativi come condizione necessaria

Ma chiedere di raccontarsi e creare piccoli spazi di ascolto non basta. La condivisione è significativa solo quando il tema condiviso è rilevante.

Uno stimolo generico – camminare nel bosco e annotare i suoni, le sensazioni, i colori – può produrre testi interessanti, ma difficilmente produce racconto profondo. Non perché il bosco non possa essere un luogo di rivelazione, ma perché il tema è troppo laterale rispetto alle grandi questioni che davvero attraversano la vita delle persone.

Un conto è proporre: Andiamo nel bosco e vi farò alcune domande su quello che vedete e sui suoni che sentite. Un altro conto è costruire un seminario intorno a grandi nuclei dell’esperienza umana che ho richiamato prima: malattia, invecchiamento, genitorialità, essere figli, rapporto con l’altro, con l’altro sesso, sessualità, morte, fallimento, solitudine, perdono.

Nella mia esperienza dei seminari LUA, e guardando i titoli dell’offerta complessiva, non ho trovato questi temi. Posso sbagliarmi – la mia è un’osservazione parziale, basata su quattro seminari e su una lettura superficiale del programma dei seminari.

Su temi di altro tipo la condivisione tende a restare in superficie. Si lavora su stimoli laterali – il paesaggio, l’albero, la parola poetica, il brano letterario, il cammino, il taccuino – che consentono di partecipare senza esporsi davvero. Producono testi, impressioni, suggestioni. Non necessariamente racconto di sé.

Il feticismo del libro e delle frasi a effetto

Un aspetto trasversale che ho notato in più occasioni è la presenza ricorrente di libri. Libri collocati sul tavolo del conduttore, brani letti ad alta voce, citazioni di autori, formule ricorrenti del tipo: “Come dice [nome dell’autore] …” oppure “Sentite come è bello questo passaggio…”

Ho avuto l’impressione che nella LUA ci sia una sorta di feticismo dei libri e delle citazioni. Citare da un libro sembra trasmettere erudizione e profondità. La citazione crea atmosfera. Il brano bello produce riconoscimento estetico. Ma tutto questo trasforma i seminari in laboratori letterari e può allontanare dalla vita concreta di chi è presente nella stanza.

Si parla di libri che parlano della vita, ma rubando tempo al racconto della vita dei presenti. In un seminario intitolato “Mettersi a nudo con le parole”, mi aspettavo un lavoro sul racconto autentico di sé. La parte a cui ho assistito è stata invece una lunga presentazione commentata (2 ore e mezzo) di libri autobiografici, con letture e osservazioni di taglio critico-letterario. Una lezione perfetta per un festival del libro o un’aula universitaria.

Seminari autobiografici non terapeutici

Attenzione, non è necessario che i grandi temi di vita di cui ho parlato prima siano affrontati con taglio terapeutico. Molte persone non hanno bisogno o non richiedono a un seminario autobiografico di essere curate, analizzate o trasformate. Hanno semplicemente bisogno di raccontare e di essere ascoltate.

Questi temi di vita possono essere semplicemente narrati, ascoltati, condivisi, senza bisogno di essere medicalizzati. Questo, per me, è uno dei compiti più interessanti e più utili di una pratica autobiografica adulta.

Come strutturare un seminario di condivisione autobiografica

Un seminario autobiografico, per come lo intendo io, dovrebbe avere alcune caratteristiche precise.

  • Dovrebbe affrontare un tema sufficientemente significativo, ad esempio fra quelli che ho citato prima, e esplicitarlo già nel titolo e nella presentazione
  • Dovrebbe formare all’ascolto. Perché raccontarsi ha senso pieno solo se qualcuno ascolta in modo adeguato – con presenza, con domande pertinenti, con la capacità di restituire ciò che ha compreso senza interpretare e senza valutare.
  • Dovrebbe usare consegne orientate autobiograficamente, che non lascino facoltativa la connessione con la propria esperienza ma la richiedano esplicitamente.
  • Dovrebbe lavorare spesso in piccoli gruppi, perché alcune cose non si possono dire davanti a venti persone in plenaria, e perché la vera condivisione ha bisogno di intimità e tempo.
  • Dovrebbe dare tempo al racconto – non solo alla scrittura. Scrivere è un atto individuale. Raccontarsi è un atto relazionale. Sono cose diverse, e vanno tenute distinte.
  • Dovrebbe produrre un documento di sintesi, che racconta in che modo lo stesso tema o lo stesso tipo di esperienza è stata affrontata e vissuta da ognuno dei partecipanti.

Differenze fra approccio autobiografico LUA e seminari di condivisione autobiografica

Provo a descrivere alcune differenze fra le due impostazioni.

In estrema sintesi, i seminari basati sul modello della scrittura di sé (usato nella LUA) propongono una riflessione su di sé in solitaria, su temi spesso poco significativi e utilizzando la mediazione letteraria. La riflessione su di sé viene stimolata dalla lettura e produzione di testi, di cui si valorizza anche il valore estetico.

Nei seminari di basati sul modello della condivisione autobiografica (derivata dai gruppi femministi di autocoscienza degli anni ’70) la riflessione su di sé viene stimolata dal confronto con gli altri, che avviene in modalità soprattutto verbale ed è focalizzata sui grandi temi di vita. Gli argomenti e il racconto di sé possono essere stimolati anche da testi scritti, ma il focus è sulla condivisione verbale.

DimensioneModello scrittura di sé (LUA)Modello condivisione autobiografica 
ObiettivoMiglioramento della conoscenza di sé in modo introspettivo attraverso il richiamo di ricordi, sensazioni e immagini, con attenzione anche alla qualità espressiva del testo scritto.Miglioramento della comprensione di sé attraverso il confronto con gli altri sulle proprie scelte di vita e le proprie relazioni.
TemiA bassa intensità emotiva: ricordi generici d’infanzia, sensazioni relative a paesaggi, oggetti, parole, immagini, brani letterari.Ad alta intensità emotiva: relazioni familiari, relazioni affettive, sessualità, malattia, invecchiamento, morte, etc.
Tipo di consegneAperte o evocative: “scrivi a partire da questa citazione…”, “scegli una parola…”, “osserva e annota…”, “disegna…”. Il collegamento autobiografico può emergere, ma non è sempre richiesto.Consegne autobiograficamente orientate: “racconta un episodio in cui…”, “scegli un oggetto che rappresenti la relazione con…”, “descrivi come hai vissuto…”. Il collegamento con l’esperienza personale è esplicito.
Modalità privilegiata di lavoroLa produzione di testi o disegniLa condivisione verbale e il confronto con gli altri partecipanti
Modalità di lavoroIntrospezione solitaria condotta in parallelo in uno spazio comuneAttività di condivisione in piccoli gruppi di parola e in plenaria
DebriefingMinimo e formale: limitato alla lettura dell’elaborato, con commenti minimi o nulli da parte di conduttore e partecipantiProfondo e interattivo: basato sul dialogo in piccolo e grande gruppo e rispecchiamento reciproco,
Ruolo del ConduttoreConduttore come esperto di scrittura/autobiografia: seleziona gli stimoli, propone consegne e guida la lettura e il commento dei testi.Conduttore come facilitatore di processo: promuove un clima di fiducia fra i partecipanti, propone attività di condivisione, gestisce quando necessario il processo di confronto
Disposizione d’aulaRigida intorno a tavolo singolo o tavoli a ferro di cavallo a seconda del numero di partecipantiFlessibile in piccoli gruppi o grande cerchio senza tavoli

La mia esperienza coi seminari della LUA

Ho partecipato a quattro seminari.

Seminario numero uno

Mettersi a nudo con le parole (2024).  Pensavo che il seminario sarebbe stata un’occasione per raccontare mie esperienze significative e ascoltare esperienze significative degli altri partecipanti (mettersi a nudo), in realtà la relatrice ha iniziato parlando ininterrottamente per due ore e mezza, commentando le forme e i contenuti di una serie di libri autobiografici che aveva portato con sé. Ha fatto, cioè due ore di critica letteraria. Una delle partecipanti a un certo punto si è addormentata, io dopo una mezz’ora ho iniziato a pensare ad altro. Fra l’altro mio figlio di 14 anno il giorno prima si era rotto un gomito ed aveva il braccio ingessato, io l’avevo lasciato solo in casa e sarei dovuto tornare la sera. A questo punto, alla pausa me ne sono andato e la mattina dopo, invece di fare di nuovo due ore di macchina, me ne sono rimasto a casa.

Seminario numero due

Parole per curarsi, curarsi con le parole (2024). Il secondo seminario a cui ho partecipato era dedicato al concetto di cura, da esplorare con le tecniche della medicina narrativa. In quel periodo stavo seguendo un corso per volontari di hospice, e ho pensato che il seminario mi avrebbe insegnato tecniche per permettere a malati terminali e/o loro familiari di parlare di sé. Mi sbagliavo.

Nell’incontro del venerdì pomeriggio e in quello di sabato mattina abbiamo fatto una sola attività relativa alla cura, declinata in termini di cura di sé (niente medicina narrativa). La consegna era: Scrivi una linea del tempo e indica i momenti del tuo percorso di vita in cui ti sei preso cura di te stesso.

Tutte le altre attività sono state relative ad altro (scrivo a memoria): individuare le parole per noi significative in una canzone di Cristicchi (non relativa alla cura), e poi fare un elenco collettivo delle cose fondamentali per vivere; scegliere la foto di un albero e scrivere un testo a piacere relativo alla foto, disegnare un albero, una attività di movimento corporeo (ognuno da solo, perciò non relativa alla cura).

Nel seminario è mancata totalmente la condivisione autentica. Dopo aver scritto la linea del tempo, le conduttrici avrebbero potuto dividerci in piccoli gruppi e in ogni gruppo ognuno avrebbe potuto raccontare alcuni dei momenti che aveva individuato, invece niente. L’aula era disposta con i banchi a ferro di cavallo, le modalità di lavoro e interazione erano solo due: esercizi svolti singolarmente, ognuno al proprio posto, e poi interazione in plenaria con una delle conduttrici che ci interrogava: Leggi il testo che hai scritto relativo all’albero. E poi a ciascuno degli altri: Quali parole ti hanno colpito del testo? E chiuso lì. Eravamo 20, perciò sessioni lunghissime prima di aver fatto parlare tutti. Per me, totalmente insoddisfacente, sia in termini di medicina narrativa che di condivisione, così dopo pranzo ho lasciato il seminario.

Seminario numero tre

Diari da un mondo piccolo (2025). La facilitatrice Marisa Nardini ci ha portato a camminare nei dintorni di Prato due mattine diverse. La prima volta al museo della villa di Poggio a Caiano, la seconda volta al parco di tavola a Prato. Al momento non trovo i miei appunti, ma se ricordo bene ci ha chiesto di camminare in silenzio concentrandoci sul paesaggio e sulle nostre sensazioni e poi solo alla fine ci ha proposto alcune domande stimolo. Per quel che ricordo, le condivisioni non sono state particolarmente profonde, così non ho trovato quello che cercavo, però l’esperienza è stata piacevole. Poi la facilitatrice, che ringrazio, qualche giorno dopo ci ha invitato a casa sua per una sessione ulteriore.

Seminario numero quattro

Tra santi, lupi e giganti verdi parco nazionale delle foreste casentinesi (2026). Il tema del seminario era l’eco narrazione. Da tempo desideravo tornare fra i boschi del Casentino, in particolare a maggio quando fioriscono le ginestre, così mi sono iscritto. Immaginavo che avremmo fatto delle camminate lunghette ma non particolarmente impegnative e poi, come a Prato, avremmo fatto le attività di scrittura alla fine.

Purtroppo, la conduttrice aveva messo a punto un programma troppo ampio (San Francesco, Campana, un’altra scrittrice locale), così il trekking era continuamente interrotto da soste per rispondere a domande stimolo. La sessione del venerdì pomeriggio, seduti a un tavolo, è durata 4 ore e mezza, la conduttrice ha parlato quasi 3 ore e mezza (solo un’ora è stata usata per due attività di scrittura). Io dopo  un‘ora ho perso contatto e mi sono messo leggere le notizie e la posta sul cellulare.

Io ho la mente continuamente in movimento (in positivo, col mio dialogo interiore e i miei pensieri mi trovo bene), nel bosco mi piace concentrarmi sui rumori, gli odori, i colori. La richiesta frequente di fermarmi e scrivere mi riportava nel mentale.  In più, le domande stimolo per me non erano particolarmente coinvolgenti, così nella giornata di sabato e di domenica non ho scritto quasi nulla. A me è sembrato più un laboratorio di scrittura che di condivisione. Nella seconda parte della mattina di domenica io e altre due partecipanti abbiamo interrotto le attività di scrittura e abbiamo proseguito sul sentiero.

Autore © Leonardo Evangelista con l’aiuto dell’IA. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.