Ridicolo: corsi universitari in inglese incostituzionali

La Corte Costituzionale italiana ha stabilito che i corsi universitari solo in inglese sono incostituzionali. Qui la sentenza.

La sentenza è un grande sostegno alla diffusione del sapere italiano all’estero  e promuove l’impiegabilità degli studenti italiani; promuove anche l’economia italiana. Ovviamente scherzo. Con corsi solo in italiano o soprattutto in italiano la percentuale di studenti stranieri che verranno a studiare nelle università italiane rimarrà all’attuale 2% degli studenti o addirittura diminuirà. Inoltre gli studenti italiani perdono un’occasione importante per migliorare il proprio inglese frequentando un corso universitario tutto in inglese. La diffusione all’estero del sapere prodotto in Italia sarà mortificata. E’ una misura miope e protezionista.

Tanto per fare un paragone, In Germania i corsi di laurea in inglese sono più di 1.200, ai quali vanno aggiunti circa 300 corsi di dottorato. Perfino in Francia, nonostante la proverbiale ritrosia nei confronti dell’inglese, ci sono 450 percorsi di laurea la cui didattica è esclusivamente in tale lingua. Dunque tedesco e francese meritano meno tutela dell’italiano? Tedeschi e francesi tengono alla loro lingua meno di noi? O più semplicemente sono meno provinciali? Vedi la situazione in Europa.

L’Accademia della Crusca, sul proprio sito, commenta dicendo che:

“Scrive la Corte che la lingua italiana, nella sua ufficialità, e quindi primazia, è vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 della Costituzione. La progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare tale funzione della lingua italiana, ma tali fenomeni non devono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, ma diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé.
La Corte prosegue affermando che la “centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana si coglie particolarmente nella scuola e nelle università”. L’obiettivo dell’internazionalizzazione – questo il parere della Corte – “deve essere soddisfatto […] senza pregiudicare i principî costituzionali del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà d’insegnamento”.

Sabino Cassese, in una intervista su Il Foglio, commenta che:

Quali sono i vantaggi dell’utilizzo dell’attuale utilizzo dell’inglese come lingua franca?

Un enorme progresso della scienza, grazie a contatti consentiti e facilitati dall’uso di un mezzo comune. Questo vale non solo per la fisica o la trigonometria o la biologia o la medicina, che sono la stessa cosa ovunque nel mondo, ma anche per altre discipline, considerate, a causa dello statalismo e del nazionalismo, come necessariamente legate a ciascuna nazione. Penso al diritto, la cui cultura sta riscoprendo princìpi universali e rivalutando il giusnaturalismo. Ricordiamoci che universalità del diritto e universalità della lingua vanno di pari passo.

Insomma, dobbiamo rinunciare alla nostra lingua?

Attenzione a non cadere nella trappola degli “avvocati dell’italiano”, che vedono nella decisione del Politecnico la scelta di “bandire la lingua italiana”. Vale ancora quel che scrisse il grande storico del cristianesimo Ernest Renan: una nazione è una lingua, è un’anima, è una storia comune. Ma gli ultimi secoli ci hanno anche insegnato che esistono minoranze linguistiche da tutelare all’interno delle nazioni (pensi all’art. 6 della Costituzione italiana), che vi sono non italofoni che vanno tutelati nel processo (mi riferisco all’art. 111 della Costituzione), che non vanno fatti trattamenti diseguali sulla base della lingua (lo dice l’art. 3 della nostra Costituzione), che esistono stati multinazionali e con più lingue (pensi soltanto all’Impero austriaco), che le lingue europee, pur essendo diverse, hanno elementi comuni, che costituiscono lingue transglottiche di superstrato, che convivono con le lingue locali e le influenzano. Insomma, che vale per la lingua quel che vale per la nostro viver civile: siamo nello stesso tempo romani, italiani ed europei. Nessuna di queste qualifiche esclude le altre. Gli italiani che frequenteranno corsi (biennali e triennali) impartiti interamente in inglese non saranno meno italiani, ma avranno avuto anche l’opportunità di far parte di una comunità più ampia, di incontrare svedesi, russi, francesi, tedeschi, e di studiare, comunicare e lavorare con loro.ì

Passiamo all’aspetto pratico. Lei ha spiegato perché questa è una classica battaglia di retroguardia. Perché è contrario?

Invertiamo i rapporti. Immagini un giovane italiano che voglia andare in Olanda a studiare, o in Finlandia. Ci andrà se vi sono facoltà dove l’insegnamento è impartito in inglese, come in effetti accade. Ma se gli si chiede di seguire anche un 20 o 30 per cento di corsi in olandese, perché mai quel giovane italiano dovrebbe andare in Olanda o in Finlandia?

(…)

Insomma, trova la sentenza criticabile?

La sentenza si presta a numerose critiche. Una storica: ne deriva, infatti, che era più autonoma l’università di Napoli sotto i Borboni, quella di Pisa sotto i Granduchi di Toscana e quella di Parigi sotto i re di Francia, del Politecnico di Milano oggi, secondo il “dictum” della Corte costituzionale. Lì, infatti, tutti gli insegnamenti potevano farsi in latino, che non era certo la lingua comune di quegli stati, qui si possono fare in inglese, ma “con juicio”, in piccole dosi. Altra singolarità di questa sentenza: il Parlamento italiano, con la legge del 2010 impugnata dinanzi alla Corte costituzionale, ha lasciato più autonomia alle Università di quanta la Corte consideri accettabile. Quest’ultima, che dovrebbe essere la garante di quella Costituzione che assicura autonomia agli atenei, ha messo – nel modo ambiguo che ho detto – le braghe all’Università.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. Collocato sul sito il 9 febbraio 2018. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Leggi Informativa privacy, cookie policy e copyright.

 

La stabilizzazione dei precari della scuola

Perché non siamo un paese normale (1). La stabilizzazione dei precari della scuola

E’ di questi giorni la notizia che una circolare del Ministero dell’Istruzione ha di fatto bloccato i trasferimenti in altre province di una parte dei precari della scuola che devono essere assunti in pianta stabile nella scuola.  La norma dovrebbe applicarsi solo quest’anno, ma vogliamo scommettere che per i docenti interessati i trasferimenti fuori provincia non ci saranno neanche il prossimo anno scolastico?

Nei Paesi normali (Germania, Svizzera, Finlandia, Danimarca, Stati Uniti, ma forse anche Francia, Polonia, Lituania e molti altri) si fanno le leggi e si applicano. Nei Paesi sgarrupati come il nostro prima si fanno le leggi, poi se disturbano qualcuno che fa la voce grossa (in questo caso i supplenti stabilizzati che non vogliono trasferirsi a Nord) se ne rinvia l’applicazione. E’ già accaduto tante volte, vedi ad esempio la vicenda delle quote latte, oppure la depenalizzazione del reato di banda armata (qui si è addirittura abolita la legge).

Il fine primario della scuola (mi fa strano doverlo specificare, dovrebbe essere scontato) è dare una buona preparazione agli studenti. Tutte le procedure e la struttura organizzativa della scuola dovrebbero esser subordinate a questo scopo. Il fine primario della scuola non è assicurare un reddito a insegnanti che per motivi vari (indolenza, carichi familiari, acciacchi vari, scarsa convenienza economica) non vogliono prendere servizio in pianta stabile nelle province dove c’è bisogno di loro.

Le migliaia di diplomati poco preparati e disoccupati che affollano gli sportelli di orientamento chiedendo agli operatori soluzioni che, considerato il loro basso livello di preparazione,  purtroppo non esistono o sono palliativi sono vittime di un sistema che non considera prioritari i loro bisogni/diritti di  studenti, quelli delle loro famiglie e più in generale non è interessato alla competitività italiana.

La preoccupazione per l’occupazione degli insegnanti è ugualmente alla base della mancata riduzione di 1 anno della durata delle medie superiori, che ci allineerebbe a gran parte dei paesi europei.

Ma perché e quanto l’Italia è un paese sgarrupato? Vedi il mio articolo Come migliorare il senso civico in Italia. Vedi anche Lo sviluppo del benessere in Occidente 1500-2014.

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Il conto salato degli studi umanistici – Il Fatto Quotidiano

Tra qualche settimana molti studenti cominceranno l’università. I loro genitori che si sono laureati circa trent’anni fa potevano permettersi di sbagliare facoltà, errore concesso in un’economia in crescita. Oggi è molto, molto più pericoloso fare errori. Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte. È giusto […]

Sorgente: Il conto salato degli studi umanistici – Il Fatto Quotidiano

Italians – ISSNAF – Italian Scientists and Scholars in North America Foundation

Un sito con varie testimonianze di scienziati e ricercatori italiani negli stati uniti. Vedi ad esempio quella di Walter Longo, andato negli Stati Uniti per fare il musicista rock, passato poi alla biochimica http://www.issnaf.org/italians/valter-longo-interview.html

ISSNAF (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation) is a 501c(3) not-for- profit organisation whose mission is to promote scientific, academic and technological cooperation amongst Italian researchers and scholars active in North America and the world of research in Italy..

Sorgente: Italians – ISSNAF – Italian Scientists and Scholars in North America Foundation

Facebook e Microsoft scrivono alla Ue: “Insegnate ai bambini a programmare” | Vita Digitale

Facebook e Microsoft scrivono alla Ue: “Insegnate ai bambini a programmare”

Microsoft e Facebook che, insieme ad altri marchi dell’economia digitale, hanno firmato una lettera destinata ai ministri Ue dell’Istruzione in cui si sottolinea la necessità di intervenire con urgenza sui programmi scolastici per adeguarli alle reali necessità del mercato del lavoro.

In Europa sono solo il 20% gli studenti che hanno un reale accesso a insegnamenti pratici sull’informatica e nel documento viene riportato un dato significativo: «Nel 2020 mancheranno in Europa almeno 900 mila informatici per coprire le necessità».

 

vedi l’articolo Facebook e Microsoft scrivono alla Ue: “Insegnate ai bambini a programmare” | Vita Digitale.

vedi la lettera 

Le questioni dietro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Le questioni dietro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Nel 2008 i Paesi industrializzati, fra cui l’Italia, sono entrati in una fase economica recessiva (vedi il mio articolo La Grande Crisi Economica 2008-2013). Ma negli ultimi anni molti Paesi hanno ripreso a crescere, mentre l’Italia continua a essere in una fase di stagnazione. Questo articolo tratta degli effetti sull’attività economica dell’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, cosiddetto Statuto dei lavoratori, e più in generale delle limitazioni al licenziamento. L’ art. 18 come è noto si applica ai licenziamenti individuali nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole). Una tutela dal licenziamento individuale, anche se di minore efficacia, è previsto dalla legge anche per gli occupati in unità produttive sotto i 15 dipendenti.

Inizio con un esempio: la funzione economica di un negozio di generi alimentari è vendere al dettaglio. Immaginiamo adesso che a causa di una crisi economica una parte dei clienti non sia più in grado di acquistare generi alimentari. E’ un problema rilevante? Certo, che lo è, che ci siano persone che non hanno di che nutrirsi è un problema serissimo. Ma il diritto, anche costituzionalmente tutelato, di nutrirsi a sufficienza non può essere ‘scaricato’ sul negoziante, imponendogli di vendere sottocosto, a credito o addirittura di regalare il cibo agli indigenti (la vendita sottocosto è stata imposta ai commercianti venezuelani, vedi i risultati). La povertà è un problema di cui deve farsi carico la collettività, tramite l’intervento dello Stato.

L’attuale dibattito sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori riguarda una situazione simile. Lo scopo delle imprese è produrre beni e servizi ottenendo un profitto (se non c’è profitto l’impresa fallisce o chiude). Poiché il ciclo economico e la domanda di beni e servizi sono soggetti a alti e bassi, e le imprese sono soggette alla concorrenza, capita che durante la propria attività l’impresa si trovi ad avere dipendenti strutturalmente in eccesso. Il licenziamento e la disoccupazione sono problemi rilevanti? Certo che lo sono, ma la loro soluzione non può essere scaricata sulle imprese imponendo loro di tenersi personale di cui non hanno bisogno. E’ lo Stato che deve assicurare a tutti i cittadini (con o senza lavoro) un reddito sufficiente a coprire le necessità vitali, in modo che il licenziamento e la disoccupazione non siano più vissuti come una disgrazia. Scaricare questo onere sulle imprese limitando la possibilità di licenziamento ha molti effetti negativi: aumenta i fallimenti, causa il nanismo del nostro settore produttivo (moltissime imprese rimangono volutamente sotto 15 dipendenti), riduce nel medio e lungo periodo l’occupazione e lo sviluppo economico.

Il divieto (o la difficoltà, vedi nota 1) di licenziamento riduce inoltre la qualità delle risorse umane impiegate nel ciclo produttivo. Gli imprenditori sono costretti a tenersi personale  che non lavora bene, e questo di nuovo va a scapito della salute delle imprese, del miglioramento continuo dei loro prodotti e servizi (cioè della loro competitività, di cui il personale è una determinante) e dello sviluppo di una società basata sul merito. Tutti hanno diritto di lavorare? Certo, ma, di nuovo, questo diritto non può essere scaricato sulle spalle delle imprese imponendo loro di tenersi personale inadeguato.

Questi semplici fatti ci permettono di capire meglio le questioni dietro l’articolo 18.

Per superare le rigidità dell’articolo 18 (e non mettere definitivamente in ginocchio le imprese) negli ultimi 30 anni nel nostro Paese il legislatore ha autorizzato forme contrattuali estremamente flessibili, a cui l’articolo 18 non si applica (principalmente co.co.pro e lavoro interinale;  inoltre è stato semplificato il lavoro dipendente a termine), cosicché al momento sono tutelati dall’articolo 18 circa 8 milioni di lavoratori (quelli che lavorano a tempo indeterminato in unità produttive con oltre 15 dipendenti), cioè il 57%  dei lavoratori dipendenti che sono oltre 14 milioni (fonte: La Repubblica cartacea del 21-9-2014, pag.7).

Il grosso problema è che, assieme alle nuove forme di lavoro flessibili il legislatore non ha attivato una indennità di disoccupazione  soddisfacente, sui motivi vedi il mio articolo La desertificazione del mercato del lavoro italiano. In questo modo si è creato un mercato del lavoro diviso in due: da una parte i lavoratori dipendenti, con una serie di tutele riguardo a trattamento pensionistico, malattia e maternità, ferie, infortuni, indennità di licenziamento, cassa integrazione, licenziamento individuale, e, per quelli a cui si applica l’art.18, forte limitazione delle possibilità di licenziamento individuale e indennità di mobilità.  Dall’altra parte abbiamo oltre 2 milioni di dannati, in gran parte dai 20 ai 40 anni, che lavorano con contratti co.co.pro, interinali, occasionali, senza o con poche tutele,  oltre 5 milioni di partite IVA (professioni non riconosciute, professionisti e autonomi) senza o con poche tutele in caso di cessazione dell’attività, 3 milioni di disoccupati senza o poche tutele.

E’ tempo che la tutela dei livelli di reddito dei cittadini passi da un sistema basato sul divieto di licenziamento (che copre solo una frazione del totale lavoratori e danneggia le imprese) a un sistema migliore basato sulla concessione a tutti coloro che sono senza lavoro di una indennità di disoccupazione dignitosa e di politiche attive del lavoro efficaci, come in molti altri Paesi europei.

Ed è ugualmente necessario (ma spiegare questo richiede un altro articolo)  che il costo del personale occupato e il peso fiscale sulle imprese siano ridotti aumentando l’imposizione sulle persone fisiche (quelle più ricche) e sulle rendite finanziarie.

Nota 1. Uno dei modi per dissuadere un comportamento è collegarlo alla possibilità, anche aleatoria, di sanzioni pesantissime. Spiego meglio: in Italia è possibile fare ricorso contro le multe stradali. Se la legge prevedesse che in caso di ricorso non accettato fosse confiscata l’autovettura del ricorrente, nessuno farebbe più ricorsi. Per l’articolo 18 c’è una situazione di questo tipo. La decisione sulla liceità del licenziamento, in caso di ricorso del licenziato (i licenziati fanno sempre ricorso, perché il loro avvocato è pagato in tutto o in parte dal Sindacato, perciò la spesa è minima) spetta al giudice. Se il giudice dà ragione al licenziato questi riceve una indennità da 12 a 24 mensilità (con un costo per l’impresa da 30 a 60.000 €), più le mensilità per i mesi in cui il dipendente è stato a casa in attesa del pronunciamento del giudice. Se consideriamo che in Italia la giustizia è lenta (una ricerca di Confartigianato del 2010 citata in questo documento afferma che in Italia il tempo medio di risoluzione di un processo per licenziamento è pari a 696 giorni, contro i 19 dell’Olanda e gli 80 della Spagna)  l’impresa, in caso l’ultimo giudice decida che il licenziamento era illegittimo, può trovarsi a pagare oltre 100.000 Euro. In alcuni casi poi il giudice può anche obbligare l’impresa a riassumere il dipendente. E’ ovvio che, con un rischio di questo tipo, l’articolo 18 fa parecchia paura. Nel pubblico impiego i costi di reintegro sono addebitati non all’Amministrazione, ma direttamente al dirigente che ha deciso il licenziamento, e così anche in casi  di abusi eclatanti da parte dei dipendenti sono pochissimi i dirigenti che si prendono la responsabilità; il risultato è che in pratica i dipendenti pubblici non vengono mai licenziati. Vedi a riguardo l’articolo di Pietro Ichino.
Un altro modo per dissuadere un comportamento è renderlo legittimo solo se sono soddisfatti una serie di requisiti formali numerosi e contorti: così il licenziamento è nullo se non viene comunicato per iscritto, se non viene formalmente attivato un procedimento disciplinare nei modi previsti dalla legge e dai contratti di categoria, se  l’elenco delle norme disciplinari, delle infrazioni in relazione alle quali le norme disciplinari possono essere applicate e delle procedure di contestazione non sono state appese nella bacheca aziendale, se prima del licenziamento il datore di lavoro non ha contestato l’addebito al lavoratore e non ne ha prima ascoltato la difesa, se la contestazione del datore di lavoro non è tempestiva e specifica, etc. Insomma, comunicare un licenziamento è cosa da avvocati, da qui numerosi errori da parte dei datori di lavoro, con conseguenti reintegrazioni dei dipendenti.
Questo contesto rende possibile i casi di cui leggiamo periodicamente sui giornali: il dipendente che viene trovato a fare sport o in vacanza durante la malattia, l’assenteista cronico, quello che ruba, quello che palesemente non lavora, l’incapace, il maestro che picchia i bambini, il medico della ASL o l’infermiere che abusano delle pazienti, e così via, tutti che evitano il licenziamento o vengono fortunosamente licenziati solo dopo procedure durate anni.

Nota 2: I diritti. Quando i diritti assicurano a un certo numero di persone una condizione assai migliore rispetto a tutti gli altri, che ne sono esclusi, allora non abbiamo più diritti, ma privilegi.

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Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista (www.leonardoevangelista.it). Collocato su internet il 21 settembre 2014. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

Lo sviluppo del benessere in Occidente 1500-2014

Lo sviluppo del benessere in Occidente 1500-2014

Lo sviluppo della civilizzazione occidentale è uno dei fenomeni storici più importanti verificatisi a partire dal 1500. Questo articolo, basato in gran parte sul libro di Ferguson N. (2011) Civilization, the West and the Rest, spiega da cosa dipende questo cambiamento; i numeri nell’articolo rimandano a pagine del libro. Altre fonti consultate sono Landes D.S. (trad.it. 2000) La ricchezza e la povertà delle nazioni  (le pagine di questo libro sono indicate da numeri seguiti dalla lettera B) e Acemoglu D., Robinson J.A. (trad. it 2013) Perché le nazioni falliscono: Alle origini di prosperità, potenza e povertà.

Col termine ‘civilizzazione’ possiamo indicare le modalità tipiche con cui una popolazione risponde ai propri bisogni di alimentarsi, ripararsi dalle intemperie, difendersi, passare il tempo, riprodursi e così via. Possiamo individuare cinque diverse civilizzazioni: cinese, giapponese, indiana, islamica, occidentale (3). Alcune civilizzazioni sono più efficienti di altre nel reperimento e  nell’utilizzo delle risorse disponibili e assicurano ai propri appartenenti condizioni di vita migliori. Nelle vicende di ciascuna civilizzazione giocano anche fattori  geografici, climatici, epidemiologici, etc. (nota 1). Questo articolo si concentra invece su fattori che dipendono da idee e scelte consapevoli.

Si discute su quali paesi costituiscano la civilizzazione occidentale: Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Scandinavia, Spagna, Grecia e grazie all’integrazione europea anche i paesi dell’Est Europa all’interno dell’Unione Europea (15).

La prima versione della civilizzazione occidentale prese forma nella Fertile Mezzaluna (odierna Turchia orientale, Libano, Siria occidentale, Palestina, Giordania, Iraq, Iran occidentale) sviluppandosi poi nella Democrazia ateniese e nell’Impero romano (17) (vedi La caduta dell’Impero romano d’Occidente e noi), poi è rinata grazie al Rinascimento italiano (17). Sui motivi dello sviluppo nella Fertile Mezzaluna vedi Diamond J. (trad. it 2014) Armi, acciaio e malattie, 

All’inizio del 1400 le nazioni dell’Europa occidentale si trovavano in una condizione di vita materiale molto inferiore a quella della Cina o dell’Impero ottomano; in particolare le nazioni dell’Europa occidentale controllavano il 10% delle terre emerse e contenevano solo il 16% della popolazione mondiale. Nel 1913, al contrario, 11 Stati occidentali (Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna, Russia, Gran Bretagna, Stati Uniti) comprendevano i tre quinti di tutti i territori e della popolazione mondiale e producevano quasi l’80% del prodotto lordo del pianeta. Nel 1500 la più grande città del mondo era Pechino con una popolazione di circa 700.000 persone, e solo Parigi, con appena 200.000 abitanti, rientrava nelle 10 città più grandi del mondo. Nel 1900 solo Tokio rientrava fra le 10 città più grandi, tutte le altre erano occidentali, al primo posto Londra con 6 milioni e mezzo di abitanti (5).

Secondo Ferguson questo cambiamento è stato reso possibile da sei fattori (12):

  1. competizione
  2. scienza
  3. diritti di proprietà
  4. medicina
  5. società dei consumi
  6. etica lavorativa.

Valgono le seguenti definizioni (13)

  1. Competizione: la decentralizzazione della vita politica ed economica che ha reso possibile lo sviluppo degli Stati nazionali e del capitalismo.
  1. Scienza: una modalità di studiare, capire e cambiare il mondo naturale, che ha dato all’Occidente (tra le altre cose) un vantaggio militare sul resto del mondo.
  1. Diritti di proprietà: la legge come mezzo per proteggere la proprietà privata e per risolvere in maniera pacifica le dispute fra i proprietari, alla base delle forme più stabili di governo rappresentativo.
  1. Medicina: la parte della scienza che ha permesso la cura di un gran numero di malattie e l’aumento della vita media.
  1. Società dei consumi: una modalità di vita, reso possibile dalla Rivoluzione industriale, in cui la produzione e l’acquisto di abbigliamento e altri beni di consumo hanno un ruolo centrale.
  1. L’etica lavorativa: una serie di comportamenti derivati (tra le altre cose) dal cristianesimo protestante che costituisce l’elemento unificante della società dinamica e potenzialmente instabile creata grazie ai fattori precedenti.

Ferguson spiega in dettaglio il ruolo di ciascun fattore.

Competizione

Il mancato sviluppo di Cina e Giappone a partire dal 1500 sono dovuti alla chiusura agli scambi col mondo esterno e, per la Cina, alla scarsa dinamica sociale. I molti Paesi e città stato europei erano invece in costante competizione e lotta fra di loro (36). Questo ha provocato il miglioramento della tecnologia militare (37), a una maggiore efficienza fiscale e allo sviluppo di forme di accumulazione capitalistica (38), all’avvio dell’esplorazione e dei commerci nell’Atlantico e alla colonizzazione delle Americhe (39). Sugli effetti positivi della competizione per il potere, che portò allo sviluppo delle città, vedi anche Landes 46-49.

Scienza

La scienza si sviluppa in Occidente a partire dal 1400 grazie alla separazione fra la Stato e Chiesa, e fra temporale e spirituale (60). Al contrario a partire dal 1100 nel mondo islamico si diffonde un atteggiamento ostile alla scienza e alla filosofia greca, ritenuti incompatibili col Corano (67, 66 B). Ad esempio l’osservatorio astronomico di Istanbul viene demolito nel 1580, e non ne verrà costruito un altro fino al 1868 (69). Le madrasse (scuole islamiche) tornano a concentrarsi sul solo studio del Corano mentre al contrario le università europee allargano il proprio campo di attività dalla teologia allo studio del mondo naturale (68). Dal 1500 si sviluppa in Europa la Rivoluzione scientifica e poi dal 1700 l’Illuminismo  e la Rivoluzione industriale  (77). Si diffondono la stampa e l’alfabetismo (77). Lo sviluppo scientifico contribuisce al miglioramento dell’artiglieria, che assicura all’Occidente il vantaggio sull’Impero Ottomano (84). Sul declino delle conoscenze scientifiche dei Portoghesi e degli Spagnoli a seguito dell’ingerenza della Chiesa Cattolica vedi Landes (nota 2).

Proprietà

Lo sviluppo economico è meglio assicurato da sistemi politici che riconoscono a tutti o a gran parte dei cittadini la proprietà privata, l’inviolabilità dei diritti personali, e governi costituzionali (97). E’ questo che spiega il differente sviluppo fra America Settentrionale e America Latina, dove le terre rimasero di proprietà della Corona Spagnola (102) e successivamente furono acquisite da una ristretta élite di latifondisti (113). Ed è sempre questo che spiega le differenze di sviluppo economico fra Paesi socialisti (URSS, Nord Corea) e Paesi capitalisti. L’importanza della tutela della proprietà e delle libertà individuali è evidenziata anche da Acemoglu e Robinson e da Landes.

Medicina

Lo sviluppo della medicina e dell’igiene (trattamento acqua, alimenti, rifiuti, etc.) ha permesso un  consistente aumento della vita media, e di conseguenza della popolazione, non solo in Europa. Ad esempio la vita media passa da in Gran Bretagna da 31 anni (1725) a 75 (1990); in India da 28 anni (1900) a 59 (1990) (147); in Senegal da 40 anni (1960) a 52 (nel 2000); in Tunisia da 46 anni (1960) a 72 (nel 2000) (191).

Società dei consumi

Oggigiorno una pare rilevante della popolazione mondiale al di fuori dell’Occidente adotta uno stile di vita in  tutto o in parte ‘occidentale’, caratterizzato da automobili, elettrodomestici, personal computers, smartphone, indumenti prodotti in serie, blu jeans, Coca Cola, musica pop prodotta in Occidente. Verso la fine del 1700 una serie di innovazioni e l’utilizzo del vapore stimolano in Inghilterra un rilevante sviluppo industriale (203) che permette l’aumento della produttività individuale e lo sviluppo della produzione in serie di tessili e abbigliamento. Il processo si propaga al resto dell’Europa (204) e si accompagna all’abbandono delle campagne, alla concentrazione della popolazione nelle città, allo sviluppo di un mercato di massa per i prodotti tessili e poi per altri beni di consumo diventati molto più economici (198-199). Durante la seconda metà dell’800 e l’inizio del ‘900 in molti Paesi europei si ha un allargamento della platea dei votanti, un aumento dei salari reali, l’introduzione della tassazione progressiva che incide maggiormente sui più benestanti, l’avvio dello stato sociale (210), e un ulteriore sviluppo del mercato di massa. Grazie allo sviluppo di ferrovie, navi a vapore, telegrafo, apertura del Canale di Suez (1869) e di Panama (1914) il mondo diventa più piccolo e interconnesso, si sviluppa il commercio internazionale, le migrazioni (218), e, aiutato anche dalla politica coloniale delle Potenze europee, il modo di vita occidentale comincia a diffondersi nel resto del mondo. In Giappone abiti occidentali sono adottati a partire dal 1870, come parte di uno sforzo più generale di modernizzare il paese (221). Negli stessi anni in Giappone inizia anche lo sviluppo dell’industria (224), fino a superare il prodotto interno lordo pro capite della Gran Bretagna nel 1980 (217). Più della metà delle famiglie americane arriva a possedere un’automobile e un frigorifero nel 1930, una lavatrice nel 1965, un televisore a colori nel 1973, aria condizionata nel 1974, una lavastoviglie nel 1997 (238). A partire dagli anni ’50, grazie alle esportazioni verso i Paesi occidentali e alla stabilità assicurata da Stati Uniti e Gran Bretagna, inizia anche lo sviluppo di Hong Kong, Malesia, Indonesia, Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Tailandia (239). L’incapacità di provvedere beni di consumo in quantità e qualità adeguati è una delle cause della fine dell’Unione Sovietica e dei regimi nei Paesi satelliti (252).

Etica del lavoro

Dal momento che la gran parte degli imprenditori della Rivoluzione Industriale erano di religione Protestante (259), a inizio ‘900 il sociologo Max Weber  ha collegato lo sviluppo industriale dell’Occidente alle caratteristiche del Cristianesimo protestante. Secondo Calvino il benessere generato dal lavoro e la ricchezza sono il segno della grazia divina, e questa credenza favorisce l’impegno lavorativo e il reinvestimento degli utili nel processo produttivo. In realtà secondo Ferguson il Protestantesimo ha favorito lo sviluppo industriale soprattutto perché ha promosso l’alfabetismo di massa e la stampa, che hanno grandemente contribuito alla Rivoluzione Industriale. Il Protestantesimo infatti attribuisce grande importanza della lettura individuale della Bibbia (263). Landes aggiunge anche l’importanza assegnata al tempo (193 B). Inoltre i Protestanti hanno alti livelli di fiducia reciproca, che è una precondizione per lo sviluppo del credito (264). Più in generale molte religioni facilitano l’onesta, la fiducia e l’apertura verso gli stranieri, che sono elementi benefici per lo sviluppo economico (264). Sul ruolo di onestà e fiducia vedi anche Come migliorare il senso civico in Italia.

Note

1. Il peso dei fattori climatici e geografici è ben evidenziato da Landes D.S. (trad.it. 2000) La ricchezza e la povertà delle nazioni. Landes cita J.K. Galbraith: ‘Se disegniamo una fascia di circa 3000 km di ampiezza intorno al globo terrestre all’altezza dell’equatore, vediamo come al suo interno non si trovi nessun paese sviluppato … Dappertutto il tenore di vita è basso e la durata della vita umana breve.’ 15 B .
Poi Landes prosegue: ‘Di norma, l’uomo tende a evitare i climi estremi (…) In generale, il disagio causato dal caldo è maggiore di quello provocato dal fresco (…). Dal freddo ci si difende indossando abiti appropriati, trovando o costruendo ripari, accendendo un fuoco. Tali tecniche risalgono a decine di migliaia di anni fa e contribuirono all’originaria propagazione dell’umanità dalle proprie terre di origini africane a climi più freddi. Tutt’altra storia è il caldo. Tre quarti dell’energia sprigionata dallo sforzo muscolare assume la forma di calore, che il corpo, al pari di una macchina o di un motore, deve liberare per mantenere una appropriata temperatura. Sfortunatamente, l’animale umano dispone a tal fine di scarse risorse biologiche. La più importante è la traspirazione, soprattutto se unita a una rapida evaporazione. Climi umidi, ‘attaccaticci’, riducono l’effetto raffreddante della traspirazione. (…) Il modo più semplice per ridurre il problema è non generare calore; in altre parole, starsene fermi e non lavorare. Da qui derivano adattamenti sociali quali ad esempio la siesta, designata a tenere la gente inattiva nelle ore di caldo maggiore. Nell’India britannica circolava il detto che solo i cani impazziti e gli inglesi circolassero per strada col sole di mezzogiorno. (16-17 B). Da qui la conseguente contrazione dell’attività del lavoro nei paesi tropicali (17 B).
Inoltre il caldo, soprattutto dove è presente tutto l’anno, ha una conseguenza ancora più deleteria: incoraggia il proliferare di forme di vita ostili all’uomo. Gli insetti prendono a moltiplicarsi via via che la temperatura aumenta, e i parassiti al loro interno si riproducono e maturano più rapidamente. La conseguenza è una rapida trasmissione di malattie (…). L’inverno, dunque, checché ne dicano i poeti, è il grande amico dell’umanità: il silenzioso killer bianco, distruttore di insetti e parassiti, l’eliminatore di epidemie’ (18 B). Tra le malattie tropicali abbiamo ad esempio la schistosomiasi, la tripanosomiasi africana, la malaria. Queste e altre malattie rendono le persone troppo deboli per lavorare. I dati sul tasso di mortalità del personale militare britannico in diverse parti del mondo (1817-1836) ci danno un quadro più preciso: ‘L’area dell’Oceano Indiano era tre o quattro volte più virulenta delle zone temperate, le Indie occidentali e i tropici americani fino a 10 volte, e l’Africa occidentale (…) 50 volte più alto’ (185 B).
Un altro problema della fascia tropicale sono le piogge torrenziali. ‘Nelle aree strappate alla foresta e messe a coltura il sole cocente brucia tutto; le fitte piogge (…) dissolvono i componenti nutritivi del suolo creando terra deserta’ (24 B). (…) ‘Poi abbiamo le catastrofi: allagamenti e tempeste che (..) si ripetono una o due volte al decennio’(25 B).
Secondo la testimonianza di diplomatico del Bangladesh, riportata in Landes (26 B): ‘In paesi come l’India, Pakistan, Indonesia, Nigeria e Ghana, accadeva puntualmente che il più piccolo sforzo fisico o mentale mi sfinisse, mentre in Gran Bretagna, Francia, Germania o negli Stati Uniti mi sono sempre sentito ritemprato e stimolato dal clima temperato, e non solo durante soggiorni prolungati, ma anche in occasione di brevi viaggi. E so che tutti gli abitanti dei paesi tropicali che si recano nelle aree temperate hanno avuto un uguale esperienza. Ho anche visto centinaia di persone provenienti da aree temperate venire immediatamente colti da un senso di infiacchimento e spossatezza ogniqualvolta uscivano dalla loro stanza dotata di aria condizionata. In India e in altri paesi tropicali ho notato che agricoltori, operai e praticamente tutti i tipi di lavoratori manuali o di concetto lavorano a ritmi lenti, con lunghe e frequenti pause. Ma nelle aree temperate ho notato come le stesse categorie di persone lavorassero a ritmo intenso, con grande vigore ed energia, e con pochissime pause. So per esperienza personale di altre persone residenti in aree tropicali e temperate, che questa spettacolare differenza in termini di energia e vigore lavorativo non è interamente e neanche principalmente riconducibile a un diverso tipo di dieta’. Sullo stesso tema, fondamentale, vedi anche Diamond J. (trad. it 2014) Armi, acciaio e malattie, 

2. ‘Nei secoli precedenti la Riforma, l’Europa meridionale fu un centro di cultura e di indagine intellettuale: Spagna e Portogallo, paesi di frontiera fra la civiltà cristiana e quella islamica e che ebbero il vantaggio di mediatori ebrei; e l’Italia, che aveva i propri contatti. Spagna e Portogallo decaddero ben presto, dal momento che la passione religiosa e la crociata militare cacciarono via gli stranieri (gli ebrei e in seguito i conversos) e scoraggiarono il perseguimento di tutto quanto fosse inusuale e dunque potenzialmente eretico; ma l’Italia continuò a dare i natali ad alcuni fra i matematici e scienziati più importanti d’Europa. Non fu un caso che la prima società letteraria (l’Accademia dei Lincei, Roma, 1603) fu fondata in Italia.’ (194 B). ‘ Ma poi vedi il caso di Galileo Galilei.
Portogallo: Quando conquistarono l’Atlantico meridionale, i portoghesi erano all’avanguardia nella tecnica di navigazione.(..) Quando nel 1492 gli spagnoli decisero di costringere gli ebrei a compiere il cristianesimo o a lasciare il paese, molti di essi trovarono rifugio in Portogallo (…). Nel 1497, tuttavia, le pressioni spagnole e della Chiesa romana indussero la corona portoghese ad abbandonare tale tolleranza. Circa 70.000 ebrei furono costretti a un battesimo coatto, ma sempre valido. Nel 1506 Lisbona conobbe il suo primo pogrom, in cui furono uccisi 2000 ebrei convertiti (..) A partire da quel momento, la vita intellettuale e scientifica del Portogallo sprofondò in un abisso di bigotteria, fanatismo e purezza di sangue. (…) Nel 1513 il Portogallo non aveva astronomo; e pochi anni dopo la supremazia scientifica era ormai un ricordo del passato. (…) Come in Spagna, i portoghesi fecero del loro meglio per voltare le spalle a qualsiasi influenza straniera e dialettica. L’istruzione era controllata dalla Chiesa, che manteneva un curriculum di studi di stampo medievale incentrato su grammatica, retorica e disquisizione scolastica (…). Nel frattempo, gli studenti portoghesi smisero di andare a studiare all’estero, e l’importazione di libri fu sottoposta a un rigoroso controllo da parte di ispettori inviati da Sant’Uffizio a controllare le navi in arrivo, biblioteche  e librerie. Un primo indice dei libri proibiti fu pubblicato nel 1547, e successive integrazioni culminarono nello sterminato elenco del 1624 (…). Le stampatrici ammesse (…) erano in mano al clero, generalmente ai gesuiti, che limitano le pubblicazioni ai dizionari e alle opere di carattere religioso.’ (147-148 B).
Spagna: Un Indice dei libri proibiti perché non ortodossi o considerati pericolosi fu pubblicato a Roma nel 1557 e in Spagna nel 1559, mentre quelli considerati innocui presero a circolare con l’imprimatur ufficiale. Fra i libri vietati in Spagna c’erano le opere scientifiche scritte da protestanti (195 B). ‘Nel 1558 fu introdotta la pena di morte per l’importazione arbitraria di libri stranieri e per qualsiasi tipo di pubblicazione non autorizzata. Nel 1559 agli spagnoli fu proibito di andare a studiare all’estero, per paura che assimilarselo dottrine sovversive, (…) Fatta eccezione per alcuni centri considerati sicuri come Roma, Bologna e Napoli.’ (195 B).

3. Sulle caratteristiche del ‘Vivere Occidentale’ vedi l’articolo di Ezio Mauro Il Cuore dell’Occidente scritto dopo la strage di Parigi del 7-1-2015.

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Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista (www.leonardoevangelista.it). Collocato su internet il 10 agosto 2014. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative al copyright.