Svolta per gli investimenti sui robot made in Italy. Cina primo mercato – Corriere.it

Quoto da un articolo su Il Corriere della Sera:

Svolta per gli investimenti sui robot made in Italy. Cina primo mercato
Ucimu: la produzione sale del 10,1% a 6,1 miliardi. Il 2017, un anno di svolta per la ripresa degli investimenti. Il presidente Carboniero: «L’imprenditoria italiana si è risvegliata, non solo i grandi gruppi ma anche le pmi»
Stiamo per archiviare il 2017 e possiamo dire tranquillamente che è stato un anno di svolta per la ripresa degli investimenti. Dopo gli anni della Grande Crisi che avevano concentrato le attenzioni degli imprenditori su ristrutturazioni e risparmi nel ’17 si è ripreso a guardare avanti. Un’affermazione così netta si giustifica in virtù dei dati forniti ieri dal presidente di Ucimu-Confindustria, Massimo Carboniero. Si potrà e dovrà discutere se il ritorno all’investimento sia dovuto prevalentemente all’utilizzo degli incentivi previsti dal Piano Industria 4.0 oppure siamo in presenza di un mutamento più profondo, intanto però più di qualcosa si è mosso. Spiega (e brinda) Carboniero: «L’imprenditoria italiana si è risvegliata. Hanno comprato macchine e robot i grandi gruppi che già hanno al loro interno sistemi interconnessi ma si stanno mettendo in gioco anche le Pmi. Stanno ripensando i loro sistemi produttivi e hanno cominciato rinnovando il parco-macchine. Dobbiamo confidare che questa tendenza continui non solo nel ’18 ma anche negli anni successivi».

 

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La seconda vita di Lucia Beringer, da architetto in Germania a manager delle terme

Tedesca della Baviera, 58 anni, dal 2008 gestisce i Giardini Poseidon Terme di Ischia, dopo avere lavorato a lungo a Berlino partecipando a importanti progetti architettonici. Ora guida una macchina da 130 dipendenti e 5 milioni di euro di fatturato.

Lucia Beringer ha assunto il comando dell’azienda di famiglia nel 2008 per spirito di servizio. Non ha lasciato scritto ‘torno subito’ sulla porta del suo studio di architetto a Monaco. Infatti dopo dieci anni è ancora a Ischia, ed è contenta di esserci. Per quindici anni ha esercitato la sua professione. Viveva ancora in Germania quando dopo la laurea presa a Monaco ha partecipato a un bando pubblico dopo la caduta del Muro, ed è entrata nel pool di tecnici che hanno realizzato le Trias, le tre torri avveniristiche in vetro e acciaio che svettano nello skyline di Berlino. “Mia madre che gestiva il Poseidon mi ha chiesto di aiutarla. Non c’era preparazione ma una sana e affettuosa educazione familiare, e un buon accordo tra noi”. Pendolare per affetto, ha una figlia di 24 anni, Anna, che dopo qualche anno di economia adesso studia politica e relazioni internazionali e fa parte di una ong che si occupa di minori rifugiati.

 

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Regalo di Natale: fuori tutti i consulenti dai servizi pubblici per l’impiego

Questo sembra essere il prossimo risultato degli Standard minimi dei servizi e delle competenze degli operatori di orientamento approvati il 13 novembre 2014 dalla Conferenza Unificata Stato Regioni. Il Documento, realizzato dai più importanti soggetti pubblici che si occupano di orientamento in Italia (Ministeri del lavoro, dell’istruzione, dell’economia, coordinamento delle Regioni, Associazione dei comuni e Unione delle province, con la consulenza tecnica di ISFOL e di Università di Genova) e poi discusso con le parti sociali prevede che venga definita consulenza di orientamento solo cicli di colloqui di almeno 6 ore con lo stesso utente, mentre tutti i colloqui di 1 ora vengono definiti colloquio di primo livello.

Nei centri per l’impiego le attività di primo livello vengono svolte in genere da personale dipendente, indipendentemente dal titolo di studio. Le attività di consulenza vengono invece svolte da personale esterno laureato, spesso con lauree in discipline affini all’orientamento e specializzazioni ulteriori. Gli esterni sono incaricati direttamente dall’amministrazione pubblica o da agenzie private che hanno vinto bandi per l’erogazione dei servizi di consulenza.

È evidente che con i nuovi parametri fissati dagli standard, che non hanno alcuna base teorica né erano mai comparsi finora in studi e ricerche sull’orientamento , la stragrande maggioranza delle attività di consulenza svolte presso i centri per l’impiego (in genere della durata di 1 ora per utente) diventano attività di primo livello che può così essere svolta da personale interno o dai dipendenti delle vecchie province in soprannumero. Il Documento può essere scaricato da questa pagina; un commento è disponibile in questa pagina.

Welcome to the Failure Age! – NYTimes.com

Welcome to the Failure Age!

For decades, entrepreneurs and digital gurus of various repute have referred to this era as the age of innovation. But there is another, unexpected truth about innovation: It is, by necessity, inextricably linked with failure. The path to any success is lined with disasters. Most of the products that do make it out of the lab fail spectacularly once they hit the market. Even successful products will ultimately fail when a better idea comes along.

When a product or company is no longer valued in the marketplace, there are typically thousands of workers whose own market value diminishes, too. Our breakneck pace of innovation can be seen in stock-market volatility and other boardroom metrics, but it can also be measured in unemployment checks, in divorces and involuntary moves and in promising careers turned stagnant. Every derelict product exists as part of a massive ecosystem of human lives — of engineers and manufacturers; sales people and marketing departments; logistics planners and truck drivers — that has shared in this process of failure.

The original age of innovation may have ushered in an era of unforeseen productivity, but it was, for millions of people, absolutely terrifying. Over a generation or two, however, our society responded by developing a new set of institutions to lessen the pain of this new volatility, including unions, Social Security and the single greatest risk-mitigating institution ever: the corporation.

To succeed in the innovation era, says Daron Acemoglu, a prominent M.I.T. economist, we will need, above all, to build a new set of institutions, something like the societal equivalent of those office parks in Sunnyvale, that help us stay flexible in the midst of turbulent lives. We’ll need modern insurance and financial products that encourage us to pursue entrepreneurial ideas or the education needed for a career change. And we’ll need incentives that encourage us to take these risks; we won’t take them if we fear paying the full cost of failure. Acemoglu says we will need a far stronger safety net, because a society that encourages risk will intrinsically be wealthier over all.

via Welcome to the Failure Age! – NYTimes.com.

Partite Iva: dove c’è un lavoratore autonomo c’è rischio povertà – Repubblica.it

Partite Iva: dove c’è un lavoratore autonomo c’è rischio povertà

Se la fonte principale di reddito è da lavoro autonomo, una famiglia su quattro vive con meno di 9.456 euro annui. Dove si vive di pensione si scende al 20,9% e per i dipendenti al 14,4%. La Cgia: “Quando una partita Iva chiude bottega non ha nessuna misura di sostegno. Troppe barriere al reinserimento”. Il popolo delle partite Iva “dimenticato” dalla Finanziaria

viaPartite Iva: dove c’è un lavoratore autonomo c’è rischio povertà – Repubblica.it.

Dall’agronomo al bioarchitetto: la rivincita dei mestieri green che fanno crescere l’Italia – Repubblica.it

Dall’agronomo al bioarchitetto: la rivincita dei mestieri green che fanno crescere l’Italia

UN’AZIENDA su cinque ha scommesso sul green. In questo gruppo di eco investitori tre su dieci hanno portato a casa un’innovazione e il 18,8% ha visto crescere il proprio fatturato nel 2013 facendo salire la cifra dei green jobs italiani a quota 3 milioni. Sono alcuni dei numeri diGreenItaly 2014, il rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere che verrà presentato la prossima settimana

vedi Dall’agronomo al bioarchitetto: la rivincita dei mestieri green che fanno crescere l’Italia – Repubblica.it.

Le questioni dietro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Le questioni dietro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

Nel 2008 i Paesi industrializzati, fra cui l’Italia, sono entrati in una fase economica recessiva (vedi il mio articolo La Grande Crisi Economica 2008-2013). Ma negli ultimi anni molti Paesi hanno ripreso a crescere, mentre l’Italia continua a essere in una fase di stagnazione. Questo articolo tratta degli effetti sull’attività economica dell’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, cosiddetto Statuto dei lavoratori, e più in generale delle limitazioni al licenziamento. L’ art. 18 come è noto si applica ai licenziamenti individuali nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole). Una tutela dal licenziamento individuale, anche se di minore efficacia, è previsto dalla legge anche per gli occupati in unità produttive sotto i 15 dipendenti.

Inizio con un esempio: la funzione economica di un negozio di generi alimentari è vendere al dettaglio. Immaginiamo adesso che a causa di una crisi economica una parte dei clienti non sia più in grado di acquistare generi alimentari. E’ un problema rilevante? Certo, che lo è, che ci siano persone che non hanno di che nutrirsi è un problema serissimo. Ma il diritto, anche costituzionalmente tutelato, di nutrirsi a sufficienza non può essere ‘scaricato’ sul negoziante, imponendogli di vendere sottocosto, a credito o addirittura di regalare il cibo agli indigenti (la vendita sottocosto è stata imposta ai commercianti venezuelani, vedi i risultati). La povertà è un problema di cui deve farsi carico la collettività, tramite l’intervento dello Stato.

L’attuale dibattito sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori riguarda una situazione simile. Lo scopo delle imprese è produrre beni e servizi ottenendo un profitto (se non c’è profitto l’impresa fallisce o chiude). Poiché il ciclo economico e la domanda di beni e servizi sono soggetti a alti e bassi, e le imprese sono soggette alla concorrenza, capita che durante la propria attività l’impresa si trovi ad avere dipendenti strutturalmente in eccesso. Il licenziamento e la disoccupazione sono problemi rilevanti? Certo che lo sono, ma la loro soluzione non può essere scaricata sulle imprese imponendo loro di tenersi personale di cui non hanno bisogno. E’ lo Stato che deve assicurare a tutti i cittadini (con o senza lavoro) un reddito sufficiente a coprire le necessità vitali, in modo che il licenziamento e la disoccupazione non siano più vissuti come una disgrazia. Scaricare questo onere sulle imprese limitando la possibilità di licenziamento ha molti effetti negativi: aumenta i fallimenti, causa il nanismo del nostro settore produttivo (moltissime imprese rimangono volutamente sotto 15 dipendenti), riduce nel medio e lungo periodo l’occupazione e lo sviluppo economico.

Il divieto (o la difficoltà, vedi nota 1) di licenziamento riduce inoltre la qualità delle risorse umane impiegate nel ciclo produttivo. Gli imprenditori sono costretti a tenersi personale  che non lavora bene, e questo di nuovo va a scapito della salute delle imprese, del miglioramento continuo dei loro prodotti e servizi (cioè della loro competitività, di cui il personale è una determinante) e dello sviluppo di una società basata sul merito. Tutti hanno diritto di lavorare? Certo, ma, di nuovo, questo diritto non può essere scaricato sulle spalle delle imprese imponendo loro di tenersi personale inadeguato.

Questi semplici fatti ci permettono di capire meglio le questioni dietro l’articolo 18.

Per superare le rigidità dell’articolo 18 (e non mettere definitivamente in ginocchio le imprese) negli ultimi 30 anni nel nostro Paese il legislatore ha autorizzato forme contrattuali estremamente flessibili, a cui l’articolo 18 non si applica (principalmente co.co.pro e lavoro interinale;  inoltre è stato semplificato il lavoro dipendente a termine), cosicché al momento sono tutelati dall’articolo 18 circa 8 milioni di lavoratori (quelli che lavorano a tempo indeterminato in unità produttive con oltre 15 dipendenti), cioè il 57%  dei lavoratori dipendenti che sono oltre 14 milioni (fonte: La Repubblica cartacea del 21-9-2014, pag.7).

Il grosso problema è che, assieme alle nuove forme di lavoro flessibili il legislatore non ha attivato una indennità di disoccupazione  soddisfacente, sui motivi vedi il mio articolo La desertificazione del mercato del lavoro italiano. In questo modo si è creato un mercato del lavoro diviso in due: da una parte i lavoratori dipendenti, con una serie di tutele riguardo a trattamento pensionistico, malattia e maternità, ferie, infortuni, indennità di licenziamento, cassa integrazione, licenziamento individuale, e, per quelli a cui si applica l’art.18, forte limitazione delle possibilità di licenziamento individuale e indennità di mobilità.  Dall’altra parte abbiamo oltre 2 milioni di dannati, in gran parte dai 20 ai 40 anni, che lavorano con contratti co.co.pro, interinali, occasionali, senza o con poche tutele,  oltre 5 milioni di partite IVA (professioni non riconosciute, professionisti e autonomi) senza o con poche tutele in caso di cessazione dell’attività, 3 milioni di disoccupati senza o poche tutele.

E’ tempo che la tutela dei livelli di reddito dei cittadini passi da un sistema basato sul divieto di licenziamento (che copre solo una frazione del totale lavoratori e danneggia le imprese) a un sistema migliore basato sulla concessione a tutti coloro che sono senza lavoro di una indennità di disoccupazione dignitosa e di politiche attive del lavoro efficaci, come in molti altri Paesi europei.

Ed è ugualmente necessario (ma spiegare questo richiede un altro articolo)  che il costo del personale occupato e il peso fiscale sulle imprese siano ridotti aumentando l’imposizione sulle persone fisiche (quelle più ricche) e sulle rendite finanziarie.

Nota 1. Uno dei modi per dissuadere un comportamento è collegarlo alla possibilità, anche aleatoria, di sanzioni pesantissime. Spiego meglio: in Italia è possibile fare ricorso contro le multe stradali. Se la legge prevedesse che in caso di ricorso non accettato fosse confiscata l’autovettura del ricorrente, nessuno farebbe più ricorsi. Per l’articolo 18 c’è una situazione di questo tipo. La decisione sulla liceità del licenziamento, in caso di ricorso del licenziato (i licenziati fanno sempre ricorso, perché il loro avvocato è pagato in tutto o in parte dal Sindacato, perciò la spesa è minima) spetta al giudice. Se il giudice dà ragione al licenziato questi riceve una indennità da 12 a 24 mensilità (con un costo per l’impresa da 30 a 60.000 €), più le mensilità per i mesi in cui il dipendente è stato a casa in attesa del pronunciamento del giudice. Se consideriamo che in Italia la giustizia è lenta (una ricerca di Confartigianato del 2010 citata in questo documento afferma che in Italia il tempo medio di risoluzione di un processo per licenziamento è pari a 696 giorni, contro i 19 dell’Olanda e gli 80 della Spagna)  l’impresa, in caso l’ultimo giudice decida che il licenziamento era illegittimo, può trovarsi a pagare oltre 100.000 Euro. In alcuni casi poi il giudice può anche obbligare l’impresa a riassumere il dipendente. E’ ovvio che, con un rischio di questo tipo, l’articolo 18 fa parecchia paura. Nel pubblico impiego i costi di reintegro sono addebitati non all’Amministrazione, ma direttamente al dirigente che ha deciso il licenziamento, e così anche in casi  di abusi eclatanti da parte dei dipendenti sono pochissimi i dirigenti che si prendono la responsabilità; il risultato è che in pratica i dipendenti pubblici non vengono mai licenziati. Vedi a riguardo l’articolo di Pietro Ichino.
Un altro modo per dissuadere un comportamento è renderlo legittimo solo se sono soddisfatti una serie di requisiti formali numerosi e contorti: così il licenziamento è nullo se non viene comunicato per iscritto, se non viene formalmente attivato un procedimento disciplinare nei modi previsti dalla legge e dai contratti di categoria, se  l’elenco delle norme disciplinari, delle infrazioni in relazione alle quali le norme disciplinari possono essere applicate e delle procedure di contestazione non sono state appese nella bacheca aziendale, se prima del licenziamento il datore di lavoro non ha contestato l’addebito al lavoratore e non ne ha prima ascoltato la difesa, se la contestazione del datore di lavoro non è tempestiva e specifica, etc. Insomma, comunicare un licenziamento è cosa da avvocati, da qui numerosi errori da parte dei datori di lavoro, con conseguenti reintegrazioni dei dipendenti.
Questo contesto rende possibile i casi di cui leggiamo periodicamente sui giornali: il dipendente che viene trovato a fare sport o in vacanza durante la malattia, l’assenteista cronico, quello che ruba, quello che palesemente non lavora, l’incapace, il maestro che picchia i bambini, il medico della ASL o l’infermiere che abusano delle pazienti, e così via, tutti che evitano il licenziamento o vengono fortunosamente licenziati solo dopo procedure durate anni.

Nota 2: I diritti. Quando i diritti assicurano a un certo numero di persone una condizione assai migliore rispetto a tutti gli altri, che ne sono esclusi, allora non abbiamo più diritti, ma privilegi.

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Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista (www.leonardoevangelista.it). Collocato su internet il 21 settembre 2014. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.