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Alternanza scuola-lavoro: costruire è rinunciare alla perfezione

Apprendere che le mie figlie avrebbero dovuto obbligatoriamente trascorrere ore “al lavoro”, è stata una gran bella notizia. Ho pensato che sarebbe stato finalmente l’inizio di un nuovo modo di considerare il rapporto scuola-lavoro, che sarebbe stata l’occasione per abbattere muri di pregiudizi (le aziende fanno solo profitto, non sono ambienti sicuri, sono luoghi di sfruttamento, e altri vari luoghi comuni di cui ancora purtroppo la scuola si nutre).

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Non tutto è perfetto, il percorso è in evoluzione, stiamo correggendo la tempistica, stiamo aiutando i ragazzi a scegliere il periodo migliore nel quale svolgere le ore lavorative, che per scelta degli istituti e in accordo con le aziende vengono collocati in orari e periodi extra-curricuolari (nei pomeriggi o durante l’estate).

Arrivano però anche feedback entusiastici. E arrivano anche da parte delle imprese che nonostante la fatica di preparare i progetti per gli studenti, dedicare tempo e risorse a loro, scoprono che la scuola, i ragazzi, le loro idee, possono essere linfa vitale, che il loro arrivo in azienda è per tutti una ventata di entusiasmo e novità, che le costringe a raccontarsi, e anche a migliorarsi.  In una città come Mantova, in piena crisi industriale, è molto importante fare employer brandingovvero far capire ai ragazzi che ci sono realtà produttive eccellenti, che fanno scuola a livello nazionale, che vale la pena considerare non tanto per evitare di espatriare (cosa normale e attraente per i nostri ragazzi più che un ripiego come si vuol far credere) ma semplicemente perché potrebbero rispondere alle loro ambizioni di carriera e di realizzazione professionale.

Dall’altra parte anche le scuole hanno acquisito sempre più fiducia cominciando a frequentare il mondo delle aziende attraverso i referenti per i progetti di alternanza di ogni istituto. E oggi, a due anni dall’inizio delle sperimentazioni, sono sempre più numerosi i ragazzi che scelgono contesti lavorativi privati.

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«Pagano sempre i pensionati»: la grande balla del Partito dei Vecchi (cui sarebbe ora di ribellarsi)

“Sembra che l’accanimento terapeutico nei confronti dei pensionati non finisca mai”, dice Cesare Damiano, Partito Democratico, presidente della commissione lavoro della Camera dei Deputati. È lui il capofila del partito trasversale che vuole bloccare l’aumento automatico dell’età pensionabile conseguente all’aumento dell’aspettativa di vita. Assieme a lui, Maurizio Martina, vicesegretario renziano del Partito Democratico, secondo cui è opportuno rinviare a dopo il voto – e certo! – l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni. E anche Maurizio Sacconi, Forza Italia,nemico di mille battaglie, ma in questo caso sodale dell’ex sindacalista torinese – e con la Cgil, e con quel che sta alla loro sinistra – nel pretendere una deroga, o una correzione della Legge Fornero. Riforma, questa, che Matteo Salvini, Lega Nord, e Beppe Grillo, Movimento Cinque Stelle, dicono di voler abolire praticamente da sempre.

Tripolarismo? Quadripolarismo? Non scherziamo: qui siamo al monoblocco conservatore, un Partito dei Vecchi col cento per cento dei seggi in Parlamento, che litiga su tutto tranne quando si tratta di prendere posizioni a favore degli elettori canuti, gli unici per cui alza la voce, gli unici per cui scende in piazza. Tanto più quando si avvicinano le elezioni, che l’età media che sale vuol dire qualcosa anche nel segreto dell’urna, non solo nei calcoli dell’Inps.

E ci spiace rovinare questo idillio costituente con quattro righe dissonanti, ma sta cosa che i pensionati siano la categoria più vessata dalla Penisola non sta in piedi nemmeno con lo sputo. Bastano quattro dati per smontarla.

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Cinque: dire che è “inimmaginabile” che a metà del secolo per andare in pensione ci vorranno 70 anni di età oppure 46 anni di contributi è una fesseria che non fa onore a chi la pronuncia. Così sarà – per noi, non per te, Cesare Damiano nostro – anche perché voi, la vostra generazione e quelle che vi hanno preceduto, avete allegramente sperperato il capitale dell’Inps per mandare gente in pensione a cinquant’anni con assegni stellari, ben superiori alla più alta retribuzione che avevano maturato in vita. Per di più, lasciandoci il fardello di un debito pubblico da duemila e rotti miliardi, superiore di più di un terzo rispetto a tutta la ricchezza del Paese. Pagano sempre i pensionati, certo. Col portafogli dei giovani, però.

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In Italia 117mila posti di lavoro vacanti

Mancano pizzaioli, sarte e persino medici ma secondo Unioncamere il 10% delle richieste di lavoro resta inevaso. Il caso del mondo dell’informatica l’Italia ha un gap di 4.400 laureati

Quello dei posti di lavoro rifiutati è tema che periodicamente torna a galla; a volte dando vita a leggende metropolitane, altre volte trovando riscontro nella realtà. E’ accertato ad esempio che nel corso della stagione appena conclusasi gli esercenti romagnoli hanno fatto fatica a trovare personale per i loro stabilimenti balneari e che solo sull’Adriatico ben 1.000 posti hanno rischiato di rimanere scoperti. E’ altrettanto vero che l’Azienda ospedaliera di Matera non riesce a trovare medici per alcune specialità, benchè offra una busta paga di 3.000 euro netti. Anche alcuni settori del made in Italy però, faticano a trovare personale; ad esempio, le aziende del settore moda del Veneto sono alla disperata ricerca di sarte e ricamatrici: un’indagine a campione, su una piccola porzione di aziende ha rivelato un vuoto di 122 posizioni. E molti ristoranti e pizzerie della penisola dovrebbero chiudere i battenti per mancanza di cuochi e pizzaioli che dobbiamo far arrivare dal Nord Africa.

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L’imprenditore veneto: “Ho portato la fabbrica in Austria”

«Mi serviva un capannone nuovo. Provincia e Regione erano d’accordo. Il Comune anche». Anzi no: il sindaco decide di costruire una nuova strada proprio nell’area dove dovrebbe estendersi la fabbrica. «Protesto e alla fine la spunto». Ma in Comune si accorgono che il capannone è troppo alto e gli uccelli potrebbero sbatterci contro: niente licenza edilizia, altri anni di liti finché arriva la deroga per cominciare i lavori. Apre il cantiere: servono fondamenta profonde 16 metri ma il Comune si mette di nuovo di traverso. «Mi sono stufato. Ho chiamato in Texas. La sera avevo una risposta: si può fare. Quando siamo andati a presentare il progetto erano sorpresi: la fabbrica è vostra, dentro potete fare quel che volete».

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Lavare i piatti da Mc Donald è utile, soprattutto a chi fa il liceo

Chi segue il percorso liceale e lo proseguirà, poi, all’università rischia di fare l’ingresso nel mondo del lavoro molto tardi e senza aver mai fatto alcuna esperienza lavorativa prima della laurea. Non è un caso se le imprese si lamentano di aver «difficoltà nel reperire personale capace di inserirsi velocemente in un contesto organizzativo e dunque dotato di competenze trasversali o soft skills».

Questa frase, ma è solo un esempio, la trovate scritta nel Piano Strategico della zona omogenea dell’Eporediese (p.31) ed è una delle principali “lamentele” che le imprese canavesane rivolgono alla scuola. Sono sicuro, però, che non si tratti di un caso isolato, vero? È, purtroppo, vero. I nostri studenti, spesso, non sono autonomi, hanno poca fiducia in loro stessi, non sono flessibili, reagiscono male alle difficoltà e allo stress, non sono capaci di pianificare e organizzare il proprio tempo, non sono puntuali nelle consegne, non comprendono e accettano il loro ruolo in un’organizzazione e non lavorano bene in gruppo. La scuola italiana (e includo anche l’università) non riesce a far acquisire agli studenti queste competenze, anzi. A volte è addirittura di ostacolo. Questo fa sì che non sia raro trovare uno studente, bravissimo, che arrivato al termine del suo percorso di studi si trovi totalmente spaesato all’interno di un contesto lavorativo.

A scuola i ragazzi apprendono in modo forzato e assistito (il docente dice loro cosa studiare e poi verifica se lo hanno fatto), nel mondo del lavoro la formazione deve essere continua e autonoma, a scuola hai sempre una seconda chance, nel lavoro non è detto, a scuola il mancato rispetto di una scadenza non ha conseguenze, nel lavoro sì, etc.

Ecco quindi spiegato lo scopo dei percorsi di alternanza. Non vai da McDonald per imparare a lavare piatti. Ci vai per fare esperienza, in un contesto protetto, di competenze indispensabili nel mondo del lavoro e che difficilmente si apprenderanno a scuola. Ci vai perché sarà anche vero che chi frequenta il Liceo Classico e vuole laurearsi in Lettere non andrà mai a lavorare da McDonald (ma ne siamo sicuri?), però la capacità di lavorare in gruppo, pianificare e organizzare le proprie attività e riuscire a lavorare per ore mantenendo la concentrazione sono tutte competenze che deve avere il lavoratore di McDonald tanto quanto qualsiasi altro lavoratore.

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Il sogno realizzato di Anna, diplomata al Royal Ballet a 57 anni

Da piccola si immaginava ballerina alla Scala, invece è diventata prof di Lettere. La scelta di ricominciare 50 anni dopo perché “per una passione non è mai troppo tardi”. E ora il diploma da ‘cigno d’argento’.

“Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, diceva  Shakespeare. Quelli di Anna avevano la leggerezza impalpabile dei tutù, il rosa delle scarpette, il profumo della polvere di gesso sul legno del palcoscenico. Dopo cinquant’anni, e dopo una vita tutta diversa passata a insegnare italiano sui libri e nelle aule tra il Veneto e l’Europa, la bambina che voleva volteggiare alla Scala ha ottenuto il diploma del Royal Ballet. Diventando, a 57 anni, la ballerina classica più anziana d’Italia.

Sorriso aperto e modi schivi, Anna, originaria di Mestre, non sembra una pensionata ora che ha la qualifica di “cigno d’argento”. L’entusiasmo cancella le rughe, non solo dal cuore. E poco importa se non potrà insegnare sulle punte: ha realizzato quello che inseguiva da piccola, riscelto una mattina d’autunno per caso e per allegria. Fa parte di quella nutrita pattuglia di over 50 che, dopo aver parcheggiato per un tratto di vita le loro passioni, hanno osato riprenderle in mano. Convinti che non sia mai tardi per realizzare un sogno, a dispetto della carta d’identità. Pronti ad infischiarsene dei muscoli poco allenati e della memoria che recalcitra. Con dedizione, impegno e una costanza spesso sconosciuta in gioventù.

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USA: Gli uomini dicono no a i posti “femminili”

Secondo una ricerca Usa, i disoccupati tendono a rifiutare lavori considerati femminili, in cui la domanda supera l’offerta. E spesso sono le loro stesse compagne a scoraggiarli. Per contrastare il fenomento sono anche state avviate campagne per promuovere l’iscrizione di uomini ai corsi per diventare infermieri con lo slogan: “Sei abbastanza uomo… per fare l’infermiere?”

C’erano una volta i mestieri da uomo e i mestieri da donna: i primi erano lavori pesanti e logoranti, oppure collegati a una grande responsabilità, mentre i secondi richiedevano un maggiore coinvolgimento emotivo, oppure erano per posizioni subalterne agli alti livelli, sempre e irrevocabilmente occupati da uomini. Esistono ancora mestieri da uomo e mestieri da donna? Sulla carta, no: l’emancipazione femminile ha fatto passi da gigante negli ultimi cinquant’anni, con sempre più donne (anche se non abbastanza) che ora sono in ruoli dirigenziali. Ma, di fatto, nella concezione che comunemente abbiamo dei diversi mestieri, ciò che può essere un’occupazione per un uomo e ciò che può esserlo per una donna rimangono due categorie ancora ben separate. È quanto sostiene uno studio ripreso dal New York Times, che mostra come, anche se per alcuni mestieri quali l’infermiere, l’assistente domestico o il fisioterapista ci siano negli Stati Uniti molte più offerte che domande, i disoccupati sono portati a rifiutarli perché li considerano da donne. Non solo: sono le loro stesse compagne a scoraggiarli e a spingerli a cercare altrove. Perché un certo bagaglio di mascolinità (o di femminilità) è ancora considerato un prerequisito fondamentale per alcuni impieghi.

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