Il passaggio dall’esposizione al silenzio
C’è un momento preciso, nei percorsi formativi, che per me ha una dimensione magica.
Il primo giorno della formazione è sempre quello più faticoso: devo insegnare a tutti ad andare a tempo, seguendo le mie indicazioni: parlare in plenaria, prestarmi attenzione mentre spiego un paio di slide, attivarsi quando chiedo un feedback in plenaria o li faccio lavorare in piccoli gruppi. Questo richiede che io intervenga per stimolare i partecipanti, richiedere attenzione, dare indicazioni, rispondere a richieste di chiarimento e contestualizzazione.
Il momento magico è quando, dopo che ho spiegato una determinata tecnica, divido i corsisti in sottogruppi e assegno un esercizio operativo. I partecipanti iniziano a lavorare, discutono, prendono appunti, fanno ipotesi, si correggono a vicenda, e, presi nel loro compito, mi ignorano.
Io allora mi colloco in posizione defilata: ascolto, per lunghi tratti mi limito a osservare in silenzio, raramente rispondo a qualche domanda occasionale. Sono proprio questi momenti che mi fanno capire che la formazione sta funzionando.
Dalla centralità del formatore all’autonomia dei corsisti
In una formazione tradizionale, il valore dell’intervento è spesso misurato dalla quantità di parola del formatore: quanto spiega, quanto sa, quanto riesce a mantenersi al centro dell’attenzione. In una formazione orientata all’apprendimento, il criterio si rovescia.
Quando i corsisti lavorano assorti in autonomia, senza richiedere continuamente conferme o chiarimenti, significa che:
- hanno capito che cosa chiedo loro di fare
- hanno compreso la tecnica che devono applicare
- si sentono sufficientemente sicuri per mettersi in gioco
L’attenzione focalizzata e l’autonomia operativa non sono un risultato collaterale della formazione: sono i suoi indicatori principali.
Uno degli obiettivi impliciti di ogni intervento formativo efficace dovrebbe essere questo:
ridurre progressivamente la dipendenza dei corsisti dal formatore.
Quando la progettazione didattica è solida, le consegne sono chiare, le tecniche proposte efficaci, il formatore smette di essere il “detentore della risposta giusta” e diventa una risorsa sullo sfondo.
In questa fase il suo ruolo cambia radicalmente:
- non guida più passo passo;
- non corregge in tempo reale ogni incertezza;
- non anticipa le soluzioni.
Osserva. Ascolta. Interviene solo quando serve davvero.
Quando la formazione smette di essere una performance del formatore e diventa un processo dei partecipanti, il focus si sposta: non più “quanto è bravo chi forma”, ma:
- quanto i corsisti sono in grado di agire competenze;
- quanto riescono a utilizzare i concetti in pratica;
- quanto sanno confrontarsi in modo professionale tra pari.
Se i gruppi lavorano, discutono e producono senza bisogno costante di supervisione, la formazione sta raggiungendo il suo scopo. E’ il momento più gratificante per chi come me fa questo lavoro con passione e competenza.
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