Vita (vera) da rapper | La nuvola del lavoro

Soldi, belle donne, macchine e luoghi da sogno. E’ questo, oggi, l’immaginario che accompagna la figura del rapper. Un immaginario che deve molto al successo di personaggi come Jay-Z o, in Italia, Marracash, Fedez e J-Ax.

La realtà, tuttavia, è ben diversa, come racconta il 31enne Willie Peyote, al secolo Guglielmo Bruno: “ai ragazzi che mi dicono: “voglio fare il rapper!” rispondo: lascia stare, a meno che non sia un bisogno vero e proprio, qualcosa a cui non puoi rinunciare. Fare questo lavoro è difficile, quindi se uno decide di farlo è proprio perché non può farne a meno!

Quali sono le difficoltà? In primo luogo si tratta di un settore molto competitivo: i player sono numerosi, per emergere servono tempo e determinazione. “Bisogna essere pronti a sentire tanti, tantissimi no, a vedere molte porte chiuse in faccia”. In secondo luogo c’è il tema dei compensi: le entrate – soprattutto (ma non solo) agli inizi – sono limitate. Il motivo è noto: i dischi non si vendono e le esibizioni dal vivo, per chi non è (ancora) famoso, sono poco remunerative. “Prima, per sopravvivere a livello economico, lavoravo part-time in un call center. Ora mi sono licenziato e riesco a vivere grazie alla musica, ma ho uno stile di vita semplice, non ho grandi pretese”.

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