Cause e rimedi di insoddisfazione nella vita affettiva e sessuale

Il punto di vista di uno psicologo su cause e rimedi di insoddisfazione nella vita affettiva e sessuale

Per capire cause e rimedi dell’insoddisfazione nella propria vita affettiva e sessuale abbiamo bisogno di due teorie (una teoria è una serie di principi generali che spiega un insieme di fenomeni): la teoria 1 che spiega le cause dell’insoddisfazione e la teoria 2 che guida le azioni per ridurla.

Teoria 1. Cause di insoddisfazione nella vita affettiva e sessuale

Perché puoi diventare insoddisfatto della tua vita affettiva e sessuale:

1. Perché tu non sei come vorresti essere: pensi di non essere bello, di non avere un bel corpo, di non avere un pene, una vulva o un seno normali, etc. Alcune mancanze possono essere rimediate, per esempio puoi essere triste perché non conosci le tecniche sessuali, ma queste possono essere imparate. Le tue mancanze di rendono insoddisfatto perché pensi che ti impediscano di raggiungere la vita affettiva o sessuale che desideri.

2. Perché non ottieni o in passato non hai ottenuto quello che pensi dovresti ottenere i n ambito affettivo o sessuale. Per esempio non raggiungi l’orgasmo, non hai i partner che vorresti, ti senti manipolato dai partner, non ti senti apprezzato, finora non hai trovato un buon partner, sei stato tradito, etc.

3. Perché i tuoi valori o i valori di persone che ritieni importanti sono in conflitto con quello che senti o ti piacerebbe, per esempio il piacere sessuale o le tue pratiche sessuali preferite confliggono con le tue norme religiose, o la tua omosessualità confligge con i valori dei tuoi genitori.

Quando ti rendi conto che qualcosa ti manca o confligge con i tuoi valori, allora emozioni di disperazione, rabbia, vergogna, etc. si accumulano dentro di te e possono venire in superficie quando le ascolti in contesti appropriati o quando si sono accumulate.

Teoria 2. Rimedi all’insoddisfazione nella vita affettiva e sessuale

L’insoddisfazione passa perché le emozioni negative scompaiono. In che modo?

In generale aiuta essere ascoltati e ricevere generiche parole di incoraggiamento. Perciò quando qualcuno ti ascolta e ti incoraggia senti un iniziale, temporaneo sollievo. Ma se vuoi che le tue emozioni negative scompaiano definitivamente deve avvenire una o più delle cose seguenti (i numeri si riferiscono ai tre punti precedenti):

1. Cambi idea su quello che vorresti essere. Incontri altre persone nelle tue stesse condizioni che hanno accettato la loro situazione, perché: A. ottengono i risultati che desiderano anche se hanno dei difetti. Per esempio vedi che trovano partner anche se non hanno un bel corpo. Così ti rendi conto che non c’è bisogno di essere belli per trovare un partner, e smetti di provare sentimenti negativi riguardo al tuo corpo. Oppure B. Si sono concentrati su altri obiettivi.

2-1. Impari come ottenere o cominci a sperare di ottenere quello che vorresti, e in questo modo passi da una emozione di disperazione e incapacità a una emozione di speranza. Mentre hai questa sensazione di speranza, anche se la tua situazione è rimasta la stessa, le tue emozioni negative sono messe da parte; torneranno a farsi sentire se i tuoi tentativi di cambiamento falliscono. Comunque ti senti meglio se impari tecniche sessuali che prima ignoravi, se qualcuno ti spiega come trovare un buon partner o come gestire i partner scostanti, se grazie alla terapia comincia ad avere orgasmi. In breve, le emozioni negative spariscono se risolvi il problema o inizi a sperare di risolverlo.

3. Abbandoni i valori che confliggono con le tue emozioni, perché incontri persone che hanno già fatto lo stesso e ti incoraggiano e ti mostrano che possono vivere come preferiscono senza paure o sensi di colpa.

Attività in campo educativo o terapeutico ben gestite e abbastanza lunghe sono un contesto favorevole al cambiamento. Ad esempio nei seminari su temi affettivo sessuali le persone ti ascoltano, mostrano rispetto verso di te, evidenziano i tuoi punti forti, e tu puoi ascoltare le loro storie e capire le loro strategie di fronteggiamento di problemi simili ai tuoi. Nella psicoterapia individuale invece è il terapeuta che ti ascolta e si prende cura di te.

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e copyright.

L’approccio cognitivo comportamentale per il supporto a persone che hanno perso il lavoro

Se perdi il lavoro non perdere la testa

Il supporto psicologico a persone licenziate o da tempo in cerca di lavoro è una delle maggiori sfide per chi svolge orientamento. A causa dell’evento traumatico del licenziamento o della ricerca di lavoro infruttuosa le persone si demoralizzano e smettono di cercare lavoro, ma senza una ricerca attiva di lavoro le possibilità di trovarlo sono pressoché inesistenti.

Il libro Se perdi il lavoro non perdere la testa, di Robert L. Lehai, pubblicato in Italia a cura di IPSICO Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva dalla Casa editrice Eclipsi è molto al di sopra di quanto è stato pubblicato finora innanzitutto perché segue coerentemente un approccio, quello Cognitivo comportamentale, da anni validato come efficace e relativamente rapido, e inoltre contiene un percorso strutturato di supporto e motivazione composto da decine di esercizi (alcuni dei quali, vedo con piacere, a cui ero arrivato da solo).

Una presentazione del libro ripresa dal sito dell’Editore è la seguente (dalla stessa pagina è anche possibile scaricare una parte del libro):

La disoccupazione affligge milioni di persone, giovani e meno giovani, magari con famiglie a carico e mutui da pagare. Tale condizione aumenta il rischio di andare incontro a problemi di salute mentale, a una riduzione della qualità di vita e del benessere fisico. Sopravvivere alla disoccupazione è possibile, ma occorre utilizzare tutte le capacità che si hanno, e acquisirne di nuove, per adattarsi alla stessa e trasformarla in un periodo positivo della propria vita. Questo volume non spiega come trovare lavoro, ma illustra gli strumenti psicologici utili ad affrontare al meglio il proprio periodo di disoccupazione e a reagire nel modo più efficace durante quello che potrebbe essere il periodo più difficile della propria vita. Illustra semplici strategie che il lettore può utilizzare immediatamente per sentirsi meglio e agire nel migliore dei modi, così come per incrementare la propria autostima e non lasciarsi abbattere dallo scoraggiamento, dall’ansia e dalla depressione.

Robert L. Leahy. Direttore dell’American Institute for Cognitive Therapy di New York e professore associato di psicologia clinica presso il Dipartimento di Psichiatria del Weill Cornell Medical College, sempre a New York. Past-president dell’Association for Behavioral and Cognitive Therapies, dell’International Association for Cognitive Psychotherapy e dell’Academy of Cognitive Therapy.

Consigliato a tutti coloro che svolgono consulenza di orientamento con persone adulte.

Inconscio ladro! Malefatte degli psicanalisti

Inconscio ladro! Malefatte degli psicanalisti

Questo libro, scritto da Elisabetta Ambrosi e pubblicato da La Lepre Edizioni ci dà una descrizione dall’interno delle moderna pratica psicoanalitica. E’ una lettura che fornisce molti spunti di riflessione, ma anche divertente. Lo consiglio a tutti coloro che sono interessati alla prassi psicoanalitica e alle terapie psicologiche in genere. Qui di seguito alcuni estratti, pubblicati con l’autorizzazione dell’Editore. I numeri nel testo indicano le pagine del libro da cui sono riprese le citazioni.

Le regole, tutela per chi? 50 minuti. 50 minuti (a volte 45) né un secondo di più, né un secondo di meno. Tanto dura, in genere, la seduta. (…) Talvolta è quasi disumano dover interrompere un pianto, una discussione accesa, un ricordo, a causa dell’orologio. E siccome non è per nulla vero che ci si dimentica dello scorrere del tempo durante la seduta, quei tre quarti d’ora risicati mettono in moto un meccanismo ansioso di controllo preventivo, che conduce un dosaggio scientifico di tutto ciò che si ha da dire (“Nel primo quarto d’ora gli dico questo, poi gli racconto il sogno, poi sento che dice e infine magari…”), Alla faccia dell’abbandono e dell’associazione libera tanto auspicata da Freud. (…) Sarebbe almeno desiderabile che i pazienti non fossero stipati uno dopo l’altro, come polli in batteria, con pochi minuti di intervallo fra di loro. (…) Ma evidentemente, ciò non è in linea con gli obiettivi, non si capisce se clinici o economici, del terapeuta, il quale anzi arriva ad assegnare i suoi pazienti orario tipo 15 e 55″(senza mai spingersi, per fortuna, nell’universo inesplorato dei decimi di secondo). 32-33.

 Il dazio più odioso. Com’è noto l’analista può spostare a saltare le sedute a seconda dei suoi imprevisti – che generalmente sono cose serie, come malattie o convegni – mentre il paziente (che potrebbe avere impegni altrettanto seri), non può. Inoltre devono essere pagate anche le sedute che vengono saltate a causa di un viaggio, di una degenza ospedaliera o, addirittura, di un cambiamento di città. In questo senso gli esempi tragicomici si sprecano. Ho saputo di una ragazza che aveva pagato per le sedute saltate a causa del parto, così come ricordo che un mio terapeuta voleva che io continuassi a fare l’analisi anche se avevo vinto una borsa di studio che per sei mesi mi avrebbe costretta a stare gran parte della settimana in un’altra città. In pratica avrei continuato a fare la terapia “per non interrompere” psicologicamente, pagando le sedute che saltavo, cioè quasi tutte. Mi compravo la protezione magica, il cappello! (…) Un analista mi disse: “Le sedute perse durante il viaggio di nozze? Non gliele faccio pagare. È il mio regalo di matrimonio”. 35-36

Poche, tante, troppe parole. La seduta si svolgeva così: una decina di minuti erano dedicati ai miei racconti, quindi lui interveniva con un commento articolato e da lì in poi diventava un continuo palleggio, con me che correggevo le sue interpretazioni e lui che replicava nuovamente. Un match estenuante, che proseguiva, addirittura, anche dopo che lui si era alzato alla fine della seduta, per non sprecare quei pochi secondi fino alla porta. (…) In molti hanno avuto l’esperienza opposta, quella di un analista muto, chiuso in un ostinato ed esasperante silenzio. (…) Il paziente ha bisogno di ascolto. Per ascoltare veramente non servono libri, né silenzi orchestrati, né parole troppo misurate. Basta alternare, con naturalezza, simpatia e amore, parole e silenzi, spazi pieni e vuoti. Invece, le parole dolenti ma ancora piene di vita del paziente, simili ai movimenti scomposti di un pesce catturato e gettato sulla spiaggia, vengono subito imprigionate da una rete di acciaio, fatta di pregiudizi teorici, setacciate fino all’ultimo grammo semantico e infine impacchettate nel cellophane, inodore e prive di spine, tanto che il malato stenta a riconoscerle come proprie. 37-38-39.

Ragione e sentimento. Non è necessario essere degli acuti osservatori per capire che il nostro immaginario collettivo ruota sempre intorno alla stesso identico fulcro, quello del rapporto fra ragione e sentimento, i due grandi motori della vita interiore. (…) L’analista riterrà possibile questo accordo solo nel caso che sia la ragione, sia il sentimento, vengano vagliati… dalla ragione. In altre parole all’analista sembra necessario uno scrutinio razionale della vostra esistenza, un esame logico in cui a rimetterci sarà ovviamente il principio del piacere, perché proprio questo principio è quello che rischia di combinare più danni e  rompere gli equilibri (lo sfascia-matrimoni, insomma). Sarà il principio del piacere essere ammansito, stemperato, reso docile come un cagnolino che risponde a tutti gli ordini che gli impartite. Una volta trasformati in animaletto da compagnia, quel desiderio sarà diventato un’altra cosa. Provate a chiamare Fido quando siete distesi sulle lenzuola della vostra camera da letto: rimedierete qualche festa, al limite una slinguazzata sulle guance, ma di certo non un piacevole orgasmo. 49-51

 La condanna delle passioni. [Secondo il mio analista] Le emozioni violente sono di per sé, sempre comunque, pericolose, dirette verso la strada deviata del caos e dell’entropia psichica, e solo dopo un attento vaglio della ragione – al termine del quale ben poco sopravviveva – esse potevano finalmente ottenere un lasciapassare. La diffidenza verso ogni tipo di irruenza affettiva è spesso uno dei punti fondamentali della disciplina freudiana.(…) La passione è vista in ogni caso con sospetto, come la copertura rosa confetto di un conflitto cupo e minaccioso che mira alla vostra integrità. (…) Le terapie odierne escludono sempre e comunque l’opzione di lasciare i remi affinché la barca procede da sola, secondo il flusso della corrente. (…) Credo che un tempo le cose andassero diversamente. La terapia deve essere il luogo dove il paziente, un po’ furtivo, tiravo fuori da sotto la giacca il suo piacere, come un pesce maleodorante avvolto in carta di giornale, e lo buttava sul tappeto dell’analista dicendo: “Ecco, io ho questo pesce, cosa ne faccio?”. Oggi, invece, l’analista comincia a sentirne l’odore fin dalle scale e, quando il malcapitato entra, lo rimprovera così: “Ancora questo tanfo? Non ha capito che non può andarsene in giro con un pesce in tasca?”. Ma se il desiderio – pesce esiste, perché costringere chi arriva in seduta lasciarlo fuori dallo studio o a  buttarlo direttamente nel cassonetto? 53-55.

Sesso, questo sconosciuto. La psicanalisi post – freudiana ha corretto il presunto ipersessualismo freudiano, anche a causa del kleinismo di cui porta ogni genere di traccia, e ha introdotto tutta un’altra serie di categorie ritenute anch’esse decisive nello sviluppo del bambino, come le note storiche sulla relazione bambino – madre, analista – seno eccetera. Al vocabolario freudiano si è affiancato e sostituito così un dizionario psichico composto da parole come “relazioni oggettuali”, “depressione”, “dipendenza”, “affetti”, “mancanza”, “limite”, “identificazione proiettiva”; in un linguaggio ancor più ricco, certo, che ha consentito alla psicanalisi di diventare una scienza umana a tutti gli effetti, con una visione più completa e complessa della semplice “energetica” freudiana. (…) Se una giovane donna fosse entrata nello studio di Freud e gli avesse detto: “Sono qui perché la macchina non parte, mi si è rotto il computer e tra un po’ mi sfrattano”, lui l’avrebbe subito invitata a parlargli della sua vita sessuale. Ben diversa invece la reazione dell’analista contemporaneo: egli affronterà ogni problema prendendola alla lontana, esaminando, prima di arrivare al sesso, tutti rapporti affettivi del paziente ed i significati ad essi associati. Bene, si dirà. Forse sì. Ma il fatto è che nel corso di queste interminabili sedute, e a furia di metafore, al sesso, talvolta, non ci si arriva affatto. E anche se dovessero presentarsi nel paziente dei problemi di natura sessuale, spesso questi vengono letti come effetto di altri malesseri, conseguenza di rapporti emotivi difettosi o carenti. (…) Le sedute si concentrano su singole metafore dell’infanzia e ci si dimentica di chiedere, ad esempio, con quale frequenza il paziente ha rapporti sessuali con il proprio partner e quanto soddisfacenti siano questi rapporti. Così, ci sono persone che arrivano in analisi dichiarando esplicitamente propri problemi sessuali (“Dottore, non scopo più”) e dopo una decina d’anni di riflessioni su dipendenza, autonomia, senso della realtà rispetto dell’altro, stringeranno la mano all’analista, torneranno a casa, festeggeranno la fine della terapia con la moglie il marito eppoi proporranno loro… una bella partita briscola!  57 – 59.

Primo comandamento: non agire! “Dottore, sto malissimo. Che devo fare? Aiuto!”. “Nulla, non faccia nulla”.  (…) I terapeuti rifuggono da ogni sorta di manifestazione iperattiva, perché essa produce sempre effetti indesiderati sul paziente. All’azione e alla decisione, specie se si tratta di cambiamenti cruciali (matrimoni, divorzi, figli), si preferisce la riflessione, l’analisi dei sentimenti che ispirano una scelta, il vivisezionamento di tutte le possibili ed eventuali conseguenze che potrebbero derivarne. “Prenda tempo”, questo è il tipico refrain analitico, che in questo mondo frenetico non è poi un cattivo consiglio. Tuttavia, fra l’ipercinesi e la stasi tombale c’è una bella differenza. (…) Conosco donne entrate giovinette in terapia e che ne sono uscite all’età della menopausa, senza figli, “perché non ero pronta ed è stato meglio così”. Ma in fondo pronti nella vita non lo si è mai, e allora qualche volta tanto vale osare. Non troppo, almeno un po’, per non perdere troppi treni. (…) La non decisione è sempre una decisione, perché se non scegli, la vita sceglierà per te. 63 – 64.

Il culto del limite. Ciò che sperimentavo in analisi ha, ripensandoci ora, dell’incredibile. Arrivavo in seduta con il mio carico – evidente come la gobba del gobbo di Notre-Dame -di tabù e di sensi di colpa, frutto di una ventennale educazione cattolica, la più rigida che allora si potesse immaginare. I miei problemi erano talmente palesi che persino un bambino avrebbe azzeccato la diagnosi: “Mamma, guarda quella che gobba che ha!”. A volte penso che se mi fossi limitata a scrivere a una di quelle rubriche tipo “Posta del Cuore” o “Psiche lei”, o avessi fatto delle sedute per corrispondenza, avrei ricevuto delle risposte più sensate di quelle ottenute in anni e anni di lettino. Lì distesa, infatti, sentivo soprattutto parlare della mia mania di onnipotenza, la quale mi impediva sia di “vedere” l’altro-da–me, sia di percepire la realtà per come essa era davvero, accettandone i limiti, primo fra tutti la mia inevitabile finitezza. Insomma, niente di nuovo rispetto ai sermoni, che ben conoscevo, sul peccato di superbia, sul rifiuto di sottomettersi alla volontà del Signore, sull’accettazione della morte, sulla negligenza nell’accogliere l’altro che mi erano state abbondantemente – e gratuitamente – propinati in ambiente cattolico. (…) Queste dottrine di sapore cattolico sono anche il frutto di un cambiamento culturale che ha investito non solo la psicanalisi, alla politica, la società, la filosofia. (…) Eppure chi se non la psicanalisi – una disciplina che ha sempre ribadito il legame fra ordine sociale e malessere psichico – avrebbe ancora potuto spingere gli individui a spezzare coraggiosamente degli equilibri sclerotici e nevrotici, in modo da far circolare finalmente, aria fresca? Invece, da veri conservatori, in una micidiale miscela di simil cattolicesimo e astenia post-moderna, gli analisti di oggi non fanno altro che intimare ai loro pazienti, visti come potenziali banditi: “Mani in alto! Stia fermo dove!”. Per poi aggiungere: “L’ho salvata appena in tempo. Non si è accorto che stava per commettere un grave reato? Non sia sciocco, accetti la sua vita così com’è la smetta con quest’impulso a delinquere. Non si ricorda che è mortale?”. (…) Così, mentre l’analista blaterava qualcosa sulla mia insofferenza verso tutto ciò che è reale e insisteva sul fatto che le cose si sarebbero risolte se avessi accettato i confini che la vita mi imponeva, io, che in terapia c’ero entrata proprio perché quei confini mi stavano facendo scoppiare, annuivo solennemente, e poi me ne andavo, ancor più goffa di prima, con la mia gobbo ormai talmente grande che per uscire dalla porta dovevo compiere complicate acrobazie. 67 – 69.

“Tutto dipende dal lei”. Se un paziente si presenta in seduta strepitando contro il suo capo che lo tortura, l’analista – giustamente – lo acciuffa per i capelli e gli fa notare che, cambiando atteggiamento, il problema quasi sicuramente si risolverà, tanto che anche suo capo ne risulterebbe trasformato. Ma che succede se, dopo mesi e mesi di tentativi, il paziente continua a presentarsi in seduta esasperato? Non si potrebbe, almeno in questo caso, prendere in considerazione l’ipotesi che esista un problema oggettivo? Neanche per sogno. L’analista continuerà a ripetere al paziente che sì, certamente il capo ha dei tratti sadici, ma il problema resta suo e gli toccherà lavorarci su ancora parecchio. Stesso dicasi nel caso di una relazione disastrata. Se un paziente racconta i soprusi del partner e la dinamica di scontri che non ritiene di aver provocato, l’analista di oggi risponderà più o meno così: “Lei pensi a sé e vedrà che può fare molto, può cambiare la situazione se vuole”. (…) Nulla è arduo per colui che vuole, una massima che a me è sempre parsa un’autentica truffa. (…) Quando il paziente racconta i suoi guai, le sue paure, gli incubi, le ossessioni, così come i suoi fallimenti lavorativi ed affettivi, il terapeuta sensibile dovrebbe essere in grado di comprendere dove gli è possibile intervenire e dove invece si tratterebbe di una fatica al di sopra delle proprie forze, e di quelle del paziente. (…) [Secondo gli analisti] tutto, ma proprio tutto, può essere ricondotta alla realtà psichica di paziente e che sta solo a lui cambiare la sua situazione di vita e quella delle persone che lo circondano. In che modo? Naturalmente col massimo sforzo, vale a dire col massimo impegno e la massima frequenza in terapia. (…) Una bolla di onnipotenza bella e buona, gonfiata da una maniacale visione hegelo-sistematica dell’esistenza, in cui l’inconscio addestrato si riduce a una sorta di macchina da guerra della volontà. 75-77.

I neovolontaristi. Il continuo appello a un potenziale psichico in grado di cambiare la realtà che ci circonda può finire col provocare nel paziente dei seri sensi di colpa (…) Al paziente viene imputato l’insorgere del male, e al tempo stesso assegnata la responsabilità di guarire, e così si ritrova un enorme fardello sulle spalle, che si porta in giro rischiando ernie, artriti ed infarti. Questa assegnazione di responsabilità entra però in conflitto con tutto ciò che i vangeli analitici predicano sulla centralità della terapia (e dell’analista), senza la quale sarebbe impossibile raggiungere equilibrio e guarigione. Cosa succede quando i risultati tardano a venire ci si ritrova in una snervante situazione di stallo, o peggio ancora c’è un peggioramento? A questo punto la colpevolizzazione può rientrare in gioco come escamotage del terapeuta. Insomma, siccome la cura non può andare avanti fino all’eternità, cosa dice il neo freudiano di turno? Che è colpa vostra se non ce l’avete fatta. E sapete perché? Perché il vostro inconscio – che prima vi era stato presentato quasi come una benevola divinità – funziona male, gioca dei brutti scherzi e ha propositi malevoli. (…) Ciò significa che, se il paziente guarisce, è stato grazie a lui stesso ma soprattutto grazie all’analisi, e se il paziente non guarisce, allora è soprattutto, anzi del tutto, colpa sua. 79 80.

Moralismo di ritorno. Solitamente chi arriva in terapia si trova di fronte un’intelaiatura etica ben salda, al cui vaglio viene passato ogni comportamento. (…) Difficilmente gli analisti vi permetteranno o vi esorteranno su una strada (…) che non collima con il loro personalissimo sistema di valori. È’ assai raro, per dirne una, che uno psicanalista che ha passato anni a leggere tomi sul raggiungimento dell’armonia celeste fra due partner accetti l’incallita poligamia affettiva del suo paziente. 84.

Il dogma dell’infallibilità. Negli ultimi mesi della mia esperienza analitica mi trovavo spesso a contestare un po’ tutto, dalla rigidità del setting alla metodologia, dalle interpretazioni dei miei sogni fino – eresia! – a quelle serie valutazioni che mi vedevano bisognosa di un ennesimo, intenso ciclo di sedute. L’analista-muro-di-gomma rimandava indietro ogni mia contestazione per poi restituirmela in tutt’altra veste, una veste solitamente acquistata nel frequentatissimo magazzino delle resistenze. Non poteva mai trattarsi di una legittima insoddisfazione, magari dovuta a umani errori umani e mancanza del terapeuta, bensì doveva sempre essere una soggettivissima proiezione da interpretare… correttamente. (…) Dopo un po’ le mie sedute cominciarono a essere occupate da un pensiero fisso e possessivo. Volevo rivolgere alla mia analista una domanda, soltanto una: “Senta, ma secondo lei, gli analisti possono sbagliare, sì o no?”. (…) L’analista moderno spesso è convinto che ogni volta che la coscienza del paziente suggerisce qualcosa di diverso dalla linea interpretativa che è stata adottata durante la terapia, sarebbe opportuno che il paziente non deragliasse dai binari nonostante ciò che sente, perché una simile percezione non può che provenire da una resistenza, che solo il terapeuta può essere in grado di individuare. 87 – 88.

L’impossibile indipendenza. Pur riconoscendo la genuina utilità delle interdipendenze e delle dipendenze umane, la psicanalisi è sempre stato una disciplina dotata di una forte carica emancipatrice (dalla famiglia, dalle chiese di ogni sorta) e ha sempre puntato tutto sulla necessità assoluta dell’autonomia individuale. Allora è paradossale che, lavorando alacremente a tale scopo, il terapeuta moderno renda progressivamente il proprio paziente dipendente da sé. Talvolta questa condizione del paziente viene dichiarata spudoratamente, e con malcelata soddisfazione: “Fuori lei non deve avere nessuna dipendenza, ma qui lei dipende da me. Eh sì!”. Altre volte è addirittura alimentata, con vari mezzi: il richiamo costante all’impossibilità di vivere e farcela senza l’analisi, il puntualizzare sempre la necessità assoluta di un’interpretazione dell’analista su ogni sogno, avvenimento, pensiero. (…) Purtroppo è probabile che (…) il paziente [una volta terminata la terapia], cadrà bocconi, incapace di agire da solo. 91 – 92.

Convertire gli altri. Molti pazienti si sentono ripetere più e più volte che l’analisi è il loro asso nella manica, la carta vincente che permetterà loro di avere una vita felice. Di più: l’analista – lo abbiamo detto – trasmette al paziente l’idea che l’analisi sia la condizione necessaria per poter “funzionare” (un termine assai di moda). Una delle conseguenze di questa visione è che il paziente comincia a chiedersi se non sia opportuno, se non addirittura essenziale, che anche le persone che lo circondano più da vicino, il partner per esempio, vadano in terapia. Questo pensiero coerente si insinua lentamente nel paziente, e spesso è lo stesso analista (per il quale il 99% della popolazione ha bisogno dell’analisi) a suggerirlo e ad alimentarlo, più o meno direttamente. 95.

“Se mi lasci sei perduto”. Conosco persone alle quali sono state dette testuali parole: “Lasciando, lei mette a repentaglio la sua vita” e “La sua esistenza sarà infelice”. Tanto più che i sentimenti che accompagnano tali affermazioni, lungi da un’empatica preoccupazione per il paziente, oscillano fra la costernazione e la rabbia. Il futuro del paziente viene dipinto a tinte fosche, quasi che gli fosse stato diagnosticato un cancro in fase terminale o che avesse subito un lutto irreparabile. Al paziente viene insomma lanciato un vero e proprio anatema. 99.

Robotica. I terapeuti di oggi sono molto attenti all’analisi dei sogni proprio perché nel mondo onirico essi si muovono agilmente, come se fossero a casa loro. Insomma, non hanno dubbi e incertezze: assegnano etichette, spostano mobili, dettano legge sulla carta da parati. Tanto più che i sogni presentano spesso un incredibile sovrabbondanza simbolica e possono essere facilmente interpretati in un senso piuttosto che in un altro. Così i sogni possono essere usati come conferma di una teoria, fino a creare un circolo autoreferenziale che poi sarà difficilissimo da rompere. E che impedisce seriamente a chi è steso sul lettino di entrare in contatto coi suoi desideri profondi, perché ciò richiederebbe una totale libertà, flessibilità e apertura interpretativa in grado di accogliere materiale ed elementi magari così anomali da spiazzare la teoria, costringendola a farsi ricettiva, aperte dinamica, e non preventivamente schierata, frigida sentinella dell’inconscio. 106 – 107.

La furia dello scavo e il passato che non passa. Ricordo che, durante quelle interminabili sedute, c’erano dei momenti nei quali cercavo in tutti i modi di deviare il discorso dal tema della mia infanzia per poter parlare dei miei progetti futuri. D’altro canto, avevo passato una decina d’anni ad analizzare tre volte a settimana mio padre e mia madre, e davvero, pur sforzandomi in tutti i modi di ricordare altri dettagli, non avevo nient’altro né da dire né da ricordare. Nel mio caso – come molti altri casi di persone che hanno cambiato terapeuta – le cose andarono peggio quando presi la decisione di rivolgermi a un altro, perché mi toccò raccontare daccapo tutta la storia della mia famiglia, risalendo fino a bisnonni. 115.

Proiezioni. Ogni sentimento espresso nei confronti del terapeuta viene sempre letto non “in sé” ma come proiezione più o meno conscia di emozioni provate in realtà verso terzi e poi riversate sul dottore. (…) Tuttavia il transfert funziona anche in modo opposto, e ciò fa sì che molte delle cose che il paziente riferisce su terzi siano in realtà indirizzate all’analista. L’esempio più lampante di questo secondo caso è la rabbia che i pazienti genericamente provano all’approssimarsi della sospensione estiva della terapia. Il paziente magari tira un calcio alla moglie o insulta i passanti al semaforo, quando in realtà vorrebbe calciare insultare il suo analista per il forzato abbandono. (…) Questo sfruttamento sfrenato del concetto di transfert fa sì che nelle analisi moderne spesso il povero paziente non possa aprire bocca senza che l’analista legga immediatamente nelle sue parole questo meccanismo, in un’infinita psicosi – catena di Sant’Antonio. Dopo qualche tempo ciò produce nel paziente un alto livello di “stress da proiezione”, contro il quale egli progressivamente mette in atto le difese più curiose. Ricordo ad esempio che, a ridosso delle vacanze estive, se mi capitava di odiare qualcuno per una causa ben precisa (tipo il carrozziere che mi aveva fatturato un’enormità senza ricevuta), evitavo di raccontarlo, evitavo qualsiasi manifestazione di sentimenti che potessero essere interpretate come un transfert. Purtroppo era molto difficile sfuggire al trabocchetto, perché se parlavo poco il mio silenzio veniva comunque interpretato come un preventivo distacco emotivo in vista dell’imminente sospensione della terapia. Oppure, se cominciavo a ciarlare allegramente, l’analista, scuro in volto, mi rimproverava dicendo che stavo coprendo con un’allegria posticcia l’angoscia del distacco. 119 – 120.

La realtà perduta. L’uso sfacciato del transfert è solo uno di quei tanti casi in cui ciò che il paziente afferma viene analizzato non per il suo contenuto ma per ciò a cui questo allude. (…) In questo modo, però, nella giostra delle interpretazioni tutto è possibile e la realtà sfugge sempre di mano. (…) Gli analisti ribatterebbero che no, non è vero che non si arriva mai al dunque. Il famoso insight, quell’improvvisa lampadina emotiva che si accende quando si incontra un punto di svolta, lo dimostra. (…) Vero. Però l’insight -che è un po’ come l’orgasmo e si raggiunge senza parlar troppo, in un clima disteso e grazie a stimoli efficaci- dovrebbe provarlo il paziente. Invece il suo analista, a furia di interpretazioni, talvolta lo rende anorgasmico, o peggio ancora, incapace di capire se quello che sta provando è un orgasmo o no. (…) Al pericolo che il paziente non sappia riconoscere il suo insight , se ne affianca poi uno peggiore: che sia il terapeuta a decidere arbitrariamente quando ci si è arrivati. E come fa? Semplice. Confondendo una sua illuminazione con l’insight del paziente (e così l’orgasmo finisce per provarlo solo lui). Alla fine giriamo sempre intorno allo stesso problema. Molti terapeuti non riescono a prendere sul serio le parole pronunciate intenzionalmente dai loro pazienti. 123 – 124.

Il Colloquio Motivazionale: una tecnica per promuovere il cambiamento personale

Il Colloquio Motivazionale: una tecnica per promuovere il cambiamento personale

Il Colloquio Motivazionale (in inglese, motivational interviewing, da non confondere col colloquio motivazionale dei colloqui di selezione) è una metodologia di colloquio messa a punto da W.R. Miller e S. Rollnick a partire dal 1980 e rivolta soprattutto a persone con dipendenze patologiche (vedi il sito Motivational Interviewing). In Italia questa metodologia è promossa dal gruppo di formatori che fa capo a Gian Paolo Guelfi (vedi il sito Associazione Italiana Colloquio Motivazionale). Il Colloquio Motivazionale utilizza le abilità di counseling in maniera mirata; per una definizione delle abilità di counseling e del ruolo di Rogers e Carckhuff nel loro sviluppo vedi il mio articolo Orientamento, counseling, relazione di aiuto.

Questo articolo approfondisce in particolare le tecniche con cui il Colloquio Motivazionale promuove il cambiamento ed è basato sulle due edizioni in italiano (la 2’ e la 3’) del libro di Miller e Rollnick Il Colloquio Motivazionale, pubblicato in Italia da Edizioni Centro Studi Erickson.

Definizioni del colloquio Motivazionale

Nella seconda edizione il Colloquio Motivazionale viene definito come (42 II, il numero romano indica il numero dell’edizione):

  • un metodo direttivo centrato sul cliente, per aumentare la motivazione intrinseca al cambiamento attraverso l’esplorazione e la risoluzione dell’ambivalenza.

Nella terza edizione vengono fornite tre diverse definizioni (52 III):

  • definizione profana: il Colloquio Motivazionale uno stile collaborativo di conversazione volta a rafforzare la motivazione l’impegno al cambiamento di una persona
  • definizione professionale: il Colloquio Motivazionale è uno stile di counseling centrato sulla persona, volto ad affrontare il comune problema dell’ambivalenza per il cambiamento
  • definizione tecnica: il Colloquio Motivazionale è uno stile di comunicazione collaborativo e orientato, che presta particolare attenzione al linguaggio del cambiamento, progettato per rafforzare la motivazione personale e l’impegno verso un obiettivo specifico, attraverso la facilitazione dell’esplorazione delle ragioni proprie della persona per cambiare, il tutto in un’atmosfera di accettazione di aiuto.

Le coordinate teoriche del Colloquio Motivazionale

Il Colloquio Motivazionale si basa:

  • sulla consapevolezza che le abilità di counseling individuate da Carl Rogers sono fondamentali per costruire una relazione col cliente,
  • che sia possibile e opportuno dirigere il colloquio di aiuto verso un obiettivo specifico, e che questo possa essere fatto utilizzando in maniera mirata domande aperte e riformulazione (vedi R.R. Carkhuff),
  • che il cambiamento sia un processo a stadi e che ogni stadio richieda modalità di interazione appropriate da parte dell’operatore (vedi il mio articolo L’approccio transteoretico al cambiamento),
  • (nella terza edizione) che gli atti linguistici possano influenzare motivazione e comportamenti (mi vengono in mente J. L. Austin e J. Searle, ma anche Vigotskij e il costruttivismo sociale).

La filosofia del Colloquio Motivazionale è ben spiegata dall’estratto che segue (55-56 II, riprodotto con alcune modifiche):

“L’obiettivo del Colloquio Motivazionale non è indurre le persone ad accettare se stesse per quelle che sono e a rimanere nella loro situazione attuale e neppure si suggerisce di utilizzare l’ascolto riflessivo semplicemente per seguire i clienti in ogni loro divagazione. (…) Il Colloquio Motivazionale si allontana così dal counseling classico centrato sul cliente. Il Colloquio Motivazionale è infatti volutamente direttivo: è diretto verso la risoluzione dell’ambivalenza in funzione del cambiamento. Un counseling centrato sul cliente completamente esplorativo è giustificato per altri scopi, ad esempio nel caso in cui si aiutino le persone a scegliere la propria vita o a prendere decisioni difficili [che siano equivalenti per l’operatore]. Il Colloquio Motivazionale è invece diretto verso l’obiettivo di sbloccare le persone per aiutarle a muoversi dall’ambivalenza verso una modificazione positiva del comportamento.”

A mio modo di vedere, il valore della tecnica del Colloquio Motivazionale non sta tanto nell’utilizzo delle abilità di counseling (le ha già sviluppate Rogers e oggigiorno il loro utilizzo è molto diffuso) né nell’idea di dare una direzione al colloquio di aiuto (ci ha già lavorato Carkhuff), né ancora nell’idea che l’operatore debba adattare il proprio stile comunicativo alla fase del cambiamento in cui si trova il cliente (che è descritta in maniera approfondita da Prochaska e collaboratori) né, finalmente, nell’aiuto a programmare il cambiamento (ci sono centinaia di manuali su come farlo). L’importanza del Colloquio Motivazionale sta piuttosto nell’approfondimento di come domande aperte e riformulazioni opportunamente strutturate possano promuovere il cambiamento. E del resto nella 3’ edizione si legge che “far emergere le motivazioni al cambiamento proprie del cliente è sempre stato il fulcro del Colloquio Motivazionale” (50 III), che “i processi dello stabilire una relazione con il cliente e del focalizzare [basati sull’utilizzo delle abilità di counseling standard] sono comuni a molti interventi terapeutici, mentre è proprio nel processo dell’evocare [le motivazioni al cambiamento] che il colloquio diventa chiaramente motivazionale” (194 III). Che “Tecniche e quadri di riferimento per sviluppare piani di cambiamento abbondano (…). Linee guida, manuali di lavoro, mappe, diari di auto monitoraggio, piani di cambiamento sul computer hanno imbrigliato il sapere delle scienze del comportamento per colmare quello che a volte viene chiamato il divario fra intenzione e azione (…). Il contributo del Colloquio Motivazionale qui è modesto, anche se importante” (233 III).

Questo articolo intende così descrivere in che modo il Colloquio Motivazionale utilizza domande aperte e riformulazione per portare il cliente alla decisione di cambiare, e a questo scopo riassume e confronta la seconda e terza edizione del libro di Miller e Rollnick Il Colloquio Motivazionale, usciti in italiano nel 2004 e nel 2014.

Le tecniche del Colloquio Motivazionale nella seconda edizione de Il Colloquio Motivazionale (trad. it. 2004)

I fattori determinanti il cambiamento

Secondo gli Autori i fattori determinanti il cambiamento sono (pagg.74-75 –quando non specificato diversamente, in questo capitolo i numeri delle pagine si riferiscono alla seconda edizione):

  1. l’importanza percepita del problema (o della soluzione del problema) e
  2. l’autoefficacia percepita.

Le tecniche per promuovere il cambiamento

Nel colloquio di aiuto vanno utilizzate una serie di tecniche (88-109):

  • Domande aperte
  • Ascolto riflessivo (su spezzoni brevi o lunghi di colloqui)
  • Sostenere e confermare il cliente attraverso affermazioni di apprezzamento. Ad esempio (98): ‘Grazie per essere arrivato puntuale oggi’, ‘Mi ha fatto piacere parlare con lei e avere avuto la possibilità di conoscerla meglio’, ‘E’ un buon suggerimento’, ‘Lei è una persona con forte volontà e piena di energia’, ‘Se fossi stato nella sua posizione avrei fatto molta fatica a affrontare tutto quello stress’.
  • Evocare affermazioni nella direzione del cambiamento. Questo è punto che ci interessa e lo descriviamo in dettaglio qui di seguito.

Come evocare affermazioni orientate al cambiamento

Si distinguono quattro categorie di affermazioni orientate al cambiamento:

  1. Affermazioni che riconoscono gli svantaggi della situazione attuale: “E’ una cosa seria”, “Adesso capisco che se continuo così posso far male alla mia salute”, “Non avevo pensato che potesse essere un problema”
  2. Affermazioni che riconoscono i vantaggi del cambiamento: “I miei figli lo apprezzerebbero, insistono sempre perché smetta”, “Almeno mi toglierei dai guai con la giustizia”, “Un vantaggio è che avrei molto più tempo per me”
  3. Affermazioni che esprimono fiducia nella propria capacità di riuscire: “Se decidessi di farlo, probabilmente ci riuscirei”, “Ho smesso di fumare qualche anno fa. È stata dura ma ce l’ho fatta”, “Sono una persona testarda, se decido di fare una cosa probabilmente ci riesco”.
  4. Affermazioni che esprimono l’intenzione di cambiare: “Penso che sia giunto il momento di smettere”, “Devo fare qualcosa”, “Questo non è quello che desidero, cosa posso fare?”

Come evocare affermazioni orientate al cambiamento

1. fare domande che evochino affermazioni nella direzione del cambiamento, con riferimento alle quattro categorie descritte qui sopra (105). Ci interessano in particolare quelle ai punti 1, 2, 3.

  1. Svantaggi della situazione attuale: “Cosa la preoccupa della sua situazione attuale?”, “Che difficoltà o problemi ha avuto in relazione all’uso di sostanze?”, “In che modo ciò la preoccupa?”, “Cosa crede che accadrà se non fa alcun cambiamento?”, “Se continua così in quale situazione si immagina fra quattro anni?”, “Che cosa sa dei rischi che corrono le persone che hanno questo comportamento?”, “Com’era la sua vita prima che iniziasse a bere?”, “Che cosa è importante per lei? In che modo questo si lega al continuare a bere?”
  2. Vantaggi del cambiamento: “In che modo vorrebbe che le cose fossero diverse?”, “Quale sarebbe il lato positivo del perdere peso?”, “Se avesse la bacchetta magica come crede che sarebbe adesso la sua vita?”, “Quali sarebbero i vantaggi nel fare questo cambiamento?”, “Provi a immaginare di svegliarsi e di aver risolto il suo problema. Come si immagina la sua giornata?”, “Che cosa è importante per lei? In che modo questo si lega allo smettere di bere?”
  3. Fiducia nella propria capacità di riuscire: “Cosa le fa pensare che se decidesse di cambiare sarebbe in grado di farlo?”, “Cos’è che le dà il coraggio di cambiare?”, “Quale è stato un altro momento della sua vita in cui è riuscita a fare un cambiamento simile?”, “Che cosa potrebbe aiutarla nel fare questo cambiamento?”, “Chi potrebbe aiutarla nel fare questo cambiamento?”, “Se decidesse di provare ancora quale potrebbe essere il metodo migliore?”
  4. Intenzione di cambiare: “Che cosa pensa di fare?”, “Che cosa sarebbe disposto a tentare?”, “In che modo potrebbe ottenere il risultato desiderato?”, “Quali dovrebbero essere i primi passi per ottenere questo risultato?” .

Le strategie ai punti 1.1. e 1.2. hanno lo scopo di aumentare l’importanza del cambiamento. L’evocazione degli svantaggi della situazione attuale e dei vantaggi del cambiamento ha lo scopo di aumentare la frattura interiore, cioè lo scarto fra i propri valori e la situazione attuale (55 – 58). La strategia 1.3. ha lo scopo di aumentare la percezione di autoefficacia (58 – 59). La 1.4. invita il cliente a definire un piano d’azione una volta che ha già preso la decisione di cambiare, perciò ci interessa meno.

2. Usare il regolo dell’importanza: il regolo dell’importanza è una linea graduata dove 0 indica nessuna importanza e 10 indica massima importanza (74). Si chiede alla persona “quanto valuta che per lei sia importante …..?, Perché si trova sul numero …. e non sullo zero? Che cosa le servirebbe per andare dal numero attuale numero più alto?

3. Esplorare la bilancia decisionale: la bilancia decisionale è uno schema con quattro colonne (29). Le due colonne a sinistra indicano i benefici e i costi del rimanere nella situazione attuale; le due colonne a destra indicano i benefici e i costi di cambiare il proprio comportamento.

Ogni volta che il cliente fa una affermazione orientata al cambiamento è utile far approfondire le risposte, riformularle, confermarle (“Mi sembra una buona idea”, “Penso che possa funzionare”, “Penso che su questa cosa lei abbia ragione”) (114 – 118).

Una volta che l’operatore si rende conto che il cliente ha aumentato l’interesse per il cambiamento e la fiducia nella propria capacità di raggiungerlo è il momento di cambiare strategia e di iniziare a lavorare con il cliente per la messa a punto di un piano d’azione attraverso le domande indicate in 1.4. I comportamenti del cliente che indicano disponibilità al cambiamento sono i seguenti (157):

  • diminuzione della resistenza
  • diminuzione delle dispute relative alla (scarsa) rilevanza del problema
  • aumento delle affermazioni nella direzione del cambiamento
  • domande relative al cambiamento
  • previsioni su come potrebbe essere la sua vita a cambiamento avvenuto
  • avvio di comportamenti per la riduzione del problema.

Strategie comunicative in caso di resistenza

È utile riportare qui le strategie consigliate in caso di resistenza. Secondo gli Autori la resistenza, vale a dire il comportamento non collaborativo del cliente, è il segnale di una dissonanza nella comunicazione con l’operatore (64). La resistenza si manifesta con comportamenti che appartengono a quattro categorie principali (67):

  1. discutere, sfidare, screditare, manifestare ostilità verso l’operatore
  2. interrompere, parlare sopra, bloccare l’operatore
  3. negare, incolpare altri, dissentire dal operatore, scusarsi, proclamare la propria impunità, minimizzare, esprimere pessimismo, mostrare riluttanza, esprimere la volontà di non cambiare
  4. ignorare l’operatore, distrarsi, non rispondere, divagare.

Le strategie suggerite verso la resistenza sono le seguenti (128-138):

  1. cambiare la direzione del colloquio evitando di approfondire la resistenza
  2. riformulare ammettendo il disaccordo e/o evidenziando i sentimenti di rifiuto o ribellione del cliente verso l’operatore o altre persone significative
  3. riformulare evidenziando l’ambivalenza del cliente
  4. riformulare fornendo informazioni aggiuntive sui rischi corsi dal cliente
  5. riformulare evidenziando i comportamenti positivi (per quanto minimi) del cliente
  6. riformulare introducendo una variazione che confermi la strategia comunicativa dell’operatore
  7. enfatizzare la scelta personale e il controllo
  8. schierarsi in maniera paradossale contro il cambiamento.

Le tecniche del Colloquio Motivazionale nella terza edizione de Il Colloquio Motivazionale (trad. it. 2014)

Nella terza edizione il Colloquio Motivazionale viene strutturato in processi (48 – 54 e 75 –quando non specificato diversamente, in questo capitolo i numeri delle pagine si riferiscono alla terza edizione):

  1. Stabilire una relazione: è il processo con cui entrambe le parti stabiliscono un rapporto proficuo e una relazione collaborativa. Stabilire una relazione richiede l’utilizzo dell’ascolto non verbale, delle domande aperte, della riformulazione, del sostegno e l’esplorazione dei valori personali, che può essere svolta anche con strumenti strutturati quali le carte dei valori (109 – 113).
  2. Focalizzare un’agenda specifica, vale a dire definire congiuntamente col cliente il tema del colloquio. Focalizzare comprende la mappatura del percorso che consiste nel concordare in maniera esplicita il tema del colloquio (138), e scambiare informazioni (174). Si raccomanda in particolare di chiedere il permesso al cliente prima di fornire informazioni: “Posso aiutarla con qualche informazione?”, “Posso dirle alcune cose che hanno funzionato con altre persone?”, “Cosa le interessa maggiormente sapere riguarda questo argomento?” e successivamente di chiedere al cliente qual è la reazione / commento all’informazione ricevuta: “Cosa ne pensa?”, “In che modo questo la riguarda?”, “C’è qualcosa di quello che le ho detto può essere utile per lei?”.
  3. Evocare, cioè far emergere le motivazioni al cambiamento proprie del cliente (194). Evocare comprende riconoscere e rispondere alle affermazioni orientate al cambiamento e a quelle orientate al mantenimento della situazione attuale, evocare le affermazioni orientate al cambiamento, evocare speranza e fiducia, aumentare la frattura interiore, condurre quando necessario il colloquio con neutralità. Per la sua importanza questo processo sarà descritta in dettaglio.
  4. Pianificare, vale a dire assistere il cliente a formulare un piano d’azione per ottenere il risultato desiderato. Pianificare (307) comprende riconoscere la disponibilità del cliente a passare all’azione (aumentano le affermazioni orientate al cambiamento e il cliente può iniziare in autonomia a mettere in atto piccoli passi verso il cambiamento), fare domande chiave per invitare all’azione (“Mi chiedo cosa potrebbe decidere di fare a questo punto”), facilitare la messa a punto di un piano d’azione ad esempio attraverso attività di brainstorming, rafforzare l’impegno attraverso l’auto monitoraggio e il coinvolgimento di altre persone significative.

I processi 1, 2, 3 fanno parte di quella che nell’edizione precedente era la fase 1, mentre il processo 4 corrisponde alla fase 2.

Le affermazioni orientate al cambiamento

In estrema sintesi, per produrre il cambiamento è necessario riconoscere le affermazioni orientate al cambiamento e quelle orientate al mantenimento della situazione attuale e rispondere ad esse in maniera appropriata.

Le affermazioni orientate al cambiamento sono suddivise in due categorie, quelle di preparazione e quelle di attivazione. Le affermazioni di preparazione al cambiamento riflettono il lato dell’ambivalenza a favore del cambiamento e si dividono in quattro categorie (le metto in quest’ordine perché facilita la memorizzazione, che risulta CADE BIRRA CA(pacità)DE(siderio) BI(sogno)RRA(gioni):

  1. capacità: “Potrei….”
  2. desiderio per il cambiamento: “Voglio perdere peso”, “Mi piacerebbe avere un lavoro migliore”
  3. bisogno del cambiamento: “Ho bisogno di…..”, “Sono costretto a…….”, “È necessario….”
  4. ragioni per il cambiamento: “Potrei dormire meglio la notte”, “Probabilmente mi sentirei meglio”, “Potrei passare più tempo con i miei cari”.

Le affermazioni di attivazione indicano la decisione di darsi da fare per raggiungere un obiettivo o adottare determinati comportamenti o azioni già svolte per ottenere il cambiamento desiderato Voglio…..”, “Sono pronto a….”, “Ho fatto questo….”.

Come evocare affermazioni orientate al cambiamento

Per evocare affermazioni orientate al cambiamento è necessario formulare domande evocative. Le domande possono ricadere nelle quattro categorie descritte sopra (213 – 214):

  1. capacità: “Cosa pensa che sarebbe in grado di cambiare?”, “Se decidesse veramente di voler perdere peso, in che modo potrebbe farlo?”, “Quanto è fiducioso di poter ….”
  2. desiderio per il cambiamento: “Come le piacerebbe che cambiassero le cose?”, Cosa spera che si potrà realizzare attraverso il nostro lavoro assieme?”, “Mi racconti cosa non le piace di come stanno le cose oggi”, “Come vorrebbe che sia diversa la sua vita fra un anno?”
  3. bisogno del cambiamento: “Quanto importante per lei…..?”, “Cosa ritiene che debba cambiare?”, “Quanto sente che è grave urgente questo per lei?”
  4. ragioni per il cambiamento: “Per quale motivo vorrebbe aumentare l’esercizio fisico?”, “Cosa c’è di negativo nella situazione attuale?”, “Quale potrebbe essere un aspetto positivo dello smettere di bere?”, “Quali potrebbero essere i vantaggi di…..”

Altri accorgimenti utili sono (216):
5. utilizzare il regolo dell’importanza,
6. esplorare gli estremi: “Immagini di continuare così; cosa potrebbe esserle accaduto fra tre anni?”, “Se riuscisse ottenere questo cambiamento in che modo le cose sarebbero diverse?”,
7. guardare indietro: “Come andavano le cose prima di iniziare a bere?”, “Qual è la differenza fra la persona di cinque anni fa e quella di oggi?”,
8. guardare avanti: “Se per una settimana si trovasse senza i suoi problemi, cosa farebbe per prima cosa?”,
9. esplorare obiettivi e valori.

Come rispondere alle affermazioni orientate al cambiamento (227)

Alle affermazioni orientate al cambiamento va risposto in modo da costringere il cliente ad ampliarle e approfondirle. A questo scopo è possibile:

  1. riformulare (su spezzoni brevi o lunghi di colloqui)
  2. chiedere un approfondimento utilizzando domande aperte: cliente “A volte dopo aver bevuto la mattina mi sveglio e non mi sento così bene”; operatore “Non si sente bene come?”
  3. chiedere un esempio: “Mi racconti l’ultima volta che le è accaduto”
  4. sostenere: cliente “Ho deciso di andare due volte in palestra questa settimana per fare un po’ di esercizio”; operatore “È una cosa buona per lei”. Cliente “Credo che la mia famiglia sarebbe più contenta se rimanessi a casa di più”; operatore: “Tiene molto al loro”.

Come rispondere alle affermazioni orientate al mantenimento della situazione attuale (241)

Le affermazioni orientate al mantenimento della situazione attuale sono classificabili nelle stesse quattro categorie delle affermazioni orientate al cambiamento (203):

  1. capacità: “Ho già provato e non credo di essere in grado di smettere di fumare”, “Posso gestirmi da solo senza nessun aiuto”
  2. desiderio per il mantenimento della situazione attuale: “Semplicemente mi piace fumare”, “Non voglio praticare l’esercizio fisico”, “Vorrei continuare a mangiare quello che voglio quando voglio”
  3. bisogno del mantenimento della situazione attuale: “Devo fumare, non posso passare la giornata senza sigarette”, “Non ho intenzione di fare attività fisica, tutto qui”
  4. ragioni per il mantenimento della situazione attuale: “Fumare mi aiuta a rilassarmi”, “Non ho proprio tempo per fare esercizio fisico”

Per rispondere alle affermazioni orientate al mantenimento della situazione attuale è possibile:

  1. riformulare (su spezzoni brevi o lunghi di colloqui)
  2. riformulare amplificando. Consiste nell’aumentare l’intensità dell’affermazione del cliente. Cliente “Penso che nel nostro matrimonio le cose vadano bene così come sono”; operatore “Non c’è margine di miglioramento”; cliente “Beh, le cose non sono perfette ma sono abbastanza felice così”.
  3. riformulare a due facce. Riprende l’affermazione orientata al mantenimento della situazione attuale ma la integra con una affermazione orientata al cambiamento espressa in precedenza. È utile mettere l’affermazione orientata al cambiamento al secondo posto e utilizzare la congiunzione ‘e’. Rispondendo a un cliente diabetico “È così comodo e piacevole starsene sul divano a guardare la televisione, specialmente quando ci sono i suoi programmi preferiti, e allo stesso tempo vuole capire come diventare più attiva e inserire nella sua giornata qualche esercizio”.
  4. valorizzare l’autonomia: cliente “Non ho davvero voglia di fare ginnastica”; operatore “Di sicuro è una scelta che spetta al lei. Nessuno la può obbligare a farlo”
  5. ristrutturare il significato in positivo: cliente “Ne ho passate troppe di ogni genere, e non credo di aver voglia di continuare ancora così”; operatore “Lei è una persona dotata di grande capacità di resistenza”.
  6. ristrutturare il significato in negativo: cliente “Non riesco a immaginare me stesso senza il fumo. È parte di me, di tutto ciò che faccio”; operatore “Semplicemente non sarebbe più lei, senza! È così importante che le possono continuare a fumare, qualunque sia il prezzo”
  7. concordare: operatore “Può essere davvero troppo difficile per lei. Forse è meglio se rimane così”.

Alcune osservazioni sulle due edizioni de Il Colloquio Motivazionale

1. Colloquio Motivazionale e sostegno alla motivazione e prevenzione delle ricadute durante la messa in atto del piano d’azione

Il Colloquio Motivazionale riconosce che il cambiamento è un ciclo, e che demoralizzazione, ricadute e abbandono del trattamento sono una parte fondamentale del ciclo, e tuttavia non prevede tecniche specifiche per prevenire e intervenire sulle ricadute. Nella letteratura sulle dipendenze, al contrario, il trattamento delle ricadute viene visto come un momento molto importante ed è oggetto di studi e tecniche specifiche, vedi ad esempio il lavoro di G.A. Marlatt.

Nel Colloquio Motivazionale le attività sono concentrate sule prime fasi del cambiamento: contemplazione e attivazione, che nella seconda edizione vengono chiamate Fase 1 e Fase 2. Così, la parte operativa della seconda edizione termina con la stesura del piano d’azione per il cambiamento (168).

Nella terza edizione i due capitoli finali della parte operativa sono Rafforzare l’impegno (341) e Sostenere il cambiamento (351), e hanno contenuti secondo me poco significativi. Gli Autori riconoscono la possibilità di demoralizzazione e ricadute (353) ma in questi casi si limitano a consigliare all’operatore il generico utilizzo delle abilità già presentate nei capitoli precedenti: domande aperte, riformulazione, sostegno, evocazione delle affermazioni orientate al cambiamento, etc. Nel capitolo Sostenere il cambiamento gli autori scrivono “Avevamo anche considerato di aggiungere un quinto processo, quello della realizzazione [che avrebbe dovuto comprendere indicazioni su come sostenere la motivazone comportarsi in caso di ricadute], ma abbiamo poi ritenuto sufficiente ricomprendere il ruolo interpersonale [cioè le modalità di interazione] dell’operatore nel quarto processo, quello del Pianificare”.

E ugualmente, durante il seminario che ha tenuto a Trento il 20 giugno 2014, Miller mi ha detto che a suo modo di vedere le tecniche del Colloquio Motivazionale non sono utili per sostenere la motivazione delle persone in cerca di lavoro.

2. Il cambiamento di base teorica

Nella seconda edizione la motivazione dipende dall’interesse per un determinato risultato e dalla fiducia nelle proprie capacità di raggiungerlo. La tecnica del Colloquio Motivazionale è focalizzata così su ciascuno di questi due elementi:

  1. Interesse: attraverso riformulazione e domande aperte l’operatore porta il cliente a esplorare gli aspetti dannosi del comportamento attuale e gli aspetti positivi del risultato desiderato dall’operatore
  2. Autoefficacia: attraverso riformulazione e domande aperte l’operatore porta il cliente a riflettere sui successi passati e sulle sue capacità e in questo modo migliora la sua efficacia.

Nella seconda edizione le affermazioni orientate al cambiamento sono solo il segnale di questi cambiamenti. Nella terza edizione, al contrario, il cambiamento sembra dovuto semplicemente al fatto che il cliente, stimolato dal consulente, dice frasi orientate al cambiamento. La terza edizione, cioè, segue un approccio psicolinguistico. Questo approccio è ben illustrato da questi estratti ripresi dalla terza edizione:

“L’ambivalenza è una tappa normale lungo la strada del cambiamento (…). L’ambivalenza implica la presenza contemporanea di motivazioni in conflitto fra loro (…). Più ci si muove verso una scelta, più ne diventano visibili gli svantaggi e ci si sente maggiormente attratti verso la scelta opposta (195 – 196)”
“Meditare un cambiamento implica un dialogo interiore, riflettere sui pro e i contro delle possibili alternative. Questo dialogo può svolgersi anche ad alta voce e con un operatore, e questo è l’ambito d’azione del Colloquio Motivazionale (…) Le persone possono persuadersi al cambiamento esprimendo [con l’operatore] argomenti a favore del cambiamento stesso.” (197).
“Nel Colloquio Motivazionale il processo di cambiamento si verifica letteralmente convincendo se stessi a cambiare. Le persone hanno la tendenza a impegnarsi maggiormente in ciò che loro stessi hanno detto (207). L’ambivalenza normalmente viene dibattuta dal ‘comitato interno’ in un processo mentale silenzioso che è facilmente sviabile (…) Fra gli altri, Benjamin Franklin era un accanito sostenitore dello scrivere una lista di ragioni a favore del cambiamento e una lista contro, come modello sistematico di ragionamento su un cambiamento possibile. Tuttavia se una persona dà voce in uguale misura ai pro e i contro, l’esito probabile sarà il mantenimento dell’ambivalenza. Il Colloquio Motivazionale aiuta le persone a uscire dalla foresta continuando, attraverso il linguaggio, ad avanzare nella direzione del cambiamento. Pronunciare le motivazioni personali a voce alta di fronte a un’altra persona rappresenta, inoltre, un elemento importante (208). Nel Colloquio Motivazionale è presente un’organizzazione intenzionale dell’interazione che mira a evocare ed esplorare in modo specifico le affermazioni orientate al cambiamento (208).”

3. Difficoltà nell’apprendimento

Come formatore mi preoccupo sempre di quanto ogni teoria o tecnica sia sufficientemente semplice e logica in modo da poter essere agevolmente trasformata in contenuto didattico e imparata dai corsisti. La tecnica del Colloquio Motivazionale contenuta nella seconda edizione è a mio avviso più semplice da imparare e applicare in quanto basta tenere a mente che nell’interazione col cliente è necessario costantemente evidenziare gli aspetti dannosi della situazione attuale e quelli positivi del cambiamento (cioè ampliare la frattura interiore); e inoltre promuovere l’autoefficacia. Si tratta di uno schema che è facile tenere a mente e con cui risulta facile lavorare.

La terza edizione è complessivamente migliore della seconda perché molto più lineare e approfondita. Tuttavia per ricordarsi la tecnica della terza edizione è necessario ricordarsi e utilizzare quattro tipi diversi di domande (capacità, desiderio per il cambiamento, bisogno del cambiamento, ragioni per il cambiamento) più altre cinque strategie (utilizzare il regolo dell’importanza, esplorare gli estremi, guardare indietro, guardare avanti, esplorare obiettivi e valori). Tutto questo è complicato sia perché abbiamo nove diverse opzioni ma anche perché manca una logica unificante di fondo che nella seconda edizione è data da frattura interiore e autoefficacia. L’unico denominatore comune che riesco a trovare alle domande delle prime quattro categorie (capacità, desiderio per il cambiamento, bisogno del cambiamento, ragioni per il cambiamento) è ‘domande che promuovono il cambiamento’, ma risulta troppo generico.

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Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista (www.leonardoevangelista.it). Collocato su internet il 5 luglio 2014. Ultima modifica 5 luglio 2014. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica.

Tesi di Master in sessuologia clinica

H.S. Kaplan e G. Nardone: due modelli di psicoterapia in ambito sessuologico

E’ la tesi che ho scritto per il Master universitario in sessuologia clinica che ho seguito a Pisa. La tesi è scaricabile secondo le istruzioni alla pagina Materiali gratuiti da scaricare: orientamento, educazione sessuale e psicologia.