Testimonianze di donne imprenditrici

Testimonianze di donne imprenditrici, raccolte da un progetto europeo.

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Welcome to the Failure Age! – NYTimes.com

Welcome to the Failure Age!

For decades, entrepreneurs and digital gurus of various repute have referred to this era as the age of innovation. But there is another, unexpected truth about innovation: It is, by necessity, inextricably linked with failure. The path to any success is lined with disasters. Most of the products that do make it out of the lab fail spectacularly once they hit the market. Even successful products will ultimately fail when a better idea comes along.

When a product or company is no longer valued in the marketplace, there are typically thousands of workers whose own market value diminishes, too. Our breakneck pace of innovation can be seen in stock-market volatility and other boardroom metrics, but it can also be measured in unemployment checks, in divorces and involuntary moves and in promising careers turned stagnant. Every derelict product exists as part of a massive ecosystem of human lives — of engineers and manufacturers; sales people and marketing departments; logistics planners and truck drivers — that has shared in this process of failure.

The original age of innovation may have ushered in an era of unforeseen productivity, but it was, for millions of people, absolutely terrifying. Over a generation or two, however, our society responded by developing a new set of institutions to lessen the pain of this new volatility, including unions, Social Security and the single greatest risk-mitigating institution ever: the corporation.

To succeed in the innovation era, says Daron Acemoglu, a prominent M.I.T. economist, we will need, above all, to build a new set of institutions, something like the societal equivalent of those office parks in Sunnyvale, that help us stay flexible in the midst of turbulent lives. We’ll need modern insurance and financial products that encourage us to pursue entrepreneurial ideas or the education needed for a career change. And we’ll need incentives that encourage us to take these risks; we won’t take them if we fear paying the full cost of failure. Acemoglu says we will need a far stronger safety net, because a society that encourages risk will intrinsically be wealthier over all.

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Partite Iva: dove c’è un lavoratore autonomo c’è rischio povertà – Repubblica.it

Partite Iva: dove c’è un lavoratore autonomo c’è rischio povertà

Se la fonte principale di reddito è da lavoro autonomo, una famiglia su quattro vive con meno di 9.456 euro annui. Dove si vive di pensione si scende al 20,9% e per i dipendenti al 14,4%. La Cgia: “Quando una partita Iva chiude bottega non ha nessuna misura di sostegno. Troppe barriere al reinserimento”. Il popolo delle partite Iva “dimenticato” dalla Finanziaria

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Volevo solo vendere la pizza. Com’è difficile fare impresa in Italia

Volevo solo vendere la pizza. Com’è difficile fare impresa in Italia

Dal 2007 si sono persi in Italia quasi 2 milioni di posti di lavoro. Per far ripartire l’occupazione è necessario anche che fare impresa diventi più semplice e (con riferimento al costo reale -cosa diversa dagli stipendi- degli assunti a tempo pieno e indeterminato) più economico.  Il libro di Luigi Furini (prima edizione 2007) Volevo solo vendere la pizza è un esempio delle difficoltà che possono incontrare gli aspiranti imprenditori in Italia.  E’ divertente da leggere (ma amaro nel contenuto), ve lo consiglio.

Riporto un estratto dell’introduzione di Marco Travaglio al libro in questione.

 Questo libro (…) È la storia di un ex giovane maoista, ex sindacalista, che fa il giornalista e un certo punto decide di investire un gruzzolo di risparmi mettendo su una micro pizzeria da asporto nella sua città, Pavia. (…) Dunque Gigi affitta a Pavia un locale di 30 m quadri a € 1200 al mese, e si mette al lavoro. Si iscrive alla Camera di Commercio, acquista il forno, i macchinari e gli arredi, rinnova gli impianti perché siano a norma, si dota di tutto l’armamentario per la sicurezza, passa ore e ore fra commercialisti, avvocati, consulenti, Asl, uffici pubblici. Non vede l’ora di sfornare la prima pizza ma quell’ora sembra non arrivare mai. Passano i giorni, il piccolo imprenditore Gigi si ritrova risucchiato in un tunnel degli orrori senza fine (…). Obblighi, autorizzazioni, carte, bolli, spese, certificati, ispezioni, permessi, multe, leggi, regolamenti, cavilli, manuali, corsi di formazione e soprattutto sigle. Tante sigle, perlopiù incomprensibili. C’è per esempio il corso HACCP (Hazard Analisys and Critical Points), che ricorda vagamente il socialismo reale, invece insegna a distinguere le mozzarelle dai detersivi e a numerare le trappole per topi. Ed è solo il primo di una lunga serie, perché prima ancora che Gigi apra il suo negozietto c’è già qualche decina di persone che vive alle sue spalle. Cioè campa su una serie di prescrizioni che “se non ottemperi, rischi di prendere la multa”. Dunque, terrorizzato, ottemperi. Il medico che deve valutare i rischi per i futuri lavoratori si porta via € 1000 per un sopralluogo di 10 minuti e una relazione prestampata. E altre migliaia di euro per tenere corsi su corsi, uno più tragicomico dell’altro. Le lezioni di RSPP (prevenzione e protezione) svelano agli attoniti studenti come si appoggia una scala al muro, come si spostano le sedie e soprattutto che cosa si intende per “luoghi bagnati”: la normativa considera tali “anche gli spazi aperti dopo le precipitazioni atmosferiche fino a ritorno dello stato asciutto”. Al corso antincendio si sconsiglia di “usare materiale infiammabile per spengere le fiamme” e si apprende che “il legno brucia più facilmente quando è secco”; quando è umido, invece, “con più difficoltà”. Roba forte. Mai come le lezioni di primo soccorso, che insegnano un sistema tutto speciale per fronteggiare “gli eventi avversi”. Quale? “Chiamare il 118 da qualunque telefono fisso o cellulare, senza comporre il prefisso”, avendo cura di “specificare città, paesi o frazione, via e numero civico del luogo della chiamata”, altrimenti l’ambulanza non sa dove andare e non arriva. La prima pizza non si è ancora vista, il piccolo imprenditore Gigi ha già speso € 100.000. Poi finalmente, superato l’ultimo scoglio dell’insegna luminosa (altra battaglia campale), la pizzeria Tango apre i battenti e fa subito ottimi affari. Se non fosse per i cosiddetti “lavoratori”, si capisce. La prima commessa si ammala dopo 10 giorni: mai più vista. La sostituta, una studentessa, non vuol saperne di un contratto per motivi fiscali suoi. Poi c’è la Guardia di finanza, che sulle quisquilie non perde un colpo. Un giorno la commessa regala una fetta di pizza a una bambina: multa di € 516 per “mancata emissione del documento fiscale dell’importo di euro uno”. La scena si ripete quando una cliente fugge lasciando lo scontrino sul bancone e viene pizzicata senza, all’uscita, dalle occhiutissime Fiamme gialle. La pizzaiola intanto resta incinta e si mette subito in malattia per “gravidanza a rischio”. Poi però apre una pizzeria proprio davanti alla Tango e comincia beffardamente a lavorarci dall’alba a notte fonda, col suo bel pancione in primo piano. Prende due stipendi, uno dei quali rubato, ma l’Inps non fa una piega, l’ispettorato del lavoro men che meno, il sindacato la protegge. E Gigi paga. Tenta di licenziarla ma non c’è verso. (…). I “compagni” del sindacato lo trattano come un “padrone” e coprono la malata immaginaria che viola il contratto, fa concorrenza sleale al suo datore di lavoro e ha pure il coraggio di denunciarlo per averla licenziata. Gigi la rimpiazza col signor Giovanni, ma gliene andasse bene una: lavora un mese, per il resto è sempre in malattia, viene pagato per sette mesi, più 13ª, 14ª, ferie non godute liquidazione, ma non gli basta ancora: con l’ausilio dell’ennesimo “patronato dei lavoratori”, denuncia Gigi per “inadempienze contrattuali”. (…)  Alla fine Gigi chiude bottega, per disperazione.

 Il libro è del 2007, e dal allora può darsi che gli adempimenti burocratici siano stati un po’ semplificati. I ‘diritti’ dei lavoratori in malattia credo invece siano rimasti sempre gli stessi, vedi il recente articolo Lavoro, Cgia: 30% casi malattia segnalati il lunedì. (cioè gran parte delle persone si ammala il giovedì sera, così il venerdì fa festa).

……………

Si ammala la badante e il vecchietto, che magari per pagarla si sta mangiando la pensione e i risparmi di una vita, deve pagarle i giorni di malattia. E in più ogni anno matura 1 mese di ferie dove spende il doppio, perché per sostituire la badante in ferie deve pagarne un’altra. C’è questa idea in Italia che chi è datore di lavoro (anche se è un vecchietto invalido) debba pagare sempre, tanto i soldi ce li ha. Non  ci lamentiamo così se la gran parte degli italiani si tiene alla larga dal fare impresa, o ricorre al lavoro nero. Il rapporto di lavoro della badante è modellato sul lavoro di fabbrica: denuncia di assunzione all’INPS, busta paga, malattia e ferie pagate, versamento contributi all’INPS con F24…. Così il pensionato deve anche pagarsi un commercialista. ASSURDO. I voucher lavoro  che potevano essere una soluzione, sono stati introdotti solo per lavoro occasionale, il Sindacato ne chiede comunque l’abolizione.

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Fare impresa? meglio pensarci bene.