Ti alleno alla vita! (Segue fattura) – Corriere.it

un life coach. Un allenatore alla vita. Ne avevo intervistati diversi e sapevo che il loro servizio consiste nel raggiungere un obiettivo mirato in tempi concordati. Perfetto, perché per me un problema chiama sempre una soluzione, rapida e concreta. Mi sono detta: proviamoci. Cos’è successo? Ve lo racconto. «Voglio che la mia autostima risalga», dico al primo incontro. Il mio life coach, M.B., mi guarda. Propone di iniziare un percorso di sei – otto sedute, come mi aspettavo. Le amiche, la sera, mi chiedono: «Come fai a fidarti di uno sconosciuto, senza un titolo legalmente riconosciuto? Perché non vai da uno psicoterapeuta iscritto a un ordine?». La mia risposta: «Il percorso psicoterapeutico è lungo, il coach va diritto all’obiettivo. E poi sono cose diverse». Sì, ma quanto? Un life coach può essere d’aiuto – nelle scelte di lavoro, nelle difficoltà personali – o c’è il rischio di ritrovarsi vittime di improvvisatori, pasticcioni e aspiranti santoni? Il rischio, in effetti, c’è, qui a essere fondamentale è l’attenzione nella scelta. Cominciamo col dire questo: un buon coach non dà consigli.

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Quattro mesi per trovare un mago del software – La Stampa

In questo mondo e in questo tempo i più ricercati sono gli analisti e progettisti di software, siano essi specialisti, tecnici o dirigenti. Battono di poco gli ingegneri energetici e meccanici, anche loro molto richiesti. Buon sintomo di progresso, se non fosse che, per entrambi i profili, quasi un’impresa italiana su due deve setacciare il mercato dei senzalavoro per quattro o più mesi prima di darsi soddisfazione. Basterebbe avere il giusto curriculum e il gioco sarebbe fatto. Invece no. Le competenze latitano più del previsto, soprattutto nei domini tecnologici. Anche per questo il rapporto fra domanda e offerta di impiego, nella stagione della rivoluzione digitale, è tutto meno che vicino all’equilibrio.

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Una start-up su due chiude entro i primi 5 anni – La Stampa

Tante volte sono la speranza di giovani alla ricerca di un’opportunità di lavoro, altre volte sono il frutto di un’idea imprenditoriale di chi vuole realizzarsi autonomamente. Le start-up, le giovani imprese, nascono molto velocemente e in modo trasversale. Se non raggiungono gli obiettivi fissati, finiscono rapidamente in declino. Lo dicono i nuovi numeri Cgia, l’associazione degli artigiani di Mestre: secondo un’elaborazione realizzata dall’Ufficio studi, più di un’impresa su due (precisamente il 55,2%) chiude i battenti entro i primi 5 anni di vita. «Un dato molto preoccupante che evidenzia la grave difficoltà che stanno vivendo le imprese, soprattutto quelle guidate da neoimprenditori» dice l’associazione.

La quota più elevata di mortalità si riscontra nelle costruzioni (62,7%), nel commercio (54,7%) e nei servizi (52,9%). Più contenuto degli altri, invece, è il dato dell’industria (48,3%)

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dodo > Rivista di politiche per la gioventù | Eurodesk Italy

È con queste premesse che nasce dodo > Rivista di politiche per la gioventù.

I principali destinatari della rivista sono gli stakeholder del settore gioventù. In particolare, amministratori/trici e funzionari/e degli enti pubblici locali, regionali e nazionali con responsabilità delle politiche in favore delle giovani generazioni; rappresentanti delle organizzazioni locali, regionali e nazionali della gioventù; ricercatori/studiosi/analisti universitari e di altri istituti che si occupano delle problematiche giovanili.
La rivista si rivolge anche a tutti/e i/le giovani interessati/e a contribuire allo sviluppo delle proprie comunità attraverso la diretta partecipazione ed impegno: uno strumento che possa ampliare le necessarie conoscenze affinché la loro dedizione sia un mezzo capace di far progredire la propria collettività con un’ottica aperta alla società globale.

dodo avrà una cadenza trimestrale e sarà distribuita gratuitamente (in formato digitale) a tutti/e gli stakeholder delle politiche per la gioventù e a tutti/e i/le giovani che ne faranno richiesta.
La rivista è pubblicata da Eurodesk Italy con il supporto della Regione Autonoma della Sardegna– Direzione generale per la comunicazione, Servizio comunicazione istituzionale, trasparenza e coordinamento rete Urp e archivi: una partnership che garantisce un metodo di lavoro aggiornato, indipendente e pluralista.

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Il lavoro che cambia

 

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti e il Direttore dell’ILO per l’Italia, Gianni Rosas, presentano oggi alla stampa l’iniziativa con cui si intende approfondire il tema del lavoro nel futuro, in relazione alle grandi trasformazioni indotte dal digitale e dalla rete.

L’iniziativa, assunta in occasione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro – ILO e del prossimo G7, che quest’anno si terrà in Italia e sarà dedicato al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”, ha l’obiettivo di contribuire a tracciare le linee programmatiche del Governo, al fine di cogliere le opportunità offerte da Industria 4.0 e garantirne la sostenibilità sociale nel lungo periodo.
Ampio il panorama delle istituzioni e delle parti sociali chiamate a dare un contributo, nell’ambito di una Commissione presieduta dal Ministro Poletti, di cui fanno parte anche: il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, i Presidenti di INPS, INAIL, ISTAT, ANPAL, INAPP, Tito Boeri, Massimo De Felice, Giorgio Alleva, Maurizio Del Conte e Stefano Sacchi, insieme ai rappresentanti delle parti sociali e operatori di spicco del settore.

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Avvocati e architetti alla guerra dei minimi – Corriere.it

I liberi professionisti sabato in piazza. Chiedono misure contro i compensi al ribasso. Con la crisi perso in sei anni il 23% del fatturato

 

Il mondo delle professioni subisce da anni i colpi di una crisi economica che ha assottigliato i fatturati accanendosi soprattutto sui giovani. Basti pensare che le professioni dell’area giuridica in sei anni hanno perso il 23% del loro fatturato (100 mila avvocati guadagnano meno di 20 mila euro lordi l’anno), mentre quelle dell’area tecnica ne hanno perso il 15%. Una tendenza che non si arresta

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Vita (vera) da rapper | La nuvola del lavoro

Soldi, belle donne, macchine e luoghi da sogno. E’ questo, oggi, l’immaginario che accompagna la figura del rapper. Un immaginario che deve molto al successo di personaggi come Jay-Z o, in Italia, Marracash, Fedez e J-Ax.

La realtà, tuttavia, è ben diversa, come racconta il 31enne Willie Peyote, al secolo Guglielmo Bruno: “ai ragazzi che mi dicono: “voglio fare il rapper!” rispondo: lascia stare, a meno che non sia un bisogno vero e proprio, qualcosa a cui non puoi rinunciare. Fare questo lavoro è difficile, quindi se uno decide di farlo è proprio perché non può farne a meno!

Quali sono le difficoltà? In primo luogo si tratta di un settore molto competitivo: i player sono numerosi, per emergere servono tempo e determinazione. “Bisogna essere pronti a sentire tanti, tantissimi no, a vedere molte porte chiuse in faccia”. In secondo luogo c’è il tema dei compensi: le entrate – soprattutto (ma non solo) agli inizi – sono limitate. Il motivo è noto: i dischi non si vendono e le esibizioni dal vivo, per chi non è (ancora) famoso, sono poco remunerative. “Prima, per sopravvivere a livello economico, lavoravo part-time in un call center. Ora mi sono licenziato e riesco a vivere grazie alla musica, ma ho uno stile di vita semplice, non ho grandi pretese”.

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