«Pagano sempre i pensionati»: la grande balla del Partito dei Vecchi (cui sarebbe ora di ribellarsi)

“Sembra che l’accanimento terapeutico nei confronti dei pensionati non finisca mai”, dice Cesare Damiano, Partito Democratico, presidente della commissione lavoro della Camera dei Deputati. È lui il capofila del partito trasversale che vuole bloccare l’aumento automatico dell’età pensionabile conseguente all’aumento dell’aspettativa di vita. Assieme a lui, Maurizio Martina, vicesegretario renziano del Partito Democratico, secondo cui è opportuno rinviare a dopo il voto – e certo! – l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni. E anche Maurizio Sacconi, Forza Italia,nemico di mille battaglie, ma in questo caso sodale dell’ex sindacalista torinese – e con la Cgil, e con quel che sta alla loro sinistra – nel pretendere una deroga, o una correzione della Legge Fornero. Riforma, questa, che Matteo Salvini, Lega Nord, e Beppe Grillo, Movimento Cinque Stelle, dicono di voler abolire praticamente da sempre.

Tripolarismo? Quadripolarismo? Non scherziamo: qui siamo al monoblocco conservatore, un Partito dei Vecchi col cento per cento dei seggi in Parlamento, che litiga su tutto tranne quando si tratta di prendere posizioni a favore degli elettori canuti, gli unici per cui alza la voce, gli unici per cui scende in piazza. Tanto più quando si avvicinano le elezioni, che l’età media che sale vuol dire qualcosa anche nel segreto dell’urna, non solo nei calcoli dell’Inps.

E ci spiace rovinare questo idillio costituente con quattro righe dissonanti, ma sta cosa che i pensionati siano la categoria più vessata dalla Penisola non sta in piedi nemmeno con lo sputo. Bastano quattro dati per smontarla.

(…)

Cinque: dire che è “inimmaginabile” che a metà del secolo per andare in pensione ci vorranno 70 anni di età oppure 46 anni di contributi è una fesseria che non fa onore a chi la pronuncia. Così sarà – per noi, non per te, Cesare Damiano nostro – anche perché voi, la vostra generazione e quelle che vi hanno preceduto, avete allegramente sperperato il capitale dell’Inps per mandare gente in pensione a cinquant’anni con assegni stellari, ben superiori alla più alta retribuzione che avevano maturato in vita. Per di più, lasciandoci il fardello di un debito pubblico da duemila e rotti miliardi, superiore di più di un terzo rispetto a tutta la ricchezza del Paese. Pagano sempre i pensionati, certo. Col portafogli dei giovani, però.

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