Una presentazione delle tecniche terapeutiche della Terapia Breve Strategica di Giorgio Nardone

Una presentazione delle tecniche terapeutiche della Terapia Breve Strategica di Giorgio Nardone

Questo articolo costituisce un approfondimento del nostro articolo Una introduzione alla Terapia Breve Strategica di Giorgio Nardone, a cui rimandiamo per una descrizione delle caratteristiche più generali e della genesi della Terapia Breve Strategica. Questo articolo è basato sul libro di Giorgio Nardone G. (1998). Psicosoluzioni. Risolvere rapidamente complicati problemi umani. RCS Libri: Milano. E’ un libro molto utile perché condensa in un numero ridotto di pagine i principi della Terapia Breve Strategica e le modalità di intervento con varie patologie.

Visione generale del mondo: innanzitutto, per Nardone non esiste una realtà ‘oggettiva’, ogni persona costruisce una propria personale visione della realtà. ‘Ogni persona costruisce la realtà sulla base di ciò che fa, guidata dalla prospettiva che assume nella percezione della realtà con la quale interagisce’. (p.9; quando non diversamente specificato, tutti i rimandi si riferiscono a Psicosoluzioni). ‘Non esiste una conoscenza vera, ma solo una conoscenza idonea (..) che ci permette cioè di gestire la realtà in cui viviamo’ (10). I disturbi mentali sono il risultato di una percezione e reazione disfunzionale verso la realtà (19). Questo assunto di base rende possibile una terapia rivolta a cambiare la visione che i pazienti hanno di se stessi e del mondo in generale.

Origine delle patologie: le persone si rivolgono al terapeuta perché sono scontente di sé stesse, della propria situazione o dei propri comportamenti, pensieri o emozioni, e non sono riuscite a migliorare da sole nella misura desiderata. Secondo Nardone le patologie sono originate dalle tentate soluzioni. ‘Le patologie si creano perché le persone applicano rigidamente soluzioni che hanno funzionato in precedenza, tuttavia una buona soluzione allo stesso problema in tempi diversi può diventare una pessima soluzione, e così anche un comportamento adeguato in una determinata situazione può essere completamente inadeguato in un’altra simile alla precedente ‘(14). ‘Una tentata soluzione che non funziona, se reiterata, non risolve un problema ma lo complica’ (12). ‘Ad esempio la persona che soffre di un disturbo fobico cerca usualmente di evitare le situazioni che le scatenano la paura, ma è proprio l’evitare di tali situazioni che incrementa la reazione fobica’ (13).

Teoria della terapia: Nardone rifiuta completamente l’assunto freudiano, ancora molto comune fra i non addetti ai lavori, secondo cui i problemi del presente sono il risultato di fantasie e/o esperienze passate per lo più a sfondo sessuale, verificatesi durante l’infanzia e rimosse dalla memoria cosciente. Le terapie con questa impostazione durano in genere anni e anni. Più in generale, Nardone rifiuta tutti gli approcci psicoterapeutici secondo cui capire i motivi per cui si è creato un comportamento disfunzionale lo risolve automaticamente. Per Nardone la terapia deve mirare non alla comprensione delle cause, ma piuttosto:

  • 1. bloccare le tentate soluzioni inefficaci e patologiche e
  • 2. stimolare esperienze che cambiano la percezione del problema da parte del paziente e gli facciano scoprire e adottare soluzioni efficaci al problema, in modo da cambiare stabilmente la loro concezione di sé stessi e del mondo.

‘Non conta il modo in cui un problema si è creato ma il come continua a perpetuarsi. Ciò che dobbiamo interrompere, quando vogliamo cambiare una realtà, è la sua persistenza; sulla sua formazione, svoltasi nel passato, non abbiamo alcun potere di intervento. Questa considerazione apparentemente ovvia taglia fuori la stragrande maggioranza dei modelli psicologici e psichiatrici di terapia i quali, sulla base di una epistemologia determinista o riduzionista, si occupano di ricostruire le cause passate di un problema presente, con la convinzione che, una volta che queste siano svelate e rese consapevoli il problema svanisca. In realtà non esiste alcuna connessione ‘casuale lineare’ fra come il problema si è creato e come questo persiste; soprattutto, non esiste alcun nesso logico fra come il problema si è formato e come il problema può essere cambiato e risolto. ‘ (18)

‘Una delle più nefaste convinzioni, nei suoi effetti, degli ultimi cento anni, è quella relativa al fatto che, se una persona ha una patologia psicologica grave e persistente da anni, la sua terapia deve essere altrettanto sofferta e estesa nel tempo.’ (5).

‘Invece esiste una casualità circolare fra come un problema persiste e ciò che le persone fanno per risolverlo senza successo. Questo conduce a rilevare che, nell’ottica di provocare cambiamenti, ciò che è importante è concentrarsi sulle tentate soluzioni disfunzionali in atto; poiché, cambiando o bloccando queste, si interrompe il circolo vizioso che alimenta la persistenza del problema.’ (18).

‘L’intervento che conduce al cambiamento è il provocare delle esperienze percettive concrete che mettano la persona nelle condizioni di provare qualcosa di diverso nei confronti della realtà da cambiare, in modo da aprire così la porta a reazioni differenti sia emotive che comportamentali. (19). ‘La concezione (…) alla base della terapia breve (…) nella pratica clinica si esprime nel condurre il paziente, spesso mediante stratagemmi, trabocchetti comportamentali, benefici imbrogli e forme di raffinata suggestione, a esperire percezioni alternative alla sua realtà.’ (20).

‘La terapia strategica (…) non è una terapia superficiale e sintomatica ma un intervento radicale, poiché mira alla ristrutturazione delle maniere attraverso le quali ognuno organizza la realtà che poi subisce.’ (20). Con la terapia strategica ‘si effettua non solo un cambiamento dei comportamenti, come qualche nostro critico ci accusa di sostenere, non solo un cambiamento delle cognizioni, non un cambiamento semplicemente delle emozioni; ma un cambiamento che avviene a livello sia di emozioni sia di cognizioni sia di comportamenti, sulla scia di una esperienza concreta che modifica il modo di percepire la realtà.’ (20).

‘La concezione clinica di base (della terapia breve strategica) è che la risoluzione del disturbo richieda la rottura del sistema circolare di retroazioni tra soggetto e realtà che mantiene la situazione problematica. A tale prima fase, seguirà la ridefinizione e la conseguente modifica delle rappresentazioni del mondo che costringono la persona alle risposte disfunzionali. Da questa prospettiva, la modalità di conduzione della terapia è decisamente diversa da quella tradizionale della psicoterapia a lungo termine. Ad esempio, il terapeuta, invece di indottrinare il paziente con la sua teoria e il suo linguaggio, cerca di entrare nella logica di questi e di usarne lo stesso linguaggio e le medesime modalità di rappresentazione del mondo; questo al fine di aggirare le resistenze al cambiamento. Il ricorso a notizie o informazioni sul passato o sulla cosiddetta «storia clinica» del soggetto rappresenta solo un mezzo per potere mettere a punto le migliori strategie di soluzioni dei problemi e non una procedura terapeutica come nelle forme classiche di psicoterapia. L’attenzione terapeutica è focalizzata su:

  • a. come la persona, e le persone intorno a lei, hanno cercato e cercano, senza successo, di risolvere il problema, ovvero le tentate soluzioni che alimentano il problema;
  • b. come/è possibile cambiare tale situazione problematica nella maniera più rapida ed efficace, vale a dire le strategie o, (…) gli stratagemmi che possono produrre esperienze percettivo – reattive alternative.

Dopo avere concordato con il paziente gli obiettivi della terapia si costruiscono, sulla base di questi, le strategie terapeutiche mirate a infrangere le modalità di persistenza del problema. La prima fase del trattamento ricopre un ruolo estremamente importante, che è quello di aprire nuove prospettive al paziente, che poi in tempi brevi verranno consolidate tramite le indicazioni concrete. A tale fine, si ricorre all’utilizzo di forme di comunicazione suggestiva che permettono di aggirare le resistenze al cambiamento e di ingiungere le prescrizioni che condurranno la persona alle esperienze concrete di cambiamento.

Se l’intervento funziona, di solito il paziente migliora rapidamente; nella maggioranza dei casi la patologia si sblocca entro le prime quattro o cinque sedute. Tale rapido cambiamento conduce a una progressiva modifica della maniera di percepire se stesso, gli altri e il mondo, dalla precedente rigidità patogena verso una elasticità percettivo – reattiva. A tale cambiamento corrisponde un progressivo innalzamento dell’autonomia personale e un incremento dell’autostima dovuto al recupero della fiducia nelle proprie risorse personali.’ (20-21).

‘In molti casi, mediante un piano strategico ben congegnato e ben applicato si possono sbloccare, come il lettore rileverà nel capitolo successivo di questo volume, in tempi rapidi, talvolta dopo un solo incontro, problemi e disturbi radicati da anni. Ovviamente esistono casi che richiedono una terapia più lunga e altri una più breve. Tuttavia si è convinti che se una terapia funziona i cambiamenti debbano apparire rapidamente. Se ciò non avviene, molto probabilmente la strategia terapeutica utilizzata non funziona e si rende necessario cambiarla con una più funzionale. A tal fine, si richiede al terapeuta una grande elasticità mentale, unita a un ampio repertorio di tecniche di intervento che deve permettere di cambiare rotta quando i dati indicano che si è fuori dalla direzione desiderata, e di studiare strategie «ad hoc» per il caso, modificando, a volte, con creatività tecniche già utilizzate con successo in altri casi. Oppure, come può essere necessario di fronte a casi inusuali, mettere a punto con inventiva nuove e originali strategie di soluzione.’ (22).

L’intervento terapeutico

Le modalità operative della Terapia Breve Strategica sono illustrate da una serie di casi riportati nel volume. Alcuni casi sono risolti applicando protocolli standard per quella determinata patologia, altri con creatività (27). ‘Non si ha certo la presunzione di avere presentato una esposizione esauriente e definitiva delle possibilità terapeutiche insite nell’interazione comunicativa tra due o più persone. In analogia con il gioco degli scacchi, si sono messe a punto una serie di strategie per ottenere lo scacco matto in poche mosse di fronte a determinate tipologie di partita, ma le possibili combinazioni e mosse all’interno del gioco sono infinite.’ (94). Qui di seguito riporto una sintesi dei casi.

Psicosi
Strategia terapeutica: assecondare prescrivendo comportamenti apparentemente più efficaci, ma in realtà più gravosi

1. (28) Il paziente ritiene che i vicini di casa lo spiino con telecamere nascoste. Cambia casa, minaccia i vicini, poi mette un baldacchino con tende laterali sopra il letto. Viene portato in terapia con la scusa che la figlia è depressa. Nardone consiglia di mettere in camera faretti per abbagliare le telecamere. A più riprese gli consiglia di insistere. Alla fine il paziente dice che forse si è inventato tutto, ma Nardone continua a reggere la parte. Strategia terapeutica: asseconda il paziente suggerendo qualcosa che apparentemente è più efficace per ottenere il risultato desiderato (non essere spiato), ma risulta più gravoso.

2. (33) Un giovane crede di avere un serpente nella pancia. Nardone gli dice di dormire tutta la notte a bocca aperta così che possa uscire. La mattina dopo dice che il serpente è uscito e il caso è risolto. Strategia terapeutica: asseconda il paziente suggerendo qualcosa che apparentemente è più efficace per ottenere il risultato desiderato (far uscire il serpente dalla pancia), ma risulta più gravoso.

3. (35) Si presenta un paziente in delirio e Nardone lo asseconda cominciando a sragionare. A questo punto il paziente riacquista lucidità e viene esaminato il suo problema, causato dal cognato. Viene prescritto alla famiglia un rituale dove il paziente (che si sentiva scalzato dal cognato) viene incoronato re sul trono e perdona il cognato.

4. (36) Il paziente sostiene che un collega di lavoro con una calamita gli succhia energia vitale. Nardone chiede in che modo può impedire l’effetto calamita, lui dice col vetro. Nardone dice che il cellofan funziona meglio e lo invita a incartarsi di cellofan sotto i vestiti. La paranoia passa e Nardone chiede al paziente di pensare come si sarebbe comportato col collega come se questi fosse stato una persona fragile e timida, e ogni giorno fare qualcosa come se questo fosse il caso. Strategia terapeutica: asseconda il paziente suggerendo qualcosa che apparentemente è più efficace per ottenere il risultato desiderato (non far assorbire la sua energia dal collega), ma risulta più gravoso. Successivamente invita il paziente a comportarsi ‘come se’ in modo da mettere in atto comportamenti funzionali.

Paura, panico, fobia
Strategia terapeutica: è necessario capire se alla base del disturbo c’è paura o ossessione (51). Se è paura, la strategia è dare un compito che distrae ma che espone alla situazione evitata; se invece è ossessione vedi più in basso. Se c’è un familiare coinvolto va suggerito al paziente che ogni volta che chiede aiuto aggrava la propria patologia.

1. (39). Il paziente ha paura che gli specchi lo attirino facendogli battere il naso. Sta sempre in casa e dorme col pannolone perché è rimasto uno specchio in bagno. Nardone suggerisce di mettersi un casco da football americano. Il paziente esce di casa per comprare il casco, si rende conto che ha incontrato molti specchi ma non lo hanno attratto e così inizia ad andare in giro col casco in mano. In questo modo sperimenta che può fare vita normale. ‘(…) spostare l’attenzione dal tentativo di controllare la paura all’esecuzione di un compito distraente e suggestivamente prescritto. La persona, senza rendersene conto, realizza qualcosa fino ad allora irrealizzabile, ma inequivocabilmente tale esperienza concreta lo induce ad avere, anche se solo per poco, una nuova percezione della realtà vissuta sino ad allora come irresistibilmente terrorizzante. (40).

2. (42) La paziente ha paura di uscire da sola, teme attacchi di panico, perciò è sempre accompagnata dal marito. Alla terza seduta Nardone le prescrive di andare a comprare una mela facendo una piroetta ogni 50 passi e di tornare da lui con la mela (questa prescrizione è stata fatta fare a oltre 1000 pazienti, 42). La paziente esegue con successo. Poi le prescrive di uscire di casa ogni giorno facendo piroette per andare a comprare un regalino per il terapeuta.

3. (44). Chi soffre di paure, panico e fobie ha spesso l’aiuto di un familiare che in realtà diventa complice della patologia, perché accompagnando il paziente lo rende ancora più incapace di cavarsela da solo. In questi casi Nardone fa riflettere come ogni volta che il paziente chiede aiuto aggrava i suoi problemi. ‘Non le chiedo di rinunciare alla fobie, ma solo di pensare questo.’ (44-45). Con solo questa manovra ha risolto oltre 1500 casi. (45).

4. (47) Una paziente che non è in grado di allontanarsi da casa da sola ha letto i libri di Nardone e lo sfida dicendo che non saprà curarla. Lui le prescrive la resistenza (‘Brava, deve fare così, più mi boicotta più mi aiuta ad aiutarla, la prego, continui così’ (47)). Dopo la 5’ seduta le dice di prepararsi per il viaggio ad Arezzo (da sola) e di telefonargli prima di partire. Nardone al telefono le dice di uscire da sola e di salire sul treno serrando le dita senza disgiungerle mai, e per tutto il tragitto di mettere continuamente dei fagioli in una bottiglia vuota.

Ossessioni e compulsioni
Strategia terapeutica: prescrivere il sintomo, farlo diventare volontario e più gravoso. Il sintomo può essere prescritto a ripetizione (es: se lo fai uno fai 5) oppure trasformato (es: ogni volta che ripeti serie di numeri, le devi poi ripetere anche alla rovescia).

‘Molto spesso sulla base di una ossessione si possono sviluppare reazioni di tipo fobico molto simili a quelle della sindrome da attacco di panico (..) ma in questi casi se non si sovverte alla radice la dinamica patogena di tipo ossessivo il cambiamento ottenuto sarà solo superficiale, e si osserveranno entro breve tempo delle ricadute. Pertanto è importante da parte del clinico saper rilevare quando le reazioni fobiche sono basate sulla paura e quando sulla ossessione.’ (51).

1. (53) Il paziente ha paura di farsela addosso, anche se non gli è mai capitato. Per questo vive in isolamento, non mangia certi cibi, esce solo diretto a luoghi dove sa che c’è una toilette disponibile, etc.. Nardone gli prescrive di pensare ogni giorno per mezz’ora alle cose peggiori che potrebbero capitargli, fino a provocarsi una crisi d’ansia. Finita la mezz’ora va a lavarsi il viso e riprende la sua attività. Il paziente ci prova ma in realtà non ha ansia ma solo tranquillità e pensieri positivi. A questo punto la peggiore fantasia va ripetuta 5 volte per 5 minuti ovunque si trovi. In questo modo la paura gli passa e comincia ad avventurarsi in percorsi dove non ci sono toilette vicine. Secondo Nardone, esasperare deliberatamente la paura porta a cancellarla (54).

2. (56) Il paziente ha paura dell’AIDS e per questo disinfetta tutto e gira in guanti bianchi. Nardone prescrive che ogni volta che il paziente fa un rituale, lo esegue 5 volte. Lo fa nei primi giorni, poi gli sembra stupido e noioso e smette. Secondo Nardone, così facendo ‘ci si impossessa del sintomo irrefrenabilmente compulsivo facendolo divenire qualcosa di volontario, che pertanto può essere rifiutato. In altri termini, se te lo concedi puoi rinunciarvi, se non te lo concedi sarà irrinunciabile. (…) Prima si prescrive una ordalia, poi si dà il permesso di non eseguirla.’ (58).

3. (59) Ogni volta che la paziente fa determinate azioni recita delle formule numeriche. Le viene richiesto di recitarle al contrario. Le risulta faticosissimo e dopo pochi giorni il rituale finisce.

Manie e paranoie

1. (60) La madre si ubriaca se non ha continuamente notizie del figlio e gli telefona continuamente ogni volta che lui ha una fidanzata. E’ una relazione vittima-aguzzino, cioè un legame basato su complicità retta da tentativi disfunzionali di non far peggiorare le cose. Nardone prescrive che sia il paziente a chiamare la madre 10 volte al giorno per chiederle se sta bene. La madre smette e gli suggerisce di prendersi cura di sé anche trovandosi una fidanzata. Con questa manovra il paziente dà alla madre quello che lei vuole: la sua attenzione, ma in maniera per lei gravosa.

2. (62). Il paziente ritiene che tutti ce l’hanno con lui. Nardone gli prescrive prima di andare al lavoro di pensare a come si comporterebbe se tutti lo ritenessero simpatico e di mettere in pratica ogni giorno la cosa più piccola. Poi ogni giorno di metterne in pratica 2. ‘Nell’intervenire su questo problema, ci si focalizza sull’introdurre un piccolo cambiamento che inneschi una reazione a catena di cambiamenti, sino alla completa modifica della situazione. Se si riesce (…) a far cambiare una volta al giorno in una situazione apparentemente non importante l’atteggiamento che conduce alla costruzione disfunzionale della realtà, si provoca una esperienza emozionale correttiva concreta che potrà essere facilmente incrementata, aumentando le azioni e gli atteggiamenti ‘come se’ del paziente, sino alla costruzione di una nuova realtà funzionale che andrà a sostituirsi a quella precedente.’ (64).

3. (66) Il paziente ha continui dubbi e si fa continue domande se fa le cose fatte bene, al punto che non riesce più a svolgere nessuna attività. Gli viene detto che le domande che si fa sono irragionevoli e che non esistono risposte intelligenti a domande stupide. ‘Ogni qualvolta lei cerca di rispondere a una domanda stupida con una risposta intelligente, rende intelligente la domanda e ne rafforza l’utilità. Così facendo alimenta la catena dei dubbi. (…) Quindi ogni qualvolta lei risponde a un dubbio stupido con una risposta intelligente alimenta la catena. Ci pensi, così riuscirà a bloccare le risposte.’ (66). Nell’arco di qualche settimana il paziente non si fa più domande patologiche.

Anoressia, bulimia, vomiting
Strategia terapeutica: suggerire di adottare il comportamento disfunzionale un maggior numero di volte o con più attenzione in modo che quello che è compulsivo diventi volontario. Se ci sono familiari coinvolti, devono assecondare invece di ostacolare.

1. (67) Si presentano i genitori di una ragazza anoressica che non vuole venire in terapia. ‘Finora siete stati molto bravi a cercare di farla mangiare, ma quello che vi chiedo io adesso credo lo sarà ancora di più’ Per due settimane evitare di parlare del problema. Ogni volta che la volete far mangiare innaffiate la pianta della malattia. Perciò d’ora in poi non le apparecchiate e se vedete che mangia ricordarle che così si pentirà poi di aver mangiato. In più la madre deve dire: ‘Adesso ho capito quanto è importante per te non mangiare, perciò se ti vedo mangiare ti ricordo che in realtà non vuoi mangiare’. La figlia riinizia a mangiare e chiede di andare in terapia.

2. (72) Si presentano i genitori di una ragazza che si abbuffa e vomita, cura poco l’igiene personale e non vuole andare in terapia. I genitori cercano di nascondere il cibo. Secondo Nardone non è un caso di bulimia ma un comportamento proprio di ragazze tendenzialmente anoressiche che così dimagriscono. Poi vomitare diventa un problema a se stante. Nardone chiede alla madre tutte le mattine di svegliare sua figlia chiedendole cosa vuole oggi da mangiare e vomitare. Poi deve andare a comprare in dosi esagerate tutto quello che sua figlia le ha detto, e metterlo in bella vista sul tavolo con un post it: ‘Roba da mangiare e vomitare per’ nome della figlia. La figlia riduce di molto il vomito. Allora Nardone prescrive ai genitori di invitare la figlia 4-5 volte al giorno di andare a mangiare e vomitare, visto che le hanno comprato tutte quelle cose. La figlia smette di procurarsi il vomito e chiede di andare in terapia.

3. (75) La paziente mangia e vomita ogni giorno, e sfida il terapeuta. Nardone invita la paziente a mangiare e vomitare ancora meglio. La paziente riferisce che ha selezionato il meglio, e che in questo modo la frequenza si riduce a 1 volta al giorno. Nardone la invita nel tempo che si è liberato a fare altre cose che le piacciono e ritardare il vomito per provare maggior piacere. Il vomito si riduce del tutto fino a scomparire in corrispondenza di una relazione amorosa.

4. (78) La paziente è una giovane sovrappeso che mangia continuamente durante tutta la giornata. Nardone le dice di scegliere una dieta a piacere, purché provi a seguirla. Ogni volta che la paziente mangia qualcosa fuori alla dieta, deve mangiarne 5 porzioni (poi la prescrizione prevede di passare a 7 e a 10). La paziente trasgredisce solo una volta, poi smette di mangiare fuori dai pasti.

Depressione. Strategia terapeutica: sovvertire il ruolo giocato dal depresso
1. (79) In una famiglia coesa e numerosa tutti sono preoccupati per il paziente che vede tutto nero. Nardone prescrive che il paziente mezz’ora al giorno si lamenti davanti a tutti i familiari che devono rimanere zitti. Al di fuori della mezz’ora nessuno deve parlare del problema del paziente.

2. (81) La paziente passa le giornate a letto a luce bassa perché non le interessa niente. Nardone le dice che ha ragione, siamo davvero in una valle di lacrime. La paziente inizia a consolarlo e nei giorni successivi ha un miglioramento.

Coppie in crisi
Strategia terapeutica: prescrivere che i litigi avvengano in uno spazio limitato e scomodo / far esprimere la rabbia /

1. (85) Si presenta una coppia estremamente litigiosa, già stata in terapia senza successo da un altro terapeuta. Nardone dichiara che secondo lui è molto improbabile che possano smettere di litigare. Li autorizza a litigare ogni volta che ne sentano la necessità, basta che ogni volta che cominciano a litigare si spostino in una determinata stanza del loro appartamento. I litigi finiscono.

2. (86) Una coppia vive nella cupa sopportazione reciproca (indifferenza, rifiuto sessuale, rabbia verso l’altro). Nardone prescrive che ogni giorno per 15 minuti, a turno, uno accusi l’altro di tutte le cose che non vanno. L’altro può solo ascoltare, poi si danno il cambio. La relazione rifiorisce. ‘Spiegai loro che la rabbia e i sentimenti di accusa sono come la piena di un fiume: più si cerca di arginarli più aumentano, sinché rompono gli argini e travolgono tutto; pertanto invece di arginarli bisogna farli defluire canalizzandoli, se possibile, poiché in questo caso, come era successo a loro, la forza della rabbia può diventare anche una risorsa positiva per reinnescare sentimenti ed emozioni affettive.’ (88).

3. (88) Il marito maltratta continuamente la moglie, anche davanti a estranei. La moglie ha provato a parlarci ma senza successo. Nardone prescrive che ‘Ogni volta che suo marito l’aggredisce o la squalifica, lei dovrà replicare così: ‘sai caro, quando mi tratti così mi sono resa conto ultimamente che mi piaci ancora di più, mi scatta dentro qualcosa di sensuale, di animalesco, mi sento ancora più attratta da te; per favore, fallo ancora.’ Il marito smette di essere aggressivo e va in terapia.

Blocco della performance

1. (90) Una donna manager ha visto un collega interrompere un discorso in pubblico a causa di una crisi d’ansia; da allora ha paura che capiti anche a lei e ha il terrore di parlare in pubblico.
‘Chiunque (…) si metta a voler controllare le proprie funzioni fisiologiche, finisce per alterarle proprio mediante il tentativo di controllarle. (…) In questi casi quindi si deve spostare l’attenzione del soggetto durante la sua performance, un po’ come per i pazienti fobici e ossessivi, dal controllo di sé a qualche altro fenomeno. Alla donna venne ingiunta la seguente «semplice» prescrizione: «Alle prossime sue uscite in pubblico, intendo quando lei si troverà a presentare una delle sue relazioni a una convention di manager, esegua quello che ora le chiedo. Cerchi nell’ora prima della sua presentazione di portare alla sua mente tutte le peggiori possibili fantasie che riesce, concentri in questa prima ora tutta la sua ansia, così ne avrà molta meno dopo. Poi al momento di parlare dichiari prima di tutto: “Cari colleghi, vi prego di scusarmi in anticipo se durante questa mia presentazione, potrà capitare che io arrossisca, cominci a sudare o perda il filo del discorso, perché, sapete, ultimamente non mi sento troppo bene”, dopo di che vada avanti con la sua relazione.’ (90-91)

2. (92) Si rivolge a Nardone uno psicologo dello sport che segue un atleta famoso le cui prestazioni sono sotto i livelli ordinari. Nardone consiglia il suo psicologo di smettere di incoraggiarlo e dirgli che probabilmente la sua stagione è arrivata al declino. ‘Talvolta il miglior modo per motivare qualcuno è cercare di demotivarlo.’ (93)

3. (96) Il paziente ha 40 anni e non riesce a laurearsi, gli manca la tesi che non scriver perché prima vorrebbe aver acquisito la completa padronanza del tema scelto. Nardone gli suggerisce di scriverla a partire dall’ultima frase dell’ultimo capitolo, e poi di andare a ritroso.

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Note: Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista (www.leonardoevangelista.it). Collocato sul sito il 30 novembre 2009, ultima modifica 30 novembre 2009. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Può essere riprodotto (stampa dal sito per uso personale o fotocopia per uso didattico) citando la fonte.

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