Una introduzione alla Terapia Breve Strategica di Giorgio Nardone

Una introduzione alla Terapia Breve Strategica di Giorgio Nardone

Lo scopo di questo articolo è spiegare le caratteristiche della psicoterapia di Giorgio Nardone, riducendo il più possibile l’utilizzo di termini tecnici. Una descrizione più approfondita delle tecniche terapeutiche è contenuta nell’articolo Una presentazione delle tecniche terapeutiche della Terapia Breve Strategica di Giorgio Nardone.

La Terapia Breve secondo l’approccio del MRI Mental Research Institute

Nardone è uno psicoterapeuta basato ad Arezzo, ben conosciuto in Italia e all’estero. Terapia Breve è un termine generico che indica approcci terapeutici basati su trattamenti brevi finalizzati alla diretta soluzione del problema presentato dal cliente, anche grazie a un ruolo attivo del terapeuta.

Nardone si è formato al MRI Mental Research Institute di Palo Alto, in California. La terapia del MRI è centrata sul concetto di tentata soluzione. La tentata soluzione è una soluzione che non produce benefici, ma anzi peggiora il problema. Provo a spiegare meglio. Quando una persona ha un problema, applica un tentativo di soluzione e poi se non funziona un altro e un altro ancora finché non arriva alla soluzione. Questa è il caso più frequente: gran parte di noi ha la capacità di risolvere da solo le migliaia di problemi grandi e piccoli che incontriamo nel nostro percorso di vita. In alcuni casi però non riusciamo a trovare la soluzione giusta e la tentata soluzione può addirittura peggiorare il problema. Ad esempio la tentata soluzione adottata da molti genitori di ragazze anoressiche è ordinare alle figlie di mangiare e controllare che dopo aver mangiato non si provochino il vomito. In molti casi questa strategia peggiora il problema perché nell’adolescenza i figli desiderano rendersi autonomi dai genitori, e il desiderio di controllare il proprio peso si somma a quello di affermare la propria autonomia, cosicché il rifiuto del cibo risulta incrementato.

Le persone che si rivolgono a un terapeuta sono in genere persone che non sono state in grado di trovare autonomamente un soluzione definitiva al loro problema (in alcuni casi una determinata soluzione può funzionare inizialmente ma poi perdere la propria efficacia) e che spesso lo stanno anzi peggiorando con tentate soluzioni disfunzionali.

Secondo l’approccio dei terapeuti del MRI la terapia consiste nell’interrompere (a seconda dei casi con una richiesta esplicita o con uno stratagemma) la tentata soluzione e nel proporre al paziente, grazie alla creatività e all’abilità comunicativa del terapeuta, prescrizioni comportamentali che modificano il suo comportamento e la sua percezione del problema (Nardone con Balbi, 2008: 10 e 109-110). I risultati devono arrivare in tempi brevi (per Nardone, in un massimo di 10 sedute), dopodiché la terapia viene terminata o perché il problema è risolto o perché il terapeuta si dimostra incapace di trattare il problema o di relazionarsi in maniera efficace con quel determinato paziente.

Con ‘prescrizioni comportamentali’ intendo indicazioni al paziente di fare o non fare determinate cose al di fuori della seduta. Ad esempio nel caso della figlia anoressica il terapeuta farà sì che i genitori interrompano qualunque tentativo di controllo sul regime alimentare della figlia, in modo da far venir meno il rinforzo al rifiuto del cibo che deriva dal bisogno di manifestare la propria autonomia. Sarà poi il terapeuta, che è più esterno rispetto alle dinamiche familiari e adolescenziali, ad aiutare la ragazza a liberarsi dalla sua paura di ingrassare e dal suo controllo esagerato del cibo.

Vediamo un caso concreto: (op. cit. pp.119-121) ‘Si presentano da me due genitori per il problema della figlia, che rimane in sala d’attesa e non vuole entrare. La mamma dice che la figlia ha problemi alimentari e che, come accade di consueto, dopo una dieta ha cominciato ad alternare digiuni e abbuffate, che negli ultimi due anni sono tanto frequenti da farla aumentare di 15 chili. La mamma ammette di avere un rapporto morboso con la figlia, che dice di stare bene solo a casa con lei e le racconta tutto anche se poi, in caso di disaccordo, diventa aggressiva. (…) Il padre è fuori casa tutto il giorno per lavoro ma sente di essere stimato dalla figlia. Ho chiesto ai genitori di mettere in atto, per due settimane, una sorta di recita, anticipata da una fondamentale dichiarazione che entrambi devono fare alla figlia, ma con ruoli differenti. La madre, una volta fuori dallo studio, deve dichiarare alla figlia che il terapeuta le ha detto che è lei ad avere problemi, problemi che deve affrontare ma di cui non vuole parlare e, una volta a casa, scusarsi una volta al giorno per il fatto di non poterla ascoltare o di non poter essere presente come lo era prima. Il padre, a casa, dovrà dire alla figlia che è emerso che la mamma ha dei problemi ‘e se la vedi distratta, scusala. Per qualunque cosa vieni a parlare con me’. Concludo la seduta dicendo ai genitori che la prossima volta dovranno portare ancora la figlia per poi lasciarla fuori perché sia lei, eventualmente, a chiedere di poter aiutare la madre.

Da un punto di vista teorico, la Terapia Strategica sviluppata dal MRI si rifà al costruttivismo radicale, secondo cui non esiste una realtà oggettiva, ma la realtà è sempre frutto di una interpretazione personale (‘Non esiste un’unica realtà ma ne esistono tante quanti sono i suoi osservatori’, op. cit. p.22). Pertanto la terapia cerca di far cambiare la visione del mondo disfunzionale del paziente, spingendolo, con una serie di artifici, anche comunicativi, ripresi dall’antica retorica greca e dalle tecniche utilizzate dallo psicoterapeuta americano Milton Erikson a vivere esperienze (chiamate da Nardone Esperienze percettive – emotive, o Esperienze emozionali correttive) che modificano la percezione/emozione/cognizione che il paziente ha di sé e della propria situazione (op. cit. pp.44-45). Ad esempio a una donna che ha paura della penetrazione vengono prescritti incontri sessuali focalizzati sulle carezze reciproche, senza penetrazione, e in questo modo la paura della penetrazione dopo alcune settimane scompare (op. cit. p.63).

Questo approccio è diverso da quelli classici. Nel modello medico di psicoterapia una parte consistente del tempo è destinato all’anamnesi e alla diagnosi, condotta in genere anche attraverso test sulla base del manuale DSM IV; nella Terapia Breve al contrario la fase di diagnosi è svolta molto rapidamente e il terapeuta comincia subito a lavorare sul problema (‘Per risolvere un problema non è necessario conoscerlo fino in fondo, si conosce un problema attraverso i risultati del nostro intervento.’ Op. cit. p.26.). Nella psicoterapia di impostazione psicoanalitica classica il terapeuta destina gran parte del tempo alla ricostruzione delle cause del problema, ricercate soprattutto in esperienze e fantasie infantili a sfondo sessuale rimosse e ritiene che il loro disvelamento sia sufficiente per far passare i disturbi. Nella Terapia Breve al contrario fantasie e esperienze sessuali rimosse non sono indagate e più in generale non si va alla ricerca delle cause: ‘E’ la soluzione individuata a spiegare come il problema funzionava’ (op. cit. p.24).

La Terapia Breve Strategica di Giorgio Nardone

Nardone si differenzia dai terapeuti del MRI per l’uso di specifici protocolli di trattamento per ciascuno dei disturbi più frequenti (ansia, disordini alimentari, disturbi sessuali, depressione, problemi relazionali, problemi dell’infanzia e adolescenza, disturbi legati all’abuso di internet). ‘Attraverso la sperimentazione mi è stato possibile evidenziare che (per gran parte delle persone) di fronte a certi tipi di disturbo funziona una certa tecnica’ (op. cit. p.70). I protocolli sono stati costruiti per prove ed errori sperimentando le diverse manovre con circa 10.000 pazienti.

La messa a punto di protocolli specifici crea un distacco dai terapeuti del MRI che, con l’eccezione di Watzlawick, lo criticano perché essi, per allontanarsi dal comportamentismo, preferiscono un approccio libero da schemi prefissati (op. cit. pp.109-110). Secondo Nardone, invece, ‘Grazie ai protocolli, la terapia passa da una fase artigianale a una tecnologica: il modello diventa efficace, efficiente e replicabile, trasmissibile e predittivo’ (op. cit. p.112)

Le prescrizioni sono costruite utilizzando la stessa logica (per logica si intende qui il ragionamento su cui si basa un comportamento) utilizzata dal paziente per la sua soluzione disfunzionale, ma la riorientano in maniera più funzionale (op. cit. p.21). Ad esempio a un paziente che ha una paura costante di lasciare aperto il gas e si alza tutte le notti per controllarlo, Nardone suggerisce di controllare tutte le volte che lo desidera, purché se controlla una volta, controlli poi nella stessa notte altre cinque volte. Una prescrizione di questo tipo asseconda il desiderio di controllo del paziente, e perciò ha buone probabilità che venga seguita. Ma grazie a questa strategia il controllo diventa così gravoso che molti pazienti vi rinunciano completamente, risolvendo il problema. In questo caso la tentata soluzione non è stata interrotta, ma assecondata fino all’esasperazione.

Nel libro Cavalcare la propria tigre (2003) Nardone riconduce le prescrizioni che costituiscono i protocolli a 13 stratagemmi principali, indicati con una terminologia che si rifà ai proverbi cinesi (op. cit., p.114) ma che a nostro avviso risultano poco comprensibili e pressoché inutilizzabili per guidare la terapia. Successivamente in Solcare il mare all’insaputa del cielo (2008) Nardone raggruppa gli stratagemmi secondo la logica sottostante a ciascuno (Nardone con Balbi, 2008:116), ma ugualmente il risultato è nostro avviso poco efficace. Il risultato è che al momento l’apprendimento dei protocolli avviene più per imitazione (‘In un caso di questo tipo Nardone ha adottato questo protocollo / il protocollo per questo problema è ……, perciò lo adotto anch’io’) che sulla base dell’applicazione di una teoria compiuta.

Un secondo elemento di differenziazione è che secondo Nardone ‘sbloccare’ il paziente (cioè interrompere la soluzione disfunzionale e far sperimentare al paziente un primo superamento del problema) non è di per sé sufficiente. ‘Il nuovo copione percettivo-reattivo deve essere ripetuto per un certo tempo; una singola esperienza non basta. Ai fobici radicati non è sufficiente avere una esperienza emozionale correttiva, devono ripeterla perché si consolidi; alla vittima del bullismo non basta ribellarsi una volta, deve stabilire un nuovo copione in modo che tutti lo rispettino. Non basta che l’ossessivo-compulsivo cessi qualche volta di eseguire una compulsione; deve cessare del tutto e per sempre.’ (op. cit., p.87)

I terapeuti del MRI al contrario sostenevano che lo sblocco fosse di per sé sufficiente per creare un nuovo equilibrio. ‘Tutti i nomi più famosi della Terapia Breve (cioè del MRI) ritenevano, fino agli anni Novanta, che la terapia potesse essere suddivisa in tre fasi fondamentali: l’inizio del gioco, in cui cerchi di coglierne le regole, l’applicazione della strategia che sblocca il circolo vizioso e la chiusura del gioco. Questo sulla base di un pregiudizio sistemico per il quale, una volta rotto l’equilibrio omeostatico patologico, il sistema si auto-organizza spontaneamente in una omeostasi sana. Cioè che invece più di frequente si realizza è che quando rompi una omeostasi che si è mantenuta per tanto tempo come equilibrio patologico se introduci un nuovo equilibrio che si sostituisca al precedente il sistema costruirà di nuovo un equilibrio patologico.’ (op. cit., p.87).

Secondo Nardone la persona va resa consapevole delle e fiduciosa sulle proprie risorse, di come il cambiamento è avvento, di come può imparare a cavalcarlo (op. cit., p.88). Il cambiamento deve trasformarsi in apprendimento fino a che i nuovi comportamenti non disfunzionali diventano spontanei. Per questo motivo le fasi della terapia sono passate dalle 3 dei terapeuti del MRI alle quattro attuali, inserendo al terzo posto il consolidamento (op. cit., p.88). La Terapia Breve diventa così una terapia Breve a lungo termine; per far sì che il cambiamento si consolidi sono necessarie sedute di accompagnamento per circa 1 anno.

Secondo Nardone, per una buona terapia occorrono da una parte manovre efficaci (‘problem solving strategico’), dall’altra la capacità di ristrutturare in senso più funzionale la percezione che il paziente ha del suo problema già nel colloquio (‘linguaggio strategico’). Le ristrutturazioni avvengono suggerendo nuove interpretazioni (‘in sintesi se ho capito bene ogni volta che lei parla a qualcuno dei suoi attacchi di panico peggiora il suo problema’), l’uso di citazioni (‘Come scrive Pessoa, lei si porta addosso tutte le ferite delle battaglie non combattute’), metafore (‘Lei mi sembra come una marionetta rotta con gli occhi rivolti verso se stesso’), e aneddoti. Nella terapia è molto importante anche la comunicazione non verbale del terapeuta (op. cit., pp.76,-77): vestirsi con qualcosa di dissonante così da colpire l’interlocutore, contatto oculare intermittente in modo da creare sudditanza psicologica, postura morbida, seguire la mimica del paziente, voce in armonia con postura.

Negli ultimi 10 anni la terapia di Nardone si è modificata utilizzando meno le prescrizioni (che alcuni pazienti possono rifiutare) e più le ristrutturazioni (op. cit., p.80).

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Note

Nardone G. (2003). Cavalcare la propria tigre. Milano: Ponte alle Grazie

Nardone G. con Balbi E. (2008). Solcare il mare all’insaputa del cielo. Milano: Adriano Salani Editore.

Wikipedia (2009). Voce Brief Psychotherapy, reperita il 22 Novembre 2009 all’indirizzo http://en.wikipedia.org/wiki/Brief_therapy

Collocato sul sito il 23 novembre 2009. Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Autore © Leonardo Evangelista. L’articolo rispecchia le opinioni dell’autore al momento dell’ultima modifica. Vedi le indicazioni relative a Informativa Privacy, cookie policy e Copyright.

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