Un dibattito sul counseling

Un dibattito sul counseling

Questa pagina riporta la discussione che è seguita alla pubblicazione dell’articolo  Orientamento, counseling, relazione di aiuto

Vedi un aggiornamento su questo tema: Disagio psichico. Tar Lazio boccia i counselors: “Il suo trattamento è di competenza degli psicologi”

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La discussione inzia con questo post (credo siamo nel 2007)

Da : Lorenzo barbagli Mi piace aggiungere utili informazioni, essendo sia Orientatore che Counselor-Trainer.
Ritengo opportuno dare alcune informazioni specifiche sulla realtà del counseling per coloro che hanno intenzione di formarsi a questa interessante professione:
1) attualmente l’unica forma di riconoscimento per i counselor è l’inserimento presso la banca dati del CNEL, a cui si accede tramite il sostenimento di un esame presso le seguenti associazioni: FAIP, AICO, REICO, ANCORE, SICOOL, SICO, CNCP.
2) ad ottobre ( per info: www.faipnet.it), nel convegno promosso da PREPOS è stato stipulato un protocollo di riconoscimento reciproco tra le associazioni FAIP, Sicool, AICO, Reiko che definisice standard formativi internazionali (in linea con i parametri dell’NBCC – International) per i counselor, ove non rispettati, non si accede al registro CNEL. E’ stata inoltre fondata la FIC (Federazione italiana Counseling).
3) il registro delle professioni atipiche CNEL è in via di parficazione agli ordini professionali
4) A livello internazionale il counseling non richiede la laurea in psicologia ma è primo step per il raggiungimento del diploma da psicoterapeuta (counselor – conselor/trainer – psicoterapeuta). In italia ancora la questione è controversa.
5) L’unica forma di accreditamento (non dunque di “License”) sul counseling è offerta da NBCC – International, partecipe del protocollo di cui sopra
6) per gli orientatori: le abilità di counseling nell’orientamento osno molto importanti soprattutto se si ha intenzione di attivare processi di O. formativo, meno necessarie se ci si muove nell’area informativa (L. Barbagli, Counseling di orientamento, 2006 – www.prepos.it)
6) per comprendere i processi di cambiamento citati è utile anche consultare di Norcross e Prochanska, Changing for Good, autori del modello.

Buon lavoro a tutti!

Da : Leonardo Evangelista Ciao Lorenzo,

ti ringrazio molto per il tuo messaggio. Le informazioni che ho riguardo al riconoscimento della professione del counselor sono un po’ diverse. Provo a scriverle, correggimi se sbaglio. Il CNEL è un ente pubblico il cui scopo è censire e studiare le nuove professioni. A questo fine tiene una banca dati su tutte le associazioni professionali italiane relative a nuove professioni di cui ha notizia. La registrazione presso il CNEL avviene semplicemente mandando una domanda con una serie di dati (nome, obiettivi, sede, numero iscritti, etc.). L’inserimento nella banca dati del CNEL non comporta nessun riconoscimento di legittimità o di serietà dell’associazione o della professione, ad esempio potremmo senza difficoltà costituire una Associazione per la cura delle nevrosi col volo degli aquiloni e farla registrare nella banca dati del CNEL. La banca dai del CNEL inoltre non raccoglie i nomi degli associati, ma solo il loro numero. Alla luce di tutto questo, mi sembra non esatto affermare che i counselor vengono inseriti nella banca dati del CNEL e che tale inserimento costituisce un riconoscimento (punto 1 del tuo messaggio). Ugualmente non è esatto che senza l’adesione al protocollo di riconoscimento reciproco non si accede alla banca dati del CNEL (punto 2 del tuo messaggio). Non è assolutamente esatto che il registro delle professioni atipiche costituisca il primo step verso la parificazione con gli ordini professionali (sulla base di quale normativa lo affermi?) né che il counseling costituisca il primo step per la professione di psicoterapeuta. In Italia la questione di quali siano i requisiti per svolgere l’attività di psicoterapeuta non è affatto controversa. La legge italiana stabilisce chiaramente che per svolgere la professione di psicoterapeuta sono necessari laurea in psicologia o medicina più 4 anni di scuola di psicoterapia pubblica o riconosciuta, e per le attività di sostegno psicologico è necessaria l’iscrizione all’albo degli psicologi. Controverso è piuttosto se persone che non hanno seguito questo iter formativo possano svolgere psicoterapia o sostegno psicologico. Secondo me non possono e non dovrebbero. Come sai l’intervento nell’area del disagio psicologico da parte di persone incompetenti può arrecare gravi danni e pertanto è necessario tutelare i cittadini. Tale tutela avviene oggi, in Italia, con la normativa appena richiamata. Tale normativa può sicuramente essere migliorata, ma in ogni caso al momento è l’unica che abbiamo e credo che tutti dovremmo seguirla. In sintesi personalmente ritengo molto utile che tutte le figure professionali che lavorano in ambito sociale abbiano un formazione alle abilità di counseling, ma che quelle attività che all’estero vengono indicate col termine counseling (cioè le attività di supporto psicologico e di psicoterapia) vengano svolte in Italia da figure che hanno seguito un training appropriato e definito per legge (psicologi e psicoterapeuti). Mi spiace anche che talune associazioni che formano al counseling diano una immagine falsata riguardo al riconoscimento della professione del counselor. Cordialmente, Leonardo Evangelista

Da : lorenzo barbagli In effetti non ero stato troppo preciso. Volevo semplificare e dare informazioni pratiche. Meglio spiegarsi, l’unica fonte di qualità è la chiarezza e la precisione.
Al registro CNEL, in via di parificazione tramite l’accesso al COLAP delle associazioni di C. con il decreto Mantini del 25 (o forse 24, non mi ricordo con estrema precisone, ma due giorni dopo avevamo il convegno internazionale di counseling a Roma e se n’è parlato con tutte le associazioni italiane di C., L’EAC con il suo vicepresidente Mika H.Fatouru, l’EAP – non mi ricordo il nome della persona, l’NBCC Europra – A.Szilagy, International e USA – T.Clawson e la PPL – V.Makarov, lega russa per la psicoterapia, Lupoi del COLAP tranne la SICO, che aveva rifiutato di partecipare perchè interessata solo all’italia, me lo disse il presidente Monformoso il mese precedente) ottobre 2007 (attenzione alle informazioni falsate in circolazione, ce ne sono tante), in effetti si accede con relativa semplicità. Però se vuoi un diploma da Counselor e con esso accedervi devi averlo preso presso una scuola di C. Alcune hanno accesso a tale registro, altre no. Se non sbaglio quelle autorizzate in italia sono 7 (Faip, Ancore, Sico, Sicool, Reico, CNCP, AICO), e queste, tranne la SICO, si sono accordate per definire standard condivisi di formazione nel rispetto della normativa europea e internazionale (quella che prevede il C. come primo step, anche se prevede parimenti la laurea in psicologia come utleriore percorso- questa normativa infatti differenzia la preparazione operativa necessaria ad counselor o uno psicoterapeuta – a differenti livelli e specifiche – dalla preparazione universitaria di una laurea in psicologia, purtroppo molto più teorica, salvo eccezioni) che è differente da quella italiana. da un punto di vista prettamente giurispridenziale però sai che quando una normativa nazionale è inserita in un quadro internazionale (come quello della C. E.) per la logica gerarchica del diritto quella nazionale è sottomessa. In sostanza in italia entrambe le normative restano valide.
per di più le suddette regole del protocollo di intesa sono quelle che in USA ed in Europa vengo recepite come standard di qualità per l’accreditation del C. (in USA sono previsti due livelli: license e accreditation).
Il vero problema è che con tutte queste strutture e sovrastrutture è un pò complesso da comprendere. La sostanza? Che comunque in sè nessuna alternativa può garantire la qualità della formazione, come del resto non la garantisce l’università. Se non le persone e la loro onestà.
Almeno, finchè il mercato resterà aperto, lavorerà chi sa fare qualcosa!
Agli specchietti per le allodole delle università non credo più, salvo le eccezioni delle persone di buona volontà, chi proviene da una laurea in psicologia sa fare poco e nulla con le persone. Spesso sono più più preparati gli orientatori.
prochanska è stato tradotto 10 anni fa e alle università nemmeno si cita spesso.
Cordialmente, Lorenzo Barbagli

Da : Leonardo Evangelista Ciao Lorenzo,

come operatori di orientamento il nostro lavoro è cercare di essere più chiari possibile riguardo ai percorsi di accesso alle diverse professioni, è ed in questa prospettiva che ti scrivo ancora. Non esiste al momento un ‘decreto Mantini’. Mantini è il relatore di una delle due commissioni che si sta occupando della riforma delle professioni in Italia, ma tale riforma, che viene discussa ormai 10 anni, non è ancora stata approvata e non si quando lo sarà. Ne parla un articolo di Italia Oggi del 2 gennaio 2008 reperibile in http://www.colap.it/files/iTALIA%20OGGI%2002%2001%2008.pdf Il registro dei counselor e il diploma di counselor a cui ti riferisci non sono tenuti o rilasciati dal CNEL (ente pubblico) ma da un gruppo di semplici associazioni di diritto privato che hanno concluso un accordo fra di loro e perciò al momento tale registro non ha nessuna rilevanza legale. La normativa europea a cui ti riferisci è probabilmente la direttiva 36/2005, che ho descritto in un articolo.  Tale direttiva tutela pienamente le professioni riconosciute a livello nazionale (nel nostro caso psicologi e psicoterapeuti) e perciò in nessun caso una professione non riconosciuta (il counselor) potrà arrivare a svolgere o costituire la base di partenza per lo svolgimento di attività riservate per legge a professioni riconosciute. Ciao Leonardo Evangelista

Da : lorenzo barbagli Infatti non volevo sostenere che fosse il CNEL a riconoscere i counselors. Solo che abilita all’esercizio della libera professione. E che per accedere come counselor si deve ottenere un titolo che ha una solida struttura formativa. Non tutte le scuole di counseling rispettano tali parametri. Rispetto alla proposta di Mantini (che esiste, ti invierò le specifiche) non vedo dove possa essere il problema, a dicembre c’è stato un’incontro tra associazioni di counseling e il COLAP propiro per questo.
del resto in italia siamo da molto tempo un pò indietro, e su tante cose! figuriamoci se non eravamo in ritardo con il counseling!
Se per riconosciuta intendi formalmente definita e istituzionalmente rappresentata hai senza dubbio ragione. Se intendiamo che è una professione che si può svolgere con una corretta abilitazione ho ragione anche io. tanto più che già in italia tante perosne lavorano come counselor, e senza infrnagere nessuna legge. Solo con le difficoltà dello svolgimento delle libere professioni e con le resistenze del mondo ufficiale universitario che snobba tutto ciò che è competitivo e non si prostra al suo tronfio fragore.
Non ho paura dell’impreparazione eventuale dei counselor, è improbabile che possano fare più danno della folta schiera di imprerati pedagogisti, psicologi, orientatori, psichiatri, medici e simili.
rispetto al riconsocimento degli psicologi ad esempio c’è da dire che per essere formalmente precisi, solo in italia hanno possibilità di esercitare counseling senza apposita ulteriore formazione.
a presto,

Da : leonardo evangelista Per avere le idee chiare ho scritto al CNEL la seguente lettera:

Empoli, 5 gennaio 2008
Spett.
CNEL
Viale Davide Lubin N°2
00196 – ROMA

Buongiorno, vi scrivo perché su vari siti leggo informazioni come queste:

Il “Counselor” è una figura professionale emergente riconosciuta dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) (dal sito http://www.aspu.it/pagine/counseling/counseling.htm# )

Il corso rilascia un attestato AICO (Associazione Italiana Counselling), che a sua volta, fa parte della Consulta del CNEL (Consiglio Nazionale Economia del Lavoro) ed ha quindi valenza internazionale. http://www.emagister.it/corso_percorso_di_counselling-ec2252951.htm

La Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale Master Esperienziale organizzata dall’Associazione l’A.S.P.I.C. di Firenze consente di ottenere un titolo internazionale riconosciuto dall’E.A.C. (European Association for Counseling – www.eacnet.org ) e dal C.N.E.L. (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) che dà la possibilità di svolgere la professione di Counselor (professione censita in Italia dal 2000) come libero professionista. (dal sito http://www.aspicfirenze.it/counseling1.htm)

Vorrei sapere se il CNEL ha il potere di riconoscere figure professionali (caso 1), o di dare ‘valenza internazionale’ ad attestati di partecipazione a corsi di formazione (caso 2) o di riconoscere titoli che permettono di svolgere la professione del counselor come libero professionista (caso 3). (…)

Dal CNEL ho ottenuto la seguente risposta (16-1-2008):

Gentile dottore,
con riferimento alla Sua lettera inviata al CNEL il 5 gennaio 2008, La informo che il CNEL possiede una banca dati delle associazioni professionali, aggiornata al 31 dicembre 2004. La banca dati è da sempre uno strumento conoscitivo del fenomeno delle associazioni non regolamentate, e l’iscrizione è stata vincolata alla presentazione di una documentazione indicata dal CNEL (ad esempio: statuto, codice deontologico, lista degli iscritti).
Essa pertanto non ha alcuna efficacia giuridica e/o vincolante, nè può operare una distinzione di alcun genere tra associazioni che vi sono ricomprese e le altre che non lo sono. La lista delle associazioni censite è consultabile sul portale del CNEL (sotto la voce “documenti”, all’interno del “V° Rapporto di monitoraggio sulle professioni”, inserito nell’anno “2005”)
Inoltre, sono ad informarLa altresì che la Consulta del CNEL sulle associazioni è un organo non più costituito dal 2000, e che il CNEL non riconosce alcun titolo rilasciato dalle associazioni.
Per quanto riguarda le attività delle associazioni di professioni non regolamentate, infine, Le ricordo che esse operano attualmente in base a quanto è consentito dal codice civile .
Cordiali saluti

Massimiliano Boni
(funzionario responsabile del gruppo di lavoro sulle professioni intellettuali)

Da : Quattro Stracci Dopo aver letto l’interessante carteggio mi sembra opportuno effettuare alcune precisazioni e smentire alcune inesattezze:

1) L’essere iscritti ad una associazione censita (censita, non riconosciuta) dal CNEL non implica alcun riconoscimento di tipo giuridico.

2) Leggo in un intervento di Lorenzo Barbagli che: “il registro delle professioni atipiche CNEL è in via di parificazione agli ordini professionali”. Tale notizia è assolutamente falsa e priva di fondamento, in qualunque modo la si voglia interpretare. In particolare ricordo che anche l’ultima proposta di Legge di riforma delle professioni intellettuali (dello scorso 7 novembre 2007 che raggruppa e elabora le proposte C. 867 Siliquini, C. 1216 Mantini, C. 1319 Vietti, C. 1442 Laurini, C. 2160 Governo e C. 2331 Naccarato) non prevede affatto la parificazione (tra professioni regolamentate e professioni non regolamentate). Naturalmente tutti speriamo che in futuro l’orientamento del Parlamento cambi, ma allo stato attuale parlare del fatto che l’elenco depositato presso il CNEL è in “via di parificazione” è assolutamente fuorviante.

3) Leggo sempre in un intervento del Barbagli di un “decreto Mantini”. Come giustamente già precisato da Evangelista non esiste alcun decreto Mantini. L’On. Mantini è stato uno dei (tanti) relatori di una delle (tante) bozze di legge per la riforma delle professioni intellettuali.

4) Nessuno al momento è autorizzato a fare più di quanto stia già facendo. Infatti il così detto D. Lgs. “Qualifiche” (ovvero il D. Lgs. 206/2007) offre la possibilità alle associazioni strutturate di iscriversi, se in possesso di particolari requisiti, ad un apposito registro presso il competente Ministero (per il counselign si ipotizza il Ministero della Giustizia). Al momento non esiste nessuna associazione iscritta a tale elenco, non foss’altro perché i Ministeri non hanno ancora predisposto niente. A dirla tutta, non esistendo precedenti, non si può stabilire a priori neppure quali associazioni allo stato attuale abbiano i requisiti validi. Lo si può solo ipotizzare.

5) Leggo inoltre che: “il CNEL abilita all’esercizio della libera professione”. E’ assolutamente falso: non esiste nessun tipo di rapporto tra l’essere un professionista iscritto ad un’associazione censita dal CNEL e il poter esercitare la libera professione.

Ricordo a mero titolo informativo che allo stato attuale della Legislazione italiana i riconoscimenti (accreditamenti, autorizzazioni – date loro pure il nome che volete) esteri (europei e non) non hanno alcun valore in Italia poiché ancora, in tema di formazione professionale e regolamentazione delle professioni, ogni Stato membro della CEE è sovrano nel legiferare su tali materie.

Il D. Lgs. 206/2007, a dire il vero, stabilisce quali siano i criteri con cui i professionisti esteri possano vedersi riconosciuto il loro titolo in Italia. Tali criteri si riferiscono ovviamente alle sole professioni regolamentate e non certo a quelle non regolamentate.

Pertanto, essendo il counseling attualmente in Italia una professione non regolamentata, chiunque può esercitarla in qualunque forma. Lo stesso, ovviamente, vale per cittadini non italiani, in quanto non vi è nessun vincolo.

Nella sostanza – come si suol dire – “quoto” tutto quanto scritto dal funzionario CNEL.

Questa materia è molto complessa e bisogna stare molto attenti sia alla terminologia che si utilizza sia alle informazioni che si diffondono.

Da : Quattro Stracci Faccio seguito all’ultimo post di Leonardo Evangelista. Mi sono un po’ “divertito” a girare la rete e, con mia sorpresa, ho trovato che la quasi totalità delle istituzioni che si occupano di counseling scrivono cose molto sbagliate (molte al limite della pubblicità ingannevole).

Forse un po’ ingenuamente continuo a nutrire il dubbio seguente: ci sono o ci fanno? Vale la pena riportare alcuni punti fermi:

1) Il counseling è una professione non regolamentata e dunque chiunque può esercitarla senza bisogno di alcuna autorizzazione da parte di nessuno.

2) Il CNEL (allo stato attuale) funge semplicemente da osservatorio sulle nuove professioni per conto del Governo: fotografa la realtà italiana così com’è e come tale la riporta. Il CNEL non riconosce nessuno e tantomeno non autorizza nessuno a fare niente.

3) I riconoscimenti “incrociati” tra associazioni italiane ed estere (europee e non) hanno solo una valenza culturale e politica. Non hanno alcuna valenza legale o giuridica. La valenza culturale consiste nel portare avanti una piattaforma comune, quella politica nel fare “pressione” al legislatore affinché si allinei su posizioni maggiormente europeiste rispetto alla liberalizzazione delle professioni.

4) Stando all’ultima bozza di riforma delle professioni (bozza anch’essa naufragata, ahimé) l’intento era quello di aprire in Italia la strada del doppio binario: associazioni di categoria da una parte, ordini professionali dall’altra.

5) Tutte le scuole di formazione (enti, istitui, etc.) che vantano “fantomatici” riconoscimenti vendono solo fumo in quanto: a) la figura professionale non è riconosciuta; b) al massimo possono avere il corso accreditato (non riconosciuto) da un’associazione di categoria. Tutto ciò con valenza puramente culturale e non legale.

6) Gli unici Enti che allo stato attuale vantano un riconoscimento della figura professionale sono quelle Regioni presso le quali è depositato il profilo professionale del counselor. In quel caso le scuole – agenzie formative accreditate – che erogano corsi riconosciuti dalla Regione, rilasciano un titolo di qualifica professionale e dunque un titolo pubblico a tutti gli effetti.

7) Nessun ente (privato o pubblico) può rilasciare un titolo riconosciuto “a livello europeo” in quanto ogni stato membro ligifera ancora singolarmente in tema di professioni. Ergo per sapere a priori se io posso esercitare il counseling nello stato X devo preventivamente informarmi di quali titoli richiede lo stato X per esercitare. Non posso presentarmi dicendo: “Ho il titolo Y riconosciuto dall’associazione europea Z”. Lo stesso vale per le professioni regolamentate. Provate a fare l’Ingegnere in Germania con la laurea in Ingegneria italiana…

8) Le federazioni di associazioni di counseling sono un non-senso in quanto le associazioni non dovrebbero fare cartello, ma essere concorrenziali tra di sé, stando almeno alla logica di riforma del sistema, così come avviene nel resto dell’Europa.

Da : PaoloGiovanni Monformoso In riferimento al post dal titolo: “riconoscimento professionale counselor ” di Lorenzo Barbagli, con la presente desidero solo rettificare quanto in essa contenuto, laddove sono citato.

Durante l’incontro avvenuto in provincia di Arezzo domenica 23 settembre 2007 (incontro non programmato) avevo comunicato che la SICo non avrebbe partecipato al Convegno di ottobre organizzato da CIC in quanto non condivide la finalità di tale protocollo di reciproco riconoscimento.

La SICo è un’Associazione Professionale di Categoria con lo scopo di far riconoscere la figura professionale del Counselor e l’attività professionale del Counseling in Italia, perchè è in Italia che operano i professionisti iscritti e ne sono cittadini, ma non è interessata solo all’Italia, com’è comprovato dall’appartenza all’EAC; dell’ECA, inoltre, due importanti rappresentanti sono stati altresì presenti, e relatori, al Congresso che SICo medesima aveva organizzato in Roma 15 giorni prima del Convegno promosso da CIC.
Quanto sopra è solo per completa informazione.

Saluti,

Da : Sonia Cocchi In quanto orientatrice junior, interessata al ruolo del counsellor in Italia, vi ringrazio per le informazioni che avete messo a disposizione di tutti coloro che operano nel settore,

Da : leonardo evangelista Sono capitato casualmente sul sito di FAIP Federazione delle Associazioni Italiane di Psicoterapia. Alla pagina http://www.faipnet.it/ leggo che ‘La FAIP ha pertanto deciso di istituire al suo interno una Commissione Counseling al fine di gestire l’iscrizione del Registro dei Counselor presso il CNEL. Nel frattempo sono nati altri registri di counselor presso il CNEL’. Alla luce delle informazioni raccolte finora, fra cui la comunicazione del CNEL stesso riportata in questa pagina, possiamo dire che presso il CNEL non esiste alcun Registro dei Counselor, cioè nessun elenco unico, consultabile dall’esterno, che abilita allo svolgimento della professione del counselor. Ulteriori elementi di informazione sono acquisibili dal dibattito fra le varie associazioni di counseling riportato in fondo alla pagina http://www.faipnet.it/News.htm

Da : Quattro Stracci Caro Leonardo, hai centrato il punto. Presso il CNEL non esiste alcun registro. Quando parliamo di argomenti come questi è opportuno che tutti sappiano che il linguaggio normativo-tecnico-giuridico è assai diverso da quello quotidiano.

Il fraintendimento (voluto o meno, questo non lo so…) sta dietro l’angolo. Le associazioni di categoria possono istituire al proprio interno un registro di professionisti X con requisiti Y. Dopodiché le associazioni possono trasmettere questo elenco al CNEL dicendo, nella sostanza, che presso di loro sono iscritti il Sig. Rossi, il Sig. Bianchi e il Sig. Verdi. Il CNEL riceve il tutto e ne prende atto.

STOP: qui ci fermiamo, però. Tutte le informazioni volte a far credere (più o meno velatamente) che il CNEL dia una sorta di imprimatur (riconoscimento, accreditamento, etc.) a quei nominativi trasmessi di cui sopra… è semplicemente falso.

L’inghippo sta proprio qui… all’interno di un settore come questo, termini come registro, accreditamento, riconoscimento, etc., hanno una valenza ben precisa e sono termini non sovrapponibili ai medesimi termini calati all’interno di un gergo quotidiano e colloquiale.

Il link che hai postato (http://www.faipnet.it/News.htm) è estremamente chiarificatore…

Già l’incipit è sbagliato: “Le associazioni che riuniscono i counselor iscritti al registro del C.N.E.L. […]”. Come spiegato sopra tale messaggio è assolutamente ambiguo in quanto sembra che il CNEL detenga un registro… e non è affatto così. Ma ripetiamolo: il CNEL prende semplicemente atto che presso una certa associazione X sta iscritto il Sig. Y.

Si prosegue con la “polemica” relativa a cosa faccia o non faccia il CNEL… Anche qui si tende a dare informazioni ambigue: citando un articolo di Legge si tende a far credere che il CNEL possa legiferare in materia di professioni… invito tutti a leggersi questa voce di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/CNEL che è espressa in un linguaggio molto chiaro e comprensibile a tutti. Si possono evincere chiaramente i limiti del CNEL, nato con intenti assai nobili, ma smantellato un pezzo alla volta, giorno dopo giorno, dai vari di Governi di turno…

Poi si prosegue citando fantomatici accreditamenti internazionali… tutto bene: è importante però che l’utenza sappia che tali reciproci accreditamenti in Italia (e così negli altri paesi CEE) hanno un valore legale pari alla carta straccia. Ripetiamolo: ogni Stato membro della CEE è sovrano quando legifera in tema di professioni, specialmente se quella professione ha una regolamentazione statale.

Da : sandro artini A quanto già detto da altri voglio aggiungere che le associazioni che segnalano la loro esistenza al CNEL, possono farlo una sola volta, perciò l’elenco degli iscritti trasmesso al CNEL comprende solo coloro iscritti al momento della segnalazione presso il CNEL. Di tutti coloro che si iscrivono alle associazioni dopo che queste si sono segnalate al CNEL il CNEL non ha nessuna conoscenza. informazioni “oneste”

Da : Carlo Moretti Vorrei chiedere a voi esperti in orientamento cosa deve fare un aspirante counselor per iscriversi ad una scuola “onesta” appartenente ad associazione altrettanto proba. cito Barbagli secondo intervento: “…comunque in sè nessuna alternativa può garantire la qualità della formazione, come del resto non lo garantisce l’università. Se non le persone e la loro onestà.”
Come possiamo difenderci da chi diffonde informazioni ambigue e, in realtà, dovrebbe orientare nel giusto senso?

Da : Quattro Stracci Caro Sig. Moretti, mi ci vorrebbe meno di 30 secondi per dirle da quali associazioni tenersi ben alla larga… ma non credo che questo sia il posto adatto né che sia troppo corretto dare giudizi così pesanti (i miei sarebbero molto pesanti) su un blog.

Le posso consigliare di rileggersi bene fin dall’inizio questa pagina di commenti: vedrà che non le sarà difficile orientarsi.

Le associazioni di categoria “oneste” sono quelle che riportano i fatti così come sono, senza alterarli a fini promozionali. Per le scuole “oneste” è già più un terno al lotto… le scuole di counseling in Italia sono alcune centinaia e non è sempre facile orientarsi.

E quand’anche sia possibile orientarsi sul comportamento “formale” della scuola (tipologia dei contratti, rispetto del programma, etc.), non lo è invece sul piano “sostanziale” ovvero della qualità della formazione.

Mi spiace, forse avrebbe voluto informazioni più rassicuranti ma, realmente, è improbabile poterle dare senza cadere nei gusti e nelle conoscenze personali delle realtà formative.

Quello che le posso dire è vagliare attentamente il prestigio dell’ente, la qualità dei suoi docenti (qualità che non sempre va di pari passo con “fama”), i feedback che può trovare in internet dati da ex allievi. Può valutare il tipo di programma e – ma non ultimo in termini di rilevanza – il modello teorico proposto dalla scuola.

Si accerti che la scuola proponga un programma, che per ogni materia vi sia un programma del docente, una bibliografia, delle dispense. Si accerti della modalità con cui viene erogata la formazione personale (individuale, di gruppo, etc.).

Si accerti anche di “come” la scuola pubblicizza e promuove il corso: se legge i commenti dall’inizio avrà capito qual è lo stato dell’arte del counseling in Italia: diffidi da chi promuove i propri corsi facendo leva su fantomatici riconoscimenti, strampalati accreditamenti, mirabolanti promesse di prestigio e di lavoro.conflitto d’interessi?

Da : Carlo Moretti Caro quatro stracci ci intendiamo alla perfezione e, siccome, ho consultato il sito della Faip, così, per amor di chiarezza, ho scoperto che i membri della commissione counseling sono gli stessi direttori delle scuole accreditate dalla Faip stessa. E’ normale? Non c’è un leggero conflitto d’ interesse? Ma già la Faip non è nè centralizzata nè burocratizzata… è liberale!

Da : Quattro Stracci Pur non esistendo dei precisi criteri normativo-giuridici che regolamentano in Italia le associazioni di categoria (la strada è stata da poco intrapresa lo scorso 26 febbraio quando è stato varato il Decreto attuativo al D.Lgs. 206/07), possiamo comunque dire che gli indirizzi e gli orientamenti dati dalla CEE e da organi autorevoli (nonché dettati dal buon senso…) sono molto chiari:

– le associazioni di categoria devono occuparsi esclusivamente della parte “professionale” di una professione (mi scuserà il gioco di parole) e non della formazione, se non entro il limite di fissare dei criteri generali sugli standard formativi minimi; questo in soldoni significa che non ci deve essere legame alcuno (entro ragionevoli limiti, ovviamente) tra associazione di categoria e scuole di formazione; superato il “ragionevole limite” si rischia di sconfinare nella connivenza e, dunque, nel conflitto d’interessi;

– le associazioni di categoria, poiché ne possono esistere più di una, devono essere direttamente concorrenziali le une con le altre (nell’erogazione dei servizi, nella definizione degli standard, dei requisiti, etc.): questo in soldoni significa che “inventarsi” comitati e federazioni di associazioni che si occupano della stessa professione è andare nella direzione del fare il così detto “cartello”;

– le associazioni di categoria non devono essere confuse con le associazioni culturali; per queste ultime, infatti, quando detto sopra non vale.

La logica è chiara: chiunque può esercitare una professione non regolamentata, tuttavia vi è la possibilità di intraprendere un percorso di certificazione delle proprie competenze presso un’associazione professionale di categoria. Possono esistere più associazioni e dunque più enti certificatori: questa logica dovrebbe garantire la concorrenza e l’elevazione degli standard.

Alle scuole di formazione è demandata la parte culturale del processo, alle associazioni la parte di certificazione delle competenze.

La scuola deve dire: bravo, sai cos’è il counseling e ti rilascio il diploma. L’associazione, invece, deve dire: bravo, sai FARE counseling e dunque ti iscrivo e ti rilascio un attestato di competenza.

In Italia il panorama è desolante… la logica seguita da molte sedicenti associazioni di categoria, che poi di fatto tali non sono, è quella della così detta imbarcata: pigliamo dentro tutti e poi si starà a vedere. Secondo il criterio del “più siamo meglio è”.

Tale criterio, seppur in parte corrisponde a verità (una buona negoziazione la si fa quando si rappresentano molte persone), in larga parte corrisponde solo ad una logica economica e di potere. Non certo fa l’interesse del counseling, specialmente in questo momento storico in particolare dove, più che mai, gli standard qualitativi dovrebbero essere eccellenti.

Da : Carlo Moretti Nell’articolo di Lupoi del 6 /03 si auspica che venga interrotto il binomio Università- Professione in favore di un reale acertamento delle competenze. In sè il ragionamento non è sbagliato perchè sappiamo tutti che una laurea spesso ( ma non sempre! ) non prepara alla professione ma, sembra di capire, che è vero solo l’esatto contrario e cioè che per saper fare bisogna essere iscritti ad associazioni di professionisti. Forse Lupoi ha in mente associazioni di vario tipo ma, secondo me, per fare il counselor sono necessarie oltre che le specifiche abilità anche una profonda conoscenza di materie generaliste che riguardano la psicologia, la pedagogia, sociologia ecc. In sostanza credo che i counselors migliori sono quelli che svolgono già un’attività precisa come psicologo, insegnante, operatore sociale ecc. data la delicatezza e l’importanza della materia ( umana) che si tratta. Il fiorire di scuole accreditate da associazioni di cui è “nota” la fama, che tendono ad imbarcare più o meno tutti come fa ad essere garanzia di professionalità? Ma non viene in mente a nessuno che certi marpioni riescono ad improvvisare delle fantomatiche scuole, dove la bibliografia è basata su testi scritti da loro e dove gli insegnanti hanno un curriculum che basta uno uscito dalle superiori con una buona parlantina e una cultura media per essere all’altezza degli insegnamenti? A me viene il sospetto del business fine a se stesso ma forse sono un burocrate all’antica! Mi auguro che se la riforma va in porto, per il bene della professione di counselor e,( soprattutto) di chi ne usufruisce si avvalorino scuole serie in grado di fornire una preparazione “onesta”.

Da : Quattro Stracci In realtà la questione è un po’ diversa. L’Italia dovrebbe allinearsi con il resto dell’Europa sulla logica del doppio binario. All’Università (o chi per essa) è demandato il compito di verificare le competenze teoriche acquisite (sapere). Agli ordini e alle associazioni di categoria le competenze pratiche (saper fare).

Non ci vuole essere dunque una contrapposizione tra formazione e professione, ma anzi un raccordo all’interno del quale ognuna delle parti in causa gioca il suo ruolo senza invadere il campo dell’altra (il che tradotto significa che le associazioni di categoria NON devono fare formazione).

Allo stato attuale invece non è così: la laurea, che ahimé in Italia ancor oggi è un titolo legale, è il requisito sufficiente per iscriversi all’ordine. E qui tralascio volutamente il tirocinio e l’esame di Stato in quanto li ritengo, così come sono impostati oggi, né più né meno di una mera formalità.

Altra cosa sarebbe infatti sostenere un vero esame di certificazione delle competenze.

Facciamo un esempio (volutamente) semplice e (all’apparenza) fuori contesto: il muratore. L’Università ti dovrebbe interrogare su cosa sono i mattoni, il cemento, su come si fa il cemento, sulle differenze tra i vari materiali, etc. Poi l’associazione di categoria, invece, ti dovrebbe mettere di fronte a una pila di mattoni e del cemento e chiedere: tirami su un muro.

Le due cose non sono così automaticamente l’una conseguenza dell’altra. Qualcuno di cui non ricordo il nome diceva: chi non sa fare, insegna.

Venendo invece alla seconda parte del suo intervento: non può che trovarmi daccordo. A chi giova tanta incertezza normativa? A chi giova tenere nel limbo le nuove professioni opponendosi in tutti modi ad una loro ufficializzazione? Da una parte alle professioni ordinistiche ché altrimenti perderebbero il loro dominio. Ma dall’altra, sicuramente, ai tanti ciarlatani (per usare un eufemismo) che di questa incertezza hanno fatto un business. Ed ecco che quello che lei dice trova applicazione: mi invento una scuola, mi invento una associazione e… il gioco è fatto! Non solo: giova anche a chi in malafede sa, ad esempio, di non fare counseling (ma qualcos’altro); ed ecco che trova nel termine counseling un “contenitore” buono da riempire con i “contenuti” più disparati.

La cosa è semplice: so di fare un qualcosa che non posso fare, questo qualcosa lo chiamo counseling visto che il counseling lo può fare chiunque e… il gioco è fatto!

Da : Carlo Moretti Voglio raccontare la mia esperienza con una delle scuole di cui sopra. I lettori perdoneranno la volontà di anonimato ma, come è stato detto sopra, il blog non è luogo per denuncie o infamie.
Mi auguro che quanto sto per dire faccia ulteriore chiarezza su un mondo assai facile all’inganno.
Alcuni anni fa partecipai ad un incontro propedeutico per l’apertura di un corso di counseling. Un weekend( escuso il sabato mattina) di lezioni teoriche su un argomento inerente al counseling.
La lezione fu sanza lode e sanza infamia ( voto 6/ 6-) nel senso che furono introdotti argomenti solo in superficie ma, forse, questo, in parte fu dovuto al fatto che era una specie di promozione e, del resto, non si può pretendere tutto il prodotto senza pagarlo.
La cosa che invece destò scandalo in me fu il fatto che ciascuno ricevette da parte di Mr. Imbonitore un certificato che attestava una frequenza per 16 ore, quindi due giorni interi, valido come credito formativo per l’eventuale iscrizione alla scuola, pur avendo assistito soltanto a 5 / 5 ore e mezza di una specie di “ lezione”. Tale certificato venne concesso come fosse un “regalo”, un favore, della serie alla mia scuola è più facile, non stiamo a pesare le ore e i minuti, se vieni da noi ce la farai! Bando alla burocrazia, noi siam liberali!
Il metodo è semplice: si crea una rete di “ rapporti umani” basati su una fantomatica amicizia, in modo da esercitare un implicito sottile ricatto psicologico. Se io sono amico tuo perché ti “regalo” delle ore che non ti faccio pagare, tu non puoi rifiutarti di iscriverti alla mia scuola, di comprare i miei libri che, tranne in sparuti casi, devo pubblicarmi da solo perché nessuno mi si fila. Una volta “dentro” non puoi non venire ai convegni che organizzo da solo o con l’associazione anche se pensi che i relatori sono da anni sempre gli stessi e che sei stufo di assistere ad un bla bla bla che non dice essenzialmente niente di nuovo.
Specificato che nessuno può obbligare nessun altro e che l’adesione alla trafila di cui sopra è libera e ciascuno sceglie per sé e fa ciò che vuole la domanda è ma come fanno a non accorgersene e pensare che questo significhi qualità?
Non ci dimentichiamo che per ogni Vanna Marchi c’è un folto gruppo di sostenitori che è pronto a giurare sulla sua buona fede è onestà della sua professione. E allora… si hanno i politici che ci meritiamo! Saluti

Da : Quattro Stracci Caro Carlo, che vuole che le dica? Il mondo è bello perché è vario, diceva un tale. Ma alle volte, dico io, invece è proprio brutto. Possiamo solo confidare nell’intelligenza di chi, come lei, riflette compiutamente.

Certo è che in questo particolare momento storico (incertezza, precarietà, etc.) è sicuramente più facile abbindolare la gente.

Da : caterina crociani Ho letto con molto interesse gli interventi di questo blog. Certo c’è di che spaventarsi se coloro che, in quanto a doti ” umane” e professionali, dovrebbero essere dei “maestri” sono in realtà dei ciarlatani e dei cialtroni. Il sig. Moretti attribuisce una certa responsabilità anche a tutti quelli che, in certo senso, si fanno abbindolare ma egli dovrebbe tenere presente che chi si avvicina a questo mondo lo fa, in primis, perchè soffre e cerca per se stesso una soluzione. Il rapporto, in questi casi, non è mai alla pari perchè chi si fa abbindolare è mosso da bisogni, da carenze, da sofferenza e quant’altro. Mi pare che la responsabilità unica sia di coloro che si giovano delle debolezze e problemi altrui per vendere fumo, come abbiamo visto, e per arricchirsi.
Navigando in internet si scoprono convegni in cui i relatori principali sono psicologi o psicoterapeuti che, con la scusa di parlare del counseling, in realtà promuovono le proprie scuole o i propri corsi per counselors. Tenendo conto della annosa diatriba che esiste fra le professioni ordinistiche e le associazioi di categoria, non è strano che i principali ” danneggiati” da questa nuova professione siano poi coloro che la difendono a spada tratta? Le potenzialità del Dio Danaro sono infinite.

Da : Carlo Moretti Rispondo con piacere alla Sig.ra Crociani dicendole che sono perfettamente d’accordo con lei su chi siano i veri responsabili ma che se le persone, loro malgrado, non sono consapevoli dei menzogneri che hanno di fronte o, peggio, ne sono consapevoli e se ne servono, da questa situazione è difficile uscire con penalizzazione di chi vuol fare le cose sul serio.
E’ un’annosa questione italiana di mafia, bianca in questo caso, dove vige il do ut des ( sopratttutto il des) a scapito di una preparazione vera, seria e profonda per chi dovrebbe andare a fare un mestiere importante, ma alquanto delicato e difficile per la materia trattata.
Mi auguro comunque di poter leggere su questo blog anche interventi della controparte (strano il silenzio) per poter intavolare una discussione interessante e istruttiva (siamo molto democratici e abbiamo fatto nostro il motto “non la penso come te ma difenderò anche le tue idee) e ovviare a questa mortale noia!

Da : liliana cristali Colpisce molto..pensare di essere in mafia bianca. Sono rea-confessa, partecipo in qualità di allieva ad un corso per diventare counselor e sono consapevole che ho di fronte dei gran volponi, che lavorano sulla costruzione delle relazioni all’interno del gruppo, con l’occhio benevolo al numero dei partecipanti e al profitto della giornata di lavoro. non so se consapevolmente me ne servo, se i bisogni e senz’altro le carenze mi chiudono gli occhi. Tutti noi prendiamo quello che c’è, non sempre potendo scegliere il meglio, ma comunque cercando di avvicinarci a quel che desideriamo: come far spese all’outlet perchè non si può spendere nel negozio del centro, sperando però di poter essere noi stessi il valore aggiunto, l’onestà intellettuale, pur contraffatta da un vizio d’origine. Lo stato di carenza legislativa fa il resto.

Da : antonio rossi Salve,
ho letto con vivo interesse tutto quello che c’è da sapere sul counseling in Italia.
Alla fine ho inteso che tutti possono dire faccio counseling, o meglio fare intendere che si occupano di counseling visto che in italia non esiste nessun Ente che sia in grado di santificare chi può o non può esercitare questa professione. Allora mi chiedo perchè in uno stato civile si consente a scuole o istituti di poter offrire un prodotto che in realtà non ti da la possibilità di farne uso??? Mi spiego sono fermamente convinto che la formazione erogata da alcuni istituti sia il top che si possa ricevere, ma se la formazione non è seguita da un riconosciemnto legale a cosa serve??? Quale potrebbe essere un modo per sanare questa situazione??Vi ringrazio per la serie di info rilasciate sul blog, ma visto che siete orientari xchè non si concorre per orientare una azione solutiva????E’ sempre la stessa storia del parco trovato sporco e ci si lamenta…ma non sarebbe meglio iniziare a raccogliere qualche carta invece di lamentarsi ed attendere che arrivi la manna dal cielo???
Grazie…
Attendo indicazioni su cosa nel pratico bisogna fare

Da : Stefania Melotti Innanzittutto grazie per le informazioni così preziose. Sto concludendo i miei studi universitari (scienze della formazione).
Vorrei lavorare come counsellor e mi sto informando sulle scuole presenti: una marea… tutte riconosciute, accreditate, certificate…. da nessuno scopro ora!

Se non ho capito male tutti lo possono fare e per assurdo non servirebbe nemmeno la scuola in linea di massima. In realtà solo uno psicologo sarebbe “accreditato” per fare counselling.

Vi sarei grata se mi deste un consiglio su cosa fare..

Da : lorenzo barbagli Il counseling non si impara in nessuna laurea universitaria (come purtroppo nessun mestiere nella realtà delle nostre università). Non è pedagogia, non è psicologia (figuratevi ad esempio che negli usa i corsi di counseling e di psicologia sono separati nelle università), non è sociologia ma è capacità di sostegno e aituo e orientamento a perosne in moenti di difficoltà. anche se da queste e da altre mateire prende spunti per costruire soluzioni.
E nessun titolo o riconoscimento effettivamente può certifcare la qualità di ciò che si insegna o dei servizi che si offrono alle persone.
Senza scivolare in tetre discussioni in burocratese avanzato, preferisco dire a chi si interessa di imparare a valutare la realtà che si incontra.
In realtà non è davvero questione di titoli, ma semmai (e gli orientatori credo possano capire) di competenze reali.
Come? dai vissuti che si percepiscono negli altri.
Dalle invidie, dai “rosicamenti”, dalle artificiose strategie impeccabili e sempre-in-piedi che molti paventano.
Dagli impliciti e dalla trasparenza, che non è garantita da formale logica e belle forme.

Da : Quattro Stracci Invito tutti a leggersi i post dall’inizio… mi pare che questa questione della regolamentazione non sia molto chiara. Partiamo dalla formazione: in un periodo storico in cui si sta fortemente cercando di abolire il valore legale dei titoli di studio pubblici (leggi: laurea) suonerebbe un po’ anacronistico richiedere la legalizzazione del titolo di studio di counseling…

Per quanto riguarda la regolamentazione professionale la cosa è altrettanto chiara: nessuna delle associazioni di categoria attualmente operanti in Italia (né formazioni di altro genere) ha intenzione di richiedere la regolamentazione della professione intesa come istituzione di albo professionale.

Bisogna però fare attenzione: da un punto di vista concettuale “professione non ordinata” non significa professione senza regole. Semplicemente le regole -che ancora in Italia non ci sono- devono essere trovate al di fuori dal sistema ordinistico classico (titolo di studio, tirocinio, esame di Stato, ordine professionale). Ed è su questo che molti organi, enti, associazioni, stanno lavorando.

Il percorso è ancora lungo, anche se negli ultimi due anni sono stati fatti notevoli passi in avanti.

Delle diverse associazioni di counseling operanti in Italia già una è in possesso dei requisiti previsti dal c.d. decreto legislativo “Qualifiche” ed ha già effettuato domanda di accreditamento presso il Ministero competente. Le altre si spera riescano a mettersi in regola quanto prima per poter cominciare una vera concorrenza sul modello dell’accreditamento anglosassone.

Come già detto però in un post sopra -onde evitare che “roboanti” sigle internazionali facciano distogliere l’attenzione dal nocciolo del problema- ricordo a tutti che ogni Stato è sovrano nel legiferare in tema di professioni. Ergo, pur non tralasciando ciò che accade nel mondo, occupiamoci con attenzione di quello che succede in Italia.

Da : caterina crociani Mi pare che finora l’interesse principale dei nostri bloggers sia stato dibattersi sull’importanza del “saper fare”.
Niente da eccepire sul fatto che sia fondamentale, oltre la teoria, acquisire delle competenze precise in merito alla professione che si intende svolgere. Ma la professione del counselor è tale se “le tecniche” sono supportate anche dai valori.

Riprendendo l’esempio semplice ma efficace del muratore, è ben vero che so fare il mio mestiere se conosco i materiali, la loro preparazione e la pratica ( tirare su un muro) ma nessuno mi può controllare se al posto del vero cemento ho messo una sostanza meno costosa che dopo un po’ potrebbe far crollare la casa.

Ciò che intendo dire è che non si “fa” il counselor ma si “è” counselor e che oltre al saper fare è fondamentale il saper essere.

Io posso essere un abilissimo comunicatore, possedere una eccellente padronanza di tutte le tecniche di comunicazione che mi vengono insegnate in conformità con tutti gli standard del mondo ma se non opero secondo un etica coerente fra ciò che dico e come lo dico la comunicazione è ambigua e il counselor anzichè essere un modello positivo di riferimento, uno specchio che consente all’altro di aggiustare il tiro per capire meglio rischia di imporre la propria visione del mondo ( che potrebbe anche essere strumentale).

E’ pieno di esperti della comunicazione che sanno usare il linguaggio in modo assai seduttivo ma spesso inconsistente o, peggio, manipolatorio e la sfida più “alta” e più dura per tutti gli organi, gli enti e le associazioni che da due anni stanno lavorando per trovare delle regole condivise è la questione morale.

Da : antonio rossi Salve,
è con vivo interesse ke riscrivo su questo blog.
Bene l’importanza del saper fare è strettamente collegata al saper essere come detto su queste colonne e da me pienamente condiviso.

Ma questo saper essere comporta la forte consepevolezza di ki si è per se stessi e come si è nel mondo. Mi spiego, non mi è mai capitato di trovare un medico un avvocato o un qualsivoglia professionista ke debba in qualke modo dimostrare ke sappia esercitare la propria professione.

Un metro di discernimeto potrebbe essere il numero di casi o di incarichi portati a temine con esito positivo, intendendo per tale il raggiungimento degli obbiettivi concordati col cliente, ma diverso da ciò non vi è nulla, nessuna regola nessun codice e nessuna associazione può aprioristicamente asserire il saper essere e fare di un dato professionista.

Ebbene mi viene d’aggiungere ke in potenza tutti quelli ke si formano in una data professione possono saper fare e saper essere, ma nel concreto non tutti siamo in grado di portare a compimento degli incariki a cui siamo kiamati.

Credo quindi, che un buon metro per comprendere se so essere e fare potrebbe essere quello di Rollo May che diceva un buon counselor si vede dal grado devozione verso il cliente.
Vi invito a guardare l’etimo della parola, non come ki si sacrifica e quindi votato alla morte, anche se per fare un buon counseling, bisogna far tecere ogni proprio tumulto intimo, ma questo si spera che ogni professionista abbia il buon senso di affrontare con un cammino di crescita personale.
Dicevo una devozione uno “stare accanto” al cliente. Questo potrebbe in qualche modo essere anke il metro personale che ci potrebbe far ascoltare quanto siamo efficaci ed efficienti nella nostra professione…il punto è siamo disposti a farlo???

O ci fa stare bene e a posto con la coscienza e soprattutto verso il nostro cliente il numero di tessera dell’associazione o dell’albo di riferimento???
Grazie per avermi letto
Un colorato e caloro abbraccio

Da : carlo moretti Torno ancora, visto che chiarezza non è stata fatta, sulla questione dell’orientamento in merito alla scelta di scuole di counseling.

Se, com’è giusto, la teoria deve essere associata alle competenze reali e nessun titolo può realmente certificare la qualità degli insegnamenti come si fa a scegliere una buona scuola?

Qual è il criterio che consente di scegliere una buona formazione reale?

Se già sapessimo cogliere i vissuti negli altri, distinguere tra gli imbonitori e i professionisti onesti, se fossimo in grado di capire chi agisce per invidia e rosica e se, con più difficoltà, potessimo intendere il linguaggio vuoto privo di corporeità, abbuffato e abusato, le parole lontane dall’esperienza e dal fatto compiuto usate a scopo commerciale saremmo dei perfetti counselors senza bisogno di nessuna scuola.

Cordialissimamente Carlo Moretti

Da : Quattro Stracci Salve Carlo, ancora una volta provo a risponderle, anticipando tuttavia che una soluzione univoca al problema che lei pone – almeno al momento – non esiste.

Innanzitutto i presupposti formali. Una scuola di formazione in counseling è, di fatto, un’azienda come un’altra. Innanzitutto è dunque bene vedere il lato formale: la scuola ha una segreteria funzionante, una biblioteca, un contratto chiaro e leggibile? La scuola ha una biblioteca, una sede decorosa? La scuola offre servizi aggiuntivi agli allievi (gruppi di studio, tirocinio, etc.)? La scuola possiede una certificazione di qualità? La scuola è una agenzia formativa accreditata? La scuola rilascia regolare fattura dei compensi che chiede? La scuola è accreditata presso un’associazione di counseling? La scuola è inserita in un circuito più ampio del proprio (italiano o magari europeo o internazionale)?

Poi il lato sostanziale (più complicato da valutare). Quanti sono i docenti che vi insegnano? E’ una specie di corso monografico (ho visto tante scuole con 3 docenti che fanno tutto dove, magari, uno è anche il presidente e l’altro è il direttore…) o vi è una pluralità di docenti? Qual è la qualità dei docenti? Hanno pubblicazioni consultabili? I loro programmi di studio sono visibili in anticipo? Tra i docenti vi sono dei counselor? La struttura opera effettivamente la pratica del counseling sul territorio (sportelli di ascolto, consultori, etc.)?

Valutiamo anche il modello formativo: l’orientamento teorico, la quantità delle lezioni frontali, della supervisione, del tirocinio, della formazione personale, della modalità con cui si fanno gli esami, etc.

Un po’ di inventiva e di iniziativa…: oggi le nuove tecnologie rendono più facile l’accesso alle informazioni. Utilizziamole! Facciamo ricerche su internet, incrociamo i risultati, valutiamo ciò che ne esce… La scuola A è riconosciuta dall’associazione B che, a sua volta, è affiliata all’associazione europea C. Molto spesso capita che il legale rappresentante di A è lo stesso di B e, in casi “tragicomici”, anche di C. E’ il così detto giochino delle scatole cinesi… ma ora è abbastanza facile smascherarlo: basta ad esempio vedere attraverso un banale WHOIS a chi corrisponde un dominio internet…

Poi riflettere, paragonare scuole diverse e diverse offerte formative. E, non per ultimo, anche un po’ di fortuna…

Mi rendo conto che non sia facile, ma questo va anche un po’ nella direzione di diventare consumatori un po’ più consapevoli…

Da : carlo moretti Quindi se io frequento un corso presso la scuola di counseling A che per farsi pubblicità e acquistare credibilità è riconosciuta dall’associazione B che a sua volta si serve del numero delle scuole associate da se medesima per vantare la propria supremazia fra le associazioni di categoria e per dichiararsi idonea a rilasciare montoni di certificazioni e l’associazione B che per i soliti motivi precedentemente elencati si fa affiliare ad una associazione europea C io, come counselor, sono “esaminato” sostanzialmente dalla stessa persona o, nel migliore dei casi, potrei non essere esaminato affatto tanto controllato e controllore sono la stessa cosa! Giusto?

Da : Quattro Stracci Uno dei punti cardine della logica delle associazioni di categoria (doppio binario ordini professionali / associazioni) è quello dell’assenza del conflitto di interessi. Nelle intenzioni del legislatore europeo la parte formativa deve essere nettamente diversificata dalla parte di verifica professionale.

Cioè quello che NON accade ora con gli ordini e l’università: il professore A insegna alla facoltà di Psicologia la materia Psicologia Generale. Il professore A è anche in commissione esame di Stato e valuta come io svolgo la prima prova d’esame ovvero il tema sulla Psicologia Generale. Il professore A è anche membro della commissione dell’Ordine degli Psicologi che deve accettare la mia domanda di iscrizione a seguito del superamento dell’esame. In alcuni casi il professore A è anche docente della Scuola di Psicoterapia XY che mi dovrà formare post lauream e sarà sempre lui, in qualità di membro del consiglio dell’Ordine, a dover accettare la mia richiesta di riconoscimento della Psicoterapia presso l’Ordine stesso…

Questo vale anche per le associazioni di categoria: è inaccettabile che un dirigente di una scuola di formazione in counseling sia anche un dirigente di una associazione di categoria… infatti alla scuola è demandata la verifica dei titoli formativi, mentre all’associazione di categoria la verifica dei titoli professionali.

Le associazioni infatti non dovrebbero “iscrivere” tra i propri soci le scuole, ma accreditare i loro percorsi formativi, che è cosa ben diversa.

La verità è che oggi, nel migliore dei casi, le scuole si associano in associazioni volte a tutelare principalmente i loro interessi. Intendiamoci, non c’è niente di male, ma l’associazione che tutela prevalentemente gli interessi delle scuole non dovrebbe essere “spacciata” per associazione professionale di categoria.

L’associazione di categoria deve essere indipendente, e valutare la qualità professionale del singolo soggetto che intende iscriversi all’associazione, indipendentemente da quale scuola egli provenga.

Recentemente è stato istituito presso il Ministero della Giustizia un elenco a cui potranno accedere VERE associazioni di categoria. Al momento l’elenco è vuoto, ma presto – spero in un imminente futuro – cominceranno ad esserci i primi accreditamenti e allora il potenziale allievo/counselor avrà un altro importante parametro a disposizione per valutare la qualità sia della formazione che dell’associazione.

In sostanza: controllato e controllore non devono essere la stessa persona.

Da : carlo moretti Nella differenza fra forma e sostanza, credo, che un ruolo determinante spetti al linguaggio, o meglio, all’uso che si fa di esso.
E’ infatti assai difficile giudicare “la qualità” dall’eleganza della sede, dalla presenza o meno di una biblioteca o, addirittura dal numero degli insegnanti. Tutti parametri validissimi, s’intende, ma variabili di un’azienda, quella del counseling, che non produce beni concreti facilmente valutabili con riscontri “oggettivi”. Se io compro un divano posso dire se la seduta è buona o meno e fare il dovuto confronto qualità prezzo e poi scegliere. Quando si tratta, però, di professioni “intellettuali” il criterio di selezione si complica ed più difficile distinguere fra vero e falso grazie all’abilità indiscussa dei “parolai magici”.

IL PAROLAIO MAGICO usa un linguaggio pleonastico, ambiguo, ridondante, con iperboli; parlare per lui è nominare, dare esistenza ,cioè, con la forma ad una sostanza che non esiste.Basta dire, per affermare. Concentrato sul vocabolo solenne. usa la parola per raggiungere il bersaglio che, colpito, cede alla lusinga e si arrende per il proprio bisogno di appartenere.
La parola è snaturata, non sente il corpo, non accende fuochi ma cortine di fumo.

Il counselor che vorrei è colui che parla di affettività, amore e umanità senza nominarle, è uno che costeggia, che tocca da lontano e la sua grandezza sta proprio nel mancare il bersaglio.

Da : carlo moretti Il mio professore di storia e filosofia del liceo ci interrogava mentre noi tenevamo il libro aperto e leggevamo pari pari la lezione.Il voto più basso era 7. La maggioranza otteneva 8 o 9 senza troppa difficoltà, bastava saperlo ingannare facendogli credere di avere realmente studiato.
Studenti giovani ci approfittavamo della situazione per alzare o mantenere la media, a seconda dei casi. Ma non eravamo soddisfatti. L’inganno alla lunga non paga. Ci sentivamo inferiori ai compagni delle sezioni parallele che ci raccontavano come i loro proff., fossero esigenti ma erano in grado di fare delle lezioni affascinanti, approfondite e interessanti.Loro potevano andare fieri della loro preparazione, la loro fatica li ripagava nello sforzo di “conquistare” personalmente un sapere prezioso per la propria formazione scolastica ma soprattutto umana.

Ho navigato in internet e ho trovato che i counselor di una associazione debbono svolgere un percorso di aggiornamento di tot. ore per avere il diritto a mantenere la propria iscrizione al registro della associazione di cui fanno parte attraverso la partecipazione a seminari, convegni,workshops ecc.

Ineccepibile.Formalmente.Burocraticamente.

Scopro,poi,che il seminario tenuto da un membro di una scuola di counseling sulle tecniche e metodologie della propria scuola presso la sede di un’ altra scuola facente parte della medesima associazione di categoria vale “…come aggiornamento professionale per i counselor iscritti Faip/Cnel”.

Cioè: noi siamo due scuole che fanno parte della stessa associazione. Io vengo “a casa tua” e spiego ai tuoi allievi qual è il mio metodo e poi, magari, sarai tu a fare lo stesso con i miei.
Cioè : io formo e aggiorno i tuoi allievi e tu farai lo stesso con i miei, e poi ci diciamo quanto siamo bravi reciprocamente ma non ci basta perchè pretendiamo che questo valga come formazione e aggiornamento indiscutibilmente riconosciuto.

Ma che c’ entra tutto questo con l’accreditamento della formazione e l’aggiornamento per l’attività di counselor? COLAP, EAC dove siete? Ma che è questo sistema autoreferenziale dove si vogliono spacciare per assoluti valori etici e professionali che fanno l’interesse di chi riscuote la parcella per la propria relazione al seminario con tanto di pubblicità alla propria scuola?
Beh, certo… se il dirigente della scuola è anche dirigente dell’associazione e le regole le fa lui…già…

A casa mia questo si chiama abuso di potere e conflitto d’interesse,ma a casa mia però,e i counselor sanno che la verità è relativa, ognuno ha la propria.

Faccio appello ai counselor iscritti alla Faip perchè considerino che tutto ciò fa del male a loro per primi e, prima o poi, finiranno per sentirsi inappagati e delusi da questo sistema “facile” e truffaldino e mancheranno la gioia dello sforzo nobile e valoroso che porta alla conquista del divenire dei valenti professionisti.

PS 2: noto che si continua ancora a parlare di iscritti Faip/Cnel…

Da : Quattro Stracci Segnalo che, a fare un po’ di chiarezza (finalmente!) nel panorama del counseling e delle professioni non regolamentate, è nata una nuova associazione di categoria. Si chiama AssoCounseling e, pur essendo neonata, sempre lavorare con serietà ma, quel che più conta, con trasparenza e chiarezza. Il sito web è www.assocounseling.it

Da : Quattro Stracci Segnalo a tutti questo “illuminante” articolo dal titolo “Counseling professionale e dintorni” che finalmente fa un po’ di chiarezza su molti dei temi che abbiamo dibattuto nei posti precedenti.

Ecco il link: http://www.assocounseling.it/approfondimenti/articolo.asp?cod=89&cat=APPRO&titlepage=Approfondimenti

Da : giovannella giorgetti Finalmente si comincia a parlare delle scuole di counseling!
Credo che sia giunto il momento di fare chairezza su un punto tanto importante come la formazione. Mi sono accorta da tempo, dal tempo della mia formazione (che data 1999) che la maggior parte delle scuole di C. affiancano scuole di psicoterapia. Inizialmente mi sentivo lusingata da questo “affiancamento” credendo che questo potesse garantire maggio valore alla mia formazione. In realtà ho compreso, con il tempo e tanta più esperienza, che il C. in un certo senso, spesso permette la sopravvivenza delle scuole di psicoterapia in quanto queste ultime hanno molti costi determinati dai docenti, libri, pubblicazioni ecc… e che gli iscritti sono molto inferiori di numero rispetto a quelli delle scuole di C.
Seguendo questo filo del ragionamento mi posso spiegare perchè le scuole di C. sono ” malate” di diploma facile: avere classi con molti iscritti per almeno tre anni, garantisce sicuramente una buona e sicura entrata e come non diplomare un allievo a cui si e’ richiesto denaro non solo per il corso ma anche per training, workshop, libri (spesso firmati dai presidenti o direttori delle stesse scuole),tutto oltre il costo deciso dal contratto iniziale.
Inoltre esistono scuole che offrono possibilità di approfondimento su tematiche inerenti la psicologia (come l’approccio funzionale, i disturbi dell’alimentazione ecc..) attraverso costosi corsi post diploma. Va da sè che tali competenze acquisite a suon di euro (con percorsi personali di terapia a seguito, naturalmente tenuti dagli stessi direttori o presidenti (sic!)) non potranno essere attivate perchè interessano tematiche psiocogiche e psicoterapeutiche…
Scusate la foga ma parlo con cognizione di causa e credo veramente che sia ora di far brillare maggiore onestà in questo campo, anche perchè gli allievi sono spesso persone che fanno sacrifici per intraprendere questa formazione. E ci credono.
Grazie dello spazio a disposizione.

Da : franca baldi L’inevitabilità del fare scelte, in epoca post-moderna, ha a che fare con l’autonomia dei soggetti ed un loro ruolo attivo nella costruzione della propria esistenza.

L’individualizzazione ( la conoscenza del sè) è il processo che tende alla emancipazione dell’individuo in quanto titolare di libertà e di giudizio.

Il valore è l’attribuzione di significato a ciò che ci accade che ci consente di esercitare un certo grado di controllo sugli eventi imprimendo una qualche direzione al nostro futuro.
Valore come libertà conquistata e capacità di ciascuno di saper svolgere un’ermeneutica del valore.

L’unica universalità attribuibile, oggi, al valore è la misura del rapporto con l’altro.

Le “scorrettezze” (eufemismo) lette sopra rimangono insieme alla responsabilità di chi le ha commesse ma la “scelta” di valore la compie l’utente: propaganda o informazione, ambiguità o trasparenza, trucco o verità.

Da : lorenzo barbagli Fino al 2004 il CNEL ha censito i professionisti non regolamentati tra cui un certo numero di Counselor.
Il recepimento della Direttiva Qualifiche Art. 26, D.Lgs. n. 206/2007, Attuazione della dir. 2005/36/CE, ha fatto sì che il Ministero abbia individuato un percorso istituzionale per inserire le associazioni professionali in un elenco volto all’individuazione delle associazioni rappresentative a livello nazionale delle professioni per le quali non esistono ordini, albi o collegi.
Le associazioni professionali che vogliano far parte di questo elenco devono inviare al Ministero di grazia e Giustizia apposita documentazione (che comprende anche i registri dei professionisti).
Il ministero, qualora ravvisi corretta questa documentazione provvede ad inviarla al CNEL. La II^ Commissione Lavoro del CNEL provvede a deliberare in tal senso (accettazione o rifiuto).
Pertanto gli elenchi dei professionisti delle ass. prof. che hanno richiesto di essere inseriti nell’apposito elenco debbono essere vagliati dalla II^ Comm. Lavoro del CNEL .
A logica, questo dovrebbe significare che il CNEL qualcosa conta.
Linko una pagine utile:
http://asscouns.unicouns.it/StatoArteRiconoscimento.htm

Da : Annamaria Mancuso Con riferimento alla richiesta di informazioni, si conferma che il CNEL, in
attuazione dell’art. 26 del D.L.vo 206/2007, esprime una valutazione in
merito alle Associazioni di professioni non regolamentate per cui essa è
stata richiesta dal Ministero della giustizia. Tale valutazione ha valore
endoprocedimentale ai sensi dell’art. 26, fermo restando ogni competenza
del Ministero.
Si conferma altresì che presso il CNEL non è istituito alcun registro di
associazioni no regolamentate, né che in passato il CNEL abbia mai
istituito tale registro.
Cordialmente,
Massimiliano Boni

Da : Tommaso Valleri Esatto Annamaria! Presso il CNEL non è MAI esistito un registro nè di associazioni nè tantomeno di singoli professionisti. Il CNEL, la cui funzione principale è quella di osservatorio, raccoglieva semplicemente dei dati da utilizzarsi a fini statistici (che poi inserirva infatti nei suoi così detti “rapporti”).

Peraltro il CNEL oggi non censisce neppure più le associazioni, e questo proprio in ragione del D. Lgs. 206/2007 (ex art. 26). E comunque, una cosa è certa, non ha MAI censito singoli professionisti (chiedeva solo alle associazioni il numero di iscritti che avevano, dato peraltro che poi non veniva mai aggiornato).

Venendo alla tua domanda nello specifico: la rilevanza del CNEL è, per così dire, altalenante, e va di pari passo con la rilevanza che il Governo di turno vuole che abbia…

Attualmente, dall’ultimo Governo Prodi in poi, il CNEL ha poca voce in capitolo rispetto a tali tematiche, proprio perché il Governo ha investito il Parlamento (nonostante tutto sia ancora un po’ bloccato) sul trovare una soluzione all’annosa questione Ordini/Associazioni – Professioni ordinate/Professioni non ordinate.

Peraltro, proprio in ragione delle nuove proposte di legge, ancora non si sa bene se presto il Decreto Legislativo di cui sopra verrà sorpassato. Di certo, ad oggi, è l’unico atto legislativo che abbiamo.

Ti invito a visitare il nostro sito web www.assocounseling.it aggiornato in tempo reale con news, rassegna stampa, articoli di approfondimento e tutte le PdL depositate in Parlamento.

Cordiali saluti (anche a tutti i partecipanti del forum)

Dr. Tommaso Valleri
valleri@assocounseling.it
Segretario Generale di AssoCounseling

Da : maria madda Credo che la persona che più mi abbia aiutato a capire, in barba al nome, sia Quattro Stracci, purtroppo oggi siamo tempestati di errata informazione, non è facile districarsi. Avevo l’idea e il forte desiderio di fare un corso di counsellor, ma a questo punto forse è meglio lasciar perdere e formarsi da autodidatta confrontandosi con altri per crescere e maturare.

Da : Carlo Moretti No, Maria non deve abbattersi! Non lasci cadere la motivazione a realizzare un percorso che le interessa. Provi, invece, a districarsi nel labirinto della “errata informazione” come le suggerisce Quattro Stracci nel post “Orientarsi tra le varie scuole”.La formazione da autodidatta e il confronto con gli altri sono momenti che fanno sempre parte del percorso personale e professionale di ciascuno.

Non sarà facile ma di certo da questo Blog potrà trarre qualche utile informazione, e la discussione ,se non altro, ha avuto il merito di far luce su alcuni punti oscuri.
Come in ogni situazione la difficoltà è discernere fra bello e brutto, buono o cattivo ma il valore aggiunto alla fin fine lo mettiamo noi.

Scegliere non è competenza facile e implica la mediazione fra i nostri interessi, valori ,motivazioni e attitudini ma siamo chiamati a farlo, speriamo, nel modo più consapevole possibile.

Da : giovannella giorgetti La professione di Counselor è una bellissima professione. Ci dà l’opportunità di crescere come persone e di aiutare in modo autentico chi si rivolge a noi. E’ l’umano che incontra e aiuta l’umano. Tutto ciò non è insegnato certamente dalle scuole, è frutto di un cammino che ci rende consapevoli che essere Counselor è “un modo di essere”. Detto questo non alleggeriamo la responsabilità delle Scuole rispetto a quella parte del percorso che si impara anche dai direttori, presidenti e docenti. I primi , spesso, predicano bene e razzolano molto male, i secondi altrettanto spesso non insegnano ciò che è alla base di questo approccio: la relazione. Ci sono Scuole (per ovvi motivi non farò nomi…ma li ho proprio sulla punta della lingua e sarei anche abbastanza arrabbiata per farmi sfuggire qualche nome!!!) che non fanno quasi mai pratica pensando che molta teoria sopperisca alla mancanza di lavoro sul campo: bisogna diffidare di questo perchè significa che il presidente/direttore non ha molta esperienza nella materia ma si improvvisa counselor senza averne le reali competenze. Altrettanto se c’è poca teoria. Come sempre l’equlibrio e l’integrazione rappresentano la giusta strada. E’ bene, quindi informarsi sulla organizzazione dei corsi e richiedere ciò che non viene poi mantenuto durante il percorso formativo. Ciao!Il Ministero della Salute avvia delle verifiche riguardo la figura del counselor

Da : leonardo evangelista Fonte: NIcola Piccinini http://nicolapiccinini.it/ministero-salute-verifiche-counselor/2010/08/ Lo scorso 8 giugno 2010, rispondendo ad una interrogazione dell’onorevole Paola Goisis, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Laura Ravetto, ha accolto le preoccupazioni sollevate dall’onorevole Goisis riguardo il rischio che la figura del counselor possa illecitamente esercitare attività di esclusiva competenza dello psicologo. Nell’interrogazione presentata dall’Onorevole Goisis si legge:
la principale associazione dei counselor italiani, la Società italiana di counseling (S.I.Co.) ritiene che il «counselor» sia una figura professionale «in grado di favorire la soluzione di disagi esistenziali «di origine psichica» che non comportino tuttavia una ristrutturazione profonda della personalità;
appare chiaro come tale definizione che i counselor danno di sé stessi si configuri come ottima e valida descrizione dell’attività professionale dello psicologo, ove invece la «ristrutturazione profonda della personalità» è scopo ultimo dei procedimenti psicoterapeutici il cui esercizio è riservato ai soli professionisti iscritti anche con questo titolo all’Albo degli psicologi;
ed ancora:
qualsiasi prestazione psicologica è infatti accomunata dall’obiettivo del benessere psicologico, che rientra fra i requisiti dello stato di «salute» come stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità nella Carta di Ottawa per la promozione della salute, che ha definito la salute come «stato di completo benessere fisico, mentale e sociale» e non come mera assenza di malattia o di infermità

Nel suo intervento alla Camera dei Deputati, afferma invece il Sottosegretario Ravetto:
«la ferma volontà del Ministero della salute di avviare le opportune verifiche, anche con il concorso del comando dei Carabinieri-Nucleo antisofisticazione e sanità, al fine di accertare la portata del fenomeno e di valutare eventuali violazioni della normativa vigente».
E inoltre: «[…] qualora l’ambito di attività del citato counselor fosse quello definito e prospettato dalla Sico, non potrebbero che condividersi le osservazioni formulate dall’onorevole Goisis […]»A proposito di pubblicità ingannevole…

Da : Annamaria Mancuso …segnalo questo link

www.scuoladicounselingtorino.it/articolo.php?id=91

Da : Quattro Stracci Copio e incollo dal sito di AssoCounseling (http://www.assocounseling.it/approfondimenti/articolo.asp?cod=461&cat=NEWS&titlenav=News)

Tre mesi di sospensione e la richiesta di cancellazione dal sito delle newsletter oggetto della denuncia. Questo è quello che, in data 2 marzo 2011, ha deliberato il Collegio dei Probiviri del CoLAP di concerto con il Consiglio Direttivo.

Ma facciamo un passo indietro: il 14 luglio 2010 alcune associazioni italiane di counseling, tra cui AssoCounseling, hanno denunciato al Collegio dei Probiviri del CoLAP la SICo Società Italiana di Counseling per alcune newsletter pubblicate dalla stessa sul proprio sito e diffuse tramite eMail a tutti i propri associati.

Le newsletter in questione sono state ritenute dalle associazioni denuncianti diffamatorie nei loro confronti, poiché contenevano ingiustificati ed immotivati attacchi, oltre a frasi non veritiere.

Di analogo parere si è dimostrata la commissione deontologica del CoLAP che, in data 4 febbraio 2011, ha inviato la propria decisione al Consiglio Direttivo del CoLAP il quale, in data 2 marzo 2011 – con notizia resa nota ieri – ha deciso di sospendere la SICo per tre mesi.

«E’ questa la prima volta nella storia del Coordinamento – scrive Giuseppe Lupoi, Presidente del CoLAP – che abbiamo dovuto sanzionare un Associato».

«Quel che però mi ha convinto dell’indispensabilità di un provvedimento sanzionatorio – prosegue Lupoi – è stata la totale mancanza di collaborazione mostrata da SICo in questa occasione».

«Speriamo che la decisione del CoLAP – ha commentato Tommaso Valleri, Segretario Generale di AssoCounseling – chiuda definitivamente questa spiacevole parentesi, che certo non ha giovato alla causa comune delle associazioni di counseling, ovvero quella di dare dignità e riconoscimento alla professione e ai professionisti».

«Noi di AssoCounseling continueremo – prosegue Valleri – a collaborare con le altre associazioni di categoria in maniera proficua e producente, avendo a cuore il futuro della nostra professione, come è avvenuto fino ad oggi».

«Nel modello accreditatorio – conclude Valleri – la concorrenza tra le varie fonti di accreditamento è un valore ed una risorsa, ma occorre che la stessa avvenga in maniera leale senza tentativi di screditare le associazioni concorrenti».

E anche noi come le altre associazioni attendiamo, a questo punto, che la SICo dia seguito alla delibera del CoLAP cancellando prontamente da internet le newsletter oggetto della sospensione.

Documenti collegati: http://www.assocounseling.it/docs/miscellanea/colap08032011_sospensione_sico.pdf

Da : annamaria mancuso Posto il nuovo link a proposito di “pubblicità ingannevole”, perché il vecchio è fuori uso.
Per chi volesse informazioni in merito.

www.scuoladicounselingtorino.it/counseling-libere-università-non-legalmente-riconosciute-e-pubblicità-ingannevole-scuola-superiore-di-counseling-in-psicologia–della-salute/

Da : annamaria mancuso Fonte: Nicola Piccinini: http://nicolapiccinini.it/counseling-psicologo-parere antitrust/2011/04/#comment-1297 Lo scorso anno l’Ordine Psicologi Piemonte ha pubblicato una lettera riguardante il counseling in cui prende posizione netta rispetto ai pseudoprofessionisti che spesso si accavallano alla figura dello Psicologo. In particolare afferma:

“La legge n. 56/1989 Definisce la professione di psicologo stabilendo che essa “comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività diabilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità […] Tutto ciò che rientra nell’ambito di attività sopra descritto è, quindi, ex lege riservato agli psicologi […] La figura del “consulente di psicologia”, o “counsellor” che dir si voglia, non trova riconoscimento nella predetta legge n. 56/1989, Né in altre leggi dello Stato. […] L’unico dato allo stato “ufficiale” relativo a tale figura professionale si rinviene nell’elenco del CNEL […] si tratta non di “riconoscimento” in senso proprio, ma di semplice “presa d’atto”, da parte del CNEL, dell’esistenza di soggetti giuridici che dichiarano di svolgere una certa professione (è il CNEL a specificare “sia la Banca dati che l’Elenco qui contenuti esprimono unicamente un intento conoscitivo”). […] Al riguardo, sulla base delle segnalazioni pervenute (principalmente afferenti l’impiego di tale figura professionale in ospedali, scuole, aziende sanitarie, consultori, etc.), Questo Ordine ha potuto riscontrare che gran parte delle attività svolte (e degli strumenti utilizzati) dai counsellors rientrano nell’area del “sostegno psicologico”, senz’altro riconducibile all’ambito delle competenze riservate agli psicologi ex art. 1 L. 56/1989.”

Prosegue apportando ulteriori elementi ed infine chiude la missiva con:

“Per tutte le ragioni sin qui illustrate, quindi, l’Ordine scrivente invita gli Enti/Aziende ad astenersi dall’affidare a figure professionali diverse dallo psicologo abilitato ed iscritto all’Albo lo svolgimento di incarichi che, per oggetto e strumenti utilizzati, siano riconducibili nell’ambito delle competenze riservate dalla L. 56/1989 Agli psicologi”

Da mio punto di vista, ma immagino da quello di qualsiasi collega, l’operazione dell’Ordine Piemonte è lodevole ed anzi da replicare con forza in tutte le realtà regionali. Tuttavia, com’era plausibile immaginare, questa iniziativa ha fatto storcere il naso ad una delle Associazioni che rappresentano i Counselor e – soprattutto – le scuole che formano counselor.

L’Assocounseling a novembre invio una segnalazione all’Antitrust chiedendo se vi fossero o meno gli estremi per violazione delle regole della concorrenza, abuso di posizione dominante, pubblicità ingannevole. Fecero un gran vociare, unitamente ad altre associazioni.
( leggi tutto sul sito)

Da : Tommaso Valleri Cara Annamaria, mi spiace mai sei proprio molto poco informata. AssoCounseling è l’UNICA associazione italiana che NON iscrive scuole di formazione. AssoCounseling quindi NON rappresenta proprio per niente le scuole. Anzi, ha fatto di questo uno dei suoi punti di forza.

L’antitrust, la cui lettera pubblicheremo INTEGRALMENTE tra quale giorno, non ha per niente detto che il counseling è dello psicologo. Ma quando mai… L’antitrust ha semplicemente detto che in quello che ha fatto l’Ordine del Piemonte non è ravvisabile una infrazione delle leggi comunitarie sulla concorrenza. Tutto qui.

E, per inciso, ha pure scritto che la questione counselor-psicologo ESULA dalla sue competenze.

Peraltro, questo pronunciamento, autorizza d’ora in avanti – senza ombra di dubbio alcuno – chiunque ad avere lo stesso comportamento tenuto dall’Ordine del Piemonte. Perché le regole, se ci sono, sono uguali per tutti.

Comodo commentare i pareri dell’antitrust senza pubblicarli… così si può dire ciò che si vuole con i lettori che abboccano come pesci all’amo.

Ma non ti preoccupare, come ho premesso, ci penseremo noi a pubblicarla. Così che ognuno si possa formare la propria opinione sulla base di un documento, e non sulla base di pura propaganda…

Da : annamaria mancuso Mi pare che questo blog si sia occupato fin dall’inizio di “propaganda”.
Ben vengano chiarimenti e specificazioni a favore della “verità”, da una parte e dall’altra.
L’obiettivo è un’informazione documentata. Sempre.
…E ognuno, poi, è libero di fare le proprie scelte.

Da : giovannella giorgetti Sono laureata in psicologia dell’età evolutiva e sto frequentando Psicologia Clinica, sono un counselor, voglio fare il counselor perchè non mi interessa nè fare lo psicologo nè lo psicoterapeuta. Sono piuttosta stanca di questa diatriba tra counselor e psicologi che credo dipenda dalla preparazione degli atenei che , forse, è necessario che modifichino la preparazione in psicologia. Il corso della magistrale che sto frequentando è un approfondimento della laurea di base.
Forse sarebbe necessario che l’università strutturi una ” laurea in psicoterapia” che comprenda due anni di pratica e una in counseling. Certo che poi il business che c’è dietro al counseling e alle scuole di psicoterapia avrebbe qualche cosa da dire… Ma vorrei veramente che finisse l’arricchimento di ceerte persone…
Sono anche piuttosto stanca anche di tutti gli psicologi che , non sentendosi giustamente identificati dalla laurea univesitaria (visto che escono dalle esame di stato per lo più in difficoltà nel tenere un qualsiasi confornto che non sia “mediato” dai professionisti di riferimento del tirocinio… e questo per responsabilità della struttura dei corsi universitari) fanno la guerra ad una figura professionale che…esiste, è voluta dalla gente e che, udite udite…funziona…naturalmente nel proprio ambito (che spesso gli psicologi non conoscono per poca o nulla informazione ( un mio prof universitario spar a zero sul counseling ma ha forti lacune di informazione!).
La relazione d’aiuto e il colloquio di sostegno non è un’esclusiva dello psicologo. E ci vorrebbe…altrimenti insegnanti, operatori sanitari, operatori scolastici, sacerdoti, operatori di comunità, pedagogisti, farmacisti, medici di base, educatori, psicomotricisti, assistenti, animatori sociosanitari e genitori non potrebbero “vivere” professionalmente. Se gli psicologi hanno, e veramente hanno, problemi di identificazione e di lavoro , ciò dipende da una università che non prevede la pratica in funzione di arricchire le scuole di psicoterapia.
Perchè gli psicologi non si occupano, invece dell’invasione dei medici e degli odontoiatri (sic)nel campo della psicologia? Forse per il potere politico di queste professioni? Ciao!

Da : Leonardo evangelista Ciao Nicola Piccinini,

condivido la tua azione contro l’abusivismo, per i motivi indicati nei miei due messaggi pubblicati all’inizio di questa pagina. Quello che mi sorprende è che fra gli iscritti e negli organi dirigenti di associazioni di counseling compaiano psicologi. Credo che gli ordini regionali dovrebbero attivare azioni di censura e eventualmente di espulsione di quegli psicologi che promuovono quello che a mio parere è un esercizio abusivo della professione di psicologo. Fammi sapere che ne pensi e se intendi attivare azioni in questa direzione.

Ciao,

Da : Leonardo Evangelista Ciao a Tutti,

gli ultimi 15 anni della mia attività sono stati rivolti a far acquisire potere alle persone (anche) fornendo loro e rimandandole a informazioni corrette. E’ con questo obiettivo che sono intervenuto nel dibattito e vi intervengo di nuovo.

Che il counseling sia cosa distinta dal supporto psicologico è una favoletta che può essere propinata solo ai non addetti ai lavori (fra l’altro neanche l’Antitrust vi ha creduto, ha respinto l’istanza di Assocounseling) ma non a quanti operano in ambito psicologico. Se improvvisamente fosse stabilito per legge che per fare una cosa chiamata counseling è obbligatoria la laurea in psicologia nessuno più si preoccuperebbe di affermare che counseling e supporto psicologico sono cose diverse né troveremmo operatori che si presentano come counselor (ma subito sarebbero proposte altre figure in modo da operare in ambito psicologico senza laurea in psicologia, io suggerisco Ascoltatore Olistico. Cosa fanno gli Ascoltatori Olistici? ‘Noi non diamo supporto psicologico, ascoltiamo solo le persone, oggi è così difficile trovare chi ci ascolta, etc.’- con gli annessi e connessi: marchio registrato, corsi di formazione e supervisione per Ascoltatori Olistici, ‘iscrizione’ al CNEL, Registro Nazionale degli Ascoltatori Olistici, etc.). Il counseling per quel che ne so è una scorciatoia per permettere di svolgere supporto psicologico e addirittura psicoterapia a persone sprovviste dei requisiti previsti dalla legge italiana. E’ tema di dibattito come mai il settore del counseling sia riuscito a svilupparsi, la mia personale risposta è che tale sviluppo è una delle tante dimostrazioni di quanto il nostro sia un Paese sgarrupato.

Una ultima nota: è opportuno che psicologi si presentino come counselor e siano iscritti ad associazioni di couselor? E’ una scelta individuale, ma secondo me prima devono cancellarsi (o essere cancellati) dall’Albo degli psicologi.

Un saluto
Da : Tommaso Valleri Ciao Leonardo, la questione penso sia un pochino più complessa. A margine: noi non abbiamo mai chiesto all’antitrust di esprimersi sulle differenze tra counseling e psicologia… ma da dove lo ricavi questo dato? Noi abbiamo chiesto all’antitrust se la modalità comunicativa dell’Ordine del Piemonte fosse corretta alla luce delle norme antitrust. Tutto qui.

Venendo alla questione: è davvero troppo ampia per sintetizzarla in un post. Solo alcune considerazioni:

a) La mia associazione si occupa di counseling professionale e basta e non di ascoltatori olistici o altre figure.
b) Stai compiendo l’errore su cui gli psicologi ci sbattono la testa regolarmente in Tribunale (perché al di là di quello che favoleggia qualcuno le uniche cause vinte non sono state vinte MAI contro counselor, ma contro naturopati, truffatori, abusivi veri e propri e altri personaggi): confondere un eventuale atto tipico con una riserva professionale: dove sta scritto che supporto alla persona lo possono fare gli psicologi?
c) I paradigmi teorici di riferimento di molti modelli di counseling sono tutto meno che psicologici.

Comunque sia, visto che l’Ordine degli psicologi non sente ragioni sul versante del dialogo, continueremo a confrontarci nelle aule di Tribunale. E, visto che per ora non l’hanno mai spuntata, mi piacerebbe che gli Ordini avessero il coraggio, d’ora in avanti, non di nascondersi dietro lo strumento dell’esposto, ma di procedere direttamente a querela di parte.

Il problema è che, l’unica volta che l’hanno fatto, hanno pagato una fraccata di quattrini di danni (Ordine della Sicilia).

Da : Caterina Crociani Ma chi l’ha detto che chi va dallo psicologo vuol “ristrutturare la personalità”? Magari un’imbiancatina o spostare qualche mobile ma la storia della patologia è una panzana di chi ha fatto lo psicologo o lo psicoterapeuta fino a ieri e ora spaccia le stesse cose, sottolineo le stesse cose, per counseling pretendendo di far credere che siano diverse.
Sottoscrivo il post di Evangelista e invito a spippolare in internet sui siti delle varie scuole di counseling per rendersi conto che non c’è differenza fra la psicologia clinica e quello che viene definito counseling.
Anche nel colloquio di orientamento, checché se ne dica, la consulenza è di tipo psicologico. Fra una terapia e un colloquio di counseling o di orientamento l’unica differenza è la durata. Ma siamo sicuri che con 5 o 6 sedute si ottengono i tanto agognati “risultati”? E” l’essere unico e irripetibile”, sbandierato da tutti, che fine fa se già è stato programmato, come per una macchina, il tempo del cambiamento?
Altro punto: il duro e faticoso lavoro su se stessi che si fa per diventare counselor.
Ma con chi, con lo psicoterapeuta o psicologo che dirige la scuola di counselor, quindi una persona che contemporaneamente ti vende il corso e ti fa anche “migliorare”?
Nella mia città ci saranno le elezioni amministrative e ciascun candidato, come si conviene, manda lettere alle famiglie per propagandare la sua elezione.
Sono tutte uguali e piene di buoni propositi con un linguaggio vuoto e retorico. Si potrebbe cambiare il nome, l’intestazione, il contesto e farle diventare la promozione della nuova professione di “Facilitatore Sociale” o di “Politico Empatico” o di “Counselor Civile”, con i relativi corsi, marchi registrati ecc. ,ecc.
E’ vero il nostro è un paese sgarrupato dove le parole hanno perso il senso e chiunque ha il diritto di dire ovvietà. Sacrosanto diritto, per l’amor del cielo, basta che non venga reclamata la novità o l’originalità del pensiero. Questo e niente è il su’ parente, diceva la mia nonna.

Da : Tommaso Valleri Cara Caterina, vedo sempre tanto astio e tanta acredine nelle parole degli psicologi che avversano il counseling. Il mio personale pensiero è che una categoria ormai totalmente alla deriva stia cercando di scaricare i propri problemi interni su una figura esterna, che assurge al ruolo di Nemico per antonomasia con la N maiuscola.

Come ho già avuto modo di scrivere, qui il problema non sono gli psicologi, ma l’Ordine degli psicologi. Unico vero responsabile delle disgrazie dei suoi iscritti.

Io non penso affatto che chi vada dallo psicologo voglia ristrutturarsi la personalità, a chi muovevi questa obiezione? Penso che vi siano delle situazioni umane che possano trovare soluzione dall’impiego di varie professionalità. Il problema è: perché tu ritieni che invece, in caso di disagio, si possa andare solo dallo psicologo?

Inoltre, sul versante epistemologico, il modello psicologico non è affatto l’unico paradigma esistente. Quello pedagogico dove lo metti? E quello filosofico? Ti ricordo che pedagogia e filosofia nascono un “capellino” prima della psicologia…

Valutare un individuo significa fare una diagnosi? E l’ermeneutica dove la metti? E la valutazione pedagogica?

E ancora: spesso è la psicologia ad aver attinto da paradigmi pre-esistenti. E’ il caso del modello sistemico, ad esempio. Dove la psicologia è una delle ultime discipline che ha attinto da quel paradigma.

Come puoi sostenere che non vi è differenza tra l’insegnamento del counseling e quello della psicologia clinica?

Forse potrebbe essere, d’ora in avanti, buona norma indicare link con nomi e cognomi, così che uno possa leggere. Altrimenti c’è il rischio che uno possa pensare, da parte tua, ad una strumentalizzazione di una informazione non verificabile.

E, ti prego, non rispondermi dicendo che tutte le scuole fanno così… indicamene almeno una, così che possa risponderti in maniera puntuale.

Quanto alla questione della formazione personale, qui il problema è casomai di tipo deontologico. Ma non mi risulta che per essere didatti in una scuola sia obbligatorio non esserne dirigenti.

Non puoi sparare a zero così, alla cieca, mettendo di fatto in discussione l’operato di professionisti che ne formano altri. E’ facile lanciare accuse senza circostanziarle e, purtroppo, sul tuo versante non trovo mai una persona che è in grado di circostanziarle.

Inoltre non sono d’accordo che tra una terapia, un colloquio di orientamento e un intervento di counseling l’unica differenza è la durata.

Infine: ma dove sta scritto che un intervento di counseling deve durare 5 incontri?

Da : Leonardo Evangelista Ciao Tommaso,

nel mio post io parlo da studioso. Sono d’accordo che la legge italiana che regola psicoterapia e supporto psicologico è poco chiara (norma psicoterapia e supporto psicologico ma non li definisce) e anche assai invecchiata (distingue fra psicoterapia –intesa probabilmente come quella cosa che dura anni e si propone di ristrutturare la personalità e che perciò richiede anni di formazione) e supporto psicologico (inteso come meno impegnativo e perciò erogabile con la semplice iscrizione all’albo degli psicologi) e inoltre sappiamo che purtroppo non sempre la realtà ‘vera’ corrisponde a quella ricostruita in tribunale, ma tutto questo qui mi interessa meno. Quello che mi interessa è affermare che da un punto di vista teorico fra quella cosa che in Italia alcune associazioni chiamano counseling e, dall’altra parte, supporto psicologico e psicoterapia non ci sono differenze. Come sai ci sono approcci psicoterapeutici di tutti i tipi: lunghi, corti (addirittura esistono psicoterapie a seduta singola), focalizzati sul passato, focalizzati sul qui e ora, focalizzati sulle emozioni, focalizzati sulla cognizione, focalizzati sull’empowerement tramite l’ascolto, e via discorrendo, ma sempre di psicoterapie si tratta. Condivido la definizione di Jervis (Manuale critico di psichiatria, 1975:308-310) che definisce la psicoterapia come qualsiasi forma di aiuto e di cura attraverso il rapporto interpersonale. Jervis distingue poi fra psicoterapia non professionale (quella del barista, dell’amico, della portinaia) e quella professionale, il cui esercizio (dico io) è subordinato al possesso dei requisiti previsti dalla legge italiana. La mia personale definizione di psicoterapia è ‘un intervento professionale rivolto a ridurre il disagio psicologico o a migliorare il benessere psicologico, condotto senza l’uso di farmaci da una persona appositamente formata, sulla base di teorie che hanno un fondamento scientifico.’ L’uso delle abilità di counseling messe a punto da Rogers per attivare il cliente o il far emergere emozioni con le tecniche di Fritz Pearls, quando svolto dietro compenso con una persona che chiede aiuto per risolvere uno stato di difficoltà o malessere psicologico o che desidera migliorare il proprio benessere fanno parte a pieno titolo della psicoterapia. Del resto questa è anche la posizione del Ministero dell’Università che ha riconosciuto come psicoterapie le tecniche e gli approcci più diversi, compresi quelli ‘finalizzati non tanto a trovare soluzioni, ma a far sì che il cliente mobiliti le proprie risorse per convivere meno dolorosamente con la propria situazione di vita reale nel quotidiano’ (definizione di counseling riportata sul tuo sito) utilizzati da molte organizzazioni che fanno corsi di counseling, e che in molti casi sono state abilitate all’insegnamento della psicoterapia a psicologi e medici. E qui voglio portare un’altra argomentazione: tali organizzazioni, che nel dibattito sul counseling sostengono che il counseling è cosa diversa dalla psicoterapia, hanno in realtà presentato al Ministero le proprie tecniche e approcci come psicoterapeutici, e come tali sono stati riconosciuti dal Ministero. E come sai queste scuole insegnano le stesse tecniche e approcci (con gli stessi docenti e gli stessi programmi) sia a psicologi e medici aspiranti psicoterapeuti che a aspiranti counselors. Questa è una ulteriore evidenza che non c’è diversità fra counseling (da una parte) e supporto psicologico e psicoterapia (dall’altra).

Un punto finale: nella tua risposta affermi che:

c) I paradigmi teorici di riferimento di molti modelli di counseling sono tutto meno che psicologici.

Vorrei sapere cosa intendi e a quali modelli esattamente ti riferisci. Lasciare l’ancoraggio alla psicologia (la scienza la scienza che studia il comportamento degli individui e i loro processi mentali) per giustificare la diversità del counseling da psicoterapia e supporto psicologico può essere pericoloso. Fra i counselor accreditati Assocounseling ne ho trovato casualmente uno che si definisce fra le altre cose ‘esperto di fisignomica’ Spero che fra i modelli di counseling non psicologici a cui ti riferisci non compaiano anche i Fiori di Bach o la lettura dei Tarocchi. La mia è una battuta, ma credo sia evidente la necessità che i requisiti richiesti per lavorare con persone particolarmente fragili come qelle in situzione di difficoltà psicologica siano stabiliti per legge e pienamente rispettati (mandereste un amico che ha da poco avuto un lutto in famiglia e non riesce a rimettersi in moto e ha pensieri suicidi da un operatore che si presenta come esperto in fisiognomica?)What Is Counseling Psychology?

Da : Leonardo Evangelista (Pubblico un articolo che mi sembra interessante, ripreso da http://psychology.about.com/od/psychologycareerprofiles/p/counseling-psychology.htm, riferito agli Stati Uniti) Counseling psychology focuses on providing therapeutic treatments to clients who experience a wide variety of symptoms. It is also one of the largest specialty areas within psychology. The Society of Counseling Psychology describes the field as ” a psychological specialty [that] facilitates personal and interpersonal functioning across the life span with a focus on emotional, social, vocational, educational, health-related, developmental and organizational concerns.”
What Do Counseling Psychologists Do?: Many counseling psychologists provide psychotherapy services, but other career paths are also available. Research, teaching and vocational counseling are just a few of the possible alternatives to psychotherapy. No matter what the job setting, individuals who choose to enter into a career in counseling psychology utilize psychological theories to help people overcome problems and realize their full-potential.
Counseling Psychology vs Clinical Psychology: Out of all the graduate psychology degrees awarded each year, more than half are in the subfields of clinical or counseling psychology (Mayne, Norcross, & Sayette, 2000). Counseling psychology shares many commonalities with clinical psychology, but it is also unique in several different ways. While both clinical and counseling psychologists perform psychotherapy, those working as clinicians typically deal with clients suffering from more severe mental illnesses. Counseling psychologists often work with people who are experiencing less severe symptoms (Brems & Johnson, 1997). The treatment outlook can also differ between clinical and counseling psychology. Clinicians often approach mental illness from a medical perspective, while counseling psychologists often take a more general approach that encompasses a range of psychotherapeutic techniques. Of course, the individual approach a therapist takes depends on a wide range of factors including his or her educational background, training and theoretical perspective.
Come si può leggere, anche nel Paese dove il counseling è stato inventato e dove ha la massima diffusione si ritiene che si tratti di una forma di psicoterapia.

Da : Caterina Crociani Caro Tommaso, perché te la prendi?. L’odio e l’acredine sono in chi ve li legge.
Per la risposta alla prima domanda ti rimando agli esaurienti post di Evangelista.

Nomi e cognomi: ci metterei 3 secondi o giusto il tempo necessario a pronunciarli, ma preferisco che ognuno navighi, trovi, legga e decida. Magari, perché no?, anche di diventare un “Fisiognomista della Consapevolezza” o ” Filosofo del Benessere” con tanto di S.p.a dove poter fare massaggi, o bagni turchi. Del resto se vogliamo essere pedanti, basta rileggere i primi post di questo blog, che è tanta roba.

Veniamo al merito.
Epistemologia: spippolando ho trovato i seguenti disperati tentativi presi da tre scuole diverse (lo so Tommaso che il campione è molto più vasto ma il tempo è quello che é).
Scuola 1: Un counselor relazionale lavora sull’umanità, sulla spiritualità, sule relazioni, non sulla personalità e l’identità.
Scuola 2: Il nostro counseling offre un ascolto profondo e un valido aiuto che sono necessari per l’avvio di nuovi percorsi di esistenza (oggesù, non sarà mica la ristrutturazione?)
Scuola 3: Il counselor relazionale è un professionista dotato di empatia, capacità di ascolto, propensione a non giudicare ma capire e conoscitore attento di tematiche esistenziali quali ad esempio senso della sofferenza e felicità, vendetta e perdono, potere e amore…

Che vogliono dire queste parole ? E invece lo psicologo che fa, giudica, non è dotato di empatia e non considera le relazioni che riguardano il soggetto?
Oh, non mi rispondere che sono frasi estrapolate dal contesto perché ti assicuro che il contesto è molto più significativo.

Formazione professionale: certo che il problema è di tipo deontologico ma perché ti appelli, in questo caso, alla legge e ignori quelle già esistenti per la professione di psicologo e psicoterapeuta? La politica è una cosa e la professione un’altra.

Quanto dura un colloquio di counseling? Ho spippolato e ho trovato max 10 – 12 sedute ma mediamente 5 o 6. Forse il campione non è sufficiente a definire la statistica ma lo spazio e il tempo sono quelli che sono.
Da : Tommaso Valleri Trovo una certa difficoltà a raccordare le risposte a tutti i post, poiché gli stessi trattano argomenti molto diversificati: si va dall’epistemologia, alla formazione, alla regolamentazione, etc.

Come ho già avuto modo di scrivere la mancata regolamentazione del counseling crea problemi, in primis, proprio a chi seriamente come noi cerca una regolamentazione.

Comprendo perfettamente che si provi un certo sgomento navigando in rete e trovandosi di fronte a certe esternazioni sul counseling che, nella migliore delle ipotesi, sono molto discutibili (per non dire di peggio…).

Accade anche a me, e purtroppo è un fenomeno rispetto al quale poco o niente possiamo fare.

Il counseling si trova oggi più o meno nelle medesime condizioni in cui si trovava la psicologia ante 1989: quella ufficiale era unicamente quella che si dipanava tra l’ambiente accademico e quello medico.

Sarebbe interessante poter riportare degli articoli dell’epoca “fotocopia” di quelli attuali, con la differenza che in quelli dell’epoca gli abusivi, i ciarlatani, gli stregoni e chi più ne ha più ne metta erano quelli che poi sarebbero diventati gli psicologi.

E’ altrettanto interessante notare, anche sotto il profilo sociologico, di come le così dette nuove professioni di ambito psicologico nascano sostanzialmente in contemporanea con il varo della 56/89. Per chi come me non crede alle coincidenze, il motivo è chiarissimo.

Fuori dall’ambito medico-santario della cura alla persona, è follia pura pensare di ricomprendere l’attenzione al disagio dell’altro con una Legge di regolamentazione. Il (seppur nobile) tentativo di ricondurre anche al di fuori dell’ambiente medico la cura alla persona ha di fatto prodotto buona parte dei problemi che qui oggi affrontiamo.

Con un ulteriore paradosso: che il ciclo si sta quasi chiudendo poiché la psicologia professionale sta di fatto rientrando pienamente all’interno della medicina.

Dunque prevedo a breve un ulteriore siluppo delle professioni qui tanto avversate. La società progredisce e va avanti, e questo indipendentemente dai rigurgiti corporativi di una categoria e dai suoi tentativi di acquisire ulteriori riserve.

Sarebbe interessante poterne dibattere, ma purtroppo l’Ordine degli psicologi non conosce altra strada che quella del conflitto. Che volete che vi dica? Io non lo amo particolarmente, ma neppure mi ci posso sottrarre se dall’altra parte si ritiene di dover delegare ad un Giudice la definizione dei propri confini professionali.

Da : Alessandra Gallo Allora…io sono Orientatrice Professionale, mi occupo di lavoro e spessissimo con gli utenti si va oltre: si parla di famiglia, mariti, figli, proprie rappresentazioni della realtà in cui si vive (tra cui il lavoro), stereotipi (stranieri e lavoro, donne e lavoro, etc). Spesso mi chiedono opinioni e punti di vista rispetto a eventi o fatti personali relativi a vari argomenti. Ovviamente devo possedere strumenti di carattere relazionale per poter ascoltare e rinviare in modo adeguato rispetto al destinatario e alle sue caratteristiche. non sono solo strumenti tecnici ma anche doti personali (empatia, assertività, capacità di osservazione di dinamiche di comunicazione verbale e non etc)..non faccio psicoterapia, gli utenti non vogliono la psicoterapia e neanche che io sia psicologa (infatti non lo sono)…vogliono non essere incasellati, vogliono avere un “altro” non giudicante, una confidente che lo sia sì per professione ma con una sincera e profonda motivazione verso i propri simili. Un complimento ricevuto e che mi lusinga molto è l’essere stata indicata come persona piena di umanità.
A mio avviso, questo è counseling ..e avendo avuto esperienza di terapia psicologica su di me, lo psicologo non si occupa di questi aspetti..si occupa di patologia. Solo quella. Il confine è labile, me ne rendo conto, ma il counselor non prescrive …lo psicologo sì. Dalla definizione dell’attività del counselor bisogna partire. Mi rendo conto di essere stata un pò definitoria…probabilmente gli psicologi scontano tutta una serie di stereotipi negativi che in alcuni casi pregiudicano il rapporto..almeno potenziale (paura di essere giudicati per cui si abbandona l’idea di recarsi dal professionista).
Il “peso” dei problemi affrontati dal Counselo e dallo Psicologo è comunque diverso: vado dal Counselor per riorganizzare un pezzo disordinato della mia vita. Il Lavoro ad esempio e tutto ciò che vi gira intorno (famiglia, amici). E lo psicologo cosa c’entra? Se si occupa o si è occupato di Politiche Attive del Lavoro, può fornire strumenti e motivazione all’attivazione. Ma non credo che a questi interessi fino in fondo per una questione di identità Professionale.
Se ho degli attacchi di panico, forse ne parlo al Counselor (che mi ascolta) ma, se questo è una persona seria mi rinvia allo Psicologo. Questa è la sua competenza. Non è la mia, in quanto Counselor.
Queste sono alcune differenze sostanziali. Io credo che il Counselor ha una competenza “psicosociale”. Forse bisognerebbe parlarne di più di tale professione perché la “guerra tra poveri” non abbia luogo..e non ha senso.

Da : Cristian G1974 Ho letto con interesse i vari post e mi sono fatto un’idea mia. Ritengo che educatori, medici, infermieri, insegnanti, etc. è opportuno abbiano delle competenze di ascolto e di problem solving per poter fare meglio il loro lavoro.
Tuttavia, per prendersi in carico qualcuno che SOFFRE (disturbo psicopatologico, separazione…), è opportuno, oltre che etico, avere il massimo delle competenze e abilità; a tal proposito il counseling mi pare davvero poco. Es. immaginiamo un operatore socio-sanitario in burn out, trattasi di una sindrome da “costrizione organizzativa”, occorre poter effettuare una diagnosi (disturbo post-traumatico da stress), sarebbe opportuna una denuncia INAIL… Solo medici e psicologi sono in grado e possono operare in questo modo.
Per il resto, credo che il counseling dia una mano agli psicologi, nel senso che apre loro un nuovo campo/ambito di lavoro, quello di persone che non hanno alcun tipo di disturbo ma che hanno bisogno di sostegno per affrontare difficoltà relazionali, crisi emotive, etc. questi difficilmente si sarebbero rivolti a psicologi prima (l’attività di counseling è compresa nel tariffario dello psicologo).
I counselor mi sembrano una brutta copia degli psicologi, credo che anche il mercato del lavoro offra ben poco spazio a questi “esperti” della relazione di aiuto.
In realtà volevo essere io il presentatore di Trasformat!

Da : lorenzo barbagli Prima un risposta seria a Tommaso e ad Alessandra. Sono d’accordo con voi.
Poi, visto che qua dentro sembra sempre un pò un litigio latente (le paure, la caduta delle speranze, la passione, ma anche le invidie a volte danno pieghe molto brutte alle questioni, e anche un pò offensive) mi permetto di stare su un piano diverso.
Caro Leonardo, il tuo usare la parola “casualmente”, visto che mi conosci, è piuttosto interessante. Mah!
Si, sono un esperto in fisiognomica e figurati anche un appassionato conoscitore di dinosauri e MotoGP! 🙂
Tu sei lettore solo di materie ufficialmente riconosciute?
Con la differenza che sulla fisiognomica ho scritto un libro. Sul Moto GP non mi permetto perchè è roba troppo seria per me che sono un venditore di fumo!
Essere esperti di fisiognomica non significa affrontare i problemi di un lutto e del dolore che ne consegue nè necessariamente a livello piscoterapeutico (sai che il sostegno e la consolazione sono anche strumenti della pedagogia? o come molti psicologi conosci solo libri di psicologia? e tra l’altro un lutto non è in sè patologico, almeno finchè non lo diventa, sei stato in psicoterapia ogni volta che, anche quando ancora non eri Psicologo è venuto a mancare un tuo caro? io in effetti no, però non credo di essere patologico.. oddio, no, in effetti la mia passione per la fisiognomica è un sicuro indice di disturbo… mi fate per favore una diagnosi?) nè a livello fisignomico (che non significherebbe nulla – cosa vorrebbe dire, tagliati i capelli e starai bene? oppure fatti un lifting?).
Confesso: sono un enorme ciarlatano che imita pietosamente gli psicologi.
Perchè? perchè vorrei essere importante anche io che come pedagogista un albo non ce l’ho! E neanche come Counselor!!
Il problema è che non so fare nulla nella vita e in qualche maniera devo provvedere a mio figlio anche io!
Che potevo fare? Ai miei tempi mica c’erano gli orientatori! Oddio! Ma io faccio anche orientamento? Ebbene si. E ho solo una laurea in pedagogia, chiedo perdono al mondo per aver creduto che la formazione, l’educazione, la prevenzione del disagio e il sostegno fossero cose che potevo fare senza capire che invece sono – Giustamente! Amen! – solamente compiti degli Psicolgi. Domani andrò a costituirmi e lo consiglierò anche a tutti gli insegnanti, educatori, maestri che conosco, docenti universitari e rettori dell’area pedagogica, sociologica,filosofica e simili.
A proposito: il cambio dell’olio ed el filtro del gasolio alla macchina lo devo far fare ad un ingegnere meccanico oppure va bene anche al benzinaio o magari da solo?
Perchè eventualmente visto che vado a costituirmi confesso anche questo! 🙂 va beh, scherzo!
Buon lavoro a tutti con l’augurio di trovare un pò di buon senso.
Non sono le burocrazie e le norme a fare i valori. Ma le persone di spirito. O magari Spiritose! oddio! ho fatto diagnosi? ho parlato di filosofia? ABUSOOO!

continuazione Da : Cristian G1974 Lo psicologo non si occupa solo di psicopatologia; io stesso oltre ad essere psicologo e psicoterapeuta, ho un master in psicologia del lavoro e delle organizzazioni e mi occupo di formazione oltre a lavorare da 10 anni come psicologo scolastico!

Ma c’è anche la psicologia viaria (a proposito della quale ci sono interessanti novità di legge…) la psicologia dello sport, etc…

Io non voglio certo dire che tutto è psicologia e non mi piace neanche definire a colpi di leggi i confini di una professione; vorrei tanto che i colleghi non psicologi che si occupano dei miei stessi ambiti avessero dei modelli loro a cui riferirsi anche per una possibile condivisione e reciproco arricchimento.

Ancora… Da : Alessandra Gallo Il problema è proprio questo, Cristian:il modello cui fa riferimento il counselor è diverso da quello dello psicologo. Ma non è solo una questione di modello ma, soprattutto, di atteggiamento, modalità di osservazione della realtà.L’orientatore non psicologo ha un’impostazione diversa …non ce n’é!! La formazione di uno psicologo contiene un’impostazione del disagio inteso come “malessere”….star male. Se io devo parlare del mercato del lavoro ai giovani diplomandi devo impiegare tecniche di gestione dell’aula, di relazione, sensibilità e nello stesso tempo decisione nel pormi, accanto a tutto il bagaglio “più tecnico” relativo alla stesura del curriculum (che non è una cavolata…il curriculum fatto bene ha un valore. Spesso vedo delle robe tanto brutte), e altro, ma soprattutto devo fornire (per quel che posso) delle lenti con cui leggere questa realtà, che non è proprio bella. Ma non parlo di disagio…: se poi il giovane mi rivela che ha dei problemi personali con se stesso e il resto del mondo, sì che deve andare dallo psicologo!!! E glielo mando io!! Certo che lo psicologo non si occupa solo di psicopatologia!! ma la formazione ricevuta “deforma” (passatemi il verbo) la lettura della realtà nella direzione del disagio..solo la consapevolezza può aiutare a ricondurre il tutto verso la direzione giusta. Forse conselor e psicologi dovrebbero lavorare insieme : il primo per “abbattere” il muro del pregiudizio dei pazienti/utenti mediante l’ascolto per consentire al secondo di “entrare” nel problema portato dal paziente..Il delirio di onnipotenza di alcuni psicologi purtroppo lo conosco personalmente..ma ho anche la fortuna di avere amiche/colleghe psicologhe che ragionano in modo diverso. Meno male….

Da : Tommaso Valleri Caro Cristian, io sono assolutamente daccordo con te. Lo psicologo non si occupa solo di psicopatologia. O, meglio: non dovrebbe occuparsi solo di psicopatologia.

Continuo però a non comprendere il problema.

Cosa vogliono, pragmaticamente, gli iscritti all’Ordine degli psicologi? Che tutto ciò che ricade sotto il cappello PSI sia di loro esclusiva pertinenza?

Il fatto che una professione (quella di psicologo) sia caratterizzata da atti tipici, non significa che queli atti siano di fatto riserve professionali, ovvero che SOLO loro possono compierli.

Atto tipico e atto riservato sono due cose diverse.

Scusa eh… ma, anche a logica: ti pare plausibile che il disagio dell’uomo, inteso nel senso più ampio, possa essere ricondotto solo ed esclusivamente ad un professionista iscritto ad un Ordine professionale?

Per me ci possiamo confrontare senza problemi sulle eventuali riserve: ogni professione ordinata ha le sue riserve, poiché lo Stato ritiene che vi siano degli interessi primari da tutelare.

Ma questo nessuno lo mette in discussione. Semmai c’è da dire che l’Europa è da anni che ci bacchetta perché di riserve ne abbiamo troppe, e che alcune di esse non servono certo a tutelare il cittadino, ma solo il portafogli del professionista.

Ma, al di là di questo che riguarda un tema economico più generale: l’Ordine degli psicologi sembra non comprendere che, di fronte al disagio scolastico – ad esempio – possano esservi altri professionisti oltre allo psicologo, capaci di occuparsene.

Ma non solo: dato un medesimo “problema”, le strade per raggiungere un’eventuale soluzione potrebbero essere molteplici.

Provo con un esempio volutamente esasperato.

Problema: un uomo di 50 anni che, dopo due anni di cassa integrazione, viene licenziato. ha moglie e due figli da mantenere e la mamma anziana che necessita della badante.

Soluzione 1: Va da un orientatore in un centro per l’impiego con il preciso obiettivo di essere aiutato a ritrovare il lavoro.

Soluzione 2: Va dallo psicologo perché è depresso e si convince che fino a quando è depresso non troverà mai lavoro.

Soluzione 3: Va tutti i giorni in Chiesa perché ritiene di trovare, nella sua fede, la serenità perduta a causa di quello che gli è capitato.

Soluzione 4: Va da un counselor il quale cercherà di potenziare le sue risorse per fare in modo che una o più delle sue potenzialità possono aiutarlo a risolvere il suo problema.

Soluzione 5: Trova un’alternativa laica alla chiesa perché è ateo e se ne va a fare meditazione poiché questo aiuta il suo spirito.

Soluzione 6: E’ un creativo e, senza bisogno di nessuno, si inventa un nuovo lavoro.

Soluzione 7: E’ disperato e va ai servizi sociali.

Potrei andare avanti all’infinito: ma davvero credi che la libertà di oguno di noi, in quanto essere umano, ne gioverebbe se per legge quell’uomo potesse andare solo dallo psicologo?

Davvero credi che solo il paradigma psicologico possa intervenire nel disagio?

Da : Cristian G1974 Ciao Alessandra, condivido in parte quello che dici. Non del tutto perché la psicologia di comunità ha fatto proprie da tempo le istanze della promozione del benessere.
Io stesso faccio parte di un’associazione che si chiama Vita e Benessere che ha come finalità quella di promuovere stili di vita sani… non facciamo certo terapia ai nostri incontri! Per carità!
Mi ritengo pure fortunato perché nel mio lavoro collaboro con educatori, insegnanti, economisti,… questo permette una socializzazione delle conoscenze e arricchimento reciproco.
Mai mi sognerei di dire che un educatore o pedagogista non possa tenere uno sportello d’ascolto in una scuola, che possa fare dei colloqui, che si possa occupare di prevenzione, etc. si tratta di persone con adeguata formazione e competenze.
Il counselor invece può essere anche una persona non laureata! Non ritengo possibile che andando 2 o 3 volte alla settimana o addirittura al mese in una scuola di counseling si acquisicano le competenze di un educatore, pedagista, psicologo o addirittura di uno psicoterapeuta!
Mi sono da poco specializzato in psicoterapia della gestalt, immagina la mia perplessità quando sento parlare di “gestalt counseling” e vedere utilizzare lo stesso approccio, le stesse tecniche (senza avere la stessa preparazione culturale e professionale) dai counselor!
A tale riguardo ho letto che è passata in cassazione una sentenza per cui il colloquio psicoanalitico è di pertinenza solo degli psicoterapeuti psicologi e o medici.
Spero che questo valga anche per i colloqui di altre scuole come quella della Gestalt, la sistemica, etc…
Nulla da dire sul counseling pedagogico, sanitario, …

Da : Tommaso Valleri Ciao Cristian,

allora proprio sono io che non capisco… Tu hai scritto: “Nulla da dire sul counseling pedagogico, sanitario”.

Evidentemente i tuoi colleghi dell’Ordine non la pensano come te, visto che non più tardi di una ventina di giorni fa hanno mandato una letteraccia ad una pedagogista che fa, tra le altre cose, anche counseling pedagogico. Sai di che cosa è stata accusata? Di fare “valutazione pedagogica” che nella loro testa equivaleva alla “diagnosi psicologica” (sic!).

Se il problema è il counseling psicologico, noi lo abbiamo risolto a monte: il counseling psicologico per la nostra associazione è riservato agli psicologi (che abbiano, oltre alla laurea in pedagogia, anche una formazione in counseling).

Così come il counseling medico, ai medici.

Inoltre, sempre tu hai scritto: “Mai mi sognerei di dire che un educatore o pedagogista non possa tenere uno sportello d’ascolto in una scuola, che possa fare dei colloqui, che si possa occupare di prevenzione, etc. si tratta di persone con adeguata formazione e competenze”.

Giusto, anche noi diciamo esattamente la stesa cosa, ed infatti il counseling educativo lo riserviamo o agli educatori o ai laureati in scienze dell’educazione. Lo stesso vale per i pedagogisti.

Poi, più sotto, scrivi: “Il counselor invece può essere anche una persona non laureata”.

E questo che significa? Ti ricordo che esistono anche educatori non laureati… Anzi, lavorando in un’associazione lo dovresti sapere bene: educatori non laureati con un diploma annuale riconosciuto dalla Regione, hanno più facilitazioni di un educatore laureato in scienze dell’educazione.

Allo stesso modo possono eistere anche pedagogisti non laureati in pedagogia: prendi il caso di un laureato in architettura che poi frequenta un corso annuale riconosciuto da una Regione di pedagogia relazionale, ad esempio.

Ricordo che i corsi della Regione sono: a) abilitanti; b) hanno valore legale; c) sono pubblici.

Infine, un bonario consiglio: occhio a quella sentenza della cassazione, perché sarà un boomerang per gli psicologi. Quella sentenza infatti dice che: “Né può ritenersi che il metodo “del colloquio” non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v’è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un’attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad es. l’anoressia) il che la inquadra nella professione medica”.

Ovvero:

1) il metodo del COLLOQUIO è una vera e propria forma di terapia (dunque lo psicologo NON può farlo, se non è psicoterapeuta?)

2) siccome è diretta alla guarigione di vere e proprie malattie la inquadra nella professione MEDICA (sbaglio o lo psicologo non è un medico?).

L’ho già scritto e lo ripeto: è folle affidare ad un giudice la scelta dei propri confini professionali.

Stai a vedere che nel giro di breve gli psicologi perdono anche la psicoterapia?

Da : Cristian G1974 Una cosa alla volta, altrimenti si rischia di fare confusione!
1. Un counselor con approccio gestaltico ha come riferimenti gli stessi autori di uno psicoterapeuta della gestalt, studia sugli stessi libri, mastica lo stesso linguaggio, usa la relazione come principale strumento di cambiamento, usa le stesse tecniche, si rapporta al cliente nella stessa maniera, talora ha gli stessi insegnanti…. L’ho provato sulla mia pelle quando ho fatto un corso introduttivo al counseling con approccio gestaltico. Come si può dire che il gestalt counseling è diverso dalla gestalt therapy? Una differenza è che la specializzazione in psicoterapia della Gestalt è titolo è riconosciuto dal MIUR, invece quello di counselor non ha alcun valore legale tanto che chiunque può proclamarsi counselor!!!
Un’altra differenza è che lo psicologo/psicoterapeuta ha adeguata formazione, cultura e competenza per proporsi a fare colloqui specialistici (gestaltici, psicoanalitici,…), un ragioniere-counselor no! Il pedagogista forse.. (lì sarebbe interessante andare a vedere il curriculum di studi; eventualmente potrebbe fare gli esami che gli mancano per conseguire la laurea in psicologia – alcuni insegnamenti sono comuni e credo che le facoltà di psicologia possano riconoscere molti esami fatti…).
2. In molti dei vostri post, mi rimandate un’immagine dello psicoterapeuta appiattito sulla psicopatologia mentre il counselor lavora sulla parte sana, valorizza le risorse individuali,… consideriamo un psicoterapeuta della gestalt e un counselor con approccio gestaltico: essi condividono lo stesso modello (umanistico, rifiuto di un approccio medico/organicistico), ma allora come è possibile tanta differenza nel lavoro con il cliente? Come è possibile che uno veda nel cliente solo il difetto (psicopatologia) e l’altro solo la risorsa?
Io ritengo che questa opinione che vi siete fatti sia errata.
3. Tommaso ha estrapolato dalla sentenza solo la parte che gli interessava, manca ad esempio questa:
“ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 348 c.p., l’esercizio della attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed all’inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti). Ciò posto, la psicanalisi, quale quella riferibile alla condotta della ricorrente [nè psicologa, né medico], è pur sempre una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali”… insomma per farla in breve: colloquio psicanalitico = psicoterapia!

Counselor o non counselor? Da : Alessandra Gallo Il casino allora è a monte…i medici!!!
Seriamente: personalmente credo che un Counselor debba essere (come minimo) laureato. La forma mentis che l’università impartisce è unica. Ma non basta, ovviamente.
Il diploma se affiancato dall’esperienza può compensare..le “famose” sanatorie per gli educatori (anche se in questo caso era una scuola post diploma, non ricordo bene) hanno avuto senso. Il titolo è imprescindibile dall’esperienza.

Insomma, fuori dai denti: è una questione di potere professionale derivante da un ruolo, dall’identità professionale (e sociale) che rischia di essere intaccato da coloro (i Counselor) che “rubano” il lavoro. Poi dà fastidio che uno psicologo che si è smazzato 5 anni più 4 più altre robe di formazione, si veda defraudato dal Counselor che fa “solo” l’Università!! Innanzitutto il percorso formativo e professionale è diverso, il Counselor fa questo lavoro perché “lo sente”, decide di diventarlo dopo un percorso personale e professionale (o durante), sa di andare incontro a tutti i problemi di carattere professionale e di guerra come questo di cui parliamo. Non è masochista il Counselor anche se dà da pensare, perché non esiste neanche l’albo!!
Ma allora perché non affidarci a istituzioni che controllano, che si occupano dei ciarlatani che pullulano in tale ambito?
E poi..perché questi casini “di casta” si verificano solo in Italia e all’estero no?
Perché mettere la questione esclusivamente sul versante competenze ( e allora si apre un dibattito: chi decide cosa e chi?) e non anche sul versante politico (inteso di potere)..perché da bravi italiani non ci togliamo questo vestito di ipocrisia che caratterizza la nostra cultura e la nostra società?
E infine.. i Counselor (quelli seri, come gli psicologi, quelli seri) il “mazzo” se lo fanno perché ci credono. I giovani psicologi, alle prime armi, in genere si dedicano a tale professione per svariate motivazioni. Tra queste, lo status, il riconoscimenti, i soldi….le motivazioni dei Counselor, che in genere non sono più giovani-giovani, invece, sono un momentino più intrinseche.I Counselor non sono meglio degli altri, sono un pò più motivati. Questa è la differenza.
Ps: ovviamente ho generalizzato, in quanto processo e meccanismo necessario per esprimere opinioni e rappresentarmi la realtà. Ciò mi dà un pò fastidio, perché le generalizzazioni includono tutti. E come detto, non tutti gli psicologi hanno modalità e pensieri di difesa. Credo che Tommaso avverta in quest’ultimi , in genere, (e come me) un sentimento di “rabbia”, di paura, un atteggiamento conflittuale che non giova a nessuno. E nessuno dice apertamente come stanno le cose. Ciò mi scoraggia, perché non si vuole “attaccare” o peggio “rubare” niente a nessuno. Personalmente, come credo tutti i miei colleghi Counselor, non vivo nella sicurezza professionale. La mia è una scelta di vita, forse un pò sfigata, ma qualitativamente intensa…perché rivolta ad altre persone. se andiamo a vedere la preparazione seria…

Da : Stefania Melotti …sarebbe interessante andare a vedere il piano di studi di uno psicologo che lavora con minori per vedere quanto ne sa di pedagogia… La psicologia non può essere omnicomprensiva di tutti gli ambiti, nè considerare il colloquio uno strumento di sua unica proprietà. Nè pensare che il proprio paradigma sia l’unico che possa efficacemente supportare la persona negli aspetti riguardanti il benessere o le tematiche che si propone il counselling.

Da : Alessandra Gallo Questo articoletto trovato sul sito della FAIP chiarisce le differenze:

20/04/2011 18.17.59
LA FAIP – I COUNSELOR ED I “CONFLITTI”
Negli ultimi tempi si è sempre più accentuato uno stato di tensione, conflitto da parte degli Ordini degli Psicologi nei confronti del Counseling e dei Counselors, accusati di accaparrarsi fette di professione, di sconfinamento e di sovrapposizione alla figura dello PSICOLOGO.
La questione era già stata affrontata nel Convegno FAIP del 6 ottobre 2010 in Roma, a Palazzo Marini, presso il Parlamento, con la presenza, quale prima volta, di tutte le organizzazioni di Counseling Italiane e della Psicoterapia, definendo in maniera puntuale e chiara i confini della professione, i mezzi, gli scopi ed i referenti.
Pensando così di aver tacitato tutte le tensioni precedenti, ciò non è evidentemente bastato perché l’Ordine della Lombardia, immediatamente dopo, si è prodotto in una serie di “reazioni” conflittuali, cercando di invalidare le varie associazioni ed i loro iscritti.
Qual è la posizione della FAIP:
1) Intanto dichiarare l’assurdità di un conflitto teso a difendere un territorio CLINICO ed una clientela che non esiste: il Counselor non fa “CLINICA” e si rivolge ad una clientela così trasversale e vasta, che certo MAI si avvicinerebbe ad una “TERAPIA” (?!)
2) E’ lo spazio della Psicologia e conseguentemente degli Psicologi che non è definito ed in questo “vago”, non spendibile sul mercato;
3) La riforma della Facoltà e dei piani di studio di Psicologia deve essere fatta al più presto, rendendola più definita ed aderente alla “REALTA’” umana, politica e sociale.
4) Per questo molti Psicologi, dopo la laurea, si iscrivono alle Scuole di FORMAZIONE in Counseling: per acquisire una professionalità che tramite l’Università non gli è stata data.
5) I Counselors, per loro definizione, aiutano a sciogliere i conflitti, senza pregiudizio, con chiarezza e trasparenza e, soprattutto, con UMANITA’.
Per questo, la FAIP non ha aderito ad iniziative di tipo Legale, al fine di portare avanti un DIALOGO e COLLABORAZIONE (che già con i Medici e gli Psicoterapeuti esiste) nell’interesse della persona, in quanto essere umano, superando le CORPORAZIONI ed agendo per offrire una qualità di aiuto tramite formazioni adeguate ed una professionalità elevata.
Le PERSONE, la SOCIETA’ e le ASSOCIAZIONI ed ogni istanza economica, politica e sociale ASPETTANO IL COUNSELING e noi ci impegniamo a formare al meglio questi professionisti di UMANITA’, di PACE, di RISOLUZIONE, di EVOLUZIONE. Aperti al dialogo con tutti, che punti alla collaborazione con tutti coloro che hanno a cuore il benessere e la vita delle persone, dell’UMANITA’. Su questi temi ci confronteremo nei prossimi mesi a viso aperto, sicuri che nasceranno frutti importanti. Un abbraccio a tutti
Il Presidente FAIP Prof. Dott. Roberto Parrini

Da : Tommaso Valleri OK, una cosa alla volta:

1. E’ verissimo, salvo il fatto che l’obiettivo del gestalt counseling è diverso da quello della psicoterapia gestaltica, ed è in parte sovrapponibile laddove si occupa di azioni non riservate (atto tipico è una csa, riserva professionale un’altra). La teoria è evidentemente una. Ed evidentemente le tecniche mutuate da quella teoria sono le stesse. Ma qual è l’obiettivo di applicazione di quelle tecniche? Diverso. E non potrebbe che essere altrimenti: dipende per cosa le usi quelle tecniche. Non mi sentirei di proibire ad un manager di acquisire tecniche di analisi transazionale ai fini della gestione dei suoi diretti collaboratori… lo troverei semplicemente grottesco. Così come non mi sentirei di proibire ad un insegnante l’acquisizione di tecniche di gestione del gruppo, essendo la classe, appunto, un gruppo.

Sulla formazione adeguata non sono affatto daccordo, altrimenti non si capisce perché l’Italia, in questo, sia praticamente isolata dal resto del mondo. Sono tutti scemi gli altri? Prendi quei paesi dove la psicoterapia non è una specializzazione, ma una professione: che pensi che sfornino solo psicoterapeuti cialtroni perché solo noi in Italia siamo bravi facendoli laureare prima in psicologia e medicina?

2. Eh no, a questo non ci sto: l’Ordine degli psicologi passa sotto la vigilanza del Ministero della Salute (prima era della Giustizia) governato dai medici; la riforma Gelmini fa assorbire Psicologia da Medicina; l’ex presidente dell’Ordine nazionale degli psicologi fa la proposta scioccante di far diventare la psicoterapia la 44esima specializzazione della medicina; l’Ordine degli psicologi nasce proprio dal compromesso storico con i medici (divisione della psicoterapia altrimenti manco esistevate…); l’unica lobby della psicologia che conta in Italia è quella facente capo al sindacato (leggi psicologo nell’ospedale); e poi mi dici che siamo noi che diamo un’immagine appiattita dello psicologo? Mi sembra che ci riusciate benissimo da soli… In fondo se nell’opinione comune lo psicologo è ancora il “dottore dei matti” non sarà certo per colpa dei counselor… o no?

3. Sì, con una piccola differenza: una sentenza non è il passo di un romanzo da interpretare. Certo che ho estrapolato la parte che mi interessa, e quella parte rimane. E il succo certo che è “colloquio psicoanalitico = psicoterapia”, ma la parte ghiotta è quella che ho estrapolato io: “terapia = medicina”.

Ora, detto tutto questo: come pensi che se ne possa uscire? Continuiamo ad andar per Tribunali? Deportiamo tutti i counselor in Siberia? Li mandiamo al confino? Continuiamo a tirare la giacchetta al parlamentare di turno che ci deve un favore per promuovere l’ennesima interrogazione parlamentare che rimane lettera morta? Si continua ad usare l’arma del codice deontologico contro gli psicologi che formano counselor?

Che vogliamo fare?

Certo, sedersi intorno ad un tavolo e discuterne, forse è troppo anche per gli psicologi…

Da : Cristian G1974 Rispondo ad Alessandra: la rappresentazione dello psicologo come motivato dal vil denaro mi pare errata; dai dati almalaurea, a 3 anni di distanza dalla laurea una psicologa percepisce un reddito mensile di 750,00 €. Nella classifica del reddito percepito, come anche per quanto riguarda molti altri aspetti, la laurea in psicologia si colloca nelle posizioni peggiori. La stessa cosa accade per altre lauree umanistiche. Quando si laureano in psicologia, molti hanno la pretesa di lavorare come psicologo! Mi sembra ridicolo… Poi perseverano nell’errore, iscrivendosi a scuole di specializzazione o altro … In realtà in Italia ci sono troppi psicologi, molti di più rispetto a qualunque altro paese europeo. Se questo vale per gli psicologi, non capisco cosa pretendono i counselor, ma quanti clienti vedete alla settimana come counselor??
Rispondo ad Alessandra: sono d’accordo con te. Il counseling pedagogico dovrebbe essere riservato ai pedagogisti, quello filosofico ai filosofi, il counseling psicologico agli psicologi, il counseling gestaltico, in quanto colloquio specialistico agli specializzati in psicoterapia della Gestalt, …
Rispondo a Tommaso:
1. Sono d’accordo che le conoscenze psicologiche siano diffuse! Oggi accanto alle competenze tecniche sono neccessarie competenze relazionali, comunicative,…
Mi pare importante che un insegnante possegga competenze di ascolto, problem solving, di gestione dei conflitti, di gestione dell’aula, dei gruppi, etc… non sono d’accordo se il docente si mette a giocare al piccolo psicologo usando tecniche come quella dell’empty chair in un contesto di senso che è quello della relazione di aiuto, allo scopo di integrare aspetti di personalità etc… semplicemente questo non è il suo mestiere per quante ore di formazione abbia fatto! A meno che sia specializzato in psicoterapia, ma allora i confini devono essere chiari e il contesto diverso, non quello scolastico ma un contesto clinico!
Ritengo importante la formazione sempre!!! Credo di non essere l’unico a pensarla così! Forse che un counselor, con la formazione light che ha in italia, si vede riconosciuto il titolo all’estero? Se va in Inghilterra, per es. può fare il counselor?
2. Non siamo d’accordo su quello che è un nuovo paradigma della psicologia, quello cioè della promozione del benessere! Beh, credo che dovresti aggiornarti…
3. Non improvvisarti anche avvocato, credo che dovremmo chiedere una consulenza legale per dirimere la questione!

Da : franca baldi Salve a tutti
vorrei chiedere in che misura un lutto, una separazione, una crisi personale, un licenziamento, una difficoltà in famiglia o con gli amici sono esperienze che non riguardano “il comportamento degli individui, i loro processi mentali, le dinamiche interne all’individuo” ( cit. Wikipedia). Grazie
Saluti

Da : Cristian G1974 Sopra mi sono espresso male, non è solo una mia opinione.
La sentenza della cassazione ha sancito che il colloquio psicoanalitico è di pertinenza solo degli psicoterapeuti psicologi e/o medici; pertanto credo proprio che anche il gestalt counseling (in quanto colloquio ad orientamento gestaltico) sia riservato esclusivamente agli psicologi e medici specializzati. In caso contrario, si configurerebbe un abuso. La FAIP è l’ennesima associazione di counselor come Assocounseling, AICO, REICO, ANCORE, SICOOL, SICO, CNCP… Infatti se nel sito della FAIP vai nella sezione “elenco associazioni di psicoterapia”, la trovi tristemente vuota! Cosa vuoi che scrivi un’associazione di counseling se non quello che più conviene loro?

Altra cosa è la FIAP: Federazione Italiana Associazioni di Psicoterapia! Se vai nella sezione relativa all’elenco delle associazioni di psicoterapia, ne trovi un lungo elenco! Non troverai scritto assolutamente nulla sul counseling.

Da : Alessandra Gallo Innanzitutto io non vedo clienti ma UTENTI. Scusatemi, ma la differenza per me è enorme e mi dà fastidio enormemente. Parlo di utenti che “usano” i servizi e che se li pagano con le tasse. I clienti non li conosco nel senso che è (dovrebbe essere) un diritto essere aiutati a star bene.
Gli psicologi sicuramente non se la passano benissimo: o almeno alcuni di essi. Mi occupo di mercato di lavoro e queste cose le conosco da 13 anni (e più) …i counselor non pretendono un bel nulla ed evidentemente se c’è questa discussione è perché la pretesa proviene da direzione opposta. La realtà dei fatti: occuparsi, come nel mio caso, di mercato del lavoro, di sociologia, di psicologia sociale, dell’orientamento, economia, diritto e delle altre duecentomila cose non è prerogativa di chi è laureato in psicologia..tutt’altro, forse di scienze politiche (cioè io) ma siccome sono sfigata e non ho l’albo non posso pretendere nulla! Ma dico? Ma ci rendiamo conto che questa è una battaglia di potere? Io non faccio psicoterapia, non me la sogno neanche per errore, gli utenti offrono rappresentazioni della loro realtà, io della mia, la confrontiamo e da lì l’utente se vuole intraprende una strada di riorganizzazione dei propri casini personali!!! Io offro disponibilità (grande disponibilità) all’ascolto attivo, strumenti pratici per cercare impiego e una mia personale visione politica della vita a 360°. Punto e basta. Le “dinamiche interne” le so individuare, quelle patologiche idem, le osservo e al massimo rinvio allo psicologo! Lavoriamo con le persone? Allora bisogna, a livelli differenti, entrare nel merito delle cose avendo però la consapevolezza di quanto si fa o dice. E questo vale anche per gli psicologi. Lavoriamo su livelli differenti, ma tutti dovremmo avere la consapevolezza di cosa diciamo e a chi e per quale motivo. Il mio controverso rapporto con la categoria dei medici, infatti, nasce dalla presunzione e dalla mancanza di ascolto del paziente (neanche qui cliente!) che in molte occasioni avrebbe qualcosina da dire sulle presunte diagnosi, sbagliate solo perché emesse sulla base di una fottuta teoria che vale zero se non affiancata dall’ascolto di chi dovrebbe “subirla”.. Ho avuto modo di farmi sentire in proposito e personaggi che svolgono questo bellissimo lavoro dovrebbero ritornare al Centro Impiego per cercare nuova occupazione! Sono molto demoralizzata: vedo una guerra, ribadisco, dei poveri condotta, sempre e alla fine, sulla pelle degli utenti. Parliamo di loro e di come vedono queste categorie professionali…parliamone…parliamo della realtà dei fatti..

Da : Cristian G1974 Sono d’accordo! Il nostro lavoro è aiutare l’altro nei limiti del proprio ruolo, competenze, abilità e nei limiti stabiliti dalla legge. Concludo…  Non penso che la legge sia sempre “giusta”, spesso mi sono trovato in disaccordo e avere a che fare con la “giustizia” non lo auguro a nessuno… non mi sento di avere in mano la verità, credo che nessuno si possa fare arbitro del bene e del male.

C’è da dire però che non si può ignorarla, altrimenti dovremmo noi farci aiutare in quanto avremmo perso l’esame di realtà…

Chiedo perdono se ho invaso questo spazio, ma l’ho vissuto come un’occasione di portare il mio entusiasmo e condividerlo con altri.

Da : Alessandra Gallo Non è invasione, Cristian..l’invasione la fanno quei barbari accecati da “ideologia” di casta, non in grado di guardare oltre il proprio naso. Francamente non capisco perché tale controversia ciò avviene solo in Italia!! Che abbiamo il DNA diverso dai francesi o altri?
E’ una questione politica, sono dinamiche e giochi di forze, diciamo anche un pò patologiche, che purtroppo coinvolgono noi tutti..allora bisogna contrapporre una linea culturale precisa, chiara e di informazione che si diffonda tra gli operatori, psicologi e via dicendo..non è invasione, nessuno invade nulla perché non siamo nemici e non c’è nessuna guerra….almeno spero. Alessandra G.

Da : Tommaso Valleri Secondo me è stato centrato il punto. Tutte le così dette “professioni limitrofe” alla psicologia nascono paradossalmente in concomitanza con l’Ordinamento della professione di psicologo. Ad oggi continuo ad interrogarmi se sia una coincidenza o meno…

Se la categoria degli psicologi fosse una categoria “forte” (al pari dei medici, degli ingegneri, etc.) il problema non si porrebbe.

Il problema si pone nel momento in cui la categoria è molto numerosa (si va verso gli 80.000 psicologi), gli spazi di lavoro sono pochi e dunque avviene una sorta di regressione con l’avanzamento di pretese di tipo corporativo.

Il messaggio è chiarissimo: “Carissimo Stato italiano, siccome non riesco a confrontarmi sul mercato del lavoro, ti prego, dammi più riserve possibili così che solo io possa fare quella certa cosa. E, magari, diciamo anche che tutto questo lo facciamo non in nome di un interesse personale, ma in nome della salvaguardia dell’utenza”.

A margine, P. O’ Brien dell’OCSE qualche giorno fa, riferendosi all’Italia, ha scritto che “occorre deregolamentare le professioni”.

Deregolamentare, non richiedere nuove riserve.

Le riserve professionali e le regolamentazioni servono per tutelare interessi pubblici, non interessi dei professionisti… che così, con le riserve, si accaparrano fette di mercato senza doversi confrontare con le altre categorie.

La cosa buffa è che gli psicologi (come tutti, intendiamoci) sono pronti a morire per le liberalizzazioni altrui, ma guai se si toca il loro settore…

Vedi Cristian, l’errore è di non volersi confrontare nè sul versante culturale nè su quello scientifico. L’errore è voler affidare a un Giudice la definizione dei propri confini professionali.

E’ da quasi 15 anni che mi occupo in Tribunale di queste vicende, e le sentenze sono sempre un terno al lotto. Oggi a te, domani a me… E’ ridicolo che un Giudice debba decidere queste cose, ma tant’è e, per il momento, da qui non se ne esce.

Risposta a Tommaso Da : Cristian G1974 Ciao Tommaso!

E’ vero: la legge che ha istituito la professione di psicologo ha demarcato dei confini tra gli operatori della relazione di aiuto, credo sia tutto da discutere se questo sia stato un fatto positivo o negativo. Per me, in quanto psicologo è sicuramente buono! 😉

La categoria dei medici è sicuramente forte, ma il problema con le figure limitrofe l’ordine dei medici se lo pone eccome… di recente c’è stata una sentenza che ha sancito come solamente i medici possono prescrivere (a questo punto è questo il termine più adeguato) una dieta, “eliminando” la concorrenza ad es. dei biologi e dei dietisti.

Sei sicuro che tutti gli psicologi temono la concorrenza delle “figure limitrofe”? Vicino a casa mia ho un’associazione che ha invitato un non psicologo/medico a fare degli incontri di “bond psycotherapy”… palese abuso di professione! non mi sono (ancora) rivolto all’ordine per fermarli! Probabilmente sarà che sono profondamente anarchico e ho una totale sfiducia nei confronti della legge e di chi si assume la prerogativa di rappresentare lo stato – magari leggittimato dallo stesso… ma è anche perché penso non ne valga la pena! Beh, certo potrei cambiare idea anche domani…

Non sono affatto d’accordo alla liberalizzazione delle professioni! Questo un pò per convenenienza personale, un pò per i poveri pazienti/clienti/utenti. Sono convinto che occorra un alta specializzazione nel nostro lavoro.

Ho dato un’occhiata a quello che accade in Europa per quanto riguarda la professione di psicologo, l’impressione che me ne sono fatto è che vi sono paesi con più o meno regolamentazione rispetto all’italia. In Belgio, la legge è uguale identica all’italia. In generale, ho trovato maggiore “libertà” nei paesi periferici e maggiore regolamentazione in quella che possiamo definire la prima Europa, sempre più di lingua tedesca.

Notizia interessante Da : cristian G1974 Siamo alla farsa: i counselor denunciano gli psicologi… questo il link:

I counselor denunciano gli Psicologi

Faip annessi e connessi Da : Annamaria Mancuso E’ uscito un interessante articolo sul sito di “L’altrapsicologia” sulla (vera) storia della Faip. Questo il link

http://altrapsicologia.com/uno-nessuno-centomila-counsellors/2011/06/

informazione Da : maria stefania piloni capisco tutto quello che voi dite tutto, ma io che ho terminato i miei tre anni di scuola Rogersiana mia hanno detto i miei relatori di iscrivermi alla S:I:C:O: so che non è il massimo, ma io mi sento più sicura e del resto non c’è altro grazie c’è un esame da superare

Quale differenza? Da : caterina crociani In questo video viene definita la figura e la professione dello psicologo, secondo me è identica a quella che generalmente si dà del counselor.
Ecco il link

Psicologia x Tutti: 001 – Chi è e cosa fa lo psicologo http://blog.psicologiaxtutti.it/2011/07/001-chi-e-e-cosa-fa-lo-psicologo.html

Psicologi alla riscossa Da : Alessandra Gallo Ho guardato il video indicato da Caterina…a me, francamente sembra il tentativo da parte di alcuni psicoologi di (ri)acquistare spazio o, fuori dai denti, parte di un mercato che temono venga sottratto dai counselor…guarda caso, nel video, si dice che gli psicologi “si occupano del benessere a 360 gradi”….sappiamo che di fatto non è vero in senso stretto…Pensando non a vere e proprie patologie, l’ansia, la depressione, etc sono di fatto gli oggetti del loro lavoro. Non a caso, ad esempio in materia di lavoro (mio ambito) , si occupano di Mobbing e delle sue conseguenze e non frega nulla tutto ciò che riguarda le Politiche attive, le tecniche di ricerca, etc, perché non hanno a che fare specificamente con l’individuo singolo..semplicemente perchè non si parla di disturbo.L’argomento è complesso, la categoria paga un ruolo che i medici vorrebbero sottrarre mentre i counselor si occupano di un’area (non quella legata al disturbo clinico) che vorrebbero loro gestire …. Mi preme ricordare loro (psicologi) che i counselors, non si occupano di patologia!!!! Rinviano agli psicologi, non gestiscono il disturbo!! Non possono e né devono farlo. La paura di perdere “i clienti” (anche l’uso di questo termine, perché si tratta di mercato per loro!) fa annebbiare la vista!!!!!
La questione è di carattere economica e politica – Diciamolo – Alessandra

Re: Alessandra Da : cristian g1974 Mi ripeto: credo che il counseling dia una mano agli psicologi, nel senso che apre loro un nuovo campo/ambito di lavoro, quello di persone che non hanno alcun tipo di disturbo ma che hanno bisogno di sostegno per affrontare difficoltà relazionali, crisi emotive, etc. questi difficilmente si sarebbero rivolti a psicologi prima.
Se andate a vedere l’attività di counseling è già compresa nel tariffario dello psicologo).
I counselor mi sembrano una brutta copia degli psicologi, credo che anche il mercato del lavoro offra ben poco spazio a questi “esperti” della relazione di aiuto…
Senza considerare le maggiori competenze dello psicologo o il riconoscimento del titolo, anche il fisco agevola: le prestazioni dello psicologo es. cousenling sono esenti iva e possono essere detratte quelle dei counselor no…

Re: Alessandra Da : cristian g1974 Mi ripeto: credo che il counseling dia una mano agli psicologi, nel senso che apre loro un nuovo campo/ambito di lavoro, quello di persone che non hanno alcun tipo di disturbo ma che hanno bisogno di sostegno per affrontare difficoltà relazionali, crisi emotive, etc. questi difficilmente si sarebbero rivolti a psicologi prima.
Se andate a vedere l’attività di counseling è già compresa nel tariffario dello psicologo).
I counselor mi sembrano una brutta copia degli psicologi, credo che anche il mercato del lavoro offra ben poco spazio a questi “esperti” della relazione di aiuto…
Senza considerare le maggiori competenze dello psicologo o il riconoscimento del titolo, anche il fisco agevola: le prestazioni dello psicologo es. cousenling sono esenti iva e possono essere detratte quelle dei counselor no…
AMEN

Dubbi e preoccupazioni Da : Alessandra Gallo Scusa la replica, ma a me sembra proprio il contrario: il mercato del lavoro offre altro che ben pochi spazi…altrimenti non si spiega l’accanimento degll’ordine degli psicologi (es. Lombardia). Forse il problema è capire l’ambito del counseling. Io, un pò di problemi me li pongo, nel senso che comprendo benissimo le preoccupazioni di alcuni psiocologi di carattere professionale ed etico: un conto è il counseling professionale (e sfido lo psicologo che si occupa di ansia, panico, etc ad occuparsene!!!) un conto è quel counseling che si inserisce in effettivi ambiti a confine (se non sfocia direttamente) con la domensione più “interna e profonda” dell’individuo (difficoltà relazionali, crisi emotive, ad es, di cui parla Cristian). Effettivamente i dubbi e le preoccupazioni per chi riceve l’indebita consulenza me li pongo anche io. Allora forse bisognerebbe individuare ambiti precisi di operatività dei Counselors, che non posso occuparsi di tutto. Se lo facessero (come alcuni) effettivamente svolgerebbero un lavoro per il quale non hanno le competenze sufficienti (è un mio pregiudizio). Ma domanda: perché all’estero tutti questi casini non esistono? Perché la figura del counselor è riconosciuta senza che questa cosa dia luogo ad una guerra con gli psicologi? Come mai, in Italia le cose sono sempre più complesse, nebulose e puzzano di potere, logiche di difesa e altro?

Buoni e cattivi Da : Caterina Crociani Scusa Alessandra se mi intrometto, ma perchè tutte le logiche di potere, le questioni economiche o politiche e quant’altro devono essere solo appannaggio degli psicologi?
Non sarà anche legittima preoccupazine a causa di chi cerca di intromettersi nel mondo delle “relazioni d’aiuto” attraverso scorciatoie e potenzialmente andando a fare le stesse cose?
Certo che i buoni e i cattivi stanno di là e di qua come in ogni situazione e sarebbe opportuno valutare sempre ogni singola realtà giacché le generalizzazioni penalizzano sempre qualcuno. Ma dovendo per forza di cose trattare l’argomento, diciamo così, da un punto di vista politico non ci possiamo permettere troppe specifcazioni.
Ma hai letto tutti i post di questo blog fin dall’inizio?Non le opinioni di gente comune come te e come me ma gli interventi degli addetti al mestiere.
Davvero ti sembra che ” i potentoni” del counseling lo facciano solo per amore e per niente siano interessati al business?
il link di Annamaria sulla Faip mi sembra molto eloquente sullo stato delle cose fin qui.
Non so se il cambio ai vertici della suddetta associazione cambi qualcosa però io credo che invece prolifereranno altre associazioni con nomi diversi o prestanomi ma con gli stessi intenti che sono stati eccellentemente descritti nel link citato.Scusa se è poco.
Il problema vero è trovare la differenza fra counseling e psicologia, tentativo finora fallito nonostante gli strenui sforzi da parte di alcuni” intellettuali” psicologi.

Buoni e cattivi????? Da : Alessandra Gallo Le logiche di potere esistono ovunque, anche nelle scuole di Counselors, guarda caso, fondate dagli psicologi!!! da chi credi siano fondate? Le critiche ai counselors sono rivolte agli psicologi che li formano!
E non si tratta di buoni e cattivi…questa polarizzazione la fai tu, non io. L’ho scritto nell’altro messaggio: counselors che indebitamente fanno cose che non dovrebbero, ce ne sono. E formati da psicologi che hanno interesse a ciò. Eccome. Infatti, ripeto, bisognerebbe distinguere tra gli ambiti/settori oggetto del counseling svolto dai counselor e l’attività degli psicologi! Formalizzare le diversità. Ma fin quando non si riconosce la figura del counselor, scordiamoci tutto. E perché mai, ripeto ancora, all’estero questi problemi non esistono? Sono diversi loro o lo siamo noi? O è semplicemente quella buona ipocrisia/interesse che permea la cultura italiana?

Da : cristian g1974 Bah! Se diamo un’occhiata all’estero, nei paesi di lingua tedesca i counselor non godono di alcun riconoscimento, in Belgio c’è la stessa legge che vige in Italia. In Francia non mi pare sia molto diverso. Nei paesi anglosassoni per poter esercitare occorre essere iscritti alla National Health Service… mi pare proprio che i counselor non siano tra le figure sanitarie riconosciute.
Se hai qualche info diversa fammi sapere…
Ciao

Conflitti di interessi Da : Tommaso Valleri Se le associazioni di categoria di counseling si attenessero a quanto previsto sia dalle norme comunitarie sia, soprattutto, dall’articolo 26 del D.Lgs. 206/07, non si porrebbe il tema del conflitto di interessi.

E, guarda caso, le associazioni che straboccano di conflitti di interessi sono associazioni gestite solo, soltanto, interamente e da sempre da… psicologi.

E comunque evitare il conflitto è facilissimo:

1) Le associazioni di categoria dovrebbero certificare le competenze dei soci professionisti ed iscrivere solo singoli soci (non scuole, non studenti, etc.).

2) Nessun dirigente di un’associazione dovrebbe essere dirigente di una scuola (fondatore, direttore, presidente, etc.).

3) Il gruppo dirigente di un’associazione di categoria di counseling dovrebbe essere composto unicamente da counselor.

Fine del conflitto. Ci vorrebbe così poco…

Non posso che dare ragione ad Alessandra. Lo psicologo “tipo” con una mano firma le segnalazioni per esercizio abusivo contro i counselor e con l’altra incassa l’assegno della retta del corso di counseling.

Da : caterina crociani Speriamo anche che gli “psicologi tipo” non puntino una pistola alla tempia dei counselor per costringerli a frequentare le loro scuole!
Datevi da fare a trovare delle differenze credibili perché ancora siamo in alto mare.
Quoto in toto gli ultimi 5 post di Leonardo Evangelista sull’argomento.

PS aggiungo ” che gestiscono scuole di counseling” alle ultime parole del mio post Articolo 21

Da : Annamaria Mancuso Sentenza del Giudice del Tribunale di Milano contro l’abuso della professione di psicologo

http://altrapsicologia.com/il-counseling-torna-in-mano-agli-psicologi-vinta-una-battaglia-storica/2011/09/

Sentenza Zerbetto-Altra Psicologia 2011 Da : leonardo evangelista sì, in effetti è una sentenza importante. La sentenza è spiegata qui.

Strumenti? Da : Alessandra Gallo Ma scusate, il problema è proprio questo: di quali strumenti si parla? Di test? E quando mai? Se li si usa è scorretto, non c’è dubbio, ma forse io parlo e capisco un’altra lingua!
Per me nel counseling non si fa uso di test!! Mica sono psicologa!!! E’ la RELAZIONE è lo strumento privilegiato del counseling (professionale , ma non solo)…al massimo il foglio lo uso per stendere un curriculum o prendere appunti!!! al massimo il foglio lo uso per descrivere le rappresentazioni della realtà (la propria) di una persona, lo usa l’utente per fare un bilancio (in bene e/o in male) del proprio lavoro ….
forse dobbiamo chiarirci sin dall’inizio…..qui si parla di senteze, delibere…ma relative a cosa? Gli strumenti di “conoscenza e di intervento in ambito psicologioco”???? ma siamo sicuri di parlare della stessa cosa????

Non solo strumenti Da : leonardo evangelista Ciao Alessandra,

grazie per il tuo messaggio. La sentenza si riferisce non solo a test, ma anche agli ‘strumenti di intervento’ (e qui abbiamo le tecniche di colloquio, i test sono invece strumenti di diagnosi), nonché tutte le attività riconducibili a prevenzione, ablitazione, riabilitazione e sostegno in ambito psicologico.

Puoi leggere la sentenza (io mi riferisco alle pagg 9-10) in http://www.opl.it/media/normativa/sentenza_counselling_zerbetto/Sentenza_Zerbetto_vs_OPL.pdf

Ciao,

Appunto, non solo strumenti… Da : Alessandra Gallo Scusa Leonardo, ma io di tecniche di colloquio intendo altro..di prevenzione, abilitazione, sostegno in ambito psicologico non me ne sono mai occupata e mai mi sogno di occuparmene. La mia personale visione è di stampo (come avrai capito) psicosociale: cioè come si “osserva” se stessi in rapporto al sistema in cui si agisce, com si “osservano” gli altri e via dicendo. Indubbiamente devo possedere nel cervello dei riferimenti teorici relativamente alle modalità di relazione con l’utente, ma non devo e posso fare psicoterapia!! E notare, gli utenti (di cui non se parla mai!!!) non lo chiedono neanche loro|!!! Loro chiedono un sostegno nella lettura di questa benedetta realtà esterna con implicazioni inevitabili su quella interna. Ma quando si tocca questo tasto, non è roba da counseling…e quindi si rinvia!
C’è un centraggio pazzesco nell’ordine degli psicologi che coinvolge anche i counselors in questo “duello”. E gli utenti? a loro chi pensa? I loro bisogni reali, quali sono? Non è forse che la prescrizione di antidepressivi o il mero etichettamento induca questi a cercare un sostegno diverso da quello prettamente psicologico?
Con queste sentenze si sancisce una non volontà di chiarire gli ambiti di applicazione della psicologia e quindi del counseling. E’ una volontà “politica” checché qualcuno dica il contrario. “La vedo male”, molto male….

Chiarezza Da : Cristian g74 Bah! Ho letto bene la sentenza é limitato all’oggetto del contendere sentenziando che:
1. le scuole di specializzazione in psicoterapia non potranno più formare counselor;
2. i colleghi psicologi che insegnano le tecniche del colloquio, etc. a non soggetti non abilitati all’esercizio della professione di psicologo possono essere sanzionati fino alla radiazione per scorrettezza deontologica.

Se é vero che il counseling é cosa diversa dalla psicologia, i counselor ora hanno modo di dimostrarlo, non avranno più alcun insegnamento e supporto da parte dei colleghi psicologi…
Ma non dovranno preoccuparsi, se é vero che sono “altro”, a loro questa sentenza non dovrebbe comportare alcun danno.

Da : Tommaso Valleri Ciao Cristian, no, mi sa che hai letto male… dove sta scritto che le scuole di formazione in psicoterapia non possono formare counselor?

Ti sintetizzo il tutto premettendo che è un problema tutto interno alla categoria degli psicologi:

1. OPL delibera la piena applicabilità dell’articolo 21 del codice deontologico;
2. L’articolo 21 del codice deontologico è quello che vieta la trasmissione di strumenti psicologici a non psicologi;
3. Tra parentesi ti ricordo che l’antitrust ha già detto nel 1998 che ci si riferisce prevalentemente ai test e l’Ordine, nero su bianco, si è impegnato a modificare appunto tale articolo proprio perché così era ambiguo (trovi tutta la documentazione sul nostro sito);
4. I ricorrenti impugnano la delibera, ovvero la piena applicabilità di detto articolo;
5. Il tribunale rigetta il ricorso.

E questo è quanto, senza contare che bisogna arrivare alla Cassazione, visto che siamo appena al primo grado.

Dunque, se paradossalmente tale sentenza venisse confermata nel terzo grado, avremo questa situazione:

1. Tutte le materie attinenti alla teoria si potrà continuare ad insegnarle: psicologia generale, sociale, dello sviluppo, etc. Basti pensare che tali materie sono insegnate, ad esempio, al liceo socio-psico-pedagogico.
2. Poiché il Tribunale si è espresso su un articolo del codice deontologico degli psicologi, paradossalmente un geometra o un avvocato potrebbe continuare ad insegnare tecniche, poiché al di fuori del campo di attuazione del codice ( = l’essere psicologo) non esiste un divieto ( = non esiste una Legge che lo vieti). Il codice deontologico dei geometri vincola i geometri, mica i medici. Quello degli architetti vincola gli architetti, mica gli avvocati. E così via.

Senza contare, infine, che le così dette tecniche del colloquio sono mutuate dai rispettivi paradigmi di riferimento.

Grazie a Dio non esiste solo quello psicologico…: c’è quello pedagogico, quello filosofico, etc.

Oltre a questo, alla prima causa fatta contro uno psicologo, si dovrebbe dimostrare in Tribunale che quella certa cosa che lui fa è definibile come tecnica psicologica. Questo poiché il Tribunale di Milano non ha fatto certo l’elenco. Anche qui, anni e anni a ingrassare avvocati.

Insomma, gran polverone per niente.

Comunque ora mi aspetterei un po’ di coerenza da parte dell’Ordine: che partano a denunciare a tappeto tutti gli psicologi che insegnano nelle scuole di counseling. I loro nomi sono tutti su internet. Se non li trovano sono disponibile io a firnire l’elenco.

Ma ciò non avverrà, credimi

Tommaso

PS A breve io, invece, pubblicherò un’altra sentenza dove due counselor sono stati scagionati dall’accusa di esercizio abusivo. La mia però è definitiva, non al primo grado di giudizio come quella dell’OPL. Cioè non è impugnabile. Sai che significa? Che esercitare il counseling non è reato, ma lo sarebbe formare i counselor… te lo immagini che risate…

match point Da : cristian g74 Ciao Tommaso!

Non ho letto le sentenze relative ai due counselor scagionati per cui non posso risponderti su questa cosa.
È vero che atti tipici della professione di psicologo sono per adesso la psicodiagnosi e la somministrazione di test.
Dico per ora, perché credo che siano gli ordini a definire ciò che è “atto tipico”, la palla del match point è ancora nelle mani degli psicologi…

Da : Tommaso Valleri Ciao Christian, scusa se mi permetto, ma è da oltre tre lustri che mi occupo di queste cose…

La testistica in generale e la selezione del personale attraverso l’uso di batterie (sentenza Platè) sono al momento due atti tipici conclamati. Il resto non c’è.

Pensa che una cosa che ogni psicologo ritiene scontata, ovvero la diagnosi psicologica, di fatto non è tale poiché i medici, ad esempio, ritengono che spetti a loro (pensa a tutto il casino successo per la Legge sulla psicoterapia convenzionata dove tutto si è arenato in Parlamento poiché i medici hanno deciso che la psicoterapia nelle ASL può essere erogata dallo psicologo, ma solo dopo che la diagnosi è stata fatta da un medico).

Gli atti tipici si definiscono (si potrebbero definire) in vari modi:

1) Si decide di non defininirli formalmente e di volta in volta nei Tribunali si cercherà di dimostrare che sono tali (come è avvenuto per la sentenza Platè).
2) Interviene un cambiamento legislativo ed in quel caso non si discute (occorre però l’intervento del Parlamento che modifichi la 56/89).
3) Gli Ordini si auto-declinano gli atti tipici come tu dici (alla faccia dell’auto-governo e dell’autoreferenzialità), ma a quel punto – siccome molti non saranno daccordo – si apriranno decine di contenziosi a tutti i gradi e a tutti i livelli.

Come vedi le cose sono un po’ più complicate…

Il vero problema (e mi meraviglio perché siete tutti psicologi) è che non siete disposti a mediare. Anzi: nemmeno volete interloquire con i rappresentanti del counseling perché il solo interloquire significherebbe riconoscerne l’esistenza.

PS La sentenza è banale: due counselor vengono denunciati per esercizio abusivo della professione di psicologo. Il Giudice li assolve in via definitiva dicendo che l’attività di counseling non è riconducibile come atto riservato allo psicologo. Tutto qui. E questa è già la seconda sentenza definitiva.

Da : cristian g74 Ciao Tommaso! Bisogna vedere “le carte”… cioè leggere la sentenza completa, altrimenti possiamo continuare a raccontarcele all’infinito.

Sentenza 619/2010 Da : Tommaso Valleri Come promesso ecco la sentenza cui mi riferivo. Francamente c’è poco altro da dire…: http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150286196851548

Risposta a Tommaso Da : Cristian g74 Ciao Tommaso! Ho dato un’occhiata, mi sembra che hai estrapolato qua e là, non hai pubblicato tutta la sentenza… preferirei aver modo di leggermela senza commenti di terze parti.

L’impressione è che comunque si sia sempre sul filo di lana, forse le due counselor a cui fai riferimento sono rimaste nei confini della legalità, altri hanno sforato e sono stati sanzionati. Il fatto che ad essere sanzionati siano stati counselor, finti psicologi, naturopati, etc. non cambia niente: siamo sempre di fronte a titoli di alcun valore (=non significano nulla di diverso sul piano legale), da mettere sullo stesso piano dunque!

Poi sai bene che non è vero che mai nessun counselor sia stato condannato:
siamo nel 2009 e la IX sezione penale del Tribunale di Milano condanna un counselor per esercizio abusivo della professione di psicologo. Condanna anche lo psicologo con il quale il counselor aveva svolto una psicoterapia nei confronti di un minore…. ricordi?

Da : Tommaso Valleri Ciao Cristian, ti rispondo punto per punto:

1) Ecco la sentenza: http://www.assocounseling.it/docs/sentenze/tribunalelucca2010.pdf

2) Non puoi mettere sullo stesso piano counselor, naturopati, pedagogisti, etc. Il fatto che in Italia esistano dei titoli privi di valore legale, non pregiudica il diritto delle persone a lavorare: i professionisti non regolamentati (e dunque non in possesso ti una formazione avente valore legale) sono in Italia 2.000.000. Pedagogisti, enologi, bibliotecari, sommelier, informatici, interpreti, counselor, musicoterapeuti, etc. Immagino che tu non creda che siano tutti abusivi. Pensi davvero che siano tutti sullo stesso piano?

3) Il fatto che un singolo professionista sia stato condannato è una cosa. Il fatto che una intera categoria sia abusiva è un’altra. Mai in un Tribunale della Repubblica è passata l’equazione counseling = abuso di professione psicologica se non esercitato da psicologi.

4) La sentenza di Milano, ti ricordo, è relativa ad un laureato in psicologia il quale, nell’attesa di iscriversi all’Ordine, ha abusato della professione con la connivenza di uno psicoterapeuta. E per far questo non ha trovato di meglio che auto-definirsi counselor. Proprio nella sentenza di Milano la Giudice Annamaria Gatto scrive a chiare lettere nelle motivazioni della sentenza che Perri viene condannato proprio perché il counseling è diverso dall’essere psicologo e riporta pure una definizione di counseling di un’associazione di categoria.

Ciao,
Tommaso

Risposta a Tommaso Da : Cristian g74 Ciao Tommaso!
Grazie per aver postato la sentenza me la leggerò con calma nei prossimi giorni.
Il titolo di counselor, reflector, psicopedagogista clinico, coach e chissà cos’altro… non ha alcun valore. Chiunque può affermare di essere counselor e il quasi collega di Milano si è autoproclamato tale, pensando che questo potesse avere qualche valore di fronte al giudice, invece è stato condannato.
Anche se avesse fatto un corso di counseling e questo gli fosse stato riconosciuto da Assocounseling sarebbe stato comunque condannato.
Avere il titolo di counselor o meno non cambia nulla perché nullo è il suo valore.
Il fatto che finora non siano stati condannati counselor dimostra il fatto che sono bravi a giocare sul filo di lana. Probabilmente prima o poi qualcuno sarà condannato per aver superato i labili confini di quella che è una professione riconosciuta e cioè quella di psicologo.
Io credo non sia possibile delineare precisamente il confine tra il counseling definito professionale e ambiti di competenza propri della psicologia e psicoterapia (sono praticamente la stessa cosa). Tanto è vero che all’estero non vi è una chiara distinzione tra counselor e psicoterapeuta e si usano indistintamente i due termini; ma ben diversi sono i percorsi di formazione rispetto all’Italia (lo psicoterapeuta non neccessariamente è psicologo, il counselor ha in genere una Bachelor in psicologia, etc…).

Dimenticavo… Da : Cristian g74 Ah dimenticavo… nulla da dire al counseling sanitario, motivazionale, pedagogico, filosofico, nel senso che non si tratta di abusivismo ma di una competenza riconosciuta ad una certa categoria professionale con tanto di titolo universitario (medico, infermiere, educatore, filosofo…).
Il counseling professionale invece è indistinguibile dalla psicologia e psicoterapia…

Storie di casi Da : franca baldi Loredana (nome falso, storia vera) vive con le sue due figlie di 21 e 16 anni. 3 anni fa suo marito, da cui viveva separata da anni, si è suicidato. Dopo alcuni mesi sua figlia grande ha avuto un brutto incidente con la vespa e si è maciullata una coscia. Sono seguite diverse operazioni e ne segiuranno altre per tentare di far tornare la gamba come prima. Sua figlia piccola è brava a scuola ma ogni volta che deve essere interrogata piange perchè teme di deludere la mamma, a quale ha ben altri pensieri.
Loredana è insegnante e lavora molto anche il pomeriggio per poter pagare il mutuo e mantenere le sue figlie dal momento che la famiglia dell’ex marito ha tagliato tutti i ponti e ha negato la parte alle figlie.
Loredana di sè dice che lei procede seguendo un binario preciso, guarda dritto avanti perché sa che se si ferma crolla tutto. E’ molto allegra ed energica ma si offende per poco e rimugina ossessivamente se capita qualche malinteso con le colleghe. Dice che queste cose la fanno stare molto male.

Cosa farebbe uno psicologo in questo caso? E un counselor, invece? Due punti a capo.
Cominciamo a parlare concretamente, please.

Counselor italiano Da : Massimo Decimo Meridio Ciao Franca! Il counselor in Italia ha frequentato un corso istituito da un’organizzazione a scopo di lucro che rilascia titoli di studio a pagamento a fronte di scarso o nullo corrispettivo in termini di studio o dimostrazione di effettivo possesso di saperi congruenti con il livello comunemente accettato (es. all’estero) per il titolo stesso. Tra l’altro la scuola che il counselor frequenta non ha alcun riconoscimento e il titolo alcun valore.

Fatal Flow Da : franca baldi Salve Massimo, grazie della risposta ma secondo me la questione è ancora aperta.
Va dimostrato effettivamente se counseling e psicologia sono differenti.

Anni fa lessi su una rivista per parrucchieri la descrizione di tre segni dello zodiaco: ariete,leone sagittario. Poche righe dedicate a ciascun segno per descrivere la tipologia del “fuoco” che caratterizza i tre simboli. Il fuoco dell’ariete veniva descritto come la fiammata improvvisa che si leva dalla cenere, la scintilla vitale che ridà vita alle braci spente. Bella, vitale e irruenta ma, ahimè, poco duratura. Dopo lo sfavillio, la fiamma muore.
Il fuoco del leone al contrario veniva rappresentato come l’incendio del ranch nel far west, solido e duraturo, consapevole e orgoglioso. Un fuoco perenne a cui bisogna porre reverenziale ammirazion e ma anche tenere a debita regale distanza se non ci si vuol bruciare. Infine il fuoco del Sagittario, blu come il fuoco della brace che sembra spenta ma che se guardi bene è sempre viva, non muore mai. E’ un fuoco lento ma sempre presente capace di far fare il guizzo e lo scoppiettio alla fiamma che brucia lì sotto, costantemente.

Ogni volta che racconto questa storiella suscito meraviglia e c’ è sempre qualcuno che mi chiede estasiato e avido :…e il Cancro? E l’Acquario?E via dicendo a seconda del segno di appartenenza.

Si chiama “fatal flow” il difetto fatale, il punto debole di ciascuno ed è ciò a cui si rivolgono i bravi narratori per generare la trance-experience, ovvero creare un evento narrativo che corrisponda al bisogno di credere e di senso dell’essere umano e che prenda nel profondo dell’emozione, che catturi. Ma un narratore disonesto confonde la retorica con la realtà e il plausibile con il possibile guadagnandosi autorità popolare con soluzioni, apparentemente, rapide e semplici.

Ciao

counseling?? Da : simone bassoli Buonasera a tutti,
ho scorso con interesse la discussione.
io sono un counselor che ha seguito un percorso formativo triennale, ha dato un esame ogni anno, l’ultimo si divideva in tre prove: cognitive, analisi di un caso e esperienziale tenendo un laboratorio con i counselor in formazione del secondo anno.
La cosa interessante è che io studi anche psicologia all’università -sociale e delle organizzazioni-. Quindi tra un anno, se tutto prosegue bene, dovrei riuscire a laurearmi.
Mi sento quindi di poter dare un’opinione aperta, avendo sperimentato entrambi i percorsi formativi.
Credo putroppo che il problema sia legato alla mancanza di chiarezza della legislazione vigente, che permette di fare formare counselor ad opera di psicoterapueti che hanno invece seguito un altro tipo di formazione.
Se voglio fare il muratore, vado da un capomastro, non da un architetto per imparare il mestiere. Che è poi il senso della sentenza zerbetto e non come si può interpretare che non si possa fare il counselor!

Inoltre l’altro problema è la difficoltà del mercato della psiche ad oggi per tutti -anche gli psicoterapeuti- non mi risulta se la passino benissimo.
In tutta questa confusione e difficoltà regnano i furbi ed i millantatori, come ai tempi del Manzoni…
Credo che un counselor sia in grado di fare un buon intervento di COUNSELING NON PSICOLOGICO solo dopo un lungo periodo di preparazione, studio, formazione e lavoro personale, che sono gli stessi ingredienti per un buon psicologo.
Quindi per non fare polemica che non serve a nessuno, io consiglio a tutti i laureandi in psicologia di iscriversi ad un buon corso di counseling perchè li può aiutare a trovare quelle competenze operative che almeno io in facoltà non ho ancora maturato.
Altri miei colleghi piscologi e counselor sono molto soddisfatti dell’abbinamento dei due percorsi, che sta permettendo loro, appena conseguita la laurea, di lavorare con profitto.
Consiglio invece ai counselor di iscriversi in facoltà, studiare aiuta sempre e la formazione in un ambito così delicato credo sia doveroso da parte di tutti. Almeno la laurea triennale, che guarda caso ti prepara per un intervento di counseling… psicologico.
E per favore smettiamo di farci la guerra dei pezzenti: ne perdiamo tutti, come operatori in ambito di relazioni di aiuto!
L’uomo della strada non ha ancora capito la differenza tra psicanalista, pscihiatra e psicoterapeuta, figuriamoci con il counselor!!! Lo dico per esperienza!
Allora cerchiamo di fare ognuno il proprio intervento puntando alla qualità dell’utente o cliente -come si voglia-
Tanto comunque che sia counselor, psicologo o muratore, lavora solo quello che ottiene risultati, grazie alla crisi.
UN saluto ed un augurio a tutti di realizzare i propri obiettivi professionali ed umani.

counseling e affini Da : cristian g74 Ciao Simone! Io sono laureato in psicologia clinica, ho fatto un corso di counseling e mi sono specializzato in psicoterapia. La mia impressione è che il counseling può aiutare ad essere operativi ma è ben poca cosa rispetto al corso di specializzazione in psicoterapia, che prepara molto di più al mercato del lavoro. Pertanto suggerisco a coloro che sono laureati in psicologia (la laurea – quella quinquennale – è il minimo e dovrebbe costituire un punto di partenza per una professione d’aiuto) di iscriversi ad una scuola di specializzazione che costa un pò di più ma ha sicuramente più senso rispetto ad un corso di counseling. NON SI TRATTA AFFATTO DI DUE PERCORSI DIFFERENTI ma di uno solo che prepara più o meno bene a lavorare con chi richiede aiuto; il counseling da sicuramente alcuni strumenti ma per avere tutti gli attrezzi di cui si ha bisogno per fare bene il proprio lavoro occorre una ancora formazione superiore come quella che può fornire l’università e una scuola di specializzazione.

troppo affini… Da : simone bassoli Ciao Cristian,
ti ringrazio per il tuo contributo prezioso, visto che hai seguito i percorsi di cui si tratta.
Per quanto mi riguarda ,ed è evidentemente una posizione personale, non ho intenzione di iscrivermi ad una scuola di psicoterapia.
Ho scelto intenzionalmente sociale e delle organizzazioni, ritenendo di operare soprattutto nelle aziende, ho valutato che un percorso triennale di psicologia e uno di counseling fossero sufficiente per le finalità che mi sono preposte: empowerment, coaching, team building, analisi competenze,etc.
Per quanto riguarda i privati con cui sto lavorando, anche in questo caso mi limito a dei casi di miglioramento di performances, risoluzione di problemi. Evitando patologie o casi clinici.
Fino ad ora le esperienze sono positive (1 anno).
Sicuramente sento la voglia di approfondire e maturare, sia tramite supervisione, sia formandomi. Ma preferisco affrontare argomenti di pnl, ipnosi conversazionale, etc.
Inoltre io mi appoggio molto alla mia esperienza di insegnante di meditazione e meditatore da numerosi anni.
Cmq credo la differenza con te stia nella specializzazione: clinica va nella direzione che tu stesso hai descritto. Se mi metto nei panni di un laureato in psicologia clinica, forse sì, ci metterei un anno di più, ma diventerei psicoterapeuta, con tutto quello che comporta.
Cmq ti ringrazio per la riflessione, che terrò presente.
Un sorriso

Simone

Pure il master… Da : Cristian g74 All’università ho seguito anche alcuni insegnamenti di altri indirizzi (psicologia del lavoro e delle organizzazioni) in più rispetto a quelli che dovevo fare. Ho fatto anche il master in psicologia del lavoro con Majer a Padova con la speranza di entrare in azienda. La mia esperienza personale è che c’è più lavoro nell’ambito clinico, le consulenze fatte con aziende hanno riguardato la prevenzione del mobbing e del burnout, formazione e sensibilizzazione riguardo il rischio di infortuni e uso di sostanze… ma se non avessi avuto competenze cliniche e psicodiagnostiche non avrei potuto procedere in caso di richieste più specifiche/specialistiche. Voglio dire che con la competizione che c’è l’alta specializzazione costituisce un valore aggiunto, altrimenti fai fatica ad emergere.

Re: counseling e affini Da : Tommaso Valleri Ciao Cristian, un paio di considerazioni al volo: pur non essendo minimamente daccordo sul tuo ragionamento su counseling e psicoterapia (quando dici “il counseling è ben poca cosa rispetto al corso di specializzazione”) sono però lieto che ci siano persone che optino per la psicoterapia. E menomale! Così si differenziano i percorsi, ci sono più professionisti che offrono al mercato servizi diversi, etc.

Non ho ben chiaro invece quanto scrivi poco più sopra (il post si chiama “Dimenticavo”): se le competenze di counseling applicate al lavoro di educatore vanno bene, perché quelle stesse competenze non andrebbero bene applicandole al counselor e basta?

Proprio non capisco, correggimi se sbaglio: se si sostiene che le tecniche di counseling sono esercizio abusivo della professione, non trovi che sia comunque abuso o che le utilizzi un educatore o che le utilizzi un infermiere o che le utilizzi un counselor?

Anzi, te lo dico in modo ancora più chiaro: non pensi che, banalmente, vi siano delle competenze che sono trasversali?

L’abuso professionale si fonda sull’utilizzo di atti riservati in primis, e di atti tipici successivamente. Non trovi che una competenza acquisita che uno poi spende si reifichi in un “atto” di un qualche tipo?

Infine: si cade in un errore madornale nel ritenere che, siccome il counseling non ha una regolamentazione ordinistica, sia meno professione di chi ha un ordine…

Proprio ieri mi hanno girato un divertente appello dell’associazione psicologi lombardi, la quale sosteneva che, appunto, non essendo il counseling regolamentato significa che lo stesso non esiste e che associazioni come la nostra hanno il medesimo valore di una bocciofila.

Tra me e me pensavo: speriamo che all’associazione psicologi lombardi non si rompa mai un computer… perché altrimenti dovrebbero rivolgersi ad un tecnico informatico (professione non regolamentata da un ordine, come il counseling), che magari è iscritto all’associazione informatici professionisti, l’AIP (che, se ho ben capito, sarebbe come una bocciofila…).

E speriamo che non abbiano mai un problema fiscale, altrimenti dovrebbero rivolgersi ad un fiscalista, altra professione non regolamentata, e magari quel professionista è socio dell’associazione consulenti fiscali, l’ASCOF (anche loro del clan delle bocciofile…).

Ma soprattutto speriamo che non facciano mai un convegno internazionale e che abbiano bisogno di un traduttore (altra professione senza un ordine) perché magari quel traduttore è iscritto ad Assointerpreti, la più prestigiosa associazione italiana di interpreti che, se ho ben capito, è come una bocciofila…

Sorrido un po’ anche io 🙂

Da : Cristian g74 Ciao Tommaso! Non sto parlando di ordini o riconoscimenti… ripeto quanto detto sopra facendo riferimento ad un corso triennale sul counseling e la scuola di specializzazione.
NON SI TRATTA AFFATTO DI DUE PERCORSI DIFFERENTI ma di uno solo che prepara più o meno bene a lavorare con chi richiede aiuto; il counseling da sicuramente alcuni strumenti ma per avere tutti gli attrezzi di cui si ha bisogno per fare bene il proprio lavoro occorre una formazione superiore come quella che può fornire l’università e una scuola di specializzazione.
Se devo pagare uguale perché accontentarmi di un counselor? Tra le altre cose le spese dello psicologo magari psicoterapeuta si possono detrarre… quelle del counselor no!
Non c’è la tariffa minima per psicologi/psicoterapeuti, se ne possono trovare di molto capaci per davvero poco.Accontentarsi di un Counselor………………

Da : Alessandra Gallo Il problema allora è uscito: “se devo pagare uguale perché accontentarmi di un counselor?”. 1) “accontentarsi di un Counselor? E chi sono gli Psicologi? Il padre eterno?
2) E no, gli utenti con un Counselor non pagano la stessa tariffa di uno Psicologo!
3) Il problema è economico!!! E diciamocelo! La tariffa di Counselor non si aggirerà mai sui 90-100 euro, (spesa media di uno Psicologo) ma è più bassa semplicemente perché è una consulenza diversa, si badi, diversa, né migliore e né peggiore. Ovviamente all’Ordine degli Psicologi della Lombardia (ad esempio) questa cosa surriscalda tanto!! E vai con denunce e quant’altro!!!

Il problema è economico e quindi di mantenimento di una fetta di potenziali utenti-clienti! Il pensiero non espresso con un pò di ipocrisia è che i counselor “rubano” mercato agli psicologi. Poi a e voglia tutte le giustificazioni per sostenere questo pensiero con ragionamenti di carattere disciplinare, etico e altri giri di parole. Non giriamoci intorno, per favore, siamo onesti. Prima di tutto con gli utenti però. Stiamo parlando di chi si deve occupare dei loro problemi. Non dei problemi di lavoro degli Psicologi!
Alessandra Gallo

quanto costa? Da : cristian g74 Sono psicologo e psicoterapeuta, il mio onorario è di 40 € non 90 o 100. Naturalmente emetto fattura e il paziente può detrarre, infine la parcella è esente IVA.
Le parcella del counselor non può essere detratta in quanto non si tratta di spese sanitarie e va applicata anche l’IVA.

Vai avanti tu…. Da : Alessandra Gallo Purtroppo ci sono Psicologi i cui guadagni sono di bel altra natura rispetto ai tuoi (fidati, ne so qualcosa).
La detraibilità è importante ma alle persone interessa anche altro. E’ un problema di mercato e fette di mercato che alcuni gruppi di interesse temono di perdere. Il problema, Cristhian, che allo Psicologo con mega studio e intrallazzi vari non interessano le tue argomentazioni, fatte perché ci credi, perché sei onesto, perché hai un certo modo di vedere la realtà. Anzi, sì, interessa che vada solo tu avanti a perorare la causa (soprattutto sua).
Io sostengo fortemente la coincidenza degli ambiti disciplinari delle due figure di Psiocologo e Counselor e la differenza di applicazione delle competenze. Anzi, in alcuni casi, è necessario l’integrazione delle due figure, in funzione del problema riportato e in funzione dell’atteggiamento dell’utente dettato anche da pregiudizi che spesso ricadono ingiustamente sugli psicologi.
La “guerra dei poveri” non ha senso….Alessandra Gallo

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Un pensiero riguardo “Un dibattito sul counseling”

  1. A oggi mi sembra che la legge 4 del 2013 abbia messo un po’ d’ordine. Sono un formatore (non mi piace la parola, io per me uso facilitatore), sto studiando da counsellor e sto concludendo il mio percorso personale di psicoterapia a cui sono immensamente grata. Personalmente credo siano tutti strumenti diversi che dovrebbero tendere all’integrazione e non alla contrapposizione

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