L’approccio narrativo nell’orientamento: dal vostro inviato al convegno Vocational Design and Career Counseling

L’approccio narrativo nell’orientamento: dal vostro inviato al convegno Vocational Design and Career Counseling

 La settimana scorsa ho partecipato al Convegno di Padova http://larios.psy.unipd.it/conference2011/index.php e vorrei dare un resoconto per chi non ha potuto partecipare.

La prima cosa da evidenziare è la presenza di un gran numero di studiosi stranieri di orientamento, alcuni dei quali ai massimi livelli. Le sessioni in inglese sono state più di quelle in italiano e probabilmente i partecipanti stranieri più degli italiani. Il merito di tutto questo va al gruppo di ricerca di Soresi e Nota dell’Università di Padova che negli ultimi anni sono riusciti a inserirsi e inserire l’Italia nel circuito della ricerca internazionale di alto livello. Studiosi come gli Heppner, Lent, Savickas, Brown, Solberg, Guichard e altri sono diventati di casa a Padova e Soresi e Nota (molto attiva in questo è anche Di Fabio, che pure non è fra gli organizzatori del convegno) hanno coauthored alcune ricerche con loro e tradotto alcune delle loro opere in italiano, vedi http://larios.psy.unipd.it/conference2011/ita/organizzatori.php.

Un’altra novità in questo ambito è la costituzione di una European Society for Vocational Designino and Career Counseling. Questa nuova associazione riunirà e farà meglio dialogare fra loro tutti gli studiosi europei interessati all’orientamento.

I temi principali di queste 3 giornate sono state A. la difficile situazione economica che sta coinvolgendo gran parte dei Paesi occidentali B. la necessità di utilizzare per le attività di orientamento approcci e strumenti che di questa realtà tengono conto C. gli ultimi sviluppi della teoria Life Design, che è una delle teorie proposte per affrontare A, elaborata da un gruppo di studiosi europei (con l’eccezione dell’americano Savickas) fra cui Soresi e Nota. Le assunzioni alla base del Life Design e un modello per lo svolgimento dei colloqui sono descritte nel saggio Life designing: A paradigm for career construction in the 21st century reperibile qui http://fab-forum.ch/uploads/1295793647/Life%20designing(ENG).pdf

Il tema A è stato trattato nella sessione di apertura del primo giorno. Gli interventi sono stati focalizzati sulla gravità della crisi economica, sui suoi effetti sui nostri utenti, e sulla necessità di chi si occupa di orientamento di agire anche a livello macro, più ‘politico’ per migliorare la situazione esistente. Alcuni autori hanno evidenziato la necessità di lavorare con gli utenti anche su valori e emozioni: speranze, passione, senso di insicurezza, fiducia, felicità, etc. La prima mattinata mi è suonata così molto no global e new age. Scherzando, la prima sera dicevo con alcuni colleghi che avevano avuto la mia stessa impressione che in seconda giornata avremmo avuto come relatori Jovanotti, Bono Vox, il Dalai Lama e il Grande Capo Cheyenne Nuvola di Fumo. In effetti la denuncia di quello che non va nell’esistente va bene, ma se poi non seguono azioni concrete si rischia che rimangano solo parole. Una cosa che caratterizza l’orientamento è che lavoriamo con i nostri utenti a livello micro, perché quello individuale è l’unico livello su cui la nostra azione riesce a fare una differenza. Il livello macro è fondamentale, ma purtroppo modificarlo è al di fuori del nostro potere, a meno che non andiamo a manifestare davanti a Palazzo Chigi, ma nessuno credo interpreta il nostro ruolo in questo modo (può capitare di andare a manifestare davanti a Palazzo Chigi, ma non in quanto orientatori). L’unica indicazione concreta l’ha fornita a un certo punto Laura Nota citando in una slide Vera 2008, ma su internet sono riuscito a trovare niente riguardo a questa pubblicazione.

Riguardo al punto B. la crisi economica e il tipo di sviluppo delle condizioni del lavoro nelle economie occidentali ha un effetto sui bisogni degli utenti dei servizi di orientamento. In concreto (e molto in breve) visto l’aumento del precariato dovuto alla crisi economica, per un numero crescente di persone non è più il lavoro fisso che, come avveniva nel passato, determina la direzione e gli sviluppi di carriera individuali. Pensiamo ad esempio a una persona assunta da giovane in una organizzazione che non conosce crisi significative, il suo percorso di carriera sarà stabilito dalle regole interne dell’organizzazione e la sua carriera, se sarà fortunato, sarà un percorso del tipo apprendista, operaio, operaio specializzato, caporeparto, pensionato. La sua identità lavorativa (e personale) sarà così organizzata intorno a questa esperienza di lavoro stabile. Una persona che vive in un contesto di crisi economica e che, ammettiamo, ha un percorso caratterizzato da collaborazioni a termine su lavori diversi, lavori al nero, periodi ricorrenti di disoccupazione e di ricerca di lavoro l’identità professionale sarà molto meno definita, in particolare è probabile che avrà maggiori dubbi riguardo alle proprie capacità, obiettivi professionali più confusi, e sarà più soggetta a demoralizzazione. In un contesto di questo tipo è necessario lavorare con l’utente non solo per aiutarlo a definire un semplice obiettivo professionale e insegnargli le tecniche di ricerca di lavoro ma anche per aiutarlo una immagine di sé positiva nonostante tutte queste esperienze potenzialmente svalorizzanti (e, dico io, in aggiunta, anche a impegnarsi per tenere la propria professionalità costantemente aggiornata). Trovate un approfondimento nei miei due articoli L’orientamento in un’ottica costruttivista (del 2002) e Il check up di carriera (del 2007)

L’approccio operativo che, per rispondere a questa situazione, è al centro della gran parte delle presentazioni dei vari autori stranieri è quello del Life Design (o Vocational design), basato sull’utilizzo dell’approccio narrativo (Life design counseling, o anche Narrative career counseling). Al convegno sono presenti molti studiosi che hanno contribuito a mettere a punto questo approccio, in primis, oltre a Savickas, Mary McMahon e Mark Watson, che sono stati da tutti molto considerati e che in seconda giornata hanno fatto la parte del leone in molti seminari.

In realtà quando poi lo andiamo a vedere, il narrative career counseling che ci propongono non è poi questa novità assoluta, anzi. In un seminario in prima giornata la McMahon ha fatto un esempio del suo approccio narrativo parlando di uno sportivo che a 28 anni doveva cambiare lavoro e con cui è venuto fuori che ama molto insegnare ai ragazzi come fare sport e che uno dei motivi per cui non vuole più fare sport, oltre all’età, è l’obbligo di stare periodica,mente lontano dalla famiglia. Così, ci ha detto la McMahon, lavorando su questi temi abbiamo messo a punto un nuovo obiettivo professionale che è lavorare come educatore. In seconda giornata sempre la McMahon in un altro seminario ci ha fatto l’esempio di una donna a cui ha fatto fare il test RIASEC e poi ha iniziato a chiedere in che misura i risultati parlavano di lei e come le sue capacità e aspirazioni risultavano dalla sua storia professionale.

Aiutare le persone a individuare le proprie capacità e aspirazioni nella propria storia professionale partendo da una serie di domande stimolo (caso 2) o da attività svolte nel volontariato o tempo libero (caso 1) vi suona familiare o addirittura ordinario? Concordo con voi. La stessa impressione ho raccolto da una serie di colleghi presenti al convegno (uno dei miei interlocutori, scherzando, mi ha detto Siamo contenti che ci siano arrivati anche gli Americani). Quando lo andiamo a vedere da vicino mi sembra che questo approccio narrativo, al di là di un grande corpus teorico (la realtà oggettiva non esiste, le persone sono soprattutto creatori di significato, ognuno di noi costruisce i propri significati sulla base del proprio ambiente e esperienze di vita, partecipare a una sessione di consulenza di orientamento vuol dire presentare e co-costruire la propria storia, etc.) non mi sembra questa grande novità. Sono anni e anni che avviamo i nostri colloqui di consulenza partendo dalla storia personale, e che in questa storia personale e in tutte le esperienze di vita, senza utilizzare test, facciamo emergere valori, interessi, attitudini, atteggiamenti, capacità, vincoli personali o familiari, etc. La grande novità del counseling narrativo appare tale solo rispetto a un contesto americano dove la modalità tradizionale di intervento di orientamento consiste innanzitutto nel sottoporre la persona a uno o più test, elaborare i risultati e inserire così la persona in una o più categorie predeterminate (ad esempio quelle del RIASEC, oppure quelle relative al vocational hope di cui ha parlato Brown in seconda giornata) e poi dargli dei consigli sulla base della categoria di appartenenza (vedi quanto descritto nel saggio Life designing: A paradigm for career construction in the 21st century citato in precedenza). Devo dire che la mia pratica e quella della stragrande maggioranza dei colleghi che conosco non è mai stata così. Il nostro approccio è sempre stato idiografico. Non ho bisogno di farti fare un test perché quello che sei verrà fuori nel colloquio e non ho bisogno di inserirti in una categoria particolare predeterminata perché sono in grado di lavorare con te al meglio qualunque sia la categoria a cui appartieni.

Quello che è emerso dal convegno è che anche negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei con pratiche simili hanno scoperto un orientamento chiamiamolo narrativo che qui da noi è pratica standard. Questo passaggio è illustrato con la frase from score to stories (dai test alle storie), ma la gran parte dei consulenti di orientamenti italiani (a parte poche realtà molto focalizzate sull’orientamento scolastico) hanno avviato e svolgono la propria attività utilizzando le storie .

Fino a qui, potremmo semplicemente sentirci contenti di quello che facciamo (nota 1). Ma questa vicenda, un convegno in cui i relatori -in gran parte stranieri- propongono come novità epocale (Un nuovo paradigma per il 21′ secolo) una pratica di uso corrente nel paese che li ospita senza che nessuno abbia modo di dirlo e dirglielo stimola una serie di considerazioni su quello che rischia di essere il ruolo degli studiosi locali in Paesi in posizione periferica (come ad esempio l’Italia) rispetto ai grandi flussi della ricerca internazionale.

Credo che gli studiosi di Paesi periferici, nel loro desiderio di agganciarsi alle tematiche studiate dai colleghi più noti a livello intenzionale corrano alcuni rischi. Ne evidenzio tre:

1. non approfondire a sufficienza quelle che sono le pratiche correnti nella realtà locale

2. sviluppare uno strabismo che porta a valorizzare nel Paese di appartenenza solo quanto è prodotto all’estero, anche se nel contesto locale può rivelarsi non utile o superato. Fra l’altro al convegno di Padova fra i relatori non era stato invitato Federico Batini che sull’orientamento narrativo ha scritto credo più di 20 libri (il primo dei quali, Per un orientamento narrativo, nel 2000), né fra i membri del Comitato scientifico comparivano esponenti di ISFOL, che è l’unico soggetto che studia in maniera sistematica le pratiche degli operatori di orientamento italiani e ha una tradizione nella messa a punto di strumenti rivolti a tali operatori.

3. sviluppare filoni di ricerca che non sono utili per la comunità degli operatori locali.

Oltre che segnalare, diffondere e elaborare quegli sviluppi teorici e operativi stranieri di maggiore interesse e applicabilità locale, la mission degli studiosi locali dovrebbe essere:

1.  promuovere la ricerca su temi legati al nostro contesto e alle nostre condizioni di lavoro. Ne cito alcuni per me interessanti:

  • cambiamenti e caratteristiche dell’orientamento offerto a tutte le persone disoccupate (vedi DM 181/2001)
  • l’effetto del familismo e del patronage nelle scelte professionali (ho descritto la situazione italiana in questo articolo)
  • la desertificazione del mercato del lavoro italiano (vedi il mio articolo con lo stesso titolo)
  • scelte professionali e peso dell’economia sommersa e/o criminale

2. contribuire a valorizzare a livello internazionale gli studiosi locali

3. promuovere lo sviluppo di teorie e pratiche da parte degli operatori locali stessi.

Approfitto per raccontarvi alcune mie esperienze.

Alcuni anni fa ho inviato un articolo all’International Journal for Educational and Vocational Guidance, una delle maggiori riviste internazionali sull’orientamento. L’editor (presente fra l’altro al convegno di Padova) mi ha chiesto alcune modifiche, che io ho fatto. A questo punto l’editor mi ha scritto dicendo che si trattava di un ottimo articolo, e che per la pubblicazione era sufficiente solo allungare un po’ la bibliografia. Cioè, poiché la lunghezza della bibliografia non rispondeva a quella media degli articoli della rivista (fra l’altro il tema del mio articolo era estremamente specialistico e c’erano pochissime pubblicazioni disponibili) avrei dovuto aggiungere riferimenti non necessari e magari poco pertinenti. A questo punto ho rifiutato la pubblicazione e ritirato l’articolo. L’articolo è reperibile qui.

Sempre alcuni anni fa (ormai mi sono stancato e non pubblico quasi più articoli su riviste, ottengo una diffusione maggiore se li metto sul mio sito) ho inviato a una nota cattedratica spagnola un articolo sulle teorie alla base dell’attività di consulenza di orientamento. La cattedratica ha detto che era interessante e avrebbe potuto essere pubblicato su una rivista spagnola di cui era a capo del comitato editoriale. Però l’articolo era troppo corto e avrebbe dovuto essere allungato e adattato allo standard utilizzato nella rivista. Ora, l’obiettivo del mio articolo era proprio racchiudere nel minor spazio possibile (erano risultate due pagine, spazio 1) le principali teorie che guidano la consulenza di orientamento. Anche in questo caso ho lasciato perdere. La versione in italiano dell’articolo è reperibile qui.

Alcuni anni fa ho inviato una articolo a una rivista italiana. Nell’articolo sostenevo che nello sviluppo dell’orientamento in Italia erano individuabili 3 problematiche principali, collegate alle condizioni del mercato del lavoro italiano, a cui gli operatori avevano dovuto adattare i propri approcci e metodologie per rispondere alle esigenze dei propri utenti. Con riferimento a questa proposta di periodizzazione, l’editor mi ha scritto: Ma quale autore ha scritto questa cosa? Cioè a quanto pare in quella rivista era possibile pubblicare solo riassunti di articoli di altri, ma non sostenere idee originali. L’articolo è reperibile qui.

Nota 1: provo a indicare i possibili motivi della modernità della pratica orientativa in Italia, ripercorrendo in parte anche la mi storia: A. la gran parte degli operatori che hanno iniziato a lavorare negli anni ’90 non erano psicologi, perciò hanno dovuto cercare strumenti diversi dai test così diffusi all’estero. B. precariato e disoccupazione sono caratteristiche stabili del mercato del lavoro italiano, perciò gli operatori hanno dovuto adottare approcci adatti a questo contesto (vedi l’ultimo articolo lincato). C. le metodologie con cui si è inzialmente diffuso l’orientamento in Italia erano basate sull’orientamento formativo, vedi ad esempio Retravailler (dalla fine degli anni ’80), il progetto FOPRI per lavoratori socialmente utili (inizio anni ’90, organizzato assieme a Retravailler), la sperimentazione del bilancio di competenze in Emilia Romagna (inizio anni ’90).

L’approccio narrativo nell’orientamento

Articolo contenuto sul sito www.orientamento.it. Inserito il 18 settembre 2011, ultima modifica 30 settembre 2011.

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