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Commenti [9] |
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Da : Danila Tedesco
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Cari colleghi, di recente mi si è presentata durante un percorso di orientamento di gruppo (tale percorso è inserito nella fase iniziale e finale di in un progetto più ampio di inserimento lavorativo per soggetti svantaggiati finalizzato alla costituzione di cooperative sociali operanti nel campo ambientale che comprende una fase comune di formazione in aula; una fase di formazione specialistica incanalata su 3 percorsi; una fase di sperimentazione e start up) una persona che ha queste caratteristiche:
Fabio (per ragioni di privacy gli ho cambiato il nome), 46 anni, detenuto beneficiario dell'indulto, ex tossicodipendente, residente in una città del sud Italia.
Esperienze/competenze pregresse: per anni ha svolto attività di parrucchiere presso il negozio del fratello; per alcuni mesi ha collaborato con una ditta di impianti elettrici e condizionatori; presso l'istituto penitenziario ha svolto la mansione di scrivano, compito di cui è andato e va orgoglioso; poi collaboratore occasionale (perchè entrava ed usciva da carcere) in attività di manutenzione/recupero del verde pubblico presso la stessa cooperativa che lo ha ospitato per l'attuale formazione specialistica.
Formazione: in carcere ha conseguito la terza media; ha seguito, ma non terminato (è arrivato al 4° anno), gli studi superiori tecnici (ITC), ed inoltre un corso per il conseguimento della patente europea del computer che, però, non ha portato a termine. Uscito una prima volta dal carcere, ha partecipato ad un percorso formativo nell'area della manutenzione del verde pubblico presso la stessa cooperativa sociale dove oggi ha continuato la propria formazione.
Problema: Al termine della fase di orientamento iniziale F. sceglie, pur con qualche perplessità, di proseguire la propria formazione presso la stessa cooperativa dove già in passato si era formato. Durante la formazione specialistica, pur riferendo il piacere di operare nel settore della manutenzione del verde pubblico, lamenta però il fatto di essere "ancora una volta poco riconosciuto dal capo-squadra", infatti, dice "il capo squadra mi assegnava e anche oggi mi assegna sempre compiti troppo semplici, tipo raccogliere le carte e scopare...che lo sannno fare tutti!". In altre parole, si ritiene già esperto e le sue aspettative attuali sono quelle di diventare capo-squadra ed essere meglio retribuito. Al temine della fase di formazione specialistica, F. supera questa difficoltà, si sente riconosciuto ed appare fiducioso nel proseguire il percorso di orientamento all'auto-imprenditorialità previsto per la fase di sperimentazione. In esso, ha modo di valorizzare le proprie competenze imprenditoriali e si mantiene fiducioso, divenendo leader del gruppo. Giunti alla fase di start up, si dice nuovamente perplesso nel costituire una cooperativa sociale e soprattutto verso questo canale di inserimento lavorativo. Sta continuando a svolgere alcune attività manuali che gli assicurano una minima sussistenza. Che ne pensate? |
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Da : arcangela Tarantini
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| Ritengo che il problema di Fabio sia legato alla sua sicurezza di potercela fare a intraprendere e portare a termine dei progetti. infatti ha interrotto la frequenza dell'ITC proprio quando era vicino al conseguimento del diploma così come ha abbandonato il corso per la patente europea.e quindi pensoi che lui tenda a bloccarsi prima per paura di non farcela. infatti ha deciso di eseguire delle mANSIONI RISPETTO ALLE QUALI SI SENTE SICURO e per le quali ha ricevuto un riconoscimento da parte degli altri. probabilmente ha bisogno di un sostegno psicologico, per lavorare siull'autostima e al sicurezza, parallelo a quello dell'orientamento. |
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Da : Raffaello Vaghi
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Da : Pasqualina Paciullo
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Da : Gloria Riva
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| Non penso sia una questione di fiducia in se stesso, credo piuttosto che l'esperienza di scrivano e colaboratore occasionale gli abbiano dato la percezione di potersi affermare autonomamente in qualcosa, piuttosto credo che le esperienze fatte non siano state sufficienti a trovare quello che è il ruolo che più gli si calza e per il quale sarebbe disposto a fare sacrifici, anche in funzione di una miglior retribuzione. Uno stage/ tirocinio nel sociale potrebbe innescare una svolta, visto che non mi pare abbia avuto modo di mettersi in gioco in quel senso, mentre lavori tecnici o manuali li ha gia provati. Successivamente potrebbe ritrovare la motivazione a continuare un percorso formativo, ma questa volta che si calzi ad un ruolo riconosciuto e voluto come proprio. |
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Da : laura spampinato
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Solo l'aiuto di un incubatore potrebbe, a mio avviso, farlo decollare in attività autonoma. Ma - non capisco bene - la cooperativa lo ha formato per farsi fare concorrenza nello stesso campo? Non c'e' sostegno psicologico migliore che un buon servizio di tutoraggio gratuito nelle prime fasi dell'attività e chiarezza riguardo quanto gli rimane in tasca tolte le tasse e contributi dell'attività in proprio, che possono essere percepiti come un furto se sono di ammontare esagerato rispetto alle aspettative di guadagno, con il rischio di scoraggiarlo definitivamente! Le resistenze potrebbero essere dovute proprio alla paura di ficcarsi in qualche guaio, e cioè debiti, per cui cerca rifugio nella minima sussistenza o nel sogno di poter diventare capo-squadra in una situazione con stipendio magari piccolo ma sicuro a fine mese.
In bocca al lupo! |
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Da : Monica Carnevali
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Da molti anni lavoro nelle tossicodipendenze e dal 2003 mi occupo più nello specifico di reinserimento socio-lavorativo.
Le caratteristiche che presenta F. sono molto comuni, definire meglio il suo profilo attraverso un percorso di psicodiagnosi ( noi in comunità utilizziamo MMPI2 ) potrebbe aiutarti a capire se effettivamente ha le caratteristiche strutturali per portare a termine il percorso che descrivi .
Il fatto che abbia spesso lasciati incompiuti dei progetti mi fa pensare che forse si dovrebbe cominciare a riflettere sul fatto che si tratti di una persona per troppo tempo "assistita"( carcere, cooperativa, magari anche qualche percorso in comunità) , con una struttura di personalità dipendente che forse ha desiderato costituire una cooperativa più per assomigliare al fratello che per una sua reale esigenza.
Forse si dovrebbero prima elaborare con lui le difficoltà incontrate a lavorare in cooperativa come operaio, che significato ha per lui realmente lavorare, soprattutto cosa rappresenterebbe per lui autonomizzarsi ed assumersi delle responsabilità.
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Da : danila tedesco
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Ciao Leonardo,
leggo solo ora il tuo messaggio e le risposte da parte dei colleghi.
Non so come rispondere direttamente a loro, per cui scrivo a te con la
cortesia di rigirare a loro i miei ringraziamenti.
Ho ritenuto molto interessanti le opinioni dei colleghi, ma mi piacerebbe
avere anche il tuo parere sul caso proposto.
La valutazione che personalmente ho fatto ha tenuto conto dei tre ambiti che
tu stesso suggerisci nella tua teorizzazione sulla consulenza orientativa:
1. obiettivo professionale
2. impiegabilità
3. ricerca del lavoro.
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1. Sono partita lavorando sull'indiduazione dell'obiettivo (diventare
imprenditore nel campo della manutenzione del verde attraverso la
costituzione di una cooperativa sociale) che ha richiesto buona parte del
tempo del mio intervento perchè l'utente aveva difficoltà a focalizzarlo.
2. Una volta chiaro l'obiettivo, ho lavorato affichè valutasse i gap
formativi esistenti (sulla base dell'obiettivo), motivandolo verso
un'eventuale ripresa e conlusione degli studi incompleti e, al contempo,
aiutandolo a considerare nel proprio progetto di sviluppo anche la
formazione ricevuta on the job attraverso le diverse e pregresse esperienze
lavorative e la formazione specialistica attualmente ricevuta. Chiaramente
ho ritenuto opportuno affrontare il discorso dell'età e della situazione di
svantaggio sociale e lavorativo da cui partiva.
3. Rispetto a questo aspetto, ho colto una grossa resistenza non già e solo
da parte dell'utente in questione (come già ho espresso nella trattazione
del caso), ma anche da parte degli organizzatori del progetto, in
particolare, rispetto alle "reali" opportunità di inserimento per un
soggetto in tale situazione. L'impressione che ho avuto è: per il momento ti
offro formazione, poi chi vivrà vedrà.... Sebbene formalmente ci sia un
impegno a garantire e sostenere la costituzione della nuova cooperativa
poco, mi sembra, si è investito sull'aspetto gestionale della stessa e sulla
reale possibilità di sopravvivenza nel tempo. Il problema, quindi, a mio
parere non sta tanto nell'utente, ma nel sistema, che almeno in questo caso,
non ha sostenuto l'inserimento del soggetto in difficoltà.
Gli interrogativi che mi sto ponendo ora sono i seguenti:
a) siamo sicuri che il canale di inserimento tramite la costuituzione di
cooperative tra soggetti in difficoltà
(cioè che devono inserirsi innanzitutto in un sistema lavorativo legale, che
offra loro garanzie dal punto di vista retributivo, che permetta loro di
affrontare e costruire realisticamente un progetto di vita ed essere
veramente occasione di crescita e cambiamento verso l'acquisizione di
comportamenti non devianti)sia quello più adeguato?
b) posso considerare questo intervento di orientamento un intervento di
successo?
Grazie anticipatamente per la tua risposta.
Danila Tedesco
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Da : Angela Romano
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