Amianto. Una storia operaia – Alberto Prunetti

Amianto. Una storia operaia, di Alberto Prunetti

La gran parte degli operatori di orientamento è interessata a libri che raccontano storie di vita lavorativa. Amianto è un bel libro, sulla condizione operaia della generazione del dopoguerra e sulla condizione precaria dei giovani (20-40) di oggi. Ma ci sono anche tante altre cose: l’ambiente sociale della Toscana da Rosignano all’Amiata, infanzia e adolescenza negli anni ’70-80, l’amore filiale e il senso di perdita per un padre scomparso, mitigato da una ricostruzione degli eventi della sua vita (prima o poi anch’io andrò a Roma all’Archivio di stato alla ricerca dello stato di servizio di mio padre Carabiniere).

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Alcuni estratti dal libro:

Mio padre era un operaio che sull’onda del boom eco-
nomico neo capitalista aveva potuto mandare i figli all’uni-
versità.  Mi aveva insegnato un po’ di cose da fare con le
mani, tipo tagliare due tubi, guidare un trattore, mettere
un tassello dentro a un muro, smontare, oliare e rimontare
una motosega, attaccare una lamiera con qualche rivetto a
uno scheletro metallico o piegare un tondino in una morsa.
Ma poi si è fermato. “La saldatrice no”, mi ha detto. “Con
quella ti ammali. Non lavorare. Studia”, mi diceva.
Ho studiato. Poi, dopo una serie di lavoracci, ho inizia-
to a lavorare nell’editoria. Faccio il redattore esterno e il
traduttore. Precariamente. A volte non faccio nulla. Altre
volte batto diecimila battute al giorno come minimo. Se i
tempi sono stretti, anche di più. li mio record personale
è di quarantatremila battute al giorno. Sono un’ enormità.
L’ho fatto una volta sola per finire un lavoro in consegna,
aiutandomi con un dettatore vocale. Roba da impazzire.
Meglio il cantiere, mi sono detto.
Faccio un lavoro culturale e ho trentanove anni. Alla
mia età mio padre operaio metalmeccanico sindacalizza-
to dalla Fiom si era già comprato la casa. lo, “lavoratore
cognitivo precario”, arranco per pagare l’affitto.. (pag. 129)

Per fare un parallelo tra la carriera professionale di mio
padre e la mia, si potrebbe ipotizzare un confronto tra i
due rispettivi curricula professionali. lo ho tre curricula
distinti, a seconda dei profili, e in media ognuno va dalle
cinque alle sette pagine. Mio padre non aveva il
curriculum ma il libretto di lavoro (e non era lunghissimo).
Sostanzialmente ha avuto quattro-cinque diversi datori di
lavoro e per un certo periodo è stato un artigiano con partita
Iva (come carpentiere in ferro-installatore industriale).
(…) lui aveva orari fissi, tabella degli straordinari e della
malattia, i pagamenti supplementari della diaria del trasfer-
tista, il vitto e l’alloggio pagato, la formazione professionale
e le ore di assemblea sindacale pagate, il diritto di sciopero
e la possibilità di rivolgersi al sindacato per ogni proble-
ma contrattuale o per gli abusi padronali. Il risultato di un
secolo di lotte sociali a partire dalla prima Internazionale.
Soprattutto aveva un contratto collettivo che fissava per la
categoria tutti questi elementi contrattuali. I “lavoretti” li
ha fatti da ragazzino, a quattordici anni (bagnino, came-
riere … ) e ha continuato fino ai venticinque anni saltuaria-
mente: il Cardellino era un posto alla moda (era la discoteca
beat migliore del posto) e lui con la paga da operaio non
avrebbe mai potuto permettersi il biglietto d’entrata: così si
è fatto assumere come cameriere.
Quando avevo diciott’anni, Renato mi ha proposto di
andare con lui a pulire delle cisterne in una fabbrica del
nord ma poi ci ha ripensato (io avevo accettato) e mi ha
detto: “Lascia perdere, è l’ultimo pane”. Così, da studente
all’università, d’estate facevo il barista e poi ho imparato a
fare il pizzaiolo. In seguito ho cominciato a lavorare anche
d’inverno (ero tornato in Maremma) e ho fatto il boscaiolo
(avevo letto Il taglio del bosco di Cassola ma non pensavo
che la pratica fosse tanto più dura della teoria). Dopo la
laurea mi sono cimentato in qualche lavoretto per alcune
agenzie di formazione e ho fatto anche del ghost writing. E
poi sono andato in Inghilterra. Mi avevano detto che si tro-
vava lavoro facilmente, io avevo un inglese di merda, non ce
la facevo più a fare lavoracci stagionali in nero in Maremma
(tipo svegliarsi alle sei del mattino per aprire gli ombrelloni
nei bagni sulla spiaggia in cambio di due lire) e così sono.
partito: era il mio primo volo aereo, a ventotto anni. Sono
entrato in un’ agenzia interinale di Bristol, avevo i soldi per
una settimana di albergo, mi hanno mandato a pulire i tavo-
lini in un centro commerciale e a pulire i cessi. L’ho fatto. In
seguito sono stato promosso a magazziniere. Dopo sei mesi
mi sono trasferito sulla costa del Dorset e sono andato in un
centro vacanze scolastiche e ho fatto il kitchen assistant, cioè
lavoravo in una mensa somministrando il cibo agli studenti
(e aiutando in cucina). Ci sono rimasto un altro anno, lavo-
ravo anche in una finta pizzeria italiana come pizzaiolo il
sabato sera (il proprietario era un turco che si spacciava per
italiano). Tornato in Italia mi sono rimesso a studiare e ho
fatto un inutile corso professionale post laurea con tirocinio
fotografico non pagato. Intanto ho cominciato a lavorare
saltuariamente (l’ho fatto per due anni, forse tre, a periodi)
in un centro ippico come manovale-tuttofare. Portavo fuo-
ri i cavalli dai box, ripulivo le stalle e li rimettevo dentro.
Li governavo e li spazzolavo. Tagliavo l’erba, verniciavo le
palizzate, preparavo i campi per i concorsi ippici. Stavo per
ripartire per lavorare in Inghilterra quando mio padre si
è ammalato. Così, per stargli vicino, sono rimasto in Ma-
remma e mi sono cercato un lavoro. Ho trovato un posto
come pizzaiolo in un parco naturalistico sopra le miniere
di Gavorano, era una situazione tranquilla. In quel periodo
quasi per caso ho pubblicato Potassa (scritto negli anni pre-
cedenti) e ho conosciuto dei lavoratori dell’ editoria: così mi
sono arrivate delle traduzioni. Mi sono trasferito a Siena e
poi sono partito con la mia compagna per l’Argentina, dove
lei era andata a insegnare italiano. Ho fatto alcuni reporta-
ge per “il manifesto” ma non potevano pagarmi. Ho fatto
qualche lezione di italiano a Buenos Aires come volontario,
sono tornato, mi sono specializzato per insegnare italiano
agli stranieri (si alternano sempre lavori manuali, lavori in-
tellettuali precari e cicli di formazione a pagamento speran-
do di ottenere più lavori meno di merda, questo nonostante
il fatto che nessuna azienda abbia mai speso una lira nella
mia formazione professionale, anche quelle per cui ho la-
vorato in maniera più continuativa). Per anni ho insegnato
italiano a lavoratori migranti stranieri, ho fatto formazione
(nella fotografia e nella storia dell’ arte) e ho anche aiutato
alcuni amici in lavori fotografici (foto di cerimonia) saltan-
do da un posto all’altro del centro nord. Ho avuto altre tra-
duzioni (di recente ho tradotto Debito di David Graeber)
e ho anche fatto lavori manuali per integrare (ad esempio
le vendemmie). Sono poi andato a lavorare in India, ho in-
segnato italiano là per periodi alterni per un bel po’. Avevo
anche la tessera blu da lavoratore immigrato in India, ero
registrato nell’ufficio immigrati della questura di Mumbai.
Quando sono tornato nel 2010 le tariffe di insegnamento
sono diventate da ventiquattro euro orari prima quindici,
poi dodici. Poi (mi dicono) sette ma ormai me n’ero già
andato. Ho fatto di recente parecchia disoccupazione non
retribuita, dal momento che qui in Italia non c’è un reddito
minimo garantito.
Negli ultimi tempi faccio agricoltura di sussistenza in
un circuito amicale in Toscana. Ci scambiamo competenze,
tempo, forza fisica. Adesso mi sto prendendo cura dei pol-
lai di alcuni amici che sono in viaggio. Presto andrò ad aiu-
tare un mio amico a potare la vigna che ha rilevato dalla
vedova di un contadino, mi autoproduco molto cibo, quan-
do ho bisogno di un tecnico in casa lo ripago con l’olio
che faccio io, ad altri do la mia passata di pomodoro e in
cambio mi regalano della carne di cinghiale o della legna da
ardere per la stufa. Poi ogni tanto arriva qualche traduzione
e mi rimetto alla tastiera. Oppure mi offrono un corso di
formazione e insegno qualcosa di .storia del territorio, per
esempio. Si va avanti ma senza vedere vie d’uscita. Anche
le traduzioni si sono ridotte e molti editori pagano sempre
più tardi (prima trenta, poi sessanta, poi novanta giorni) e
alcuni ti trattano con un’ arroganza … Sto anche pensando
di affittare un terreno e iscrivermi come coltivatore diret-
to (non come imprenditore agricolo), però devo farmi due
conti in tasca’. Quando mi chiedono che lavoro faccio, non
so bene come rispondere. Quando vado al sindacato, non
sanno cosa dirmi.
Rispetto a mio padre, io lavoro anche quando cerco
lavoro, lui conosceva i suoi ritmi e sapeva quando poteva
fermarsi. Non credo neanche che si annoiasse, nel cantiere
(aveva i suoi compagni con cui univa il lavoro e il piace-
re di stare assieme). lo non riesco a collegarmi con altri
lavoratori, siamo sempre posti gli uni contro gli altri, il
gioco del potere è quello. Non c’è un contratto collettivo
(per i formatori, o i traduttori, o gli insegnanti assunti da
associazioni o scuole private) né un ente che ci rappresenti
davvero, nonostante alcuni timidi tentativi in questa
direzione. Al contrario di Renato, non posso chiedere
la malattia né ho diritto a straordinari né a ferie pagate
né a corsi di formazione pagati. Non posso neanche fare
sciopero né ho diritto a ore di assemblea sindacale. Con
la legge Biagi e le assunzioni occasionali hanno rimosso
lustri di lotte sociali. Bisogna ripartire dagli Iww, che negli
USA sindacalizzavano gli insindacalizzabili (come gli im-
migrati italiani e i lavoratori in nero).
Quanto a me, anche il nomadismo ormai mi è venu-
to un po’ a noia, ho quarant’anni e sento il bisogno di
provare a mettere qualche radice. (149-154)

Il punto di vista di un operatore di orientamento

Dal punto di vista di un operatore di orientamento, cosa possiamo dire del percorso professionale del figlio Alberto? Il mio commento si basa sui dati riportati nel libro che in alcuni casi sono poco chiari, mi scuso perciò in anticipo con l’Autore se qualcuna delle mie conclusioni  è fuori bersaglio.

Alberto ha impostato tutto il suo percorso professionale sul suo desiderio di fare lo scrittore, che ancora non gli dà da vivere, e non ha investito a sufficienza su altre possibilità con cui si è trovato in contatto. Scrittore, traduttore (lavoro culturale) era un settore estremamente competitivo già negli anni ‘50 (vedi le esperienze di Bianciardi, raccontate in La vita agra (1962, che Alberto fra l’altro cita). Oggi, con la crisi dell’editoria, credo che la situazione sia ancora peggiorata. Perciò il paragone non andrebbe fatto fra Alberto e suo padre, ma fra Alberto e Bianciardi e il risultato, ripensando a La vita agra, sarebbe che fra lui e Bianciardi (almeno per il periodo della vita di Bianciardi raccontato ne La vita agra) la situazione è simile.

Il considerare al primo posto il lavoro culturale ha verosimilmente portato Alberto a rifiutare la gran parte delle attività di lavoro dipendente continuative (alcune delle quali potevano evolvere in assunzioni a tempo indeterminato, con maggiori tutele, sviluppo professionale e migliore retribuzione), in maniera da tenersi libero per eventuali attività di traduzione e scrittura di libri.

L’insegnamento dell’italiano gli ha dato da vivere, in Italia è in genere una occupazione ‘povera’. I risultati economici nei ruoli di formatore nella fotografia e storia dell’arte sembrano un po’ sotto la media.

Alcuni esempi di possibilità su cui non ha investito.

Alberto si è laureato in un corso di laurea (lettere moderne?) che ha come sbocco classico l’insegnamento, ma non risulta che abbia mai provato a fare l’insegnante dipendente pubblico, probabilmente a causa dei suoi periodi di vita all’estero (ma comunque avrebbe potuto provare a fare il lettore di italiano all’estero, o insegnare nelle scuole italiane all’estero, ma il libro non dà notizie a proposito).

Altre possibilità che Alberto non ha seguito:

  • proseguire l’attività di pizzaiolo diventando cuoco o gestore di locale
  • qualificarsi in agricoltura (potino, operatore macchine agricole)
  • operaio specializzato come suo padre (rispetto ai tempi di suo padre, la situazione in termini di sicurezza credo sia enormemente migliorata, continua la richiesta di mercato)
  • lavori qualificati sviluppabili su altre attività manuali svolte in Italia e all’estero, di cui alberto non ci racconta in dettaglio

Un altro elemento che ha contribuito a tenere bassi i redditi di Alberto sono stati i periodi all’estero. All’inizio in genere (a meno che non si abbia già una professionalità forte) si inizia con lavori dequalificati e poco retribuiti, è necessario qualche anno per capire come funziona il mercato del lavoro e iniziare a migliorare. Alberto si è trasferito in 3 diversi paesi stranieri (UK, Argentina e India), ma poi è sempre tornato in Italia, disperdendo il patrimonio di conoscenze e relazioni costruiti in questi Paesi.

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