Alternanza scuola-lavoro: costruire è rinunciare alla perfezione

Apprendere che le mie figlie avrebbero dovuto obbligatoriamente trascorrere ore “al lavoro”, è stata una gran bella notizia. Ho pensato che sarebbe stato finalmente l’inizio di un nuovo modo di considerare il rapporto scuola-lavoro, che sarebbe stata l’occasione per abbattere muri di pregiudizi (le aziende fanno solo profitto, non sono ambienti sicuri, sono luoghi di sfruttamento, e altri vari luoghi comuni di cui ancora purtroppo la scuola si nutre).

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Non tutto è perfetto, il percorso è in evoluzione, stiamo correggendo la tempistica, stiamo aiutando i ragazzi a scegliere il periodo migliore nel quale svolgere le ore lavorative, che per scelta degli istituti e in accordo con le aziende vengono collocati in orari e periodi extra-curricuolari (nei pomeriggi o durante l’estate).

Arrivano però anche feedback entusiastici. E arrivano anche da parte delle imprese che nonostante la fatica di preparare i progetti per gli studenti, dedicare tempo e risorse a loro, scoprono che la scuola, i ragazzi, le loro idee, possono essere linfa vitale, che il loro arrivo in azienda è per tutti una ventata di entusiasmo e novità, che le costringe a raccontarsi, e anche a migliorarsi.  In una città come Mantova, in piena crisi industriale, è molto importante fare employer brandingovvero far capire ai ragazzi che ci sono realtà produttive eccellenti, che fanno scuola a livello nazionale, che vale la pena considerare non tanto per evitare di espatriare (cosa normale e attraente per i nostri ragazzi più che un ripiego come si vuol far credere) ma semplicemente perché potrebbero rispondere alle loro ambizioni di carriera e di realizzazione professionale.

Dall’altra parte anche le scuole hanno acquisito sempre più fiducia cominciando a frequentare il mondo delle aziende attraverso i referenti per i progetti di alternanza di ogni istituto. E oggi, a due anni dall’inizio delle sperimentazioni, sono sempre più numerosi i ragazzi che scelgono contesti lavorativi privati.

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